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Il senso dell'onore di Zidane - l'arcaico

di ghinetto (28/03/2007 - 23:25)

Il senso dell'onore di Zidane - l'arcaico
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 14.7.2006

C’è qualcosa di arcaico nella testata di Zidane a Materazzi, e ancor più nell’intervista rilasciata dal capitano della Nazionale francese per spiegare il suo gesto. Incalzato dal giornalista, Zidane ha riferito di “parole molto dure, che [Materazzi] ha ripetuto più volte e che sono più dure dei gesti. Tutto è avvenuto molto in fretta – ha proseguito Zidane - non ho riflettuto. Sono delle parole che mi colpiscono profondamente, delle cose molto personali che hanno toccato mia mamma, mia sorella, parole che toccano le donne della mia famiglia. E io sono prima di tutto un uomo. Preferivo prendermi un cazzotto in faccia che ascoltare quelle parole. Le ho sopportate una volta, due volte. Alla terza volta ho reagito e chiaramente non è un gesto da fare. Mi scuso con tutti i bambini e anche con gli educatori che si occupano dei bambini”. Zidane si è ripetutamente scusato ma, quando il giornalista gli ha chiesto se fosse pentito, ha aggiunto: “Non posso rimpiangere il mio gesto, perché se no direi che [Materazzi] aveva ragione a dire tutto quello che ha detto. Mi scuso con tutti i bambini perché sono gesti che non sono tollerabili, ma rinnegare questo gesto non posso: sarebbe come dare ragione [a Materazzi] per quello che ha detto. Ma non ha ragione”.

Sì, c’è qualcosa di arcaico in questo personaggio che col tono più sommesso afferma di essere stato praticamente obbligato a dare a Materazzi quella testata. Qualcosa che non ha a che fare con la raffinata cultura francese, ma che affonda le sue radici nella cultura algerina di cui Zinedine Yazid Zidane è comunque figlio. Non a caso, alla domanda del giornalista “Lo rifarebbe?”, Zidane ha detto “non posso rinnegare questo gesto”. Troppo difficile spiegare alla platea francese che sotto un cervello francese batte nel petto di Zizou un cuore algerino (“non ho riflettuto”, ha detto infatti il giocatore). Nella loro politica volta ad un’assimilazione assoluta, i Francesi dimenticano volentieri che Zidane ha doppio passaporto e che è stato scartato a suo tempo dal selezionatore della Nazionale Algerina (un genio, evidentemente); dimenticano che, per parlare solo dei giocatori della finale, Malouda è della Guyana, Trezeguet franco-argentino, Gallas e Thuram vengono dalla Guadalupa, Vieira dal Senegal, Makelele dallo Zaire, Henry dalla Martinica e molti altri sono figli di immigrati. Insomma, volenti o nolenti questi giocatori riflettono una doppia cultura, in cui alla razionalità tutta francese si accompagna spesso una logica diversa, più arcaica, ancestrale.
Nella testata di Zidane e ancor più, ripeto, nella sua giustificazione si rivela una difesa dell’onore che la società francese ha ormai – modernamente – delegato esclusivamente allo Stato. È lo Stato tramite i suoi organi che siede in tribunale, che premia e condanna, ma che, soprattutto, non tollera che nessuno gli si sostituisca facendosi giustizia da sé. La testata di Zidane, invece, va di pari passo con l’affermazione della madre che ha chiesto “i coglioni di Materazzi”. Anche qui, evidentemente, la giustizia dello Stato francese non viene neppure presa in considerazione; quella che troviamo è invece la richiesta di una mamma offesa nell’onore e l’obbligo imprescindibile per il figlio di difendere la buona reputazione dell’intera famiglia. Logiche diverse si scontrano nelle piazze e nelle scuole francesi, e si scontrano anche nel petto del pacato Zidane. Giudicato con logica occidentale, puramente francese, lo si dovrebbe dichiarare matto, follemente irascibile. E invece, per capire quel gesto, occorre scendere più in profondità, in una cultura che fa leva sull’ira (sull’ira “giusta”) per dar luogo ad una difesa dell’onore familiare. Non a caso, anche il Codice Penale italiano fino a pochi decenni fa, dichiarando la specificità del “delitto d’onore” all’articolo 587, riduceva la pena a “Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell'atto in cui ne scopre l’illegittima relazione carnale e nello stato d'ira determinato dall'offesa recata all'onor suo o della famiglia”.
Poco francese, molto algerina, la testata di Zidane è retaggio di un’ira e di un senso dell’onore premoderno nella simbolica battaglia sul campo di calcio. Questo andrebbe spiegato ai ragazzi delle banlieu di tutta la Francia come pure agli intellettuali dei salotti di Parigi dispiaciuti e arrabbiati contro il loro idolo.

