Mi sono trasferito
Dato che Register.it non consente di gestire i blog, mi sono trasferito.
Ecco il nuovo sito.
http://ghinetto.splinder.com/
Ci vediamo lì.
GG
Register: se lo conosci lo eviti!
Non fate il mio errore, quello di voler gestire un blog, anche il più semplice, affidandovi a Register.
Sono mesi che non posso inserire le immagini in questo blog, per mesi nessuno lo ha potuto commentare, ecc. ecc.
Adesso, poi, non permette di fare il più classico dei Taglia e incolla.
GG
La Hybris di Mourinho (ovvero, la Mou-bris)
Ύβρις
Ci sono alcune parole che costituiscono l’identità degli studenti del liceo classico, parole che li distinguono dagli altri e li uniscono tra loro. Hýbris è forse quella più caratteristica, sicuramente la più ripetuta nel corso dei cinque anni di liceo. O meglio, non è che chi fa un’altra scuola la debba necessariamente ignorare: solo, gli studenti del liceo classico se la sentono ripetere tante volte che diventa per loro inevitabile cercare le tracce del peccato di hybris nel presente, nei comportamenti dei loro contemporanei.
Hybris è un termine specifico della letteratura e soprattutto della tragedia greca. Letteralmente significa "tracotanza", "eccesso", "superbia", “orgoglio”, "prevaricazione". Di solito indica un peccato di orgoglio accaduto nel passato le cui conseguenze si scontano nel presente. È una violazione delle leggi divine a causa della quale, anche a distanza di molti anni, i colpevoli o i loro discendenti subiscono la "némesis", la vendetta degli dèi.
L’atto di hybris più noto è forse quello di Prometeo che, secondo il mito, rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini e che per questo fu fatto incatenare da Zeus alle rocce del Caucaso, dove ogni giorno un’aquila gli mangiava il fegato che puntualmente gli ricresceva di notte.
Nel mito, in effetti, il peccato hybris è spesso legato all’acquisizione di una qualche forma di conoscenza (il fuoco), che gli dei greci – che a differenza del Dio giudeo-cristiano sono gelosi e invidiosi dell’uomo – non vogliono condividere con i mortali.
Prima ancora di entrare nel lessico della tragedia, hybris era un termine giuridico con cui si indicava un delitto compiuto allo scopo di umiliare, di provare compiacimento nella propria superiorità sulla vittima.
È evidente che di hybris peccano ancora oggi molti potenti, e che agli studenti del liceo classico viene piuttosto naturale costruire piccole storie sulla “tracotanza compiaciuta” di molti politici contemporanei.
Ma se c’è un personaggio pubblico che più di ogni altro incarna oggi quello che i Greci indicavano con il termine hybris, è sicuramente Mourinho. "Tracotante", "eccessivo", "superbo", “orgoglioso”, "prevaricatore": Mourinho è tutto questo. Lo è con i colleghi allenatori, a cui rinfaccia la scarsa dimestichezza con le lingue straniere (“Ranieri dopo cinque anni in Inghilterra aveva difficoltà a dire 'good morning' e 'good afternoon'”), la bassa autostima (“Barnetta [che era poi Beretta] deve lavorare sulla sua personalità”), ma a cui soprattutto ricorda sprezzantemente di aver conquistato “zero tituli”.
Lo è con i dirigenti delle squadre avversarie come quando si riferì all’amministratore delegato del Catania Lo Monaco così: “Lo Monaco chi? – la reazione – non conosco, io conosco monaco del Tibet, Monaco di Montecarlo, il Bayern Monaco, il Gran Prix di Monaco… Se qualche Monaco vuole farsi pubblicità parlando di me deve pagarmi”. Lo è con i giornalisti davanti ai quali sbatte in faccia i miliardi guadagnati: “Non guadagno 9 milioni, ma 11, che diventano 14 con gli sponsor”.
La sua “tracotanza” – in senso tecnico, non moralistico – lo ha portato a “volere” il Manchester come avversario di Champions League ("Il Manchester? Ben venga. Anzi volevo proprio il Manchester perché voglio affrontare i migliori").
Mourinho si macchia di hybris quando corre per il Camp Nou con il dito alzato, per ricordare ai 98.000 tifosi del Barcellona che lui è lo Special One.
E, come Prometeo, la sua hybris scatenerà la nemesi, la vendetta degli dei. A Madrid, il 22 maggio prossimo, l’invidia degli dei e degli uomini gioirà della caduta di Mourinho, colui che ha portato all’Inter una nuova conoscenza delle proprie potenzialità, il sacro furore della vittoria, il fuoco della scienza calcistica. Mourinho-Prometeo. Hybris-Nemesis.
L'uomo è cacciatore
La perenne lotta tra l'uomo e il ratto.
Questa volta ho vinto io.

Vent’anni fa – il primo McDonald’s a Mosca
Vent’anni fa – il primo McDonald’s a Mosca
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 15 gennaio 2010
Vent’anni fa, a due passi dal Cremlino, apriva a Mosca il primo McDonald’s russo, anzi sovietico. All’alba del 30 gennaio 1990, ben prima dell’orario di apertura, si era già formata una lunga coda calcolata in circa 5.000 persone.

Tralasciamo l’opinione degli antiglobalisti di professione, un’opinione non sempre sostenuta con mezzi leciti. I ristoranti McDonald’s spesso e volentieri sono vittime di attentati terroristici portati da antiglobalisti e antiamericanisti e i fast food russi non sono sfuggiti a questa triste logica.
E prendiamo invece le riflessioni seriose dei sociologi e degli antropologi, soprattutto di quelli che vedono tutto nero, i profeti dell’apocalisse del nostro tempo. Uno tra i tanti è George Ritzer, che proprio in quegli anni, precisamente nel 1993, dava alle stampe Il mondo alla McDonald.

Ora, secondo questi sociologici e antropologi non c’è niente di peggio della macdonaldizzazione.
Perché? Perché l’hamburger del McDonald’s richiede dei processi di standardizzazione e di razionalizzazione che priverebbero l’uomo della sua creatività. I quattro criteri che sarebbero alla base delle catene dei fast food - efficienza, prevedibilità, calcolabilità e controllo – sarebbero il paradigma di una nuova forma di disumanizzazione del lavoro, analogo a quello delle catene di montaggio di Henry Ford.
I Big Mac prevedibilmente uguali in tutte le città del mondo, il sorriso standardizzato sulla faccia di ogni inserviente accompagnato dalle stesse parole – “In cosa posso servirvi?”, lo stesso immancabile peso di ogni hamburger e lo stessissimo aspetto di ogni prodotto, replica perfetta di quello consumato il giorno prima, sarebbero il segnale minaccioso di una società diretta più verso la clonazione che verso la valorizzazione delle differenze.

«L’industria del fast food – scrive Ritzer – ha perfezionato aspetti come ambienti clonati, interazioni coi clienti secondo copione, comportamento prevedibile degli impiegati e prevedibilità dei prodotti».
Vero. Indubbiamente. McDonald’s è sinonimo di un sistema fondato sulla razionalizzazione e sull’efficienza a scapito della creatività, un mondo che «non offre più sorprese».
Sì, certo. Preferisco anch’io le trattorie romane o toscane o romagnole, tutte diverse una dall’altra, in cui il cameriere instaura con il cliente un rapporto ogni volta diverso – o, per lo meno, questo è quello che percepisce il cliente,
mentre il cliente del McDonald’s percepisce il medesimo trattamento rapido ed efficiente riservato al cliente precedente. Preferisco anch’io la pasta fatta nella cucina della trattoria, il vino “quello nostro, ma buono, si fidi di me”, pasta e vino diversi in ogni singola trattoria. E un pranzo senza fretta con caffè e ammacaffè compresi, se mai su una terrazza sui colli toscani, sotto un bel pergolato con lo zibibbo. Certo, preferisco anch’io.
E forse questo è il motivo della giusta fama della cucina italiana nel mondo e contemporaneamente il motivo per cui noi Italiani sembriamo incapaci di produrre una catena di prodotti alimentari capace di competere con McDonald’s, Burger King, KFC ecc.. Come dire? Le mille trattorie italiane contro la corporation del fast food americana.

Per la Russia del tempo, però, quel McDonald’s apriva un’era. Un’era di razionalizzazione ed efficienza, di controllo di qualità e di standardizzazione. In un paese in cui l’industria produceva coperchi tutti l’uno diverso dall’altro e quindi incapaci di chiudere barattoli tutti uno diverso dall’altro, la standardizzazione costituiva un passo avanti. Non a caso la joint venture russo-canadese che aprì il primo fast food nel 1990 dovette prepararsi la strada investendo una grande quantità di soldi in allevamenti di vitelloni, aziende agricole e, soprattutto, formazione del personale.

Sì, perché in un paese in cui camerieri e inservienti erano abituati a trattare i clienti a pesci in faccia, o a cercare di
vendergli sottobanco i prodotti rubati al ristorante, in un paese in cui neanche esisteva il concetto di cliente, il sentirsi rivolgere un’apparenza di domanda cortese – “In cosa posso servirla?” – da uno dei 600 dipendenti scelti tra 27.000 giovani sovietici che si erano presentati alla selezione era già una rivoluzione.Oggi nella sola Mosca ci sono più di 80 McDonald’s, e complessivamente quelli diffusi in ogni angolo della Russia servono ogni giorno più di 600.000 clienti. Il sindaco di Mosca, il potentissimo ed efficiente Luzhkov, ha premiato con un diploma onorifico l’azienda McDonald’s per i 20 anni di attività nella città.
Alla faccia dei sociologi apocalittici.
La monaca in Galleria
La monaca in Galleria
Giuseppe Ghini
"La Voce di Romagna", 2 gennaio 2010
Nelle sale delle Icone della Galleria Tret’jakovskaja di Mosca
incrociamo una giovane monaca ortodossa. Ha il vestito lungo e nero, il fazzoletto in testa sui capelli raccolti, e l’atteggiamento umile delle monache. Ma soprattutto, davanti ad ogni icona della Galleria, si fa ripetuti segni della croce, si inchina e mormora una serie di preghiere come se fosse in una chiesa ortodossa.
Siamo nel cuore di Mosca, nel quartiere dell’Oltrevolga, una parte della città nominata nei documenti già all’inizio del 1500. I nomi delle strade ricordano ancora i debiti che la città di Mosca nella sua ascesa contrasse con i Tatari: la via Ordynka, ad esempio, richiama l’Orda d’Oro dei Tatari che, dopo aver devastato la Russia, si stabilì nel Sud della Slavia orientale continuando ad esercitare sui principati di quelle terre un dominio di natura economica.
Periodicamente il Gran Principe di Mosca percorreva appunto questa strada per andare a depositare ai piedi del Khan tataro il prezzo della “pace”. Avendo elevato il parassitismo a sistema di vita i Tatari vivevano sui soldi estorti ai popoli che terrorizzavano con la minaccia di ritorsioni sanguinose: insomma, un “pizzo” ante litteram in grandissime proporzioni. Mosca si liberò di questo “pizzo” solo due secoli dopo la comparsa dei Tatari alle mura della città, e se ne liberò assoggettando gli altri principati russi: dal Cinquecento, appunto, le libere città-stato della Rus’ Kieviana vennero unificate nell’unico Regno della Zar di Mosca.
Qui, dunque, in questa parte di città che ha per lo più conservato le case a due-tre piani della Mosca pre-rivoluzionaria, si trova la principale collezione di arte russa, la straordinaria raccolta di quadri (oltre 1300) che il ricchissimo commerciante Pavel Tret’jakov 
(1832-1894) mise insieme e patrocinò durante tutta la sua vita e, nel 1892, donò infine alla città. Chissà, forse i ricchi borghesi non si occupavano solo di affamare il popolo russo, ma svolgevano una funzione socialmente utile, se è vero che l’intenzione di Tret’jakov, era - sono parole sue – “porre le basi di un deposito di belle arti pubblico accessibile a tutti, dato che i quadri appartengono a tutto il popolo”.
Se Tret’jakov si era dedicato a raccogliere e finanziare il meglio dell’arte russa non accademica, fu soprattutto dopo la sua morte che il curatore della Galleria – lo studioso dell’arte Il’ja Grabar’ – si preoccupò di salvare e restaurare il patrimonio artistico dell’arte russa antica, le icone, soprattutto. Riscoperte grazie ad altri grandi collezionisti privati e mecenati all’inizio del ‘900 – dunque dopo la morte di Tret’jakov – le icone furono qui collocate a partire dagli anni Dieci del XX secolo e qui sono rimaste quasi una sull’altra in un ridottissimo spazio della Galleria durante tutto il periodo sovietico.
Dopo la perestrojka e la ristrutturazione della Tret’jakovskaja, le icone hanno riottenuto lo spazio che loro spettava: ora si possono ammirare in tutto il loro splendore quelle bizantino-slave dell’XI-XII secolo, le icone dello straordinario Quattrocento moscovita – Teofane il Greco, Daniil, Andrei Rublev – le opere del grande maestro Dionisij del primo Cinquecento, i prodotti delle scuole di Novgorod, Pskov, e di quelle delle province più attardate rispetto ai centri principali.
E davanti a ognuna di queste icone – strappate alla furia distruttrice degli atei sovietici, ma strappate anche dalla loro sede naturale, l’iconostasi della chiesa russo-ortodossa – la giovane monaca si segnava, si inchinava e pregava. L’icona – a cui la ricollocazione museale aveva strappato il cordone ombelicale della vita liturgica – riacquistava la sua funzione naturale, quasi ricevesse nuovamente linfa vitale.
Una vita che, per riprendere la lezione del sociologo bolognese Pier Paolo Donati – è relazionale. E le relazioni di un’icona con il suo ambiente originario – il monaco iconografo, la chiesa e l’iconostasi, la comunità riunita in preghiera – è davvero unica e imprescindibile e non può essere in nessun modo sostituita dal custode, il museo, la parete bianca, il pubblico pagante.
Verrà un giorno, in parte è già venuto, in cui le icone russe verranno restituite nuovamente ai loro ambienti naturali, in cui si porrà fine alla violenza culturale di cui sono state e sono tuttora oggetto. Verrà un giorno in cui la giovane monaca ortodossa potrà nuovamente pregare senza destare stupore dinanzi all’icona della Trinità del monaco iconografo Andrei Rublev.

I comandamenti dell’ingegner Kalashnikov
I comandamenti dell’ingegner Kalashnikov
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna,
20 novembre 2009
Per i suoi novant’anni, il leggendario ingegner Michail Kalashnikov, l’inventore del “mitra” più famoso del mondo, l’AK 47 (letteralmente “Avtomat Kalashnikov”, mitragliatore Kalashnikov) ha rilasciato alcune interviste. «Spesso mi domandano – ha detto l’ingegnere, sotto la cui guida sono stati elaborati più di 150 tipi diversi di armi – se mi rendo conto che, se fossi vissuto all’estero, sarei da tempo multimiliardario. Ormai cercano di trasformare tutto in biglietti verdi, come se non esistessero altri valori. Ma trovatemi un solo costruttore straniero a cui in vita abbiano costruito un busto di bronzo grande due volte la sua altezza. Non ce ne sono! Uno che il presidente e il primo ministro vanno a trovare per il suo compleanno. Da me vengono ogni anno.
A quale dei costruttori stranieri hanno dedicato un museo? Forse che queste cose non valgono?
Certo, non avrebbe guastato se anche da noi ci fosse stata la possibilità legale di registrare i brevetti. Ma sotto l’Unione Sovietica questo non era possibile. Anche per questo il mio mitra si è diffuso in tutto il mondo. Al momento attuale ci sono più di 10 milioni di esemplari sulla faccia della terra. Di questi, il 10-15% al massimo sono dei Kalashnikov originali: tutti gli altri sono
imitazioni, un vero e proprio furto. Ai tempi del Patto di Varsavia tutta la documentazione veniva diffusa gratuitamente, i nostri ingegneri aiutavano perfino a organizzare le fabbriche straniere di
Kalashnikov…».
Il giornalista lascia parlare il vecchio ingegnere a ruota libera, tanto ha già detto tutto lui. È chiaro a tutti che, se fosse vissuto in un paese normale, non solo avrebbe ricevuto la visita del presidente, non solo avrebbe avuto un museo e un busto mentre era ancora in vita, ma avrebbe
anche nuotato nell’oro. E forse una qualche legge avrebbe difeso il frutto del suo ingegno. Ma tant’è: il vecchio ingegner Kalashnikov che ancora adesso passa regolarmente in fabbrica a seguire i suoi progetti non si lamenta più di tanto. Anzi, presenta il suo “disinteresse”, il suo “idealismo” come uno degli elementi dell’unico ethos che abbia mai conosciuto, l’ethos sovietico. Non a caso, nella stessa intervista, si lamenta della perdita di tutti i valori: «Mi è insopportabile vedere che in autobus sale un anziano o una vecchietta e nessuno le dà una mano. Questa è la nostra disgrazia. Da noi sta crescendo un atteggiamento di disprezzo nei confronti degli anziani, forse legato al disprezzo nei confronti del passato in generale. Ma senza il passato non c’è il presente. Quando hanno fatto crollare l’URSS hanno cominciato a deridere tutto quello che i suoi cittadini consideravano importante. Per questo i giovani non sanno cosa è bene e cosa è male».
Lasciamo da parte ogni considerazione sul conflitto generazionale in corso nella Russia contemporanea, lasciamo da parte il rimpianto per l’URSS che risuona nella parole di Kalashnikov come in quelle di molti altri ex-sovietici. La cosa più interessante è che, qui come sempre, tutti i valori vengono vengono ricondotti a un ethos, a un atteggiamento morale che si presume indiscutibile. A una distinzione “naturale” tra bene e male. E tra gli atteggiamenti propri di questo ethos il vecchio sovietico indica almeno due “norme” che si ritrovano pari pari nel Decalogo dell’Antico Testamento, nei Comandamenti dettati da Dio a Mosè. La sua condanna del modo in cui in giovani russi trattano gli anziani è infatti un’applicazione all’oggi del Quarto Comandamento “Onora il padre e la madre” (anche il Catechismo della Chiesa Cattolica include in questo comando del
Signore il dovere di tributare onore e affetto ai nonni, agli antenati, agli insegnanti, ai superiori ecc.). Quanto al suo “disinteresse”, alla sua affermazione che esistono valori superiori ai soldi,
siamo qui di fronte ad una palese e radicale riformulazione del “Non desiderare la roba d’altri”, e dell’affermazione di Cristo tentato nel deserto “Non di solo pane vive l’uomo”. E sono convinto che un giornalista un po’ più “aggressivo” avrebbe potuto scoprire sotto la scorza dell’inventore di mitra sovietici anche gli altri Comandamenti: non rubare, non dire il falso, non desiderare la donna del tuo prossimo, non ammazzare…
Perché in effetti non esiste società senza quei Comandamenti e “naturalmente” anche i sovietici li hanno dovuti riscoprire per poter vivere un una società appena appena umana.
Il buco nell'anima russa
Il buco nell’anima russa
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna,
30 ottobre 2009
Stanotte, qui a Mosca, è attesa la prima neve. 
Domani la seconda, e poi la terza, la quarta e via andare…
Ma non è tanto questo a influenzare negativamente l’umore dei Russi, e neppure l’inevitabile fango che queste prime nevicate schizzeranno dappertutto, sui vestiti, le macchine e le case, quanto piuttosto un sentimento misto di dispetto, compassione e risentimento rivolto al proprio recente passato.
Dispetto per quanto si è perso, compassione verso tutte le persone ne hanno sofferto e risentimento verso i politici che hanno reso possibile questa perdita.
E cos’è che ha perso la Russia?, si chiederà il lettore. Non è forse ancora la più estesa nazione del globo, non è il paese con le maggiori risorse naturali?
La Russia ha perso l’Unione Sovietica.
La perdita è anzitutto una questione di status: la Russia non è più quella grande potenza che era l’Unione Sovietica. Questo è chiaro ed evidente anche dall’Italia. Quello che è meno evidente è come, insieme all’URSS, siano crollate tutte le strutture su cui si reggeva la vita del cittadino sovietico. È questa non è più solo una questione di immagine, ma ha a che fare con la vita concreta delle persone.
In questi giorni sui giornali locali si susseguono le reazioni alla lettera che 2000 “cervelli” russi hanno scritto ai vertici della politica nazionale. Il senso è chiaro: se in Italia il problema della fuga dei cervelli riguarda forse qualche migliaio di persone, gli studiosi e i tecnici russi emigrati si calcolano in un milione. Andrej Nomerotskij, fisico dell’Università di Oxford, avverte: “Se continua così, tra 20 anni possiamo trovarci al livello scientifico dei paesi del Terzo Mondo”. 
Ma non si tratta, come avviene per l’Italia, di una fuga di singoli studiosi. Il problema, come nota ancora Nomerotskij, è che la fuga dei cervelli ha di fatto smantellato il sistema scientifico che aveva permesso all’URSS di raggiungere risultati di alto livello. Detto con un’immagine, è come se la fuga dei cervelli italiani avesse portato alla chiusura del CNR. Analogamente, infatti, per mancanza di personale sono stati chiusi o ridotti molti Centri di Ricerca dipendenti dall’Accademia delle Scienze. Puf!. Scomparsi.
Il crollo dell’URSS ha avuto drammatiche conseguenze sociali. Tutti gli “enti intermedi” che rendono possibile la vita di una persona negli stati moderni o sono in crisi o sono semplicemente scomparsi. La famiglia versa in gravissima crisi, così che qualche anno fa Putin ha intrapreso un programma per la sua stabilità e l’incremento demografico. Le associazioni partitiche, prima fra tutte il Komsomol, sono state smantellate, e niente sembra aver preso il loro posto. Se la vita del cittadino sovietico era fortemente condizionata da queste organizzazioni, la vita del cittadino russo è oggi praticamente priva di appoggi. Il Russo è solo davanti allo Stato.
Ma la perdita riguarda anche i “popoli fratelli”. L’Unione Sovietica è crollata e la CSI non ha preso il suo posto. Di fatto, a sentire la gente, lo spazio economico che l’URSS occupava non è stato ricreato su altre basi dalla CSI. Semplicemente, il crollo ha gettato milioni di cittadini dell’ex-URSS nella povertà. Sono quegli stessi Ucraini e Moldavi che vengono in Italia, e quelli che si accalcano a centinaia di migliaia, forse milioni nelle periferie di Mosca, una città di cui nessuno sa dire con esattezza la popolazione. E i Moscoviti vedono e compatiscono le donne ucraine e moldave che vendono pomodori e mele alle stazioni della metropolitana,
Turcmeni, Tagichi, Uzbechi che dormono ovunque in attesa di presentarsi al lavoro, da qualche parte, la mattina dopo. Compatiscono e il senso di perdita si allarga.
Da ultimo c’è il risentimento, così bene sfruttato da Putin, il risentimento verso i politici che hanno reso possible questa situazione. Primo fra tutti Gorbaciov. Che se da noi è un personaggio circondato da un’aureola di libertà, in Russia è visto sostanzialmente come colui che ha affossato l’Unione Sovietica perdendo la possibilità di dare la Russia ai Russi.
Con questo “buco” nell’anima, i Russi aspettano la prima neve.
Badanti, le schiere ucraìne degli angeli
Le schiere ucraìne degli angeli
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 25 settembre 2009
Sono coppie assortite, inconfondibili. Le vedi passare per il Corso nella tarda mattinata o a metà pomeriggio, per una sobria spesa quotidiana o per la messa feriale delle 5 e mezzo a Santa Lucia. Il vecchio rag. Casadei e la rossa Tanja, la maestra Ricci e Irina, la signorina Monti e Julija. I primi sono figure che a Forlì hai incontrato migliaia di volte, personaggi che hanno conosciuto i tuoi nonni e i tuoi genitori. Le seconde sono signore ucraine di mezza età, zigomi alti, pelle bianchissima, occhi trasparenti, ma soprattutto donne “solide” e “premurose”.
Sono le badanti.
Un esercito di due milioni di signore che popola silenziosamente le nostre città, che “cura”
i nostri anziani. Le abbiamo viste tutti aiutare un’anziana signora a contare gli spiccioli alla cassa della Conad, con una pazienza che ci fa meraviglia. Fosse per noi, per noi figli e nipoti di quell’anziana signora, la pazienza l’avremmo persa in due minuti, dopo due passeggiate e due spese.
Noi – abbiamo altro da fare.
Loro no. Loro – le badanti – sono qui in Italia per questo.
Si dirà: “È il loro lavoro”. Sì, ma come lo fanno! Con che cura, con che spirito! E poi, diciamolo francamente, non è un lavoro come un altro. È un lavoro di “applicazione” a una persona, spesso a una persona un po’ persa, che ripete da anni le stesse cose. Una persona 
E quel sostegno lo trovano in Tanja, Irina, Julija. In quelle ucraine metà dame di compagnia e metà infermiere, che hanno lasciato la loro famiglia a Kiev, a Karkhov, a Lviv dove mandano, mese dopo mese, i loro euro.
Un geriatra di Brescia, il prof. Marco Trabucchi, ha scritto recentemente delle parole significative sulle badanti che assistono i malati di Alzheimer: «Il lavoro di cura svolto dalle donne di famiglia e dalle badanti è tipico del genio femminile; troppe volte però la disponibilità è diventato un servizio non pagato e non stimato, quasi fosse un dovere naturale. La donna che presta assistenza spesso vive nella più completa solitudine, abbandonata da parenti ed amici, dedita alla persona ammalata che nelle fasi moderate e avanzate della malattia non è in grado di avere un minimo di rapporto con chi le vive attorno. In questi casi, la donna non solo esercita il lavoro pratico della cura, faticoso e continuo, ma esprime sensibilità profondissime, perché coglie in un atteggiamento del volto o del corpo significati che spesso sono incomprensibili a che non vive un rapporto di servizio intenso e amorevole».
In quello stesso articolo, il geriatra si scusa per l’uso di un termine – “badante”, appunto – che ritiene «poco rispettoso della generosità e dell’impegno che tante persone venute da lontano esprimono verso i nostri vecchi».Mah, non saprei. Mi pare che nel mondo della politically correctness, pieno di “operatori ecologici” e di “non-vedenti”, il termine “badante” esprima chiaramente, in modo diretto e popolare, proprio quel lavoro di cura tipico del genio femminile, quell’intelligenza empatica e relazionale che gli uomini spesso non sanno neanche cosa sia. Che esprima tutto quell’impegno che consiste nel “curare”, nel “badare qualcuno”: un impegno non certo inferiore al raggiungimento degli obiettivi di budget a cui molti uomini (e donne) in carriera si dedicano anima e corpo, incuranti degli altri, tutti presi dalla loro intelligenza monodirezionale. E nella «fine della materializzazione del lavoro svolta dalla modernità», nell’espandersi «della vera attività umana che è relazionale» – secondo l’opinione del sociologo Pierpaolo Donati – Tanja, Irina e Julija con la loro dedizione hanno qualcosa da insegnarci.
Badanti, le schiere ucraine degli angeli.