Tag: Zidane

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Elogio della Modestia

di ghinetto (27/03/2007 - 07:56)

Elogio della Modestia, virtù della tolleranza
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 12.8.2005

“Molte donne giocano con il fuoco nel modo di vestirsi. Vestirsi come una prostituta è un modo per dire al mondo
‘Guardami, vienimi dietro, desiderami. Sono una donna facile e mi puoi avere’. Esporre parti intime del corpo è una forma di pubblicità sessuale. Se vi vestite per attirare attenzioni di tipo sessuale, poi è difficile che possiate biasimare qualcun altro se vi viene riservata quel tipo di attenzione. Vestire con modestia è come proclamare al mondo: ‘Io mi rispetto e pretendo di essere trattata con rispetto’”.
Chi dice così non è, come qualcuno può immaginare, un anziano eremita ritiratosi in cima a un monte, e neppure una zitella invidiosa ormai passata d’età, né, tanto meno, un maniaco sessuale in cerca di un facile alibi. No, chi proclama questa verità semplice e cruda è la signora che occhieggia dalla copertina di Vogue riprodotta a fianco e che è comparsa su oltre 500 copertine di riviste di moda. Il suo nome, Kim Alexis, forse non dirà molto ai nostri lettori. Il suo viso, tuttavia, è assai noto e ancor più lo era prima che si ritirasse dalla lucrosa attività di top model. Oggi, a quarantacinque anni, Kim Alexis scrive libri e dispensa collaborazioni su come mantenersi belle e ammirate con cinque figli e un marito ex star dell’hockey su ghiaccio.
Da notare che la bella Kim non proviene dall’America che si è soliti considerare arretrata e bacchettona, non è stata Miss Iowa e non è cresciuta nella cosiddetta Bible belt, la “fascia della Bibbia”, gli stati meridionali e centrali dove fiorisce un certo fondamentalismo cristiano. No, Kim proviene dallo Stato di New York e, dopo essere stata selezionata a diciott’anni dalla famosa agenzia Elite, si trasferì nella città della Grande Mela.
Certo, in tanti anni di servizi fotografici, qualche sua immagine non propriamente “modesta” è pure uscita sui giornali. Ma niente a confronto dei quotidiani ombelichi, tanga, glutei, seni (con contorno obbligato di cellulite, larderelli e smagliature varie) che vanno in onda in spiaggia e in città nell’Italia di questi tempi. La cosa non stupisca. Un rapido confronto con un qualunque “motore di ricerca” mostra che su Internet la voce “dress modestly” batte la voce “vestire con modestia” 28.200 a 14.

E allora permettimi, lettore, al seguito di Kim Alexis di elevare proprio in questa settimana di ferragosto, settimana forse di massima esibizione corporea, maschile e femminile, un elogio alla “modestia nell’abbigliamento”.
Tradizionalmente la modestia ha due finalità. La prima è indicata chiaramente dalla nostra top model. Maggie, la ventenne editorialista della rivista americana per adolescenti “Seventeen”, ha puntualizzato ulteriormente questo punto di vista nel numero di giugno:
“Non è facile costringere i ragazzi a prestare attenzione ai tuoi valori e a ciò in cui credi. Ma se io non permetto loro di vedere molto di quello ch’è “fuori”, sono “costretti” a prestare attenzione a quello ch’è dentro di me. Questo è il motivo per cui io mi vesto con modestia: indosso sottane al ginocchio e camicette abbottonate perché voglio comunicare il messaggio che io sono molto di più del mio corpo”. La prima finalità, dunque, è insita nel linguaggio del corpo e dei vestiti: con la modestia o con l’esibizione, io comunico quello che sono, i miei valori, il mio ethos.
Paradosso: nella società della comunicazione, in pieno fiorire di studi semiologici dove tutto viene interpretato come “segno”, si rimuove costantemente il messaggio insito in vestiti attillati, trasparenti, corti e inesistenti: “Io sono il mio corpo”. Poi, come dice Kim Alexis, è difficile spiegare che si è qualcosa di completamente diverso da ciò che si è comunicato, che c’è stato un errore di interpretazione!
Il secondo fine della modestia è ancor più legato alla convivenza sociale e dovrebbe essere preso in considerazione da chi, come tanti occidentali, vive concentrato narcisisticamente su di sé, da chi afferma “Io mi vesto così perché mi piace!”. Viviamo in una società in cui la presenza di altre culture e sensibilità è sempre più evidente. Ora, se seguiamo i suggerimenti dei tour operator che ci invitano a vestirci con modestia in Tailandia, in Egitto, nei paesi sub-sahariani, possiamo permetterci di offendere e provocare con il nostro modo di vestire e di atteggiarci i tailandesi, gli egiziani e i nigeriani che calcano le nostre spiagge e le nostre strade? Dobbiamo imporre giacca e cravatta ai musulmani, obbligare gli africani ad adeguarsi al tanga, oppure la tolleranza sociale, cioè il rispetto della cultura altrui, impone di rivalutare la virtù della modestia? Senza cadere, ovviamente, negli eccessi antiumani e ipocriti del Vittorianesimo, è forse necessario tornare a ragionare serenamente, senza preclusioni ideologiche, sui vantaggi della modestia.