La sfida delle 100 cose. Povertà volontaria e anticonsumista
Povertà volontaria e anticonsumista
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 4 settembre 2009
Tra un paio di mesi finirà la scommessa che Dave Bruno ha fatto pubblicamente tramite il suo blog, la “Sfida delle 100 cose”. La cosa è nota, dopo che anche Repubblica ne ha scritto qualche mese fa. Così l’ha presentata il giornale fondato da Scalfari: «365 giorni da trascorrere con solo cento oggetti a disposizione, dal 12 novembre 2008 al 12 novembre 2009. 100 Thing Challenge, letteralmente la sfida delle cento cose, si chiama così l'impresa che Dave Bruno, 37 anni, imprenditore di San Diego ha deciso di compiere».
L’articolo di Repubblica si sofferma brevemente sulla filosofia anticonsumista di Dave Bruno, ricorda i precedenti dei monaci buddisti e di Albert Einstein, per passare direttamente alle cento cose scelte dall’imprenditore (una Bibbia, un MacBook Pro, una penna a sfera, un paio di occhiali da sole, un portafoglio, ecc.). Una scelta dura e anticonformista trasformata in curiosità da questionario da spiaggia, nella nuova moda che viene dagli Stati Uniti. Del tipo: “Se potessi portarti su un’isola deserta 5 libri quali prenderesti? Se dovessi vivere con 100 cose, cosa sceglieresti?”. 
Che Dave Bruno sia fondatore della ChristianAudio, che la sua scelta anticonsumista venga da una radicata convinzione cristiana, che insegni alla Point Loma Nazarene University di San Diego, una Università Cristiana di Arti Liberali (come si autodefinisce nel sito web): tutto questo è ininfluente per Repubblica.
Ma non vale neanche la pena di farsi il sangue cattivo con certi giornali, e dunque veniamo a noi.
Dave Bruno e la sua cristiana “Sfida delle 100 cose” è solo un esempio di un largo movimento di protesta contro il consumismo e a favore del «vivere semplicemente» (Simple living), della «semplicità volontaria» (Voluntary simplicity): una vita che si oppone al “more is better» (Di più è meglio) e abbraccia invece una filosofia che valorizza la famiglia, le relazioni amicali, la frugalità, la spiritualità.
Non a caso tra i suoi ispiratori viene segnalato E.F. Schumacher, quello di «piccolo è bello» (un libro e uno slogan vincente, almeno negli anni Settanta): «Ogni pazzo intelligente è capace di rendere le cose più grandi, più complicate e più violente. – Scriveva Schumacher. – Ci vuole un tocco di genio e un grande coraggio per andare nella direzione opposta».
“Semplicità volontaria” è quella di un ex-avvocato lautamente pagato che gliel’ha data su a una vita di benessere materiale ed ha abbracciato la bellezza e la libertà della semplice felicità, come recita il blog “Avventure nella Semplicità volontaria”. Naturalmente, possiamo liquidare questo ex-avvocato come uno scoppiato che non ce la faceva più a reggere lo stress di una professione che i romanzi di Grisham ci hanno fatto conoscere a dovere.
E tuttavia, se andiamo fino in fondo, abbiamo il dovere di capire come il rappresentante della categoria professionale meglio pagata della società più schifosamente benestante abbia potuto mettere in discussione una
«casa grande, un lavoro ormai privo di senso, un sacco di cose che si accumulavano, un mutuo che determinava la mia vita, la necessità di soldi extra di cui non avevo reale bisogno».
Dobbiamo cercare di capire come dalla messa in discussione dei “nemici” materiali, l’avvocato che ora si avventura nella Semplicità volontaria sia potuto giungere a combattere i “demoni interni” e a rivalutare il matrimonio e la cura dei figli.
No, mi spiace. C’è molto più qui di 100 cose da portarsi dietro. C’è forse la riscoperta di una nuova “sorella povertà”. Forse, dietro qualche ex-avvocato americano, c’è un nuovo san Francesco.
Se la sinistra dice no alla cultura popolare
Scuola: il pensiero unico degli intellettuali snob
Se la sinistra dice no alla cultura popolare
Giuseppe Ghini, La Voce di Romagna, 18 settembre 2009
È bastato che l’idea la tirasse fuori la Lega e subito il Centro Sinistra è saltato su come un gatto quando gli butti l’acqua addosso. «Esami di dialetto per i professori» – ha detto Bossi a metà estate. E subito si è alzata la cagnara. Mariangela Bastico, responsabile scuola del Partito Democratico, ha commentato che quella sul era una «boutade». Mariapia Garavaglia, la senatrice del PD, ha aggiunto che in questo modo «la Lega vuole sospingere indietro il Paese, innalzando continui steccati che, in un mondo aperto come quello attuale, finiscono per svolgere una sola funzione: quella di allontanare i nostri ragazzi dall'Europa, dall'innovazione e dunque dal futuro». Il Pd di Milano e della Lombardia, tramite i suoi responsabili della Formazione e della Scuola Marco Campione e Sara Valmaggi, ha espresso «sdegno e preoccupazione» e si è augurata «un sussulto d'orgoglio da parte del Parlamento che ha il dovere di dare l'unica risposta possibile di fronte a tanta abiezione». Addirittura…
Naturalmente non poteva mancare un riferimento alla Costituzione, la nuova Tavola della Legge della sinistra. Così la capogruppo del PD nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, ha tuonato che la proposta «è l'ennesimo tentativo di inserire nel nostro ordinamento norme incostituzionali che discriminano sulla base del territorio di provenienza».
La Gelmini ha provato a chiarire che, senza circoscrivere la questione al dialetto «la scuola deve occuparsi di trasmettere ai ragazzi la conoscenza dell'identità, della storia dei luoghi, della cultura di un determinato territorio».
Niente da fare. In odio alla Lega, la Sinistra ha perso anche quest’altro pezzo della sua storia, la difesa del dialetto e degli umili che quel dialetto parlavano.
D’altronde, che ci azzecca l’elettore odierno del PD con il cinema neorealista di Zavattini e Lizzani che promosse contemporaneamente gli “sciuscià” e il dialetto?
Cosa ne sa il lettore di Repubblica di Pasolini, della sua difesa del dialetto come lingua della cultura popolare, della scuola di poesia in italiano e dialetto che egli aprì nel 1943, dell’«Academiuta di Lenga Furlana» da lui fondata nel 1945, del suo lavoro di dialettologo, del suo progetto, una volta trasferitosi a Roma, dei romanzi “di borgata”, «Ragazzi di vita», «Una vita violenta» e «Accattone»?
Qualcuno potrebbe pensare che l’intellettuale di Sinistra sia almeno sulle posizioni di Antonello Trombadori, accademico e poeta in romanesco, ma a sentire la Garavaglia e la Bastico – neanche questo: sono semplicemente contro il dialetto in tutte le sue forme.
D’altronde Pasolini, proprio per i suoi interessi “dialettali” si avvicinò alle posizioni dell’autonomia friulana, un’autonomia approvata dalla Democrazia Cristiana, ma avversata dal Partito Comunista. E se si iscrisse al PCI proprio per l’ideale della giustizia nei confronti degli “ultimi”, fu prontamente cacciato dai dirigenti del PCI di Udine per il suo non-conformismo (non solo sessuale). 
E Trombadori, se militò tra le file del PCI fin dalla Resistenza, ne uscì negli anni Novanta dichiarandosi «non più comunista».
A guardar bene, forse hanno ragione la Garavaglia e la Bastico: dato il suo statalismo, la sinistra di derivazione comunista non ha nulla a che fare con il dialetto e la cultura popolare. Quello di Pasolini e di Trombadori è stato un equivoco: i sostenitori della Scuola Unica Statale non possono che sostenere una Lingua Unica Statale, senza inflessioni localistiche.
Mito della Costituzione, Scuola Unica Statale, Lingua Unica: questa la triade dello statalismo che caratterizza la Sinistra di cultura comunista.
Con questa triade, è il desiderio dei sostenitori della cultura unica, saremo finalmente tutti uguali, impareremo tutti le stesse cose da educatori apparentemente oggettivi e parleremo tutti la stessa lingua.
Sono questi intellettuali snob della sinistra statalista i più acerrimi avversari della cultura popolare, delle tradizioni locali di questo popolo reale, del dialetto in cui questo popolo continua a parlare nonostante l’imposizione illuminista della Lingua Unica.
Sono i “sacerdoti” e i “seguaci” di Repubblica i veri nemici del popolo.
Passerina da viaggio
Passerina da viaggio
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 28 agosto 2009
La scena: uno dei pochi “quattro stelle” non lontano dal Passo del Brennero, con una bellissima piscina interna ed esterna utilizzabile anche da chi prende solo un caffé al bar dell’albergo. Un sacco di gente, famiglie, bambini di tutte le età che passano dal prato alla piscina, dal minigolf al campo di beach volley. Intorno – lo splendido panorama delle Alpi Breonie, confine con l’Austria.
Nel bagno degli uomini (e perciò anche dei bambini) – la sorpresa. Oltre al solito distributore di profilattici, ce n’è un altro, mai visto. La scritta sulla macchina, però, lascia poco spazio ai dubbi: «Travel pussy» - «Passerina da viaggio». E per i germanofoni c’è un surplus di spiegazione: «die künstliche Vagina» - «vagina artificiale».
Misericordia! Dove siamo finiti…
Ma le donne – mi chiedo – come fanno a sopportare degli uomini così?!? Come fanno a tollerare questi uomini incontinenti, che lontano dalla moglie o dalla compagna, si «devono» consolare con una «passerina da viaggio»?
Che cosa spiegheranno i babbi che frequentano il lussuoso “quattro stelle” ai figlioletti che accompagnano nella toilette? Gli diranno forse: «Sai, quando la mamma è lontana…».
Non so, non voglio sapere nulla di più di questa ennesima autogiustificazione maschile, di questo sdoganamento anglo-tedesco della masturbazione.
Qualcuno dirà: ma è un fenomeno che è sempre esistito, è una cosa molto diffusa.
E allora?
Anche fumare le sigarette è fenomeno antico e diffuso; questo non ci impedisce di fare addirittura leggi che ne impediscono la vendita a chi ha meno di 16 anni.
Bere alcol è un fenomeno anche più antico e anche più diffuso; questo non ci impedisce di sanzionarlo con una legislazione che in alcuni stati è particolarmente severa e con una riprovazione sociale che con un certo allarme si vede attenuarsi.
E invece la ricerca del piacere sessuale al di fuori di una relazione sessuale passa così, allegramente, come qualcosa di diffuso e dunque di giustificabile. Nessuno ha niente da ridire, nessuno ne indica la contraddizione con la finalità della sessualità umana. Anzi, ti mettono la passerina da viaggio nei bagni dell’albergo, dell’aeroporto.
Ma voi, donne, non avete niente da dire? Vi va bene così? È questa la sessualità a cui aspirate?
Non pensate, almeno voi, che la sessualità debba essere vissuta in un contesto di vero amore, dove si attua un’autentica donazione reciproca?
Non credete che sia il caso di fare un’incursione nei bagni dei maschi e di buttare via i distributori di «travel pussy»?
Non credete che sia il caso di obbligare questi autentici animali che a volte sanno essere gli uomini ad un uso della sessualità più umano, capace di attendere quando si deve attendere, capace di rinunciare quando è il caso, capace amare con verità e intensità sempre?
Non credete, almeno voi, che amare significhi volere il bene dell’altro e che la sessualità sia da vivere all’interno di questo amore e non da soli, in patetica compagnia di una passerina da viaggio?
Mi appello a voi, donne: ribellatevi, ribellatevi, ribellatevi. 
Woodstock, la grande bufala del Peace and Love
Woodstock, la grande bufala del Peace and Love
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 7 agosto 2009
Ebbene sì: il quarantesimo anniversario del concerto di Woodstock no si farà. Peace and Love questa volta non ha funzionato. O meglio: il guadagno nascosto sotto il motto Peace and Love non è risultato essere sufficiente per gli organizzatori, anzi per l’organizzatore Michael Lang, lo stesso del concerto del 1969.

La storia del concerto di Woodstock è interessante. Passò alla storia come un evento hippie in cui 500.000 persone per 3 giorni ascoltarono alcune tra le più applaudite rock star del momento, si drogarono abbondantemente e vissero una libertà sessuale pressoché completa. Peace and Love, anno 1969, appunto.
Meno rumore fecero le vibranti proteste degli abitanti del luogo (i loro diritti, evidentemente, valevano meno di
quelli degli hippie), i due morti (almeno) provocati da overdose e imprudenza, le condizioni igieniche dei partecipanti, la montagna di dollari pagata dagli organizzatori alle rock star, i guadagni della Woodstock Ventures, la società creata per lucrare sul concerto.Già, perché, Peace and Love a parte, il concerto fu concepito e realizzato come una gigantesca macchina da soldi. I biglietti venduti furono circa 186.000 a costi variabili dai 18$ ai 24$, ciò che, calcolando l’inflazione di questi quarant’anni, corrisponde a circa 20 milioni di dollari.
Peace, Love and Dollars.
Il dibattito scaturito dall’evento Woodstock fu uno dei più stucchevoli dell’intero secolo XX. La società perbenista statunitense intendeva dimostrare che, sotto sotto, i 500.000 hippie di Woodstock erano dei violenti, dei trasgressori della quieta America degli anni Sessanta. I simpatizzanti del nuovo movimento hippie, al contrario, fecero di tutto per dimostrare che l’evento fu sostanzialmente una vera e propria affermazione del motto Peace and Love.Che scoperta! Dei ragazzi in piena tempesta ormonale fatti di canne e con una musica di sottofondo scopano per tre giorni senza farsi del male. Ah, che successo!
Cosa dimostrerebbe la cosa? Tre giorni di vacanza scopereccia potrebbero davvero suggerire una qualche soluzione per la vita reale, quella di tutti i giorni, dove i problemi non si dribblano con sesso, droga e rock ‘n roll, ma vanno affrontati e risolti?