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Julio Iglesias e' un fascista

di ghinetto (26/03/2007 - 15:25)

Julio Iglesias è un fascista. Il pop secondo il Cremlino
di Giuseppe Ghini
Libero, 1.7.2005

Verso il 1980, anche grazie alle Olimpiadi di Mosca, la “degenerata” musica occidentale derivata dal rock and roll – punk, heavy metal, hard rock ecc. – si affacciò alle frontiere dell’URSS. La risposta delle autorità sovietiche combinò la tradizionale azione repressiva e censoria con un’innovativa politica di prevenzione: infatti, se i dinosauri della generazione staliniana (Brezhnev, Andropov e Chernenko) si illudevano ancora di avere saldamente in mano il potere, gli Organi sovietici più a contatto con il mondo libero (tra questi, paradossalmente, il KGB) sapevano che il confronto non era più evitabile. Emblematica di tale confronto fu la risposta dei due campioni di scacchi degli anni 80, Anatolij Karpov e Garry Kasparov, alla domanda di un giornalista sui loro musicisti preferiti: il comunista ortodosso Karpov indicò lo sconosciuto “Alexandr Pajmutov, vincitore del Premio Lenin”, mentre il libero pensatore Kasparov rispose “John Lennon”, il Beatle a lungo proibito in URSS.
Questa politica preventiva spiega i legami mai smentiti tra il KGB e i fondatori del rock-club di Leningrado, il primo del suo genere in Unione Sovietica. Qui, come in altri rock-club, KGB, Partito Comunista e Komsomol, l’Unione della Gioventù Comunista sovietica, non si limitavano al controllo artistico-ideologico dei giovani, ma promuovevano le attività, sceglievano i gruppi, in una parola, incanalavano la musica nel solco dell’ortodossia sovietica. Come osserva Gian Piero Piretto in un recente libro dedicato alle Mitologie culturali sovietiche, per contrastare le nascenti rock band di ispirazione occidentale, il potere organizzò i cosiddetti VIA (Complessi vocal-strumentali), gruppi conservatori, autorizzati, appoggiati e promossi, edificanti nella musica come nel look. Naturalmente, quando la luna di miele con il potere finiva e i giovani musicisti russi cercavano di scrollarsi di dosso le redini degli apparati sovietici, i rock-club venivano chiusi, le band venivano sciolte, gli strumenti confiscati, come avvenne al rock-club di Tjumen’ e al gruppo punk “Istruzioni per la sopravvivenza”.
Una prova documentale della “politica musicale” sovietica sotto Chernenko viene ora alla luce dagli archivi dell’ex-Unione Sovietica, e precisamente dagli archivi del Komsomol della regione di Nikolaev, nel sud dell’Ucraina. Si tratta di un documento del gennaio del 1985 intitolato “Lista provvisoria dei gruppi musicali e dei cantanti stranieri il cui repertorio contiene opere ideologicamente dannose”. Redatto dal Segretario Locale del Komsomol, P. Grishin, il documento contiene una lista dei “gruppi ideologicamente dannosi”, con raccomandazione di “intensificare il controllo sulle attività delle discoteche e dei gruppi vocal-strumentali”. Nonostante la loro dichiarata fede politica marxista, il documento condanna i Clash perché propagandano punk e violenza. Accusa analoga è formulata nei confronti di Sex Pistols, B-52, Madness e Stranglers, alcuni tra i principali gruppi musicali occidentali degli anni Settanta. Diverse band heavy metal, come Black Sabbath, Nazareth, Iron Maiden vengono incolpati di violenza, oscurantismo e misticismo religioso, Alice Cooper di violenza e vandalismo, mentre le cantanti Donna Summer e Tina Turner vanno tenute lontane dal bravo ragazzo sovietico perché propagandano rispettivamente erotismo e sesso.
Ancor più interessanti sono i giudizi politici della lista del Komsomol. I gruppi hard rock Kiss, AC/DC e Van Halen vengono tacciati di neofascismo e propaganda antisovietica, i Judas Priest di anticomunismo, mentre i Talking Heads vanno banditi a causa del loro mito dell’aggressione militare sovietica. I Pink Floyd, che in una loro canzone avevano affermato “Brezhnev si è preso l’Afganistan”, vengono bollati per il loro travisamento della politica estera sovietica in Afganistan.
La scomunica più singolare del funzionario della Gioventù Comunista Ucraina ricade però su Julio Iglesias.
Diciamolo pure: probabilmente solo un nuovo Dante Alighieri sarebbe in grado di formulare la giusta pena per il belloccio ex-portiere di riserva del Real Madrid, autore di alcune tra le più mielose e attaccaticce canzoni degli ultimi vent’anni.
“Se mi lasci non vale” da sola merita un ergastolo di quelli seri, senza riduzioni di pena, ergastolo da cumularsi con quello assicuratogli dalla canzone “Manuela” (“Solo io ho capito/l’importanza dei suoi baci/e l’amore immenso che mi dà, Manuela”). Ergastolo strameritato anche per le ovvietà insopportabili che Julio ci ha propinato per decenni: “Il tempo perso non ritorna, è andato via”; “Mi trovo sempre a pensar/che il denaro ci fa cambiar/e il sesso ci può stancar/ma l’arte di conquistar/è il miele in corpo che fa sognar”; “se un uomo tradisce, tradisce a metà”; “quello che conta tra il dire e il fare/è saper andar via ma saper ritornare”; “la vita è un gioco che nessuno sa”).
Non era dunque necessario, come fa il documento del Komsomol, aggiungere ai capi di imputazione di Julio Iglesias l’addebito di propagandare il neofascismo.

Tag: Iglesias

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Florenskij, restare uomo nonostante i lavori forzati

di ghinetto (25/03/2007 - 20:57)

LETTERE DAL GULAG
Florenskij, restare uomo nonostante i lavori forzati
di Giuseppe Ghini
Libero, 7.11.2006

I diversi conteggi sui milioni di morti fatti dal comunismo sovietico sono assolutamente incompleti. Ci se ne rende conto in modo definitivo leggendo Non dimenticatemi, raccolta di lettere dal Gulag di Pavel Florenskij, matematico, filosofo e sacerdote russo fucilato nel 1937 dopo 4 anni di lavoro forzato. Sono incompleti, quei calcoli, perché la cruda riduzione di persone a numeri non documenta la perdita di ricchezza umana e spirituale che quella mattanza comportò. E allora ben venga questa raccolta di lettere che gli Oscar Saggi Mondadori ripropongono quale testimonianza di quell’umanità prostrata, mortificata, annientata.
Pavel Florenskij, grande scienziato che neanche dopo la Rivoluzione del 1917 aveva dismesso l’abito talare, venne condannato a 10 anni di lavori forzati nel 1933, al termine di un processo falso e senza prove, come scriveranno i giudici sovietici che lo riabiliteranno nel 1958. Via via che si compiva la sua peregrinazione nel sistema concentrazionario sovietico, egli non cessò tuttavia di applicare la sua straordinaria intelligenza ai diversi campi dell’industria degli schiavi del gulag: lo studio della fisica del gelo nella Siberia orientale, l’estrazione dello iodio dalle alghe nel terribile campo delle isole Solovkì. Ridotto a schiavo e galeotto, studiò e inventò nuove tecniche in favore di uno stato, quello sovietico, in cui era eretta a sistema “l’assurdità delle azioni umane che non trovano giustificazione nemmeno nell’egoismo, perché gli uomini agiscono a scapito anche dei propri interessi”. 
Poi, in piena notte, dopo aver compiuto la “norma” di lavoro imposta dal regime carcerario,
sottraendo tempo al sonno, scriveva le poche lettere consentite alla moglie Anna, ai cinque figli, alla mamma. Non lettere generiche, rivolte a tutti, ma lettere indirizzate personalmente a ognuno dei suoi familiari, parti di un’unica grande lettera-contenitore. La cura e la preoccupazione per le singole persone, la ricchezza delle relazioni di Florenskij marito, padre e figlio sono il vero centro di questo epistolario duro, ma non dolente, privo comunque di qualsiasi segno di autocommiserazione. In questa cura della persona, padre Florenskij è guidato da una sorta di “orrore per la quantità”, da un pensiero qualitativo pronto a cogliere la personalità unitaria di ogni singolo figlio e quindi i suoi interessi unici. Le lettere fanno seguito, evidentemente, alle tenere conversazioni di questo babbo con i suoi figli; non è difficile immaginarlo alla scrivania, nella casa patriarcale, appoggiare temporaneamente la penna e parlare pacatamente con Vasja, Kira, Mik, Olja, Tika. Valga l’esempio delle lettere indirizzate all’ultima, amatissima figlia Tika, appena nove anni all’epoca della condanna definitiva del padre. Il padre le chiede delle bambole, delle letture, degli amici, racconta di quando lei era bambina e della sua stessa infanzia in Georgia, espone comprensibili osservazioni sulla natura, riferisce di messaggi trasmessi dai gabbiani e dai passerotti, richiede disegni. Diverso è il tono delle lettere indirizzate ai due figli maggiori, Vasja e Kira, nei quali vede i possibili continuatori della sua stessa opera. A loro Florenskij propone osservazioni da sviluppare, quesiti nel loro campo di ricerca: “Vorrei soprattutto aiutarvi – dice programmaticamente - con l’unica cosa che ho: le idee. Per introdurvi a queste opere, vi manderò a poco a poco delle informazioni, a partire dalle cose più facilmente realizzabili e più vicine alle vostre attività dirette”. Ma non mancano i consigli a Vasja sulla vita matrimoniale (”Devi fare in modo di partecipare alla vita interiore [di tua moglie], e che lei partecipi ai tuoi interessi”), misuratissime lettere alle nuora, pagine affettuosissime nei confronti del nipotino destinato a non vedere mai: “Voi, cioè tu, Anna e i figli – scrive alla madre -  non vi rendete conto che solo attraverso di voi passa il filo che mi lega alla vita; tutto il resto mi interessa solo in relazione a voi”.
L’antologia riflette la cultura enciclopedica di Florenskij, le sue scoperte, il metodo di lavoro che cerca di trasmettere ai figli, la concezione organica della cultura che procede dall’osservazione diretta della natura; vi troviamo descrizioni minuziose delle notti bianche e delle aurore boreali, un breve corso di letteratura russa indirizzato alla figlia Olja, pagine di critica musicale e di geometria superiore, tutto ricondotto a una visione unitaria del mistero della vita presente dietro i fenomeni studiati dalle singole scienze. L’enciclopedismo spiega anche la difficoltà di curare un simile testo che richiederebbe traduttori e redattori altrettanto enciclopedici e che, invece, mostrano qua e là alcune lacune: la famosa Rivolta dei Decabristi (San Pietroburgo, 1825) non avviene in Piazza Sennaja (p. 180) ma nella piazza del Senato; Michajlovskij è affatto un pubblicista filo-liberale (p. 187), bensì il teorico del populismo; il verso di Puškin a lungo discusso a pagina 306 non viene dal poema Poltava ma dal Cavaliere di bronzo.
Ma tutto l’enciclopedismo di Florenskij e la formidabile attività con cui cerca di dimenticare – per quanto è possibile – le disumane condizioni di vita del Gulag non lo distolgono da un ripensamento sul nucleo più intimo dei suoi interessi, la famiglia in senso lato, compresa la stirpe e la casa: “Volgendomi indietro e rivedendo la mia vita – scrive con rammarico - non vedo in che cosa, in sostanza, dovrei cambiare la mia vita se dovessi ricominciarla da capo e nelle stesse condizioni di prima. Certo ho fatto molti singoli errori […] ma queste cose non mi hanno fatto deviare dalla direzione principale, e quanto ad essa non ho niente da rimproverarmi. Mi pento che, avendo un atteggiamento passionale rispetto al dovere, non mi sono consumato abbastanza a favore di me stesso; per “me stesso” intendo voi, che sento come una parte di me stesso: non ho saputo darvi gioia e rallegrarvi, non ho dato ai figli tutto ciò che avrei voluto dare loro”.