Woodstock rappresentò mai per qualcuno al mondo una soluzione al problema dei conflitti bellici? Forse riunire in Cisgiordania Israeliani e Palestinesi, riempirli di hashish e spingerli al libero amore sarebbe di una qualche soluzione al conflitto in Medio Oriente?
Woodstock fu forse il prototipo di una convivenza seria tra persone, la convivenza in cui ci si sostiene a vicenda nella buona e nella cattiva sorte, quando si è felici e quando si diventa malinconici, quando si ha successo nel lavoro e quando si viene licenziati?
Woodstock, questa mitica convivenza pacifica di tre giorni, ha qualcosa da dire sui rapporti tra genitori e figli, sui rapporti tra marito e moglie, tra persone che si vogliono bene, tra colleghi di lavoro leali e sleali?
In definitiva: ma che cavolo è Woodstock?
Diciamolo sinceramente. Woodstock e il suo modello “peace and love”, sono una grottesca bufala. Il paradigma dei rapporti reali, quelli tra genitori e figli, ma più in generale quello tra persone che si vogliono bene, è l’esigere dall’altro, il volere il bene dell’altro, un bene che normalmente costa impegno, sacrificio. Peace and love non funziona mai, forse neanche in una vacanza di tre giorni, deposta ogni e qualunque responsabilità. Non a caso il trentennale di Woodstock, nel 1999, finì in violenze e denunce di stupri, almeno quattro. E qualcuno dice che, con la sensibilità di oggi, anche Woodstock 1969 sarebbe finito con denunce analoghe.Evviva, evviva. Il quarantennale di Woodstock non si farà.
In questo agosto del 2009, qualche ragazza americana non verrà stuprata.
«Di’ pure, cara, ti sto ascoltando…»
«Di’ pure, cara, ti sto ascoltando…»
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 26 giugno 2009
La scena è piuttosto abituale nelle nostre case. La moglie parla, racconta cose della giornata, se mai dei figli, cercando l’attenzione del marito.
Il quale, mentre ascolta, sfoglia il giornale, oppure guarda la televisione. Lei, dubbiosa, gli chiede “Ma mi stai ascoltando?”. Lui pensando di rassicurarla, risponde. “Di’ pure, cara, ti sto ascoltando…”.
E lei si arrabbia.
Oppure, lui cerca di leggerle un articolo interessante che ha appena trovato sul giornale. Lei continua a girare per la cucina, a preparare questo, spostare quest’altro, fa rumore di stoviglie, lui prova ad alzare il tono di voce, poi si ferma e lei, precedendolo: “Di’ pure, caro, ti sto ascoltando…”. E lui si arrabbia.
Già, che fatica ascoltare!
In un fantastico libro che compie vent’anni proprio in questo 2009, Stephen Covey sviscerava il problema dell’ascolto tra le persone. Il libro, intitolato in inglese The Seven Habits of Highly Effective People, e malamente tradotto in italiano I sette pilastri del successo o Le sette regole per avere successo
è un manuale obbligatorio per tutti i consulenti aziendali, quelli a cui i manager si rivolgono per acquisire o migliorare le loro competenze. Libro di grande successo, ha venduto in questi vent’anni oltre 15 milioni di copie, pur essendo snobbato dai programmi universitari che puntano a informare non a formare.
E siccome puntano a informare, nessuno in università insegna il Quinto comportamento abituale di Covey, il quinto abito-competenza che contribuisce alla formazione del leader, del manager: «Cerca prima di capire e poi di essere capito».
Ora, nota Covey, molto spesso noi ascoltiamo una persona non perché siamo desiderosi di sentire cosa ci dice, ma con un 
atteggiamento che varia dall’ignorare, al fingere di ascoltarla, fino a quello che si chiama ascolto selettivo. Il marito che ascolta facendo il Sudoku, probabilmente, si colloca tra la finzione e l’ascolto selettivo. E così pure tutti i nostri “Di’ pure, che ti ascolto”, con un orecchio rivolto all’interlocutore e la mente a tutt’altro. Siccome capita anche a noi di essere ascoltati in questa maniera, sappiamo bene quanto sia irritante, quanto ci faccia arrabbiare questo “ascolto-non ascolto”, questa comunicazione a metà.
Sappiamo anche quanto sia poco soddisfacente l’ascolto di chi, in realtà, sta già pensando a cosa risponderci.
Non ci capisce pienamente, non ci sta neanche ad ascoltare, sta semplicemente aspettando il momento di intervenire nel nostro discorso con la sua argomentazione. È un ascolto molto vicino al monologo. Odioso!
L’unico vero modo di ascoltare – dice Covey, - è l’ascolto attento di chi vuole ascoltare, di chi vuole comprendere. È l’ascolto empatico di chi cerca di mettersi realmente nei nostri panni. Invece di prestare attenzione con un orecchio solo, quando ascoltiamo così siamo coinvolti con tutta la nostra persona, intelletto e volontà, mente e corpo: parole, sguardi, atteggiamento del corpo, se mai contatto fisico con le mani a comunicare la nostra vicinanza, la nostra partecipazione. L’altro sente che siamo vicini emotivamente, che seguiamo la logica del suo ragionamento, che teniamo a lui.
Covey aggiunge anche alcuni comportamenti tipici dei questo tipo di ascolto, il ripetere le parole di chi ascoltiamo se mai riformulandole, oppure l’esprimere ciò che l’altro prova: tutti atteggiamenti che richiedono, di partenza, la volontà di uscire dal nostro “io” e di immergerci almeno temporaneamente nella persona del nostro interlocutore. Altro che il distratto, lontano e irritante “Di’ pure, cara, ti sto ascoltando…”!
Solo a questo punto, sostiene Covey, il manager, il leader, il marito, la moglie, possono cercare di farsi capire. E, di nuovo, possono farlo guardandosi dal punto di vista altrui, deautomatizzando la percezione di ciò che propongono. Perché, anche qui, siamo talmente immersi nel nostro “io” che diamo per scontato che gli altri sappiano tutto ciò che noi sappiamo. Conseguentemente, capita spesso che non ci facciamo capire.
E invece, sarebbe semplice, per farsi capire, cominciare dal soggetto, mettere verbo e predicato al posto giusto e poi disporre gli argomenti in modo logico, semplice. Se mai riscoprendo i vecchi pregi della Retorica antica: inventio, dispositio, elocutio. L’arte del cercare gli argomenti, di come disporli e di come presentarli, arti spesso ignote anche a chi della scrittura ha fatto il suo mestiere.
Il gen. Anders e la Madonna di Czestochowa
Dalle Memorie del gen Anders.
Nel febbraio del 1940 mi trovavo incarcerato alla Lubjanka, il carcere della Polizia politica (NKVD, poi KGB) al centro di Mosca. I carcerieri mi trovarono una Medaglia della Madonna Nera, me la tolsero e la calpestarono dicendo: “Vediamo un po’ se questa prostituta può esservi d’aiuto in un carcere sovietico!”. Molte volte in carcere feci sogni in relazione a questa medaglia. Continuavo a vedere il piccolo viso di Nostra Signora di Czestochowa, tanto simile a quella di Santa Teresa. Sentii la sua costante protezione su di me. Più udivo i sogghigni di quei senzadio attorno a me, più profonda si faceva la mia fede religiosa, fede che mi sostenne a superare le insufficienze umane di quei giorni spaventosi.
Quando poi fui liberato per costituire il Corpo d'Armata polacco contro i nazisti osservai che una
caratteristica del personale militare e civile che affluiva al campo di raccolta, quale che fosse la sua provenienza, era l’intensificato sentimento religioso. Non ne fui sorpreso, perché avevo vissuto la stessa esperienza.
La fede nella Divina Provvidenza, che aveva fatto un miracolo simile a tanti di noi, che sembravamo ormai condannati a morire di morte lenta e terribile, diventò, con il profondo amore per la Patria, uno dei cardini principali del nostro morale.
Sono un uomo duro e pur tuttavia sentivo come se qualcosa bollisse in me e gli occhi mi si gonfiavano di lacrime. Non me ne vergogno affatto, perché vidi tutti i vecchi soldati induriti dalle loro vicissitudini e che avevano affrontato la morte, gridare ripetutamente attorno a me. Pensai allora al sarcasmo degli uomini della NKVD, che avevano calpestato la piccola medaglia della Beata Vergine rinvenutami addosso.
Sfuggiti a Katyn. L'epopea del gen. Anders
Sfuggiti a Katyn
L'esercito polacco che liberò Montecassino
di Giuseppe Ghini
Libero, 20 giugno 2009
l'eroe di Montecassino, colui che aveva guidato il II Corpo d'Armata polacco alla liberazione di Ancona (Luglio 1944) e di Bologna (aprile 1945). Si trattava di memorie scomode scritte da un uomo duro, un soldato tutto d’un pezzo che non era disposto a passare sopra il tradimento degli Alleati nei confronti della Polonia. Non era neanche il primo libro del generale Anders. Il primo era uscito nel 1946 ed era dedicato al Massacro di Katyn. Non era un caso. Dopo essere stato ferito e catturato dai Sovietici nel 1939, Anders era stato imprigionato dalla Polizia politica (NKVD) nel carcere della Lubjanka, dove aveva trascorso 20 mesi tra interrogatori estenuanti, percosse, offerte di passare nell’Armata Rossa. Alla Lubjanka aveva fatto la sua personale conoscenza del sistema carcerario sovietico e della sua popolazione, salvo poi essere liberato nell’agosto del 1941, a seguito dell’attacco di Hitler all’Unione Sovietica. L’alleanza Anglo-Sovietica, infatti, comportava anche un accordo tra la Polonia, rappresentata dal Governo in esilio a Londra, e la stessa Unione Sovietica. I Polacchi, vittime del patto Molotov-Ribbentrop, diventavano ora alleati del carnefice sovietico: Anders venne liberato dal carcere e incaricato di costituire un’armata polacca per combattere i Nazisti al fianco degli Alleati.



Una delle prime evidenze a cui Anders dovette arrendersi fu l’esiguo numero di ufficiali polacchi che provenivano dai campi sovietici. Ancor prima che fossero scoperte dai Tedeschi le fosse di Katyn nel 1943, Anders stabilì che mancavano all’appello almeno 11.000 ufficiali internati a Starobielsk. Nelle memorie compare distintamente la preoccupazione per stabilire la lista nominativa degli ufficiali “dispersi”, consegnarla ai sovietici, ottenere informazioni: compaiono anche i verbali dei diversi colloqui tra Anders e Stalin sulla sorte degli ufficiali polacchi, nonché la famosa menzogna di quest’ultimo “Saranno fuggiti in Manciuria”.
Le testimonianze dei soldati polacchi che confluirono nel campo di raccolta dettero inoltre ad Anders la possibilità di ricostruire intere parti del macabro affresco del sistema concentrazionario sovietico, con accenti che anticipano addirittura l'Arcipelago Gulag di Solzhenicyn.
Il grande capolavoro di Anders fu il trasferimento del suo esercito dall’URSS all’Iraq attraverso la Persia nell’agosto del 1942. Alternando con i Sovietici diplomazia e pressione e contravvenendo agli ordini del Governo polacco in esilio, Anders riuscì a trasferire fuori dall’Unione Sovietica 115.000 polacchi, di cui solo 40.000 militari. Pochi mesi dopo, una nota del governo sovietico comunicava che tutti i polacchi rimasti nell’URSS era considerati cittadini sovietici. La finestra miracolosamente aperta da Anders si era richiusa.
I militari vennero addestrati in Iraq e poi in Siria, poi trasferiti in Italia e inquadrati nell’VIII Armata britannica. Tutto questo, mentre venivano alla luce le Fosse di Katyn che confermavano drammaticamente le informazioni raccolte dagli uomini di Anders e minavano profondamente la già fragile alleanza polacco-sovietica.
Il libro di Anders, che in inglese ha per titolo An army in exile, ma che in polacco si chiama Senza l’ultimo capitolo, segue parallelamente le battaglie del II Corpo d’Armata polacco e le vicende internazionali che coinvolsero i destini della Polonia. Da un lato, pertanto, documenta il valore dei soldati polacchi nella Battaglia di Montecassino, la quarta,
dopo che tre tentativi degli Alleati si erano infranti contro le postazioni fortificate tedesche; la serie di battaglie che portarono alla liberazione di Ancona nel luglio 1944, quindi, alla ripresa del conflitto nella primavera successiva, il passaggio della Linea Gotica, la significativa conquista di Predappio, l’entrata vittoriosa a Bologna il 21 aprile 1945 (sia Ancona, sia Bologna conferirono ad Anders la cittadinanza onoraria).D’altro lato, le memorie documentano la progressiva capitolazione di Churchill e Roosevelt davanti all’aggressività di Stalin, il loro assenso al sacrificio della Polonia, il voltafaccia nei confronti del Governo polacco in esilio a Londra e il riconoscimento in sua vece del Governo fantoccio costituito da Stalin (il cosiddetto Governo di Lublino),