In questa antologia che aiuta a recuperare quella che Florenskij chiama “l’arte di leggere lentamente” manca completamente la presenza di Dio, che affiora soltanto in un poema scritto per il figlio Kirill. Se questo è facilmente spiegabile addebitandolo alla censura del campo, è opportuno completare l’immagine di padre Florenskij con il ricordo raccolto da Vitalij Šentalinskij, colui che ha ricostruito le vicende delle vittime del regime sovietico nel libro I manoscritti non bruciano. “Alle Solovkì, padre Pavel Florenskij riportò a Dio molte anime, anche di agnostici o di atei convinti: furono molti coloro che grazie a lui conobbero un risveglio spirituale. Sembra fosse la persona più rispettata e autorevole del lager. Secondo una leggenda, quando il suo corpo fu portato fuori dall’ospedale, tutti i reclusi, perfino i criminali più incalliti, si inginocchiarono e si tolsero il cappello”.
Forse è più che una leggenda, quella del “padre” di tutti i galeotti, e forse pensava a tutti loro quando scriveva: “In questi momenti, guardando le notti bianche, penso a voi e custodisco il vostro sonno”.

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Da Bisanzio alla Russia cristiana: Averincev

di ghinetto (24/03/2007 - 15:12)

Da Bisanzio alla Russia cristiana. Averincev (1937-2004)
di Giuseppe Ghini
Tuttolibri (1247) febbraio 2001

Il 13 febbraio prossimo, la Fondazione Agnelli consegnerà formalmente il suo prestigioso Premio allo studioso russo Sergej Sergeevic Averincev «protagonista del dialogo fra le diverse tradizioni che costituiscono l'identità culturale europea» – come recita la motivazione.
Di lui, del suo passato di bizantinista all'Università di Mosca e del suo presente di slavista presso l'Ateneo di Vienna hanno già parlato i giornali, i quali l'hanno anche intervistato sulla sua parentesi politica, allorché venne eletto deputato alle votazioni finalmente libere della Duma. Uno spazio più limitato è stato dedicato ai suoi libri, alla sua attività più propriamente scientifica, ciò che costituisce al contrario – come sa bene chi lo conosce personalmente – qualcosa di indissolubile dalla sua stessa vita.
Già, i suoi libri… Oggi è difficile perfino immaginare come un testo intitolato Poetica della letteratura antico-bizantina (edizione orig. 1977, tradotto in italiano L'anima e lo specchio. L'universo della poetica bizantina, Bologna, Il mulino, 1988) potesse essere un evento in Unione Sovietica. Anzi, un evento esplosivo, come esplosive erano le conferenze filosofiche che Averincev tenne tra il 1968 e il 1971 e che furono infine proibite come «propaganda religiosa», o come le voci dell'Enciclopedia filosofica giudicate sovversive e ideologicamente eterodosse dagli stessi Comunisti francesi! E invero c'era, e c'è ancor oggi, negli scritti di questo filologo quieto e apparentemente fuori dal mondo, una potenza eversiva, frutto di una cultura straordinariamente ampia e profonda, combinata ad una coscienza di sé inverosimilmente umile e ad una moralità ferma e irremovibile su ciò che non può essere oggetto di trattativa. I suoi libri e i suoi articoli cadevano sulla steppa sovietica come una manna leggera, proveniente da un altro mondo. Erano percepiti dai russi come una specie di miracolo, e di miracolo doppio: anzitutto essi testimoniavano la sopravvivenza di una cultura che si credeva liquidata da 70 anni di comunismo, una cultura volta a comprendere e interpretare intelligentemente il proprio passato, a riscoprirne le radici, a riannodare i fili tagliati dalla Rivoluzione. In secondo luogo, i libri di Averincev attestavano che  l'intelligencija russa – un gruppo socio-culturale che si pensava interamente asservito al potere – aveva ancora un margine di indipendenza. Citando con prudenza e saggezza autori citabili, lottando strenuamente per un aggettivo qualificante e cedendo su di un altro punto meno importante, soprattutto difendendosi con l'autorità di un'inattaccabile competenza scientifica, essi rappresentavano una concreta speranza per tutti coloro che, pur non essendo dissidenti attivi, non erano neanche filosovietici.
I suoi libri tracciavano una via, allargavano il manto sotto cui ripararsi, gettavano un nuovo pilone per quel ponte che un giorno sarebbe stato ricostruito (e che ancora attende di essere ricostruito). Ponevano intanto, fin dall'inizio, un cuneo di ferro nella breccia aperta nel monolite dell'ideologia ufficiale marxista-leninista: che tante espressioni culturali non fossero affatto il prodotto di una certa situazione economico-sociale, ma, al contrario, che esse fossero anteriori e cause di quella situazione. Che la cultura, cioè, interagisse liberamente con la realtà (a dispetto di quella massima marxiana riportata con deprimente costanza da tutti i dizionari sovietici secondo cui «il reale determina la coscienza»).
Quella stessa prudenza e quella stessa saggezza, d'altronde, Averincev aveva fatto oggetto di studi appassionati e illuminanti. Lo studio della condizione dell'intellettuale nelle situazioni di illibertà politica del Vicino Oriente Antico, dell'Egitto, dell'Impero Bizantino, della Russia e – si leggeva tra le righe – dell'URSS, compare infatti in uno dei capitoli più appassionati del suo L'anima e lo specchio. E con esso compare un metodo di studio autenticamente comparativo, capace di combinare l'acuta analisi semiotica dei fenomeni culturali all'attenta valutazione della loro dimensione storica.
E' questa la costante degli scritti di Averincev. Egli tratta del «principio greco» della letteratura europea, rifiutandone gli aspetti romantici, ideologici e astorici e lo ricostruisce invece come una poetica, con una sua concezione dell'autore, del rapporto con la realtà, della riflessione filosofica e letteraria, del dialogo (nel libro Atene e Gerusalemme, Firenze, Donzelli, 1994). Analizza, nello stesso libro, con altrettanta profodità e vastità l'altro principio originario della cultura letteraria europea, quello ebraico, con la sua differente idea del rapporto vita-letteratura, la sua opposta concezione dell'autore, col suo specifico coinvolgimento del lettore.
Studia, nel già citato L'anima e lo specchio dedicato alla cultura bizantina ma non in modo esclusivo, le diverse concezioni del riso, la cultura del corpo e l'opposto principio della cultura ascetica; analizza la funzione del simbolo, della parola, del libro, dell'alfabeto, il mondo come scuola, come enigma e soluzione. Ricostruisce, in definitiva, una poetica della cultura che poi segue nel suo sviluppo storico, nel suo modificarsi dalle rive dell'Eufrate a quelle del Bosforo, da quelle del Baltico fino al Mediterraneo (cfr. l'antologia Dalle sponde del Bosforo alle sponde dell'Eufrate, Mosca, 1987, o anche L'aristotelismo cristiano come forma interiore della tradizione occidentale, in «Nuova civiltà delle macchine» 1, 1994).
E questo fa senza superficiali pacifismi culturali, mantenendo e anzi valorizzando per empatia le caratteristiche proprie di ogni singola espressione, da uomo realmente europeo, dunque aperto alle altre culture. Questo fa senza debolismi morali, da cristiano colto, dunque realmente ecumenico, certo com'è che «il relativismo è nemico della pace».