l’assenso davanti alla politica del fatto compiuto che trasformò i Sovietici da liberatori in occupanti, fino all’assurdo riconoscimento da parte degli Alleati dei confini Sovietici tracciati dal Patto Molotov-Ribbentrop.
La logica conclusione fu che il II Corpo d’Armata polacco che aveva combattuto a fianco degli Alleati per liberare l’Europa dai Nazisti e aveva lasciato migliaia di morti a Montecassino, Ancona e Bologna (dove sono i grandi cimiteri militari polacchi), scoprì alla fine della guerra che la Polonia era passata sotto la sfera sovietica. Per i soldati che provenivano dai campi di lavoro in Siberia e che avevano le loro famiglie nel territorio che ora diventava Unione Sovietica, questo voleva dire una cosa sola: erano passati dall’inferno hitleriano a quello staliniano.
Anders venne dichiarato traditore dal Governo fantoccio polacco, gli fu tolta la cittadinanza e non venne invitato alla solenne Parata della Vittoria a Londra l’8 giugno 1946: in pratica, fu scaricato dagli alleati perché inviso a Stalin. Grandissimo stratega militare, ma, ancor più straordinario leader carismatico, così Anders riassunse la vicenda del II Corpo d’Armata polacco in Italia, dove oltre 2.000 polacchi rimasero dopo la smobilitazione: “Il carattere del nostro esercito era diverso da quello degli eserciti alleati combattenti in Italia. Noi fummo non soltanto un esercito, ma una piccola Polonia in marcia per dare la libertà alla nazione polacca. Non è per colpa nostra se ciò non è ancora avvenuto”.Gennaio 1918: finisce la democrazia in Russia
Gennaio 1918: finisce la democrazia in Russia
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 21 gennaio 2008
Era il gennaio 1918, precisamente il 5/18 gennaio 1918 (il 5 secondo il calendario giuliano allora in vigore in Russia e il 18 secondo il calendario gregoriano del resto dell’Europa; pochi giorni più tardi Lenin avrebbe annullato per decreto i 13 giorni di ritardo e la Russia avrebbe adeguato le sue date alla maggioranza delle nazioni progredite; di conseguenza, a partire dal 1918 l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre sarebbe stato celebrato il 6 di novembre).
Il Governo Bolscevico aveva già emanato i primi decreti: quello sulla pace unilaterale con cui si era cavato dal grande impiccio della I Guerra Mondiale e aveva sconfessato il debito estero del governo, estraniandosi così dall’economia del mondo occidentale; il decreto in cui sposava strumentalmente le tesi dei socialisti rivoluzionari sulla terra ai contadini, sfruttando la popolarità di questa posizione demagogica presso i soldati-contadini che disertavano ormai a centinaia di migliaia; quello sul monopolio della stampa con cui si assicurò l’esclusiva dell’informazione chiudendo quasi 150 giornali dell’opposizione; infine, il decreto con cui sanciva la legittimità della lotta ai controrivoluzionari, istituendo su espressa iniziativa di Lenin, già nel dicembre del 1917 il primo organo addetto alla repressione politica, la Commissione straordinaria panrussa (la famosa Ceka) con a capo Feliks Dzerzhinskij.
I Bolscevichi non avevato però osato annullare le elezioni dell’Assemblea Costituente, la cosiddetta IV Duma che avrebbe dovuto disegnare il progetto della Russia democratica post-zarista. La situazione che si venne a creare dopo le elezioni superava la più sfrenata immaginazione politica: il Governo Bolscevico che aveva realizzato il Rivolgimento dell’Ottobre – come ora viene chiamata la Rivoluzione nei manuali russi di storia– aveva ottenuto una sonora sconfitta: dei 707 eletti, ben 410 appartenevano ai Socialisti Rivoluzionari (un partito assai più moderato dei Bolscevichi, nonostante il nome), oltre 100 ai partiti nazionalisti e moderati, una ventina ai menscevichi e ai bolscevichi solo 175. 
Gli oltre 40 milioni di Russi che avevano avuto la possibilità di votare avevano pertanto sconfessato il partito di Lenin. Ma, come sarebbe poi accaduto molte altre volte, la sinistra comunista non si arrese alla realtà, non prese atto della sconfessione da parte del paese: al contrario, si costruì una legittimità alternativa, non più fondata sul consenso democratico, ma su di una presunta “verità rivoluzionaria”.
Non solo. Come spiegano gli storici – da ultimo Andrea Graziosi, nel suo informatissimo L’Urss di Lenin e di Stalin. Storia dell’Unione Sovietica, 1914-1945, Bologna, Il Mulino, 2007 – i bolscevichi erano caratterizzati dalla “pochezza della visione della società futura ereditata dal marxismo” e dal “primitivismo della concezione marxista dello stato”; la loro teoria faceva acqua dal punto di visto economico, dato che sognavano semplicemente una società senza mercato e senza moneta. E tuttavia vinsero. 
Vinsero grazie alla loro aggressività, alla loro spregiudicatezza morale, ad una spietata disciplina di partito. Come scrive nuovamente Graziosi, “al contrario dei loro nemici, essi furono pronti a utilizzare tutti i materiali disponibili e a cogliere la maggior parte delle possibilità offerte dagli eventi. […] Malgrado la loro forza elettorale, i partiti della sinistra antibolscevica e i liberali scontarono anche la loro incapacità di usare la forza, vale a dire di costruire e mettere in campo eserciti e organi repressivi efficaci anche perché spietati. Nella guerra civile i loro pregi – l’umanesimo, il rispetto per i diritti e la libertà si rivelarono altrettanti limiti, e socialisti rivoluzionari di ‘destra’, menscevichi e cadetti si trovarono inadatti alle circostanza, cadendo vittima delle repressioni di gruppi più piccoli e feroci”.
Questi gruppi piccoli e feroci, cioè i gruppi dei bolscevichi, agirono instancabilmente nella repressione feroce di ogni libertà, di ogni residuo di democrazia. I contadini che avevano creduto nella distribuzione della terra e nel pane, si videro nuovamente spossessati di entrambi in favore del monopolio statale sulla terra e sui cereali. La struttura stessa dello stato abbandonò la forma semi-anarchica dei “soviet dei contadini e degli operai” per approdare ad una forma paramilitare, retta con disciplina marziale dai Commissariati del Popolo. Il partito-stato dichiarò guerra al popolo contadino, al popolo russo, ucraino, alle libere comunità cosacche, alla nobiltà, ai commercianti, al piccolo nucleo di borghesia delle città, ai sacerdoti e ai monaci.
Ma tutto cominciò, appunto, il 5/18 gennaio 1918, quando l’Assemblea Costituente – che Lenin
aveva già definito come composta di “elementi tutti senza eccezione controrivoluzionari” – si riunì per la prima volta nel Palazzo di Tauride di Pietrogrado sfidando il potere dei Bolscevichi incarnato nel Comitato esecutivo centrale panrusso (VCIK). Preceduta dall’arresto dei suoi leader antibolscevichi più rappresentativi, la direzione dell’Assemblea fu immediatamente presa in mano dal braccio destro di Lenin, Sverdlov, che dichiarò aperta la riunione e chiese ai rappresentanti del popolo di adottare la Dichiarazione dei Diritti già approvata dal VCIK. Per dodici inutili ore i padri costituenti della Russia discussero di socialismo, di universalità e uguaglianza del suffragio. A mezzanotte la Dichiarazione dei Diritti bolscevica fu respinta in favore di una mozione della destra in cui si chiedeva di discutere gli affari di ordinaria amministrazione. Alle prime ore del mattino i bolscevichi abbandonarono la seduta, lamentando il fatto che era in mano ad una “maggioranza controrivoluzionaria”. 
Alle cinque del 6/19 gennaio 1918, il Comitato centrale del partito bolscevico, che era in seduta in un altro locale dell’edificio, entrò nell’aula dell’Assemblea Costituente e dichiarò conclusa la riunione “perché la guardia è stanca”. Un’Assemblea Costituente regolarmente eletta dovette aspettare il 1993, il crollo dell’Unione Sovietica e la fine del comunismo per riunirsi nuovamente.
Quel sottile veleno contro il matrimonio…
Quel sottile veleno contro il matrimonio…
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 1 maggio 2009
Nel 1939 lo svizzero Denis de Rougemont pubblicava un libro di straordinaria acutezza, L’amore e l’Occidente.
Partendo da Tristano e Isotta, l’autore ripercorreva il mito dell’amore-passione nella letteratura europea. «Se l’Occidente venisse giudicato solo dalla sua letteratura – scriveva de Rougemont – apparirebbe dedito solo all’adulterio». Se dovessimo dar retta ai testi della letteratura europea, infatti, sembrerebbe che l’amore per essere vero, autentico dovesse essere costitutivamente e pregiudizialmente CONTRO il matrimonio, al di fuori del matrimonio. Dovesse cioè essere - questa la tesi dello scrittore – legato a una passione autodistruttiva.
«Questo mito – affermava ancora il pensatore svizzero – si intravede nella maggior parte dei nostri romanzi e film, nel loro successo, nella compiacenza che si risveglia nel cuore dei borghesi, dei poeti, dei mal accoppiati, delle signorine che sognano amori miracolosi. Il mito agisce ovunque la passione d’amore è sognata come un ideale, non già temuta come una febbre maligna; ovunque la sua fatalità sia immaginata come una bella e desiderabile catastrofe, e non già temuta come una catastrofe».
È vero. Non è difficile dimostrare come la maggior parte delle storie d’amore nella letteratura europea riguardi un amore passionale che distrugge matrimoni, famiglie, vite. E che, laddove invece conduce al matrimonio, si ferma al nastro di partenza, si chiude con la festa di nozze. Così, da un lato, non si contano i romanzi di passioni adulterine, da Madame Bovary all’Amante di Lady Chatterley, da Anna Karenina 
all’Ulysses di Joyce, mentre I promessi sposi, straordinario romanzo d’amore, si chiudono proprio quando il matrimonio è finalmente possibile. Con tutto ciò, evidentemente, l’amore matrimoniale rimane un tabù.
Dalla letteratura alle serie televisive. Chi ha dato anche solo un’occhiata alle serie televisive americane che inondano i nostri palinsesti avrà notato che non ce n’è una che non presenti professionisti di altissima qualità che hanno situazioni familiari e relazionali terrificanti. Sembra anzi che il modello antropologico diffuso da queste serie abbia proprio questa doppia caratteristica: ottimo nella professione, pessimo nelle relazioni.
Qualche esempio.
Il dr. House, geniale primario di diagnostica, misantropo al punto da non visitare quasi mai i suoi pazienti, tratta malissimo i suoi collaboratori e allievi, ha relazioni affettive solo occasionali dopo i 5 anni passati con Stacy, è un asociale, dipendente da oppiacei, in compenso è grande appassionato di videogiochi e di siti porno su internet.
L’agente Gibbs di NCIS, da quanto sappiamo, ha avuto almeno 4 
mogli, tutte rosse di capelli e altrettante importanti relazioni sentimentali. Jack Malone, l’ottimo capo della squadra di Senza traccia, ha divorziato dalla moglie avvocato che non vedeva mai a causa dei ritmi di lavoro, ragion per cui le due figlie sono state affidate alla madre; ha avuto una relazione con un’agente, poi con la vedova di un altro agente, con cui ha avuto un figlio morto per aborto spontaneo, si è di nuovo messo con la prima agente bionda, ecc. Non è necessario soffermarsi su E.R. dove tutti, medici e infermieri, sembrano vivere letteralmente solo dentro l’Ospedale, senz’altra relazione affettiva e sociale, e dove cambiano periodicamente partner fino ad esaurimento dei rappresentanti dell’altro sesso (ma non solo). Alla fine, tutti vanno con tutti.
Curiosamente, nella vita reale i protagonisti di queste serie hanno una vita sentimentale molto più regolare. Naturalmente, mi rendo conto dei limiti di un confronto tra la “vita” di questi personaggi e la vita reale degli attori che li impersonano, e che avrebbe più senso confrontarli statisticamente con i medici, i detective ecc.. Probabilmente è vero. Tuttavia, dato che il mondo del cinema ha fama di essere perfino più disastrato di quello dei medici e degli agenti di polizia da questo punto di vista, anche un confronto con gli attori reali può essere interessante.
Dunque, Hugh Laurie – il dr. House – è felicemente e tranquillamente sposato con una sola moglie e tre figli. Mark Harmon – l’agente Gibbs – è sposato una sola volta e ha due figli; in passato si è preso cura dei figli della sorella drogata, e, dopo che questa ebbe divorziato, ha cercato di ottenere la custodia del figlio di lei, Sam, per assicurargli un migliore ambiente familiare. 
Kerry Weaver la dottoressa lesbica di E.R., che nella fiction dopo una prima relazione con una dottoressa inglese, si accompagna ad una vigilessa del fuoco, cerca di avere un bambino con inseminazione artificiale, soffre per un aborto spontaneo, poi convince la compagna ad avere un bambino, è tranquillamente sposata con una marito, da cui ha avuto un bambino e ne ha adottato un altro. Neanche le altre due donne sono lesbiche: sono entrambe sposate e hanno figli. Insomma famiglie normali. Famiglie normali in un ambiente difficile come quello del cinema dove la normalità sembra non essere di casa.
Dalla letteratura ottocentesca alle fiction televisive americane, questo sembra essere il modello che ci viene proposto: eroi in cerca di una vita autentica, splendidi professionisti, pessimi nelle relazioni umane e affettive. Quasi che per essere un vero eroe e uno splendido professionista si dovesse necessariamente essere pessimi nelle relazioni umane e affettive. Come se l’uomo ricco di umanità e il genio nel lavoro dovesse necessariamente essere uno sregolato nella vita affettiva.
Gli ottimi attori che impersonano il dr. House e l’agente Gibbs e i medici di E.R. testimoniano che siamo di fronte a una versione del mito dell’amore antimatrimonialista e che invece si può essere contemporamente grandi professionisti e mariti fedeli, donne impegnate nel lavoro e splendide mogli.
Quando il coniuge non vuole…
Quando il coniuge non vuole…
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 3 aprile 2009
Sempre che non sia un pesce d’aprile, è arrivata la notizia che il presidente dell’Afghanistan
Hamid Karzai starebbe per firmare una legge che regola, tra le altre cose, il cosiddetto “debito coniugale” tra le famiglie appartenenti all’etnia Hazara, una consistente minoranza di ascendenza mongola. La ricetta di Karzai, contenuta nell’art. 132 del nuovo “Diritto di famiglia Shia” stabilisce che il marito ha il diritto di pretendere rapporti sessuali con la moglie anche senza il suo consenso almeno una volta ogni 4 notti, tranne in caso di malattia.
L’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei diritti delle donne, pur in assenza del testo del decreto, ha protestato, bollandola come “legge pro-stupro”. Parlamentari di tutti il mondo si sono associati alla protesta, anche perché la legge sembrerebbe prevedere anche l’obbligo della moglie di ottenere il permesso del marito per uscire di casa, per farsi visitare da un medico, per andare a scuola e al lavoro.
Una legge orribile, retrograda, maschilista, peggiore di quella dei talebani… 
Noi Italiani, com’è noto, abbiamo tutte le carte in regola per insegnare come si risolve giuridicamente alla radice la questione del “debito coniugale”. Anzitutto la Cassazione ha stabilito che la sfera sessuale dei coniugi ha una valenza giuridica, e che “il congiungimento fra coniugi concretizza la soddisfazione delle esigenze fisico-morali dei coniugi, per cui l’ingiustificato diniego del rapporto sessuale cagiona un venir meno all’obbligo di assistenza”. Non credo sia necessario tradurre dal “giuridichese” all’italiano: ognuno sa meglio degli impacciati giudici della Cassazione ciò di cui si parla. Recentemente la stessa Cassazione ha condannato il marito che si era rifiutato “di intrattenere per ben sette anni normali rapporti affettivi e sessuali con il coniuge, con gravissima offesa alla dignità e alla personalità del partner e provocando in lui frustrazione e disagio”. La condanna è motivata dal fatto che “ove volontariamente posto in essere, il rifiuto alla assistenza affettiva ovvero alla prestazione sessuale rende impossibile all’altro il soddisfacimento delle proprie esigenze di vita dal punto di vista affettivo e l’esplicarsi della comunione di vita nel suo profondo significato”. Purtroppo i giornali non hanno pubblicato le fotografie del marito che per sette anni si “è rifiutato di intrattenere rapporti sessuali con la moglie”, e neppure quelle della moglie che il marito ha eluso per sette lunghissimi anni: forse avrebbero potuto spiegare qualcosa…
D’altro canto, spiega la nostra giurisprudenza, esistono dei limiti alla “pretesa coniugale”. “Quando risulti che il cosiddetto debito coniugale sia normalmente soddisfatto da un coniuge nei confronti dell’altro, – ha stabilito la Cassazione – è legittimo il rifiuto che, una volta tanto, il coniuge adempiente opponga all’amplesso sessuale richiesto dall’altro coniuge, specie quando esso trovi giustificazione nelle particolari condizioni fisiche e psichiche di quel momento”. Stando alle sentenze della Cassazione, tuttavia, il rifiuto alla prestazione sessuale, non può essere pretestuoso. Così, nel 2005, è stato condannato un marito che si negava alla moglie per il fatto che questa di era schierata contro di lui in una controversia familiare.
Con grande gioia dei giornali scandalistici, ogni tanto i tribunali si devono occupare anche dell’altro eccesso, di quando cioè uno dei due coniugi “pretende dall’altro un’irragionevole frequenza di rapporti”. Due condanne simmetriche dei tribunali di Venezia e Milano hanno chiarito anche “quanto spesso” marito e moglie possono esigersi l’un l’altra.
Naturalmente, nel caso in cui uno dei due coniugi venga obbligato ad un rapporto sessuale contro la sua volontà, il diritto italiano ha previsto che si applichino le norme sulla violenza sessuale: non c’è nessuna differenza se chi compie la violenza è il marito o un estraneo. “Il coniuge – spiega ancora la Cassazione – non si priva incondizionatamente nei confronti dell’altro coniuge del potere di disporre del proprio corpo, né perde la naturale libertà di negare la prestazione sessuale”.
***
Com’è evidente dalla stessa goffaggine lessicale e dall’incongruenza logica, il diritto sembra davvero “incompetente” su tali questioni. Lasciando doverosamente da parte gli atti di violenza che possono aver luogo anche all’interno del matrimonio, e pure i sette anni di astinenza forzata, come si fa a giudicare a colpi di codice l’amore e il bisticcio tra due coniugi?
E inoltre, come si può dire che un coniuge “non perde la naturale libertà di negare la prestazione sessuale” e contemporaneamente sostenere che esiste una ragionevole aspettativa di “intrattenere normali rapporti sessuali”? Un coniuge è libero di dire di no, oppure non è libero? È una libertà condizionata?
Da ultimo: quando i Tribunali hanno condannato un coniuge nei casi precedenti cosa hanno fatto? Hanno consentito all’altro la separazione e poi il divorzio. In altre parole, per sanare il torto di un coniuge, hanno distrutto il matrimonio. Geniale, no?
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Una certa linea femminista taglia la testa (e non solo quella)
al toro e afferma più decisamente che “la nozione di ‘debito
coniugale’ è servita per secoli a ‘custodire’ lo stupro da parte del marito nel mondo Occidentale. Il debito coniugale implica un diritto di proprietà che l’uomo come soggetto ha sulla donna in quanto oggetto” (Diane Elam).
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A differenza dei giudici della Corte di Cassazione e delle femministe, le autorità della tradizione cristiana da san Paolo fino al recente Catechismo della Chiesa Cattolica insistono in modo esplicito sulla “donazione reciproca definitiva” (CCC 1643). 
“Il marito renda alla moglie il debito coniugale e lo stesso faccia la moglie col marito. La moglie non è più padrona del proprio corpo, bensì il marito; allo stesso modo non è più padrone del proprio corpo nemmeno il marito, ma la moglie. Non privatevi l'uno dell'altro se non di mutuo accordo e temporaneamente per dedicarvi alla preghiera ma di nuovo riunitevi insieme” (1 Lettera ai Corinzi).
Con saggezza antica, commentando le parole di san Paolo, così consigliava San Giovanni Crisostomo ai giovani cristiani di Costantinopoli per la prima notte coniugale: “Dopo che avrai celebrato le nozze, avendo eliminato da esse tutti canti turpi, satanici e i ritornelli volgari, accostando a te tua moglie, plasmala sapientemente, lasciando durare per lungo tempo il suo senso del pudore, senza infrangerlo bruscamente. Tu quindi non violare bruscamente questo senso del pudore come fanno gli uomini dissoluti, ma fallo durare per lungo tempo”. E, più recentemente, il Dizionario di teologia morale diretto dal card. Palazzini, consigliava: “Quando uno dei due coniugi non è disposto a compiere l’atto sessuale, l’altro dovrà evitare, in omaggio alla carità, di esigerlo”. 
Questo è (era?) il nostro matrimonio, luogo in cui sommergere il coniuge di amore, di premure, di “facciamo quello che vuoi tu”, non luogo in cui accampare diritti col codice alla mano e la verità in tasca, aspettando nel buio della tenda afgana lo scoccare della quinta notte.
La minaccia dei centri storici: il global kakking
Global kakking
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 27 febbraio 2009
La signora che da un po’ di tempo porta a passeggio il suo bassotto davanti a casa mia ha deciso, evidentemente, che raccogliere le cacche del suo cane non è affare che la riguardi. Altrettanto evidentemente, il suo cane, che è dotato di un formidabile apparato gastrointestinale, trova di suo gradimento questa tranquilla strada di Forlì, con poco viavai e un’illuminazione molto discreta. Il risultato è quello del titolo: global kakking.
Mi rendo conto che il tema è un po’ antipatico, anzi, diciamolo pure, “schifoso”. E tuttavia è un problema reale, sentito, quotidiano. Anzitutto occorre chiarire che non tutti i padroni dei cani sono come la signora di cui parlavo. No, tutt’altro: molti portano in giro il cane armati di sacchetto appropriato alla bisogna, vincendo un certo imbarazzo e una certa repulsione, perfettamente consapevoli che il grado di civiltà di un paese si misura anche da queste piccole-grandi forme di rispetto. 
Certo, molti di loro si chiederanno perché devono pagare una tassa aggiuntiva per la proprietà di un cane, se poi devono loro stessi provvedere ai vaccini, alle cure – tutte a pagamento – nonché alla pulizia delle strade. Non so, bisognerebbe chiedere ai sindaci: a me pare che sia una tassa come molte altre, priva di un riferimento concreto alla realtà. L’hanno messa sui cani, ma potevano metterla sui forni a microonde o sulle cravatte, è un modo come un altro per spremere i cittadini senza assicurare nessun servizio. Ma tant’è: il bravo padrone del cane conosce le conseguenze della sua scelta e, con grande civiltà, non scarica sulle spalle altrui il compito di pulire i marciapiedi delle cacche del suo amico a quattro zampe.
Poi ci sono quelli come la gentile signora che porta a spasso il suo bassotto davanti a casa mia che invece pensano che il loro quadrupede debba essere “a carico” della comunità. È una mentalità piuttosto diffusa in Italia: privatizzazione dei guadagni (in questo caso l’affetto del cane), socializzazione delle perdite (in senso letterale).
Bologna, ad esempio, da questo punto di vista è una città straordinariamente incivile: da anni, infatti, il centro storico è infestato di cacche di cane, anche sotto i portici giustamente famosi. Se non si sta più che attenti, se non si cammina con lo sguardo perennemente rivolto a terra, si rischia di portare a casa ricordi assai sgradevoli. Tempo fa, a metà di via Indipendenza, fu approntato addirittura un “gabinetto per cani”, un piccolo quadrato di sabbia con ovvia destinazione d’uso. Naturalmente, però, chi era convinto che il cane fosse “a carico della comunità” non si prendeva la briga di portarlo fino al suo “gabinetto”. Risultato: tutto come prima, global kakking.
L’inciviltà più grande è, naturalmente, nei confronti dei ciechi. All’università ero in appartamento con uno studente cieco di nome Ugo. Non vi dico quanto era schifato per quella che per noi è una mancanza di rispetto, ma che nel suo caso si rivelava essere una continua minaccia: camminare senza sapere cosa pesterai, perché qualche tuo concittadino incivile non si preoccupa di tirar su le cacche del suo cane. Era un ragazzo mite, molto realista, che aveva in odio le false forme di rispetto. “Che sciocchezza – diceva – tutta questa storia di chiamarci ‘non vedenti’. Io sono cieco. Non mi vergogno di esserlo e non mi offendo se qualcuno mi definisce cieco. Ho frequentato l’Istituto per ciechi ‘Cavazza’, all’università posso dare solo esami orali perché sono cieco, sono perfettamente consapevole dei miei limiti fisici. Ma, per favore, evitate almeno di riempire i marciapiedi di cacche di cane. Questo sì che sarebbe un modo di rispettare i ciechi. Altro che chiamarci ‘non vedenti’!”.
Ci lamentiamo della classe politica distante dal mondo reale, della burocrazia che tiranneggia il cittadino con ritardi inconcepibili, ci lamentiamo dei magistrati che impiegano anni per scrivere una sentenza: tutto vero, per carità, sono cose che rendono la nostra Italia un paese di cui è talvolta difficile non vergognarsi, storture di cui è difficile vedere una possibile soluzione. Ma raccogliere le cacche del nostro cane è una cosa possibile, facile. Un piccolo contributo ad una società più civile.
Gioele dixit: il comico nasce dal dolore
Gioele Dix in cattedra a Urbino
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 24 gennaio 2009
Quest’anno, il mio corso di letteratura russa all’Università di Urbino ha avuto come tema il Comico in Gogol’, l’autore delle “Anime morte”, del “Revisore” e del “Cappotto”. È un corso standard nel curriculum di un professore di letteratura russa. Con due eccezioni. La prima è che un modulo del corso è stato tenuto dagli studenti stessi, che hanno letto diversi libri di studiosi del comico (Pirandello, Bergson, Bachtin ecc.) e hanno provato ad applicarne le tesi alle opere di Gogol’.
La seconda innovazione è stata che, cercando dei riferimenti all’attualità per vivacizzare la lezione, ho pensato a Gioele Dix. Ho pensato a Gioele Dix e ho scritto una e-mail al suo ufficio stampa. «Caro Gioele Dix, sono un professore ecc. ecc. Quest’anno tengo un corso il cui oggetto principale è quella percezione della realtà in cui il riso è unito alle lacrime, e il comico e il serio si presentano come due lati di un'unica comprensione del mondo. Mentre questa forma di comprensione del mondo era piuttosto diffusa nei secoli passati, oggi è praticamente scomparsa a favore di comprensioni unilaterali della realtà: o completamente comiche, o completamente serie. Uno dei pochi esempi rimasti e che ho proposto ai miei studenti è rappresentato dal suo spettacolo e libro “La Bibbia ha quasi sempre ragione”.
La mia impressione è che lei creda nella Bibbia e contemporaneamente sappia sorriderne, addirittura riderne.
Questa mail è per vagliare la sua disponibilità a tenere una Lezione Accademica ai miei studenti all'Università di Urbino nei prossimi mesi». Firmo la mail, e la lancio nel vuoto di internet con poca speranza, anzi nessuna. Chi sono io per chiedere a Gioele Dix di fare una lezione? E perché dovrebbe scomodarsi? E chissà quanto vuole?
Passa un giorno e MR dell’ufficio stampa di Gioele Dix risponde: “Caro professore, Gioele sarebbe felice di accettare il suo invito”. Casco dalla sedia. Cos’è successo? Nelle mail successive prosegue il mondo alla rovescia: “Gioele la ringrazia infinitamente per la disponibilità di tenere questo incontro”. Tra l’altro, non vuole nessun compenso. Sto sognando, evidentemente. E con me sognano i miei studenti, improvvisamente catapultati da San Pietroburgo a Zelig, da Gogol’ a Gioele Dix.
*
L’altro giorno – l’incontro. Straordinario. Umanissimo. Comicità e vita, racconti di successi e fallimenti. Racconto di uno sguardo sul mondo che è il suo, di Gioele, uno sguardo in cui ciò che è comico nasce dal dolore («Comico e tragico attingono allo stesso baule del dolore, se tutto andasse bene i comici non avrebbero materiale»).

Gli studenti, arrivati a Urbino per l’occasione – in università è periodo di esami e per uno studente in questa situazione, si sa, anche due ore sono tempo preziosissimo… - sono incantati. I professori che partecipano all’incontro, qualcuno con qualche prevenzione, sono ancora più incantati. Non dal personaggio: Gioele non ha nessun atteggiamento da primadonna, non conosce il distacco, la superiorità rispetto alla platea. Anzi, spiega che il passaggio dal teatro di prosa al cabaret è stato per lui anzitutto il passaggio da un pubblico solo intuito per i colpi di tosse nel buio della sala, a un pubblico in piena luce che fa battute e che partecipa allo spettacolo. Sono incantati – dicevo – non dal personaggio, ma dalla persona che racconta e parla e spiega i dettagli delle sue scelte. Racconta con grande umiltà per un’ora e mezzo, volata via in un soffio. Racconta com’è nato il personaggio dell’Automobilista in….ato: l’accorgersi di diventare aggressivo per il traffico folle delle grandi città e lo scoprire che questa aggressività è comune a tutti gli automobilisti, è valore condiviso che il comico “vede” e di cui si fa interprete (a proposito degli occhiali neri spiega: «Temevo che potessero allontanarmi dal pubblico: invece no. Hanno funzionato come la maschera nella commedia dell’arte, la maschera che annulla il singolo e permette a tutti di riconoscersi nel personaggio»).