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Grossman: La Madonna Sistina consola le vittime dei lager nazisti

di ghinetto (23/03/2007 - 14:38)

Grossman: La Madonna Sistina consola le vittime dei lager nazisti
di Giuseppe Ghini
Libero, 27.1.2007

A partire dal 1941 Vasilij Grossman divenne noto ai Russi come il migliore corrispondente dal terribile fronte che opponeva l'esercito tedesco a quello sovietico, che lo scrittore seguì da Stalingrado fino a Berlino. I suoi resoconti di prima mano, lontani dalla retorica di regime, a metà tra l'articolo di giornale e il racconto artistico, venivano letti fino a consumare le pagine. In quegli anni, oltre a raccogliere le testimonianze sulle atrocità commesse dai nazisti in territorio sovietico, Grossman cominciò a scrivere un romanzo in due volumi sulle vicende belliche. La prima parte, dal titolo Per la giusta causa, venne pubblicata nel 1952 dalla rivista “Novyj mir” dopo anni di battaglie su ogni singola pagina (esistono 12 redazioni del testo). La seconda parte, presentata alla rivista “Znamja” nel 1960 col titolo Vita e destino, venne respinta in quanto “ideologicamente erronea” e segnalata al Comitato Centrale del PCUS. Il KGB provvide immediatamente a requisire tutte le copie, compresa la carta carbone e i nastri della macchina da scrivere dello scrittore. Se ne salvò fortunosamente un esemplare che, grazie ad Andrej Sacharov e alla moglie Elena Bonner, venne fatta pervenire in Occidente e data alle stampe quando ormai lo scrittore era morto. In pratica Vasilij Grossman, che pure aveva iniziato come autore ossequiente ai canoni del realismo socialista, dedicò gli ultimi dieci anni (morì nel 1964) a scrivere “per il cassetto”. Solo con la perestrojka gorbacioviana le sue opere, compreso il bellissimo Tutto scorre, videro la luce anche in patria e il lettore russo poté vedere l'intero cammino spirituale e artistico compiuto da Grossman.