Il suo intervento, mi fa notare poi una professoressa esperta di teatro, «è stato l’intervento di un comico che parlava come uno scrittore dotato di notevoli capacità critiche. Misurato, intelligente, ha privilegiato l’ironia sottile al facile consenso ottenuto con le battute». Non che le battute non ci siano state, s’intende, però erano mescolate alla riflessione maturata col suo stesso lavoro di comico: un comico maturo che esponeva con serietà e comicità insieme il suo sguardo ambivalente sul mondo.
Le domande si alternano alle spiegazioni. «La sua spiegazione sulla differenza tra teatro drammatico e tragedia – mi confida una raffinatissima filologa del mio ateneo – non se la dimenticheranno più, gli studenti che erano presenti». Veniamo al dunque, a quella forma di comico che non presenta un riso che deride, che abbassa l’oggetto della risata, un riso di superiorità (come notava già Thomas Hobbes nel Seicento); una forma di comico che non è neanche il comico leggero, la barzelletta pura e semplice. Parliamo cioè di quello sguardo sulla realtà in cui la compassione si sposa all’ironia: Akakij Akakievich – l’impiegatuccio protagonista del “Cappotto” - contemporaneamente preso in giro e commiserato da Gogol’; Alberto Tomba - critico d’arte (indimenticabile personaggio di «Mai dire gol» della Gialappa’s) contemporaneamente interprete della rivolta dell'uomo della strada contro le astruserie della critica d’arte e sempliciotto ridicolizzato perché non capisce nulla di pittura.

Gioele racconta della scoperta della sua ebraicità, del rispetto e dell’affetto che nutre per la Bibbia e della contemporanea possibilità di riderne, nell’ambito di quella perenne discussione del testo scritto che caratterizza la cultura ebraica.
Dice che questo suo modo di parlare della Bibbia è stato apprezzato anche dal Card. Bertone che l’ha invitato a Genova («Dica tutto quello che vuole – si è raccomandato. – Solo non li faccia ridere troppo: dopo devo parlare io») e dal grande biblista Gianfranco Ravasi. Segno che “ridere” della Bibbia è possibile, che il detto «scherza coi fanti, ma lascia stare i santi» vale solo per le persone schematiche, ingessate in una società formale.
Compassione e comicità, empatia e sorriso: sì, può avvenire, in un clima di grande affetto, in famiglia, tra amici non permalosi. Gioele Dix ne è la dimostrazione.
L’etica della vicenda Kakà
L’etica della vicenda Kakà
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 23 gennaio 2009
Il trasferimento di Kakà al Manchester City è stato il tormentone della settimana. Vale la pena parlarne. Ma c’è una riflessione ancora più importante della rinuncia di Kakà al mucchio di soldi offerto dalla squadra di calcio inglese. La cosa più interessante non è se Kakà abbia rinunciato per un ideale, oppure perché condizionato da Berlusconi, o perché spera nel rilancio dell’offerta da parte del Real Madrid o per mille altri motivi che i soliti dietrologi (interisti) hanno immediatamente individuato con assoluta certezza. La cosa più importante non è neanche se Kakà finirà poi effettivamente per giocare in Italia, in Inghilterra o in Spagna.
No. La cosa più interessante è la nostra unanime reazione davanti alla vicenda. Nel senso che, a parte gli invidiosi – gli invidiosi della potenza calcistica milanista, come pure gli invidiosi di questo talento giovane, bello, ricco, nonché felicemente sposato – dicevo, a parte gli invidiosi che non riescono a esprimere un giudizio sereno sulla sua rinuncia, tutti gli altri sono unanimi: Ricardo Kakà ha fatto bene. Come mi confermavano interisti e juventini non invidiosi questo non è un sentimento esclusivo dei milanisti. Tutti sono d’accordo: bravo Kakà.
Ora, mi chiedo. Perché questa reazione unanime? Il motivo è uno solo: noi siamo felici perché un uomo ha dimostrato che i soldi non sono tutto nella vita. Un uomo a cui era stata fatta un’offerta favolosa, ha dimostrato che si può rinunciare anche ad una montagna di soldi. Che ci sono altre cose che valgono più dei soldi. Vorrei anche dire che quando queste cose le dice Berlusconi, be’ perdono un po’ di significato… Ma – Berlusca o mica Berlusca – tutti noi abbiamo fatto il tifo perché Kakà, per una settimana diventato una sorta di eroe universale – vincesse la tentazione.
Sì, ci siamo detti in cuor nostro. C’è qualcosa che vale più dei soldi. E tu, Kakà, lo devi dimostrare davanti all’offerta più generosa mai fatta ad un calciatore. Cosa c’era sull’altro piatto della bilancia? In realtà su quel piatto immaginario noi avevamo messo molto di simbolico e poco di reale: la maglia del Milan, la fedeltà a un gruppo di amici, alla squadra che lo ha valorizzato…
Per una settimana abbiamo fatto finta che non si trattasse di un gruppo di professionisti dai guadagni spropositati, professionisti ognuno dei quali fattura come un’azienda di dimensioni non banali. Abbiamo invece immaginato un calcio inesistente, mitico, che non esiste più, ma che forse per questo è desiderato con ancora maggiore nostalgia. Il calcio di tanti anni fa, quando davvero una squadra era un gruppo di ragazzi e non una consociata di aziende, il calcio in cui Gigi Riva rinunciava a trasferirsi alla Juventus di Agnelli per restare a Cagliari, a condividere la sorte dei sardi. E rinunciava così a soldi e fama.
Il caso di Kakà è diverso. Kakà non rimane in Sardegna, rinuncia a mezza barca di soldi per restare in una squadra vincente e non è neanche detto che da un punto di vista utilitaristico questa scelta, tutto considerato, sia la meno conveniente.
Ma, ripeto, non sta qui il nocciolo morale della vicenda. Il nocciolo sta nel nostro atteggiamento. Noi conosciamo la fatica di andare d’accordo, la fatica e la bellezza di raggiungere un risultato di squadra, di gruppo. Sappiamo quanto è esaltante “fare squadra”, e squadra scelta, di specialisti. Lo sappiamo noi e lo sanno anche tutti i registi e i romanzieri che da secoli inventano storie su un gruppo di uomini scelti: dai “Cavalieri di Re Artù” a “Una sporca dozzina”, da “I tre moschettieri” a “CSI”, dalla ”Compagnia dell'anello" ai “Fantastici quattro”.
E per una settimana abbiamo voluto vedere nel Milan un gruppo di specialisti, una squadra di questo tipo. E in Kakà l’eroe capace di sputare sui soldi – sull’offerta che non si può rifiutare – in nome di quell’amicizia, di quei legami di squadra.
È così: noi vogliamo identificarci in qualcuno capace di sputare sui soldi. Anche chi in realtà è lì col cappello in mano davanti a 100 euro, anzi lui più di tutti vuole identificarsi in qualcuno capace di sputare sui soldi. È il segno che la morale, la morale vera, intesa rettamente, non è imposta dall’esterno, da un’autorità che ci è estranea. La morale viene da dentro di noi. Non ci ha detto papa Ratzinger – che, peraltro, sulla vicenda ha scelto il silenzio stampa - di tifare per il nobile rifiuto di Kakà. Ce lo ha imposto la morale che abbiamo dentro il nostro cuore. Dove sono scolpiti i valori per cui vivere e morire.
Sta in piedi una società senza sacrificio?
Sta in piedi una società senza sacrificio?
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 5 dicembre 2008
Discorsi del popolo della notte, raccolti in un autobus extraurbano. Non posso fare a meno di sentire: parlano tutti a voce altissima, anche perché hanno entrambi gli auricolari dell’iPod infilati nelle orecchie («Come sarà successo? – mi domando preoccupato. – La nuova generazione nasce con l’iPod incorporato o gli trapiantano immediatamente gli auricolari nel reparto chirurgia neonatale?»).
Una ragazza si lamenta a voce spiegata.
- Il mio ragazzo è assurdo, alle 3 vuole già andarsene dalla discoteca!
- Ma no, dai, non ci credo. Cos’ha, non gli piace ballare? – replica qualcuno.
- Sì, ballare gli piace. È che lui lavora, non studia all’università come facciamo noi, e dopo che ha ballato due ore dice che è stanco e vuole andare a casa…
- E cosa va a fare a casa alle 3?
- Boh, non lo so. Però è certo che non ha mai visto chiudere una discoteca.
Costernazione generale. Il gruppo commisera la povera ragazza costretta da un ragazzo “assurdo” ad abbandonare anzitempo le gioie della notte. Rinuncio a polemizzare: sono stanco almeno quanto il ragazzo “assurdo” e preferisco ragionare tra me sui valori di questi ragazzi. Provo a immaginarli tra qualche anno. Metteranno su famiglia? Continueranno a coltivare ballo e sballo fino alle 5 di mattina? Hanno un qualche obiettivo di durata più che settimanale? Ma forse sono domande inutili. È una generazione che non ha nessuna intenzione di mettere su famiglia, di alzarsi in piena notte per consolare un figlio che ha mal di pancia perché mette su i primi denti. Una generazione che compiange chi lavora perché alle 3 di mattina ha sonno.
* * *
La considerazione più decisiva, però, è l’ultima, quella sugli obiettivi di questi ragazzi. 
Questi sono i figli dei Sessantottini, i figli di coloro che per primi sdoganarono la cultura dello sballo, degli assertori della «bellezza di infrangere ogni limite», anzi di coloro che bollarono ogni limite come borghese e dunque inaccettabile. La critica alla società borghese è finita chissà dove, è rimasto solo lo sballo. Le colpe dei padri ricadono sui figli, a quanto pare.
Ma una generazione senza obiettivi a cosa può portare? Sono troppo cinico se, da un semplice scambio di battute in autobus, deduco che una parte almeno della nuova generazione ha come unico obiettivo lo sballo? Che vive immersa nel puro contingente, senza fini che non siano il divertimento immediato? Sono troppo drastico se mi chiedo dove si può fermare una generazione di questo tipo? I quattro ragazzi riminesi che hanno dato fuoco al barbone – mi pare – sono lì a testimoniare fin dove si può arrivare.
Forse mi sbaglio, ma tutto questo mi pare legato anche alla perdita dell’idea di «sacrificio». «Sacrificio»: cioè privarsi di un animale o di una parte del raccolto per immolarlo a un Essere superiore. «Sacrificio»: letteralmente, «rendere sacro» quell’animale ed ogni altra offerta, al limite la vita stessa, dedicandola a quell’Essere superiore. Da ultimo, in senso derivato, «sacrificio» come fare a meno di qualcosa oggi in vista di un futuro migliore.
Nessuno dei significati di «sacrificio» sembra essere rimasto vivo tra molti giovani di oggi. Non c’è un Essere superiore a cui immolare qualcosa, tanto meno a cui offrire la propria vita, non c’è l’idea che qualcosa possa essere sacro, di valore assoluto. Ma, più semplicemente, non c’è neanche un «sacro laico», un futuro migliore per cui oggi rinunciare a qualcosa.
Ora, senza un progetto per il futuro, senza un sacrificio in vista di una vita migliore può stare in piedi una società? Dove ci porterà una generazione che, immersa solo nel contingente, rifiuta il «sacrificio»? Non dico che ogni generazione dovrebbe avere il suo progetto, la sua «cattedrale» da costruire. No, non chiedo questo.
Ma un minimo, un’idea per il futuro, ce l’hanno?
Quel legame di sangue che abbiamo con Dio
Quel legame di sangue che abbiamo con Dio
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 21 marzo 2008
Emile Benveniste è un grandissimo studioso delle nostre origini più antiche, in particolare di ciò che ci accomuna agli altri popoli indoeuropei. Ora, nella sua poderosa ricerca sulle Istituzioni indoeuropee, egli cerca di giungere alla radice del termine “religione”. Che cos’è – egli si chiede – la religione per il popolo latino, greco, per le tribù germaniche, slave, celtiche, per le genti dell’India e dell’Europa?
In latino, una delle lingue che più ha conservato traccia delle origini indoeuropee, “religio” viene dal verbo “religere”: in principio non sta ad indicare un insieme di riti e di pratiche religiose, quello che poi sarà il culto dei Romani; no, all’inizio segnala piuttosto una disposizione soggettiva, un atteggiamento individuale della persona religiosa che si “mette degli scrupoli”. È solo con gli scrittori cristiani di lingua latina che la parola “religio” viene riferita al verbo “religare” per sottolineare il “legame” che Dio istituisce con i suoi fedeli. Dio, affermano questi scrittori cristiani, ha scelto di “legare” il suo destino con il nostro, e lo ha fatto con “vincoli” di sangue e di eternità. Noi, instabili e ballerini, facciamo patti che sciogliamo dopo un minuto, un giorno, un anno: Lui, si è legato per sempre.
Quel vicolo eterno che gli Ebrei indicavano con il termine “alleanza”, la lingua latina reinterpretata dagli scrittori cristiani ha reso con il termine “religione”. 
E, dietro al latino, le altre lingue indoeuropee hanno registrato questo nuovo termine: inglese, francese, spagnolo, tedesco, russo ecc. hanno tutte preso in prestito questo termine dal latino e ne hanno mutuato il significato.
Lattanzio è uno dei primi scrittori cristiani che, a cavallo del 300 d.C., presenta questa nuova etimologia del termine “religione”. Oggi, in questo Venerdì Santo, vale la pena di ascoltare cosa dice questo nobile romano convertito: “So che molti – si riferisce ai suoi amici romani - aborrendo il nome stesso della croce, si allontanano dalla verità; eppure vi è in essa un significato profondo e una grande potenza. Cristo fu mandato per spalancare la via della salvezza agli uomini più umili; perciò si fece umile per liberarli. Accettò il genere di morte riservato di solito ai più umili, perché a tutti fosse dato di imitarlo. A ciò si aggiunga che, accettando la passione e la morte, doveva essere innalzato. E la croce lo innalzò realmente e simbolicamente, perché con la sua passione a tutti si rivelasse chiara la sua potenza e la sua maestà. Estendendo sul patibolo le mani, dilatò anche le ali verso Oriente e verso Occidente, affinché sotto di esse si raccogliessero tutte le genti da ogni parte del mondo a trovar pace”.
La croce. Il legame di Dio con ogni singolo uomo. Non con l’astratta umanità, non con il genere umano, il quale di per sé non esiste se non nei vocabolari e nei testi di antropologia, ma con ogni uomo e ogni donna che calpesta questa nostra terra. 
La croce, legame di sangue, perché non c’è vincolo più forte di quello di chi dà la sua vita per un amico. E per quello che amico ancora non è. E per quello che crede di non essere amico. Dio non si è vergognato di legarsi con tutti, anche con quelli che noi giudichiamo “i peggiori” e con cui non vorremmo avere niente a che fare: pedofili, torturatori, Hitler, Stalin, i traditori degli amici… Per ognuno di loro Cristo è morto oggi. Per ognuno di loro Cristo ha dato tutto il suo sangue. Se la terra fosse stata popolata di una sola persona e questa persona fosse stata un essere spregevole, Cristo avrebbe fatto lo stesso quello che ha fatto. Perché Lui è capace davvero di un’apertura infinita di credito, non si rimangia la sua promessa. Vincoli, vincoli, sanciti con il sangue di Dio.
Comunicazione non verbale, di Jerry Scott e Jim Borgman (Los Angeles Times, 17 agosto 2008)
Comunicazione non verbale tra donne
Comunicazione non verbale tra uomini
Le tragiche conseguenze dell’autodeterminazione
Le tragiche conseguenze dell’autodeterminazione
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 28 novembre 2008
Dei miei tre critici, ha risposto il solo dottor Giordano. Peccato. Peccato, perché in Italia si perdono spesso le occasioni di dibattito etico e si arriva sempre a confronti che sono esclusivamente ideologici e a decisioni politiche figlie dell’emergenza. Peccato. Ma non mi arrendo. Provo a continuare il dibattito almeno con Giordano, sollecitando ulteriormente i miei interlocutori.
Anzitutto, vorrei chiarire i termini del problema. La compravendita di organi, nota Giordano, è proibita dalla legge; per quanto invece riguarda le ultime fasi della vita di una persona, siamo in un vuoto legislativo, non abbiamo una regolamentazione del testamento biologico.
Non sono d’accordo su questa visione esclusivamente giuridica del problema. È una visione parziale, riduttiva. Non credo che tutto debba essere discusso solo a livello giuridico: c’è la legge, non c’è la legge. È importante, invece, che ne prendiamo coscienza e ne discutiamo anche noi, noi persone comuni che di legge non sappiamo quasi nulla. Senza aspettarci soluzioni miracolose dai legislatori.
La questione non riguarda solo l’eutanasia, il testamento biologico, e la compravendita di organi. La questione riguarda molto più in generale la considerazione o meno di BENI INDISPONIBILI da parte della persona. L’eutanasia tocca un bene che, fino ad ora, è stato considerato in Italia «indisponibile», la vita. La compravendita di organi riguarda un altro bene anch’esso considerato ancor oggi «indisponibile», l’integrità della persona. Le leggi mettono per iscritto questa considerazione. La Costituzione elenca questi beni, le leggi li difendono.
Prendiamo un caso ulteriore, la libertà personale. La Costituzione lo considera anch’essa come un bene a cui «non si può rinunciare», un bene che non è disposizione del singolo. Se io stipulassi un
«contratto di schiavitù» con il mio vicino di casa, se cioè volessi «cedergli» la mia libertà e volessi diventare suo schiavo, questo mi sarebbe impedito. Perché? Perché non ho «piena disponibilità» di tutti i miei «beni». Perché, con atteggiamento «paternalistico», lo Stato ha stabilito che alcuni beni non sono soggetti alla mia libera disponibilità. Quando si parla di AUTODETERMINAZIONE in senso pieno, si dovrebbe dire che questo implica non solo la possibilità di stabilire che, sotto una determinata «soglia di dignità», posso interrompere l’alimentazione, posso decidere per l’eutanasia. Bisognerebbe aggiungere che l’autodeterminazione in senso pieno mi dovrebbe permettere di riformare la legge sulla donazione di organi. La legge che vieta la compravendita di organi, infatti, è contro la piena autodeterminazione della persona.
Ma contro l’autodeterminazione è anche la legge che mi impedisce di stipulare un contratto di schiavitù col mio vicino di casa. Oppure un contratto in cui autorizzo un carnefice a farmi del male. E se poi, quando mi fa male davvero, lo imploro di smetterla, chi è a favore dell’autodeterminazione dovrebbe sostenere le parti del carnefice, dovrebbe dire: «Ah no, tu ormai hai deciso. Leggi il contratto!».
Non sto ancora dichiarando che, personalmente, sono contrario a questa impostazione. Sto semplicemente portando alle sue logiche conseguenze la tesi dell’autodeterminazione. Non è un caso che alcuni medici americani discutano di compravendita di organi.
Non è un caso che, per ora solo dal punto di vista teorico, alcuni dei più radicali assertori dell’autodeterminazione discutano della possibilità di un «contratto di schiavitù».
Perché no? Se la scelta è quella dell’autodeterminazione, perché non si dovrebbe potere?
Dall’autodeterminazione viene l’eutanasia, come la compravendita di organi, così come il contratto di schiavitù. Perché dovrei accettare la prima e rifiutare le altre due? Se rifiuto il contratto di schiavitù, in realtà, lo faccio perché introduco nella legislazione un principio diverso da quello dell’autodeterminazione. Il principio dell’indisponibilità di alcuni beni.
C’è un punto ulteriore. Vorrei che chi legge cercasse di immaginare una società in cui vige l’autodeterminazione in senso pieno, con libertà di eutanasia, compravendita di organi, contratti vittima-carnefice, contratti di schiavitù ecc. Vorrei che immaginasse la povertà umana, la disperazione di questa libertà di autodeterminarsi. Mi colpisce però soprattutto che tra i sostenitori dell’autodeterminazione e dell’eutanasia ci siano dei «compagni», ci siano quelli che una volta votavano PCI, quelli che credevano davvero nella solidarietà sociale, quelli che si prendevano le ferie per montare gli stand al Festival dell’Unità. Che ci siano i radicali, i solitari, quelli privi di legami, quelli che vogliono morire da soli, in fretta, quando la vita non gli dice più niente, posso ancora capirlo.
Ma quelli che un tempo hanno creduto nella SOLIDARIETA’ tra i lavoratori, nel sostegno del compagno di fabbrica, questi davvero si riconoscono nella società frantumata e individualistica che sognano i radicali? Dove l’hanno messo il sostegno da uomo a uomo, da lavoratore a lavoratore? Non sono più vicine al cuore di questi “compagni” le suore di Lecco che sostengono Eluana, i tanti operatori degli hospice in cui si accompagnano con rispetto e amore le persone in quel passaggio, a volte lungo, che ci conduce alla morte?
Lasciamola alle suore di Lecco
Lasciamola alle suore di Lecco
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 16 novembre 2008
Oddio, che cosa ho scritto? Che espressioni scandalose ho usato nel mio articolo di venerdì su Eluana e Beppino Englaro? Sulla Voce di ieri c’erano ben tre lettere di critica. Sergio Giordano, senza troppa eleganza, minaccia: «Sarà mio dovere inviare l’intervento alla famiglia Englaro». Vittorio Pietracci, con ragionevole pacatezza, dice che ho esagerato, che non dovevo scrivere «Il padre di Eluana ha coronato il sogno della sua vita, far fuori sua figlia». E pure Werther Casali giudica queste parole «terribili, prive come sono di misericordia», tanto più contraddittorie nell’articolo di uno che si dichiara credente.
Che cosa ho scritto? La verità. È che la verità fa male, a volte. Ma il compito del giornalista è proprio quello di dire la verità, anche quando è scomoda. È quello di smascherare i travestimenti ideologici con cui ci nascondiamo la realtà. E qui la realtà nuda e cruda è proprio questa: «un padre da sedici anni combatte per riuscire a uccidere sua figlia».
Oh, certo, avrei potuto scrivere: «Da sedici anni la famiglia Englaro si batte per ottenere dalla Magistratura il permesso di staccare il sondino naso-gastrico con cui viene alimentata la propria congiunta in stato vegetativo persistente». Certo, l’avrei potuto scrivere e avrei potuto adottare quella sorta di Antilingua che sta invadendo il nostro mondo. Perché l’Antilingua non è presente solo nelle stazioni ferroviarie, dove ci viene imposto di «obliterare» il biglietto, mentre in realtà la macchinetta non fa altro che «timbrare», o nelle delibere regionali, dove non ci sono mai «strade», ma «assi viari». No, l’Antilingua è più sottile, più pervasiva: è l’Antilingua che ci fa accettare supinamente la definizione «stato vegetativo». Questa definizione che usano i medici è falsa, fuorviante. Un uomo non si trasforma mai in un vegetale. «Stato vegetativo» è una metafora. Vuol dire che l’uomo è «come se si trasformasse» in un vegetale. Ma rimane uomo, donna, rimane quell’essere unico e diverso da tutti gli altri. I poeti ci aiutano a non dimenticare mai questa unicità, e anche i giornalisti possono fare la loro parte.
Durante la Grande Guerra, Clemente Rebora guardava dalla sua trincea il cadavere di un compagno d’armi morto da tempo: «Fungaia d’un morto saponava la terra, a divano. Forse tre settimane. Schizzava il corpo, in soffietto, dai brandelli vestiti; ma ingrommata la testa, dal riccio dei peli spaccava alla bocca, donde lustravano denti scalfiti in castagna rigonfia di lingua». E tuttavia, questo morto descritto nella sua orrenda decomposizione è anche il bambino unico che era per sua mamma: «Mamma – era un cosino che faceva pipì, una stella, da bimbo».
Ecco, io sono sicuro che Eluana è stata per suo babbo una piccola stella, che Beppino Englaro si sia commosso ai suoi primi passi, che se la sia coccolata dopo un capitombolo o una scottatura. Sono convinto che abbia passato nottate a vegliarla da piccola e da grande. Ed è per questa comune umanità che non mi riesce di capire per quale motivo un babbo possa volere far fuori la figlia.
Anzi, forse qualcosa ho capito (ma lo dico piano, non voglio fare della psicologia a buon mercato). Viktor Frankl era un giovane psicologo quando fu internato in un Lager nazista. E qui fece una scoperta fondamentale: che l’uomo è l’unico animale capace di dare significato alla sua vita. In altre parole, scoprì che, per quanto sia caricato di esperienze negative, l’uomo non dipende da queste esperienze, anzi, le trascende; che anche l’esperienza del lager può, misteriosamente, ricevere un significato (è quello che accadde a padre Kolbe). La cosa principale è se l’uomo sa trovare un significato in quello che gli capita. Questo è il motivo – spiega Frankl – per cui noi vediamo persone che reagiscono alla medesima disgrazia in modo differente.
Personalmente ho avuto modo di verificarlo stando in ospedale per una serie di operazioni. La differenza non è tra chi è «dentro» e chi è «fuori». La vera differenza è tra chi vive la salute e la malattia con un senso e chi vive la salute e la malattia senza un senso. Tra chi muore guardando una telenovela e chi sa vivere la morte come un incontro con il Dio che lo ama.
Ci sono persone che vivono la medesima situazione di Beppino Englaro e che non hanno la medesima «rabbia» nei confronti del mondo. Ci sono persone che vedono – o forse solo intravedono – un significato in una persona in coma persistente.
Forse è un significato relazionale, più che razionale. Forse si contentano di starle vicino, di assisterla, di volerle bene come a un bambino che non ti dà nessuna soddisfazione umana.
Come le suore di Lecco, che hanno assistito Eluana e ora chiedono che venga lasciata a loro.
Forse questa è la soluzione più giusta: lasciare prevalere la compassione. E se Beppino Englaro non vede un senso in una figlia che è in coma da sedici anni, la lasci «adottare» da chi è disposto ad assisterla e a nutrirla, lasci che chi ha un cuore più grande del suo se la stringa ancora al petto come la bimba che era una volta. Come dopo un capitombolo che l’ha lasciata in coma persistente.
Contro la pena di morte
Contro la pena di morte
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 13 novembre 2008
Oggi sospendo le “pillole” sul Sessantotto. C’è Eluana. 
Che è stata condannata a morte. A morte per fame e sete. E bisogna fare qualcosa. Domani sarebbe troppo tardi. Domani, forse, bisognerà far uscire i giornali listati a lutto.
Come avviene nel nostro mondo dove anche il male è banale e burocratico, Eluana Englaro sarà forse condannata a morte da un certo numero di persone, tutte probabilmente buone, e nessuna delle quali singolarmente si può considerare il suo carnefice: il padre che ha fatto la richiesta di sospensione dell’alimentazione, i giudici della Corte d’Appello di Milano che hanno accolto la richiesta del padre, i giudici della Corte di Cassazione se rigetteranno il ricorso mosso dalla Procura di Milano. Il motivo addotto dal Procuratore Generale presso la Cassazione per chiedere questo ultimo rigetto è di quelli che noi persone semplici non capiamo, è un motivo procedurale sbrigato in una ventina di minuti: nel caso di Eluana non si tratterebbe di «un interesse generale e pubblico ma di una tutela soggettiva e individuale». La vita di Eluana non è un bene di interesse generale. È la sua singola vita. Grazie.
Se la Corte accetterà la richiesta del Procuratore, Eluana potrà essere uccisa legalmente. La
condannata a morte potrà percorrere il suo “miglio verde”, il suo “ultimo miglio” verso la morte. Lo farà restando a letto, dopo che, su richiesta del padre e con l’approvazione della magistratura, qualcuno le staccherà il sondino. Una condanna a morte per fame. Come quella che applicavano – ma raramente – i nazisti ad Auschwitz, quella di padre Kolbe. Come definire altrimenti quello che sta succedendo?
Eluana è entrata in coma sedici anni fa, dopo un incidente stradale. Da allora pur respirando da sola e godendo di ottima salute – solo qualche giorno fa ha avuto un’emorragia dalla quale si è rimessa autonomamente – viene nutrita attraverso un sondino naso-gastrico. Suo babbo non vuole. Non vuole che la figlia continui a vivere. Dice di farlo per il suo bene (lo dicono tutti i genitori per ogni cosa dei figli). Dice che la figlia, quando ancora era cosciente, avrebbe affermato vedendo un amico in coma: «Non vorrei mai vivere in quel modo». Tutto qui.
Una frase e la condanna morte.
Eluana vive in un istituto di suore di Lecco. Le suore la accudiscono e la nutrono. Non le danno medicine, non ne ha bisogno. Non c’è nessuna terapia, dunque non c’è nessun «accanimento terapeutico». Semplicemente viene nutrita a spese delle suore che la considerano una di casa. Ma no, il babbo non vuole. Conduce la sua “battaglia di libertà”. La sua battaglia di morte.
L’avvocato del padre, un’altra rotella in questo meccanismo che avanza verso la morte di Eluana, ha affermato che «i medici non possono disporre all’infinito della vita altrui». I medici no, il
babbo sì. Il babbo può intimare alla suore di smettere di nutrire sua figlia. Paternità alla rovescia in un mondo alla rovescia.
E io, come il profeta Daniele davanti alla condanna a morte di Susanna, urlo: «Io sono innocente del sangue di lei!». Urlatelo con me. Voi che vi siete commossi davanti al condannato del film «Il miglio verde», fatelo davanti a questa persona in carne ed ossa. È innocente. Astenetevi da questa condanna a morte per fame e sete. Non costa nulla. Solo la dignità del nostro essere uomini. Firmate l’appello: http://www.firmiamo.it/eluanaenglaro, forse siamo ancora in tempo per lei, per noi, per non essere anche noi colpevoli della sua morte per fame. «Io voglio essere innocente del sangue di lei». E voi?
Non tutto l'osceno vien per nuocere..
Dottore, dottore, dottore…
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 17 ottobre 2008
La mia aula di lezione, come pure il mio studio all’Università di Urbino, si affaccia su Piazza Rinascimento, sul Palazzo Ducale.
Ne sono molto orgoglioso. Non credo che ci siano colleghi veneziani che aprono le finestre su Piazza san Marco, o professori universitari senesi che fanno lezione sulla Piazza del campo. Ogni tanto, però, durante il periodo di tesi – che vuol dire alcuni giorni ogni mese, dati i diversi calendari delle facoltà – la lezione viene interrotta da urla che provengono dalla piazza: “Dottore, dottore, dottore dal b… del c.., vaffanc.., vaffanc.., vaffanc..”. È il coro che accompagna i neolaureati e che i sottili vetri della finestra certo non riescono a schermare. Gli studenti mi guardano dubbiosi sulla faccia da fare, data l’improvvisa irruzione del linguaggio osceno nell’aula universitaria.
L’altro giorno mi sono preso la rivincita. Parlavo del comico, della cultura comica popolare del Medioevo e del Rinascimento. Parlavo delle sue origini religiose, della sua connessione con il “riso rituale”, con i riti in cui il sacro si manifestava con una risata. E riferivo delle ricerche di un grande storico russo della cultura, Michail Bachtin, 
sul carnevale e sul “carnevalesco”. Pur con alcune esagerazioni e alcuni debiti nei confronti degli schemi storici marxisti, Bachtin fa una scoperta molto interessante: e cioè che gli spettacoli legati al carnevale, la letteratura comica latina e volgare del Medio Evo e le singole espressioni di quella cultura avevano un carattere ambivalente. Scherzi, lazzi, derisioni non avevano soltanto – come oggi avviene – un carattere negativo, offensivo. Tutt’altro: a quel lato negativo era sempre associato un lato positivo, augurale.
Per quanto a noi possa sembrare strano, quando nel Medioevo ciò che è elevato, ciò che è posto in alto – la cultura alta, la filosofia, ma anche il volto, la testa – veniva associato a ciò che è posto in basso – lo scherzo plebeo, la commedia, ma anche il sedere, gli organi sessuali – questo non aveva un significato solo negativo. In questo modo infatti l’oggetto della “imprecazione-augurio”, della parodia veniva seppellito ritualmente, fatto morire perché potesse ritualmente rinascere, risorgere.
Per gli uomini del Medioevo, che in parte dell’Europa conoscevano ancora i riti di morte e rinascita pagani, ma che soprattutto avevano familiarità con la morte e la resurrezione di Cristo, questa ambivalenza della parola, del gesto, dello spettacolo dovevano essere qualcosa di naturale. Non a caso Bachtin riferisce di monaci che nel lungo carnevale medioevale – nelle grandi città poteva durare anche tre mesi – componevano parodie di quelle stesse liturgie che celebravano con grande fede. Lo testimoniano le decine e decine di parodie sacre, di “joca monacorum”, la famosa parodia della Bibbia intitolata “Coena Cypriani”. Non erano schizofrenici, questi monaci e frati. Semplicemente nella loro visione del mondo comico e serio coesistevano. Il comico non era ancora stato espulso dalla vita delle persone per rimanerne ai margini.
I miei studenti stanno ad ascoltare attenti, stupiti quasi. Continuo risalendo indietro ai motivetti di carattere osceno e beffardo che a Roma erano riservati al generale vittorioso portato in trionfo. Il fenomeno doveva essere antico e fondato, se Livio ne parla per un trionfo sugli Equi del V sec. a.C. e un altro storico romano, Svetonio, testimonia che lo stesso Cesare, amatissimo dalle sue truppe, durante le cerimonie trionfali venne più volte sottoposto ai lazzi ingiuriosi e canzonatori dei soldati. Erano ingiurie e dileggi rituali che ricevevano anch’essi il loro significato da una percezione ambivalente del mondo, dove il morire è sempre legato al rinascere, l’offesa – all’augurio.
Parole e gesti lontani, che sanno di una cultura ambivalente che oggi non conosciamo praticamente più. Tranne che in qualche isolata sopravvivenza, come spiego ai miei studenti. E una di queste sopravvivenze ripetute inconsapevolmente è proprio quel coretto osceno che gli studenti intonano per il neolaureato, dopo avergli posto sul capo la corona d’alloro e avergli consegnato un mazzo di fiori come a un degno vincitore. Dottore, con tanti auguri.
«Ho ringraziato di essere la moglie dell'ucciso»
«Ho ringraziato di essere la moglie dell'ucciso»
Il perdono di Gemma Capra, vedova del commissario Calabresi
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 3 ottobre 2008
L’unico applauso c’è stato prima, prima che Gemma Capra parlasse. Dopo, dopo le sue parole dirette e commoventi, ognuna delle duecento persone raccolte nella sala della Fondazione ha trovato più naturale e opportuno rimanere in silenzio. Un applauso sarebbe stato troppo superficiale e chiassoso. Come tutto ciò che comunica la vita profonda di una persona, anche le parole di Gemma Capra avevano bisogno di silenzio, di spazio interiore.
La vedova del commissario Calabresi è stata invitata a Forlì dall’Associazione La Nave ad un incontro a cui ha partecipato anche Mario Dupuis. Martedì sera, Auditorium della Fondazione Cassa dei Risparmi, presente il sindaco Nadia Masini: la quale nel saluto iniziale aveva annunciato che se ne sarebbe dovuta andare presto, ma poi è restata fino all’ultimo. Tema della serata, “Cosa lasciamo ai nostri figli”. 
“Avevo sempre vissuto in un ambiente religioso, nella mia famiglia siamo venuti su a latte e religione – ha detto la vedova del Commissario Calabresi -. Ma la fede l’ho ricevuta come un dono quando hanno ucciso Gigi. Ricordo benissimo quel momento: ero lì sul divano, subito dopo che mi avevano detto che mio marito era stato ucciso e mi sono sentita avvolgere da un caldo abbraccio, da un grande calore. Vedevo la gente che si agitava intorno a me e io sentivo invece una grande pace. In quel momento ho ricevuto la fede come un dono. E ho ringraziato di essere la moglie dell’ucciso e non la moglie dell’assassino”.
La signora Gemma va dritto al cuore, senza giri di parole, senza sovrastrutture retoriche. Ascoltiamo con un brivido. “Non ho mai neanche pensato alla vendetta. La vendetta è rancore, mancanza di pace, la vendetta avrebbe avvelenato la vita mia e dei miei figli”. E dunque il perdono. “Sì, il perdono. Ma il perdono è un cammino. Sul necrologio di Gigi mia mamma ha fatto mettere le parole del Vangelo di Luca: ‘Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno’. Io allora non ero in grado di comprendere questa frase. Poi, però, ci ho pensato a lungo, ho pensato a cos’è il perdono di Cristo.
Cristo perdona attraverso il Padre. Cristo passa dal Padre per perdonare. Mi sono chiesta perché e la risposta che ho trovato è questa. Cristo soffre in croce, soffre tutto ciò che soffriamo noi. Il perdono che viene dal Padre è immediato. Ma poi c’è tutta la nostra fatica di uomini di aderire a quel perdono voluto da Dio Padre. Così, per essere sincero, il perdono non deve essere un ragionamento, ma deve sgorgare dal cuore. E perché sgorghi questo perdono dal cuore ci vuole tempo. Il tempo degli uomini”.
Altro brivido, altro silenzio.
“Già è difficile perdonare chi ti chiede perdono e desidera questo tuo perdono. Come Leonardo Marino, l’unico che ha confessato di aver ucciso mio marito. Ma perdonare chi non ti chiede perdono, chi non vuole il tuo perdono è ancora più difficile”. Il riferimento, naturalmente, è per Sofri e per gli altri imputato del delitto Calabresi condannati definitivamente in ogni ordine e grado di tribunale, ma che tutt’oggi si rifiutano di ammettere l’omicidio. Conseguentemente, ritenendosi innocenti, non possono chiedere né la grazia al Capo delle Stato, né domandare perdono alla signora Gemma. Non so neanche se hanno chiesto perdono per l’immonda campagna accusatoria che strillarono dal giornale Lotta Continua, per i macabri brindisi con cui festeggiarono l’annuncio dell’omicidio.
Interessante cosa scrisse Giovanni Papini sul perdono di Cristo dalla croce. “Perché non sanno quello che fanno. La motivazione limita l’ampiezza del perdono ma è postulata dalla necessità di non assolvere, senza la guarentigia del pentimento, il male pienamente voluto”. Già, il perdono richiede il pentimento del colpevole.
Senza non si può fare, anche se spesso il “non sapere quello che si fa” costituisce un’attenuante. Come scrive ancora Papini, nella sua ricca lingua toscana. “L’ignoranza degli uomini è così smisurata che i meno son quelli che sanno veramente quello che fanno. La pravità originale, l’imitazione, l’abitudine, le passioni che nascono e si soddisfano nell’oscurità del sangue, danno le mosse all’azioni nostre. La volontà ubbidisce anche nella finzione del comando; la coscienza appare all’ultimo, quando non restano che ceneri e vergogne”.
La signora Gemma, però, va oltre la lettura di Papini.
Non si ferma a considerare se chi ha ucciso era vittima di una ignoranza invincibile, se non sapeva quello che faceva. Lei fa leva sul perdono di Dio Padre. E come meta del suo cammino pone il perdono anche per chi non si è pentito.
Vecchi, Viagra e prostitutke
Vecchi, Viagra e prostitutke
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 10 ottobre 2008
Entro in un Ortofrutta, a Faenza, giusto in tempo per sentire la conclusione del dialogo tra un vecchio e la negoziante. Lei – bei tratti, viso aperto da imprenditrice romagnola – gli fa: “È pur ancora una bella donna, tua moglie…”. Lui – vecchio, tarchiato, capello rossiccio tinto – storce il naso e con aria che vuol essere birichina, tira fuori il cellulare e glielo apre davanti:
“Qvesta sì cl’ è ‘na bela dona!” (Questa sì che è una bella donna). La fruttivendola guarda lo schermo del telefonino sorpresa: “Ma se avrà vent’anni!”. “Venticinque” – replica lui orgoglioso; prende su il resto e se ne va. La negoziante mi guarda ancora incredula, scuote la testa e si rivolge a me: “Con ‘sto viagra, ‘sti vecc gli a tott pers la testa” (Con questo Viagra, questi vecchi hanno tutti perso la testa).
È vero. Nel momento in cui, come spiegano gli psicologi, i rapporti tra marito e moglie dovrebbero fare un salto di qualità, perdendo anche quell’ultima punta di egoismo, di interesse personale che è insita nell’attrazione sessuale, ‘sti uomini passano al Viagra.
Invece di lasciarsi guidare dai ritmi della natura ed elevare il loro rapporto d’amore a un livello basato più sulla tenerezza che sul sesso, regrediscono a una psicologia adolescenziale: tornano come quando avevano sedici anni a guardarsi allo specchio, si tingono i capelli, si profumano, si impomatano. Tornano, come adolescenti in calore, a ragionare con la patta dei pantaloni.
Poi arriva una supertopolona dall’Europa dell’Est, una di quelle che le donne definiscono “volgari” e gli uomini invece “appariscente”; gli fa due giri intorno sculettando e quelli perdono la testa, lasciano moglie e figli e scoprono una nuova gioventù. 
“Non sono poi da buttare, se piaccio alla topolona” – dice tra sé il gonzo. I titolari dei centri di estetica li aspettano al varco, questi vecchi ingenui. Il romagnolo ruvido che per tutta la vita ha questionato con la moglie per i prezzi della parrucchiera entra un po’ titubante nel Centro Estetico. Dopo pochi minuti, però, è già steso su un lettino, con gli occhi chiusi e una musica rilassante in sottofondo. Il programma di ringiovanimento che gli è costato una fortuna prevede, nell’ordine: massaggio ayurvedico per levigare e dare tonicità alla pelle, epilazione di schiena e spalle, tintura di capelli, sopracciglia e peli del petto, pulizia viso, manicure, pedicure e una leggera doccia abbronzante. “Uscirai come nuovo” – dice il suo nuovo amico, il simpatico estetista. Fuori, la topolona attende impaziente.
Passano un po’ di mesi, neanche troppi. Lui spende una fortuna per il Centro Estetico, per la vecchia famiglia, ma soprattutto per la topolona. Se va bene, lei si fa intestare qualcosa e lo lascia per coetanei che non hanno bisogno del Viagra. E lui, se ha senno in zucca e riesce a vincere l’orgoglio e la vergogna, torna dalla moglie, chiede scusa alla famiglia, salda l’estetista e butta il Viagra.
Se va male, altro che epilazione: ci pensa la topolona a fargli pelo e contropelo! Lui divorzia, si risposa, intesta casa e proprietà alla nuova fiamma, e dopo un po’ il gonzo romagnolo si ritrova solo e al verde.
Un mio collega mi ha presentato una volta la sua “fidanzata”: lui, filologo appassito sui libri, 1.60, a due anni dalla pensione (i professori universitari vanno in pensione a 70 anni); lei, trentenne, 1.80, bionda prorompente. Bella coppia, indubbiamente… Lui - l’innamorato patetico tutte premure e regalini; lei – l’amata bellissima, capricciosa e dispotica. Considerate le premesse, è durata molto: due anni. Quando la bionda l’ha lasciato, lui era pulito come un bambino appena nato. Adesso la pensione non gli basta per pagarle gli alimenti ed è tornato a lavorare.
Qual è la definizione giusta per queste supertopolone che vengono dall’Est? Calma. Non dobbiamo generalizzare, naturalmente. Dall’Europa dell’Est vengono in Italia ottime persone, carpentieri con una grande esperienza, badanti di assoluta affidabilità, idraulici onesti.
Vengono anche persone con un livello di istruzione superiore, costrette ad accettare lavori modesti semplicemente perché non viene riconosciuto il loro titolo di studio: dottori che fanno i camerieri, ingegneri che fanno gli operai. Non possiamo però dimenticare che nell’Europa dell’Est, se il comunismo ha perso, il materialismo ha vinto. Ed incastrare un vecchio che ragiona a Viagra è uno scherzo per una topolona senza scrupoli, per una che sa sfruttare senza remore il suo corpo, per una “prostitutka”.
Dio è morto
C'è una cosa buona del Sessantotto, una canzone di Guccini
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 25 settembre 2008
“Ho visto/ la gente della mia età andare via/ lungo le strade che non portano mai a niente,/ cercare il sogno che conduce alla pazzia/ alla ricerca di qualcosa che non trovano/ nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnate…”.
Probabilmente è una delle più belle canzoni di quegli anni, meno intimista di “Like a rolling stone” di Bob Dylan e meno qualunquista di “I can't get no satisfaction” dei Rolling Stones. Come le altre due, “Dio è morto” fu scritta nel 1965; incisa nel 1967 dai Nomadi, fu la prima canzone depositata alla SIAE da Francesco Guccini.
Meglio delle altre due canzoni, a me pare, testimonia l’insoddisfazione radicale degli anni Sessanta, quell’essere inappagati, esistenzialmente irrequieti che probabilmente fu il più autentico e diffuso sentimento del tempo.
Guccini stesso ha ammesso che, com’è ovvio, il titolo riprende lo stolto aforisma tratto dalla “Gaia scienza” di Nietzsche (del quale sarebbe interessante conoscere le brillanti giustificazioni quando si è incontrato faccia a faccia con quel Dio che sosteneva morto…), ed ha aggiunto che il testo è ispirato altresì alla poesia l’”Urlo” (“Howl”) di Allen Ginsberg. In realtà va ben oltre quell’aforisma e quella poesia: anzitutto, perché l’ultimo ritornello “supera” quelli precedenti e Nietzsche affermando che “se Dio muore è per tre giorni e poi risorge”. In secondo luogo, perché se Ginsberg intravede il superamento dell’insoddisfazione negli allucinogeni e si limita ad una critica generica nei confronti dello stato americano, Guccini dimostra la vanità della fuga nella droga (“dentro alle stanze da pastiglie trasformate … è un Dio che è morto”) e soprattutto va più fondo nell’analisi dell’inappagamento esistenziale, dell’incontentabilità dell’uomo: 
“Dio è morto” – afferma Guccini – “nelle auto prese a rate,/ nei miti dell'estate/ nei campi di sterminio/nei miti della razza/ con gli odi di partito” e aggiunge che la sua “generazione ormai non crede/ in ciò che spesso ha mascherato con la fede,/ nei miti eterni della patria o dell' eroe/ in tutto ciò che è falsità,/ le fedi fatte di abitudine e paura,/ una politica che è solo far carriera,/ il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto,/ l' ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto.
La canzone suona viva, vibrante, genuina. “Ho visto”, dlang, dlang, “la gente della mia età andare via…”. Quante volte l’abbiamo cantata percependo tutta la sua verità, la giusta indignazione contro le stanche convenzioni sociali, i miti indotti dal consumismo, dall’ideologia… E quanti, ancora più in profondità, hanno avvertito che quella giusta indignazione era in definitiva da rivolgere contro i falsi fini che il materialismo impone a tutti noi (“le auto prese a rate”), contro il carrierismo che si cela negli ideali (“gli odi di partito”), perfino contro una fede resa inautentica dall’abitudine o dalla paura. L’alienazione – parola chiave del Sessantotto – non è nello Stato e nelle Multinazionali, ma è in agguato dentro di noi, è qualcosa che produciamo noi.
E tuttavia, come è spietata nell’analisi, questa canzone vive ancora della speranza precedente al Sessantotto. Non è l’utopia che prevale, non è la violenza: “Io penso” – dlang, dlang – “che questa mia generazione è preparata/ a un mondo nuovo e a una speranza appena nata,/ ad un futuro che ha già in mano,/ a una rivolta senza armi”. Quello che prevale ancora, ma sarà per poco, è la certezza che qualcun altro, anzi Qualcun Altro, ha rimediato alla precarietà esistenziale dell’uomo: “Perchè noi tutti ormai sappiamo/ che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge,/ in ciò che noi crediamo Dio è risorto,/ in ciò che noi vogliamo Dio è risorto,/ nel mondo che faremo Dio è risorto...”.
Censurata dalla Rai ipocrita e bacchettona specchio della società del tempo, la prima versione cantata dai Nomadi venne mandata in onda dalla Radio Vaticana, i cui responsabili non potevano che condividere la speranza di Guccini: “In ciò che noi crediamo Dio è risorto/ …Dio è risorto/ …Dio è risorto”.
Il brindisi di papa Ratzinger alla cultura europea
Il brindisi di papa Ratzinger alla cultura europea
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 19 settembre 2008
Nel suo recente incontro con il mondo della cultura francese al Collège des Bernardins, papa Benedetto ha parlato delle radici della cultura europea. E ha così “necessariamente” fatto riferimento al monachesimo. Se l’obiettivo dei monaci – ha spiegato il papa – era la ricerca 
dell’unica cosa essenziale, la ricerca di Dio, tuttavia il fatto che Dio stesso si fosse espresso con parole, li obbligò a coltivare e sviluppare le scienze profane, in particolare la cultura dell’interpretazione della parola, l’esegesi.
Di qui, a cascata, nacque l’esigenza di scuole per trasmettere le conoscenze acquisite e di scrittorii dove copiare i libri, come pure di biblioteche dove conservare i testi fondamentali della cultura europea.
Ma non era sufficiente. Sorse infatti l’esigenza di esprimere quella stessa “parola di Dio” in forma cantata, ciò che portò a gettare le basi della musica occidentale.
D’altro lato, il fatto che il Dio cristiano – come quello del popolo ebraico e a differenza dell’essere supremo greco-romano – fosse un Dio Creatore, portò “naturalmente” i monaci ad elaborare una cultura del lavoro come partecipazione dell’uomo all’atto creativo, dell’azione perfetta di Dio. Ora et labora: questo il sintetico programma di san Benedetto, il fondatore del monachesimo occidentale.
Parlando della musica, papa Benedetto cita san Bernardo di Chiaravalle – fondatore dell’ordine cistercense – il quale condanna in un modo che a noi sembrerebbe eccessivo i monaci che cantano male. “I monaci con il loro pregare e cantare devono corrispondere alla grandezza della Parola di Dio loro affidata, alla sua esigenza di vera bellezza” – spiega il papa. Esigenza alta, da cui nasce la scala naturale scoperta dal monaco Guido D’Arezzo, la perfezione del canto Gregoriano, ma anche il canto delle chiese della Baviera di papa Ratzinger, chiese in cui tutti, ma proprio tutti, sanno cantare, cantare in coro, pregare cantando. Nel mezzo di un’Europa sconvolta dalle invasioni barbariche, i monasteri mantennero accesa la luce della civiltà, della cultura della parola, della cultura del lavoro, della musica, della bellezza.
Sono appena tornato dalla Grecia. La Grecia – chi la conosce, lo sa – non è propriamente un gioiello di ordine e di efficienza. Vai nel principale museo della civiltà minoica a Creta e trovi chiuse venti stanze su ventuno; il Museo dell’Arte bizantina è in una chiesa in restauro da anni; a Santorini i siti archeologici sono inaccessibili a causa di un vecchio terremoto; le condizioni di Eleusi lasciano a desiderare…
Dovunque, poi, in Grecia le case presentano un che di non finito, di disadorno: dai tetti a terrazza delle case spuntano come antenne barre di ferro per agganciarvi il cemento armato di un possibile ulteriore piano; da ogni parte scheletri di case al grezzo deturpano panorami bellissimi in attesa di improbabili compratori.
Poi, in qualche angolo di questa Grecia trascurata e un po’ sfigurata ti imbatti in un monastero. Te ne accorgi qualche chilometro prima di vederlo, te ne accorgi dall’ordine dei campi, dalla pulizia che li circonda. Non è un caso. Come nel caso dei monasteri occidentali, anche nella Chiesa ortodossa i monasteri costituirono una luce in secoli di buio. Ne fanno fede i giardini che – nella Chiesa latina come in quella ortodossa – abbelliscono il chiostro monastico: generazioni di monaci hanno qui raccolto alberi ornamentali e fiori, riservando ai frutteti e agli orti di erbe officinali e aromatiche spazi ordinati appena fuori delle mura.
In occidente il giardino per essenze aromatiche – il cosiddetto viridarium – è da secoli un vanto di monaci e padri che ne traggono spesso ottimi liquori di erbe. 
Il modello di questi giardini è niente meno che il Giardino terrestre, il Paradiso. Conseguentemente, non può mancare il melo, tradizionalmente associato ad Adamo ed Eva. Nel monastero Jur’ev di Novgorod, vicino a San Pietroburgo, le varietà di melo erano centinaia e l’abilità dei monaci di coltivare piante da frutto a quella infausta latitudine era proverbiale. Non a caso, già in un testo russo del XIII secolo si parla di “frutteti monastici”. La lista potrebbe continuare a lungo, dai giardini interni dei college di Oxford e Cambridge – che originariamente erano dei monasteri accademici – alle straordinarie soluzioni idrauliche del Monastero delle Isole Solovki che consentirono di abitare una zona ai limiti del disumano. Ovunque, monasteri e conventi hanno portato la parola di Dio e insieme un’altissima cultura umanistica e tecnica.
La lista che potrebbe esemplificare il bellissimo intervento del papa bavarese sarebbe troppo lunga. Non si può però passare sotto silenzio la cultura della birra. Le migliori birre del mondo vengono da sette monasteri Trappisti (sei in Belgio, uno in Olanda), la preziosa denominazione “birra d’abbazia” è tutelata da regole rigorose, e mastri birrai monaci e frati hanno creato per la gioia dei tedeschi le famose Paulaner, Augustiner, Franziskaner, Weihenstephaner.
Prosit, papa Ratzinger. Un brindisi alla cultura europea!
Tutto è lecito se il matrimonio non è “naturale”
La figlia ceduta in sposa per onorare un debito
Tutto è lecito se il matrimonio non è “naturale”
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 12 settembre 2008
La notizia è di due giorni fa e riguarda un fatto avvenuto qui, a casa nostra, nella nostra regione.
Un uomo, a quanto pare un indiano, aveva promesso la figlia in matrimonio a un suo creditore come pagamento di un vecchio debito; la figlia, da quello che riferisce il giornale “L’informazione” di Reggio Emilia, non era d’accordo e i parenti del futuro marito hanno deciso di sequestrare la nubenda per portarla a casa dello sposo. A questo punto è intervenuta la polizia che ha liberato la giovane e, probabilmente, sventato il matrimonio. Il debito si dovrà saldare in qualche altro modo…
Da molto tempo, in Italia, i matrimoni forzati sono un reato. Non chiedono forse il sacerdote e gli ufficiali di stato civile di manifestare chiara e forte la libera volontà di sposarsi?
È stato un percorso durato parecchio tempo, parecchi secoli. Il matrimonio romano, che il giurista Modestino, e dopo di lui il Digesto di Giustiniano, definiva “l'unione di un uomo e di una donna, un consorzio per tutta la vita, una comunione fra diritto divino e quello umano” (Nuptiae sunt coniunctio maris et feminae, consortium omnis vitae, divini et humani iuris communicatio),
era deciso dai genitori ed era permesso solamente ai cittadini romani. Consorzio e contratto, questo matrimonio lasciava ampi spazi di relazione soprattutto agli uomini: concubinato, unioni extraconiugali, amori omo ed eterosessuali, prostituzione ecc..
Il cristianesimo raccolse l’eredità romana, la purificò, innalzò il matrimonio a rapporto d’amore tra uguali di sesso diverso, chiarì i caratteri del matrimonio che poi furono accolti nei Codici civili moderni. Noi che veniamo da una cultura in cui si contrappongono matrimonio civile e matrimonio religioso non dobbiamo infatti dimenticare che per oltre mille anni ci fu in Europa un solo matrimonio, il matrimonio-sacramento cristiano. Il matrimonio – l’unico matrimonio – tra battezzati era automaticamente sacramento, riassunse definitivamente il Concilio di Trento a metà del 1500.
Ma già trecento anni prima, nel Concilio Lateranense IV del 1215, la Chiesa cattolica aveva regolamentato ufficialmente il matrimonio imponendo l'uso delle pubblicazioni e richiedendo esplicitamente il consenso libero e pubblico degli sposi, da dichiarare a viva voce in un luogo aperto (contro i rapimenti e le unioni combinate). Durante il Medioevo non fu cioè istituito un nuovo tipo di matrimonio cristiano, ma furono chiariti i principi “naturali” del matrimonio.
Sostanzialmente vennero applicati al matrimonio romano in modo più conseguente i principi di uguaglianza tra i coniugi e di libertà. Si diede anche spazio ad una lunga riflessione sugli “impedimenti”, sviluppando nuovamente la legislazione romana: fu imposta un'età minima per gli sposi (per evitare il matrimonio di bambini), fu sanzionata la nullità del matrimonio in caso di violenze, rapimento, non consumazione ecc., regole che poi sono passate direttamente nel Codice Napoleonico.
In definitiva la Chiesa lottò per secoli in difesa dei nubendi, della loro libertà di contrarre matrimonio. Al punto che, lo sappiamo tutti dai “Promessi sposi”, era sufficiente presentarsi davanti al sacerdote e pronunciare davanti a due testimoni la propria libera volontà di sposarsi e si era ipso facto marito e moglie. Il tentativo di Renzo e Lucia di sposarsi addirittura organizzando una trappola a don Abbondio si basa proprio su questo principio: che don Abbondio sia d’accordo o meno, una volta che i promessi sposi hanno espresso pubblicamente – cioè davanti a Tonio e Gervaso – la loro libera volontà matrimoniale, sono ufficialmente marito e moglie.
Questo ha fatto per secoli la Chiesa, contrastando apertamente, ad esempio, le pressioni delle famiglie, dei clan, le disposizioni dinastiche nobiliari. Il cosiddetto “regio assenso” alle nozze dei Principi della Casa Reali, ad esempio fu introdotto dal Codice Napoleonico e poi, in Italia, ribadito da tutti i Codici Civili (1829, 1836, 1865 ecc.). Ma fu una disposizione che regolamentò il matrimonio moderno, quello successivo all’Illuminismo e alla Rivoluzione francese. Quello che introdusse il matrimonio civile accanto a quello religioso. Quello che non si fonda sul fondamento “naturale” del matrimonio, come pretendevano di fare i giuristi romani e poi quelli cristiani, ma che mette il matrimonio in balia delle diverse culture, dei parlamenti, dei legislatori.
E se a un parlamento va bene che il matrimonio sia combinato dai genitori contro il volere dei nubendi, il parlamento approva una legge in questo senso. Alla fine, è solo una questione di maggioranza, di numeri in parlamento. Una volta introdotto il principio del matrimonio sganciato dal fondamento “naturale”, può accadere qualunque cosa: anche che un parlamento decida che si può cedere in sposa la figlia in cambio di un debito.
Anche i comunisti hanno una fede
Anche i comunisti hanno una fede
da "La Voce di Romagna", 5 ottobre 2007
Cent’anni fa, nell’inferno di Capri, e precisamente in una catapecchia che si affaccia sulla Marina Piccola e che aveva nome Villa Blaesus (o Villa Settanni, dal nome del proprietario),
lo scrittore proletario Maxim Gor’kij dava forma compiuta allo strano movimento politico-culturale dei “Costruttori di dio” (“dio” rigorosamente con la minuscola).
Gor’kij era a quel tempo un affermato scrittore e viveva a Capri con una corte di intellettuali russi e la compagna Marija Andreeva (una stupenda attrice. Quando si dice la sfortuna!). Di lì a poco avrebbe cambiato abituro (la Marina Piccola viene facilmente a noia e Villa Blaesus era un vero cubicolo) e, con grande spirito di sacrificio si sarebbe trasferito a Villa Spinola che affaccia sulla Marina Grande e
poi a Villa Serafina (si sa: la vita di uno scrittore comunista è un perenne calvario…). Il suo durissimo esilio (volontario) in quella specie di chiavica grigia e deprimente che doveva essere Capri all’inizio del secolo scorso, sarebbe durato 7 lunghi, penosissimi anni…
Ma aldilà della commozione sincera che la condizione del povero Gor’kij può suscitare nel lettore sentimentale, interessa qui riprendere l’intuizione che caratterizzò appunto i “Costruttori di dio”, Gor’kij e il futuro ministro dell’istruzione sovietica Anatolij Lunacharskij. L’idea si andò sviluppando appunto tra la fine del 1907 e il 1908 era che il comunismo fosse nient’altro che una religione, la “religione del popolo”. Gor’kij la espresse soprattutto nei suoi romanzi tra cui “Confessione” pubblicato in tutta Europa – ma non in Russia – nel 1908; Lunacharskij, dal canto suo, in opere più filosofiche come “Religione e socialismo” (1907) e in pièce teatrali come “Faust e la città” (completato nel 1908, vide la luce dopo molte revisioni dieci anni dopo).
La potente scena finale di “Confessione” spiega bene questo mito del popolo che diventa esso stesso “dio”, anzi che “si costruisce come dio”. Il protagonista che per tutto il lungo romanzo ha cercato “la fusione con la forza divina” viene infine trascinato da un fiume di folla che si attende il miracolo di una paralitica. “Provavo – racconta il protagonista in prima persona - all’unisono con tutti, un’indicibile brama che lei si alzasse, non già per me stesso, e neanche propriamente per lei, ma per qualcosa d’altro, di diverso, di fronte al quale tanto lei che io eravamo semplici piume nella vampa d’un incendio. […] La folla sussultò, barcollò e, con mille voci confuse, esclamò: - Dritta sulle gambe! Aiutatela! […] Cammina, - le urlava il popolo – cammina! Ricordo quel viso impolverato, tutto in sudore e in lacrime, sul quale, imperiosamente, attraverso il pianto che lo inondava, sfavillava una forza misteriosa: quella fede nella propria potenza, che crea i miracoli. […] L’emozione l’agitava, le fremeva la persona, ma le mani le restavano ben protese in avanti, e con esse si sorreggeva all’aria, a quell’aria così satura della gran forza del popolo: e d’ogni parte, contemporaneamente, centinaia d’occhi splendenti la sostenevano”.
L’anelito di comunione, il desiderio di non essere solo che ognuno di noi sente in modo più o meno forte diventa qui la passione fondamentale dell’uomo. In questa “religione sostitutiva” la “fusione con Dio” di cui parlano i mistici cristiani in pagine infiammate è rimpiazzata dalla “fusione con il popolo” raffigurata in una pagina altrettanto incandescente. Coerentemente, la contemplazione della natura ormai non è più contemplazione di un’opera del Creatore, ma del popolo.
“A notte alta, me ne restavo seduto nel bosco a specchio del lago, di nuovo solo, ma ormai per sempre e indissolubilmente legato con tutta l’anima al popolo, dominatore e demiurgo della terra. […] La vidi così, la madre mia, [la terra], nello spazio fra gli astri, guardare orgogliosa dagli occhi dei suoi oceani verso le profondità e le lontananze; la vidi simile a una coppa ricolma di rosso, inesauribilmente ribollente, vivo sangue umano; e vidi, insieme, il dominatore di essa: il popolo onnipossente, immortale”. Al protagonista del romanzo non resta altro che sciogliersi in un nuovo Credo che ha al suo centro il popolo: “Tu sei il mio Dio e il creatore di tutti gli dei, tu che li tessi traendoli dalle bellezze del tuo spirito, nella fatica e nel tumulto delle tue ricerche. E che non vi sia al mondo altro Dio fuori di te, giacché tu sei l’unico Dio, quello che compie miracoli. Così, io credo e confesso”.
Lenin, che era in stretto contatto con Gor’kij, criticò aspramente lo scrittore e decise poi di andarlo a trovare a Capri l’anno successivo.
Lenin, rigido e arido rappresentante in terra russa del “comunismo scientifico”, non poteva infatti tollerare questo strano connubio tra religione e marxismo. Non poteva tollerare che venissero rivelate in modo così aperto le motivazioni religiose di tanti comunisti.
Non si aspettava certo che, contro la sua volontà, il suo corpo fosse imbalsamato e conservato in un mausoleo al centro di Mosca nel 2007. Proprio come una reliquia cristiana.
Vivere senza menzogna. La lezione di Solzhenitsyn
Vivere senza menzogna. La lezione di Solzhenitsyn
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 8 agosto 2008
Trent’anni fa, nell’estate del 1978, dopo due anni improbabili passati nei laboratori della Facoltà di “Chimica pura” – così si chiama a Bologna, per distinguerla da “Chimica industriale” – decisi di iscrivermi a “Russo”, cioè a Lingua e letteratura russa. Da allora, con costanza implacabile, la
gente mi chiede: “Ma perché proprio ‘Russo’?”. (Talvolta, per la verità, mi imbatto in qualche genio che ambisce a dimostrare tutta la sua acutezza: “Ah, ‘Russo’, un romagnolo che studia ‘Russo’. Ho capito!”. “Ma, veramente, non so se hai indovinato. – è la mia replica. – Io mi sono iscritto a ‘Russo’ per Dostoevskij e Solzhenitsyn”).
Ecco, l’ho detto: ho studiato russo soprattutto per la grande letteratura, per Dostoevskij e Solzhenicyn. È ben vero che in trent’anni i miei interessi si sono allargati, che Pushkin, Gogol’, Turgenev, Tolstoj, Bulgakov, Pasternak, Grossman, Shalamov e tanti altri sono entrati nel mio personale pantheon letterario. Però l’inizio fu quello. Chi, in quella estate di crisi di trent’anni fa, mi convinse a “buttare” due anni di Chimica e a rischiare il mio futuro sul Russo furono soprattutto loro, Dostoevskij e Solzhenitsyn.
E quando tre giorni fa il grande dissidente russo è morto e alcuni giornali mi hanno chiesto di scrivere un articolo su di lui, per me si è trattato di cominciare ad onorare un debito. Di dare il mio piccolo contributo alla conoscenza di Solzhenitsyn in Italia.
La letteratura russa, di cui conoscevo appena qualcosa, era per me una letteratura dall’inconfondibile statura morale, erano scrittori che avevano sfidato un regime dispotico (quello zarista) e che ora sfidavano la dittatura comunista, che andavano in galera, al confino, nel terribile Gulag. In Italia la letteratura era il fatuo e amorale Moravia, il fazioso Dario Fo, il commerciale Umberto Eco, l’incomprensibile Sanguineti, il Premio Campiello era dominato da nomi indimenticabili come Gaetano Tumiati e Saverio Strati… In Russia la letteratura era Solzhenitsyn, Brodskij, Sinjavskij, Shalamov, Grossman, tutta gente che aveva pagato con l’esilio, il confino, il Gulag, la pubblicazione delle proprie opere.
E io sentivo che questi uomini veri, che questi scrittori “morali” avevano qualcosa di grande da dirmi, rappresentavano qualcosa per cui valeva la pena spendere la vita. Li sentivo miei fratelli, dall’altra parte del Muro di Berlino. Per questa sorta di fratellanza spirituale ero ansioso di leggere i loro libri, di studiare il russo per attingere anche a quello che gli editori italiani colpevolmente non traducevano, o che pubblicavano in pochissime copie (come i volumi II e III dell’Arcipelago Gulag). Per questa stessa fratellanza, mi sforzavo di vivere all’insegna della sobrietà, di rifiutare il consumismo che Solzhenicyn aveva denunciato dalla cattedra del Premio Nobel.
Intorno, mi accorgevo, nessuno apprezzava il grido di libertà che proveniva dai dissidenti russi. L’egemonia culturale comunista, come ha notato perfino Occhetto, era troppo pervasiva, troppo totalizzante. Solzhenitsyn era un pugno nello stomaco che gli Eurocomunisti non riuscivano ad assorbire, l’Arcipelago Gulag un lutto che non potevano elaborare. Più vicino a me, nell’ambito degli studi di slavistica, il suo nome era praticamente tabù: mai pronunciarlo davanti alle lettrici madrelingua russe, mai ricordarlo agli ampi settori filosovietici della Slavistica italiana, mai inserirlo nella tesi…
E invece per me e per gli altri studenti non conformisti, per chi aveva il coraggio di rispondere al suo appello di “vivere senza menzogna”, Solzhenitsyn splendeva come un faro. Niente è cambiato in questi giorni, in occasione della sua morte: a sinistra un silenzio di tomba, tanti distinguo, la medesima intervista a Glucksmann (ma giornalisticamente, che il Corriere e Repubblica pubblichino la stessa intervista non è un topica marchiana?), l’ipocrisia del “Ma si era avvicinato a Putin!”, la sentenza di morte civile pronunciata dai soliti soloni: “Era un Sopravvissuto, non come Mann, Moravia, Bellow, Grass o Saramago”.
Su Libero, invece, abbiamo tradotto un’intervista inedita in cui Solzhenitsyn critica la Russia di Putin, dato la parola a lui invece che ai suoi disinformati critici, reso omaggio al suo talento di scrittore. Soprattutto, abbiamo chiarito il suo punto di vista che è morale e non politico. A differenza di quello che pensano gli stantii intellettuali di Repubblica Solzhenitsyn non s’era sbagliato come non s’era sbagliato Karol Woityla. Nessuno dei due aveva mai pensato che “le sofferenze del comunismo avrebbero condotto i popoli usciti dall' oppressione verso una più intensa vita spirituale”. Da autentici conoscitori del cuore dell’uomo e non solo delle redazioni dei giornali di sinistra, “l'uno e l'altro avevano perfettamente messo in conto che la risposta più prevedibile al crollo del comunismo sarebbe stata una corsa a perdifiato verso il benessere”. Sapevano però che “militia est vita hominis super terram”, la vita dell’uomo sulla terra è una battaglia. Fino alla fine. Fino all’ultimo respiro, alla soglia dei 90 anni.
Lo scontro culturale in condominio
Lo scontro culturale in condominio
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 18 luglio 2008
Habib viene dal Bangladesh. Da qualche anno vive a Forlì, in un condominio del centro storico. Alle due del pomeriggio, ogni santo giorno, dal suo appartamento cominciano a diffondersi i forti effluvi della cucina del Bangladesh:
curry, cumino, chiodi di garofano, zenzero, curcuma, pepe nero, cannella, noce moscata, peperoncino, pepe di cayenna e coriandolo, con cui condire primi piatti, secondi e anche frutta (la famosa chutney diffusa anche in Inghilterra). Per Habib e per la sua famiglia, ovviamente, sono gli odori della loro terra, i profumi della loro cucina. Ricordate la pubblicità della Barilla, quella che faceva vedere gli Italiani nel mondo che si scioglievano davanti a un piatto di pastasciutta col ragù? Bene, se per noi “Dove c’è la pastasciutta, c’è casa”, come diceva lo slogan della Barilla, per Habib “Dove c’è il curry, c’è casa”.
Sarà, ma se per Habib curry, cumino e zenzero resuscitano la patria lontana, sugli altri condòmini hanno un effetto opposto. “Ma cosa cucinano, tutti i giorni?” – mi chiede un vicino di casa. “Noi tappiamo porte e finestre, ma l’odore delle spezie è fortissimo. Non ne possiamo più” – aggiunge un altro.
Naturalmente, guardando i prodotti di una cultura stando ben chiusi all’interno della propria, possiamo sempre cavarcela dicendo che la pastasciutta col ragù fa molto meno odore del pollo al curry. Forse è così, però possiamo immaginare che l’odore del macinato di manzo e maiale lasciato sobbollire per un paio d’ore possa suscitare nel musulmano della porta accanto un ribrezzo gastronomico-religioso addiritura più marcato degli effetti delle ricette indiane su di noi.
Non c’è niente da fare. Gli odori sono uno degli aspetti più invasivi delle diverse culture, tra i più difficili a sottomettere ad una razionale tolleranza. Gli odori degli altri ci assalgono in treno, entrano nelle nostre case colpendoci direttamente allo stomaco. Una cosa è scrivere in un manuale universitario:
“L’odore di sudore ha un valore più delicato: assolutamente bandito in culture come quella italiana, in altre culture è considerato normale: nel mondo arabo un maschio deodorato comunica una ‘demascolinizzazione’ e se è sensibilmente profumato è un pervertito” (P.E. Balboni, La comunicazione interculturale). Altra cosa, invece, è capitare in pullman fianco a fianco con un maschio arabo seriamente intenzionato a comunicare agli involontari compagni di viaggio la sua “non demascolinizzazione”. Una cosa è annotare con asettica eleganza che “il ruttare dopo un pasto, sebbene stia lentamente declinando come uso, è ancora permesso (ma era richiesto, per comunicare sazietà e piacere, fino a una generazione fa) in Scandinavia, in Russia, ne Sud Est asiatico” (sempre dal libro di Balboni). Tutt’altra cosa è avere per commensali una decina di Scandinavi o Russi decisi a non perdere le buone tradizioni del tempo andato.
Da qualche tempo, l’appartamento di fianco ad Habib è stato occupato da Vladimir, detto Volodja, quarantenne ucraino palestrato e da sua moglie Lena. Un po’ per il caldo del centro, un po’ per vanità tutta maschile, quando è in casa Volodja sta perennemente in mutande. 
Habib ha protestato. Dalle finestre del suo appartamento, sua moglie è costretta a sorbirsi tutto il giorno la visione quanto meno inappropriata di un estraneo seminudo. Non è questione di gelosia. La sua molle pancetta bengalese non vale meno dell’addome a tartaruga del muscoloso ucraino. È un problema di cultura e di decenza. A casa sua, in Bangladesh, queste cose non si fanno. Dato però che Volodja non ne ha voluto sapere, Habib ha deciso di oscurare tutte le finestre del suo appartamento. Lontano dagli occhi…
Come gli odori, anche le immagini entrano nelle nostre case, non meno invasive e contundenti, e ci portano costumi e sensibilità di mondi lontani. Qui la cultura cessa di essere un fatto accademico e diventa materia di convivenza quotidiana, argomento per le assemblee condominiali. Per ora il bengalese inonda il condominio di spezie, l’ucraino va in giro seminudo. Le culture devono ancora trovare un punto di incontro nei condomini del centro, a Forlì.
La famiglia nella geografia interiore dell'uomo
Nel luglio del 2007 la Fondazione Sublacense "Vita e famiglia"
(http://www.fondazionevitaefamiglia.org/) mi ha invitato a un Laboratorio. Tema del mio intervento "La famiglia nella letteratura". Ora, com'è noto, nella letteratura c'è poca, pochissima famiglia, molto moltissimo adulterio, originato dal mito antifamiliare dell'amore infelice, legato inevitabilmente alla morte (Denis de Rougemont).
E dunque ho scelto di tralasciare la letteratura e di presentare una mia riflessione sul matrimonio.
La prima parte di questa riflessione l'ho anche letta al Venticinquesimo anniversario del mio marimonio. 
Don Ugo Borghello ne ha citato un pezzo nel suo libro Il sogno dell 'amore per sempre, che è un libro da non perdere. Stefano Borselli, un amico, l'ha messa nel suo blog: Si intitola La famiglia nella geografia interiore dell'uomo. Comincia così: C’è, tra le regioni della nostra geografia interiore, un luogo del tutto speciale. Entrando in questo luogo, stanchi o arrabbiati, felici oppure incupiti dalle vicende della vita sociale o professionale, possiamo essere infine noi stessi... Ecco il testo (naturalmente, o perché io non so fare, o perché il Beta Blog gratuito di Register è scadente, non riesco a rendere cliccabile la stringa seguente: dunque non vi resta che fare un taglia e incolla ;-) http://www.stefanoborselli.elios.net/news/archivio/00000459.html).
Il colonnello igienista e le pappardelle al sugo di lepre
Il colonnello igienista e le pappardelle al sugo di lepre
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 13 giugno 2008
L’editore Marcos y Marcos mi manda un libro, un libro un po’ strano. Si intitola Un’altra voce ed è un’antologia della poesia italiana contemporanea con traduzione a fronte in russo. Quaranta poeti italiani, una breve presentazione di ogni poeta, una poesia a testa – si suppone la migliore – la traduzione russa nella pagina accanto. Nomi noti, nomi diventati famosi scrivendo poesie, in un libro che sembrerebbe voler essere una specie di biglietto da visita della poesia italiana di oggi.
Non so, non so proprio. Con la poesia contemporanea mi sono sempre trovato imbarazzato, come con l’arte contemporanea. Sarà che non la capisco, sarà che è cervellotica, che è più la conclusione di un ragionamento che qualcosa da gustare con l’occhio e l’orecchio, sarà che Raffaello e Dante sono un’altra cosa, ma me ne sono sempre tenuto fuori. Nei musei d’arte contemporanea mi sento spesso come il fruttarolo Alberto Sordi alla Biennale di Venezia nel film Vacanze intelligenti.
Non sono il solo. Ascolto i giudizi della gente: non saranno tutti fruttaroli, ma i giudizi sono simili a quelli di Alberto Sordi. Tante persone “intimorite” da questa arte cervellotica, che si aggirano da un quadro all’altro cercando di dare un senso al biglietto pagato, cercando di capire e rischiando di sedersi su cosiddette “opere d’arte”.
E che se ne escono da quei musei con la convinzione che ci sono in giro un mucchio di ciarlatani e di imbroglioni, persone che spacciano per arte tutto quello che vogliono.
Che so, andate alla Tate Modern Gallery di Londra e trovate il Barattolo n. 4 dei novanta in cui l’artista italiano Piero Manzoni racchiuse la sua Merda d’artista nel 1961. I visitatori si affollano davanti a questo pezzo di merda - pardon, davanti a questo oggetto artistico – con espressioni quanto meno incerte. Nessuno di noi fruttaroli spenderebbe un euro per mettersi in casa un simile capolavoro artistico. E se poi si apre? Brrrrr, cacca di 50 anni fa, chissà come puzza!
Ancor più certo è che non è tra noi fruttaroli che troverete il genio che ha speso 124.000 mila euro nel 2007 per comprare l’inimitabile Barattolo n. 18. Noi abbiamo il mutuo, i ragazzi all’università: la merda d’artista la lasciamo a chi se la può permettere…
Alcune poesie di questo libro ricordano quei barattoli.
Edoardo Sanguineti è forse più noto per la sua attività politica nel Pci che per le sue poesie sperimentali. Qui è presente con una poesia – ripeto, sarà la migliore della sua cinquantennale produzione se è stata scelta dal critico Franco Buffoni per rappresentarlo in terra russa – in cui compaiono versi memorabili: “tra poco atterro a Madrid:/ (in coda qui all’aereo, selezionati miei connazionali,/ gente d’affari, dicono numeri e numeri, mentre bevono e fumano, eccitati,/ agitatamente ridendo):/ vivo ancora per te, se vivo ancora:”.
Fine. Mah. Sconcerto.
La poesia di Flavio Santi la riporto tutta, per i lettori di stomaco forte.
Caro Gianni
- così inizia ogni lettera –
abbiamo battagliato come soldatini,
tanti sassolini,
le ragioni della poetica,
non auto-archiviamoci, non indulgiamo
alle magre vanità
chiudendoci in granai
mentre la realtà lei l’infame mietitrebbia
si lancia sulle messi…
l’acqua dei cessi sarà sempre più netta
di quella dei bei lavelli liberty…
dove si sciacqua il cazzo il colonnello,
la recluta ha le muffe e i pidocchi, ma
la carta su cui disegnate i piani di battaglia – pensa –
frollerà, mai il mio cuore di recluta
cinghia e scarpe rotte.
Rimbaud, fucile in spalla,
cacciava leopardi e rapaci mentre Verlaine
bagnava le labbra in un po’ d’assenzio
un’Europa assente nei bistrot serali.
Chi Rimbaud? Chi Verlaine?
Io pronome individualista darwiniano…
Ma questa domenica è così dolce
i colombacci sul tetto d’ardesia
le foglie pendono a una minaccia d’aria,
possiamo lasciar perdere, tirare fino a sera,
per una volta nelle planimetrie della battaglia
le ragioni dei colonnelli cedono ai pidocchi
delle reclute…
Boh. Che altro dire?! Che altro direbbe il fruttarolo Alberto Sordi costretto dai figli laureati a sorbirsi la merda d’artista?! Me lo immagino, con la sua risata contagiosa, dopo essere uscito dalla Biennale ed aver buttato a mare la dieta cui l’hanno costretto i figli colti: “Che dici Augusta? – dice alla moglie fruttarola al tavolo del ristorante veneziano – Ce le facciamo artre du’ pappardelle ar sugo de lepre?” Ma certo – risponde lei -. Sono a fine de’ monno. Cameriere! Artre du’ pappardelle. Se non artro, pe’ fa’ dispetto a nostri figli che ce vonno fa’ impara’ l’inglese, che manco sappiamo l’italiano”. “Bisognerebbe fargli un monumento a quei due” – riconosce la principessa seduta al tavolo di fianco ad Alberto Sordi, dopo aver rinunciato al prosciuttino magro e aver affondato per la prima volta la forchetta nelle pappardelle. Che la poesia italiana dopo le “magre vanità”, l’”assenzio” e i “pidocchi della recluta” – per non parlar del colonnello - aspetti le sue pappardelle al sugo di lepre?
A t’ voj ben
A t’ voj ben
di Giuseppe Ghini
"La Voce di Romagna", 8.2.2008
Qualche tempo fa scrivevo dello “spagogn”, il tipo di romagnolo rustico, scontroso, quello che rifiuta i complimenti e gira l’angolo non appena il discorso diventa troppo sentimentale e sdolcinato. Ora trovo una nuova conferma di questo tratto romagnolo in un libro di “modi di dire” e indovinelli in dialetto raccolti da Libero Ercolani, laddove tratta il vocabolo “moglie”. Scrive Ercolani:
“ ‘Su mê’: Sua (o loro) madre. La moglie. Il vecchio romagnolo difficilmente diceva: ‘mia moglie’; altrettanto difficilmente la indicava con il nome di battesimo. Ricorreva all’espressione ‘su mê’, indicandola indirettamente come la madre dei propri figli.
‘Cla dòna ch’a j ho a ca’: Quella donna che ho a casa. Un altro giro di parole con il quale il vecchio romagnolo evitava di dire: ‘mia moglie’. Così come per non dire ‘ti amo’ (‘amare’ non esiste nel dialetto romagnolo) diceva ‘a t’ voj ben’, ti voglio bene. Forse perché ‘ti amo’ per il suo carattere era troppo raffinato”.
Fin qui Ercolani, il quale, conseguentemente, nel suo “Nuovo Vocabolario Italiano Romagnolo” non riporta il verbo “amare”, traduce “amante” con “amig” e “amoreggiare” con “smurusêr”.
Fa riflettere questa nostra natura scontrosa di romagnoli, questo rivoltare la lingua per evitare di dire “ti amo”, quasi fosse l’ammissione di un’imperdonabile debolezza, una resa disonorevole, per giunta a beneficio di una donna. Si sente qui l’eco dello spirito romagnolo indipendente (e un po’ misogino) che rifiuta di mostrarsi incatenato, aggiogato. Poi – è facile immaginare – una volta chiusa la porta e lasciata la curiosità dei vicini fuori di casa, le presunte indipendenze venivano probabilmente chiarite, le gerarchie ristabilite. Sia chiaro: non senza pagar pegno, non senza lotta. Oggi diremmo che il matrimonio romagnolo doveva essere “challenging”, per dire che era anche una sfida, una contesa d’amore, che non era il magico incastro raccontato dalla letteratura romantica. No; come tutte le relazioni autentiche richiedeva un paziente lavoro di lima e di pialla per smussare gli spigoli e addolcire i caratteri. Il matrimonio non era una telenovela e “ti amo” non era una frase banale, che si può dire a chiunque, più volte.
In compenso, in questo “a t’ voj ben” era implicito l’amore come frutto della volontà, come il “volere il bene” dell’altro. In un mondo dove i genitori hanno rinunciato a indicare ai figli qual è il loro bene e i politici non si vergognano di nulla e tutto giustificano perché “non è penalmente perseguibile”; in una società in cui la massima fondativa della morale “Amicus Plato, sed magis amica veritas” (Mi è amico Platone, ma mi è più amica la verità) viene regolarmente rovesciata nel suo opposto (“Prima gli amici indipendentemente dal loro valore”) e in cui la volontà sembra che non abbia a che fare con il matrimonio (“Cosa ci potevo fare? Mi sono innamorato”), il vecchio romagnolo che a fatica tira fuori un onesto “ti voglio bene” ci sta davvero simpatico.
Pensa che il bene esista, ha di mira il bene, il bene suo e della moglie. È riservato, non si svende, ha una sua interiorità, non è a disposizione della prima sventola che passa. E un giorno, ormai da vecchio, vincendo infine il proprio pudore, si avvicinerà a sua moglie, e quando ormai lei non ci conterà più, le sussurrerà all’orecchio: “Ti amo”. E lei, con il sorriso di chi la sa lunga gli risponderà: “Al saveva nêca prêma” (Lo sapevo già).



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