Anche il breve racconto recentemente pubblicato da Medusa, "La Madonna a Treblinka" (il titolo originale è in realtà "La Madonna Sistina") seguì la sorte della produzione postbellica dello scrittore e vide la luce in Russia solo nel 1989. Grossman era entrato nel campo di Treblinka insieme all'esercito sovietico e ne aveva fatto partecipi i lettori con un articolo-racconto del 1944, L'inferno di Treblinka. Per lui, che proveniva da una famiglia ebrea assimilata, l'esperienza dovette essere particolarmente straziante. E tuttavia questo non gli impedì di rievocare l'esperienza nella Madonna Sistina modificandone radicalmente il tono.
"La Madonna Sistina" prende lo spunto dalla mostra delle opere della Galleria di Dresda che le autorità sovietiche organizzarono a Mosca nel 1955, prima di restituire ai tedeschi le tele razziate nella vittoriosa avanzata verso Berlino. Grossman riprende qui le fila di una riflessione che aveva già lunga storia tra gli Slavi orientali: dal momento che la Galleria di Dresda costituiva una tappa obbligatoria per tutti coloro che adempivano all'obbligo del grand tour in Occidente, il quadro di Raffaello era divenuto un “luogo comune”, un  topos della cultura russa. Pushkin, Belinskij, Herzen, Turgenev, Tolstoj, Dostoevskij, Goncharov, Solov'ev, Florenskij, tutti ne avevano scritto direttamente o mettendo in bocca ai loro personaggi l'impressione destata da quella magnifica Donna col Bambino in braccio. Nell'arsenale simbolico degli scrittori russi dell'Ottocento, la Madonna Sistina era rapidamente divenuta l'emblema della “bellezza pura”, della bellezza disinteressata, “inutile” e come tale era stata contrapposta, a mo' di sfida, ai simboli agitati dagli utilitaristi. “Vale più la Madonna Sistina e Raffaello o lo spurgo dei pozzi neri, un paio di stivali, un barile di petrolio?”, si chiedono i personaggi di Herzen e Dostoevskij.
Grossman vede la Madonna Sistina dopo Treblinka e dopo la Kolyma, dopo i lager e dopo i gulag. E, a differenza di altri, guardando il quadro della Galleria di Dresda, non rimuove Treblinka e la Kolyma. Al contrario, guardando gli inferni creati dall'uomo nel corso del Novecento rivede la Madre e il Bambino dipinti da Raffaello. “Il ricordo di Treblinka aveva invaso la mia anima, e in principio non riuscii a capire... Era lei [la Madonna] che camminava scalza con passo leggero sul suolo pulsante di Treblinka, dal punto di scarico dei convogli alla camera a gas. La riconobbi dall'espressione del viso e degli occhi. Vidi suo figlio, e lo riconobbi dall'espressione straordinaria, non infantile. Così erano le madri e i bambini a Treblinka (...) Quante volte osservai attraverso la nebbia i deportati che scendevano dal treno, ma non era mai possibile vederli in modo distinto: spesso i loro volti apparivano deformati da un terrore smisurato (...) Infine vidi il segreto di quei volti: li aveva dipinti Raffaello quattro secoli prima (...) La giovane madre ha dato alla luce il suo bambino nel nostro tempo. È terribile tenere sul cuore il proprio figlio e udire l'ululato della folla che saluta Adolf Hitler. (...) Nella primavera del 1945 la Madonna vide il cielo del Nord. Non venne da noi come un'ospite, come una straniera di passaggio, ma con i soldati e gli autisti calcò le strade dissestate dalla guerra; lei è parte della nostra vita, è una nostra contemporanea. Conosce tutto: la nostra neve, il fango gelato dell'autunno, la gavetta ammaccata dei soldati piena di sbobba scura (...) È contemporanea della collettivizzazione totale. Eccola che va, scalza, col suo piccolo bambino, viene caricata sul treno. Che lunga strada l'attende, da Obojan', vicino a Kursk (...) fino alla tajga, alle paludi boscose oltre gli Urali (...) Sì, è proprio lei. La vidi nel 1930 alla stazione di Konotop: si avvicinò al vagone del treno rapido, scura dalla sofferenza, sollevò i suoi occhi straordinari e disse senza voce, con le sole labbra: “Pane...”. La incontrammo nel 1937: stava in piedi nella sua camera, teneva in braccio il figlio per l'ultima volta, gli diceva addio, lo guardava attentamente in volto, poi scendeva le scale deserte di un palazzone muto... Sulla porta della camera era stato posto un sigillo di ceralacca, giù l'aspettava un'automobile di Stato”.
Grossman non fugge davanti agli orrori del Novecento, non fugge davanti a Treblinka, alla Kolyma, alla carestia conseguente alla collettivizzazione sovietica degli anni Trenta. Il suo percorso è opposto a quello della romana damnatio memoriae. Grossman ricorda, vuole ricordare. Perché la “sua” Madonna  Sistina non è fuggita. Non c'è più opposizione tra ciò che è utile e ciò che è bello. Dopo Treblinka e la Kolyma, l'unica bellezza possibile è una bellezza incarnata, non astratta. È quella  bellezza che, seguendo la strada che parte da Dostoevskij, Grossman chiama “l'umano nell'uomo”.
“Guardando la Madonna Sistina noi conserviamo la fede che la vita e la libertà sono una cosa sola e non c'è niente di più alto dell'umano dell'uomo. Che vivrà in eterno, e vincerà”.

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"Il potere delle tette"

di ghinetto (22/03/2007 - 22:50)

“Il potere delle tette”
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 24.11.2006

Anzitutto, mi scuso. Mi scuso perché un titolo così proprio non si dovrebbe fare e, inoltre, non è nel mio stile. Mi scuso con le lettrici della Voce e spero che non mi vengano date patenti di maschilismo. Semplicemente, la definizione non è mia e per questo ho chiesto e ottenuto dal Direttore di mettere il titolo – peraltro irrinunciabile – tra virgolette.
La definizione, infatti, è di un anonimo ragazzo con cui ho fatto il viaggio in corriera da Urbino a Pesaro qualche tempo fa. Sapete come capita in corriera: uno si siede volendo sonnecchiare e dietro vi si piazzano due che parlano a voce alta, e le loro vicende diventano immancabilmente le vostre. Se anche uno non vuole ascoltare, non può non sentire. È così che ho sentito la storia del “potere delle tette”. Ve la riporto.

I miei due compagni di viaggio erano un ragazzo e una ragazza, entrambi studenti universitari. Come tanti altri studenti, almeno quelli iscritti all’Università di Urbino, anche questi arrotondano i soldi dei genitori con qualche lavoretto. È vero che questo fa sì che gli appelli d’esame soprattutto di settembre, quelli dopo la “stagione”, siano poco frequentati e che gli anni d’iscrizione si allunghino inevitabilmente, ma tant’è: anche gli anni di vita studentesca si allungano e questo può avere i suoi lati positivi…
Insomma, i due parlano e scoprono che fanno lo stesso lavoro: il barman (e la barwoman, direbbe qualche anglofono politically correct). Ancora un paio di frasi e il ragazzo assume un tono risentito, quasi di sfida. Dal momento che lavorano a giornata e solo le sere che i bar ne hanno necessità, lui si lamenta del fatto che subisce la “concorrenza sleale” della ragazze. La chiama proprio così: concorrenza sleale. Dice che se il titolare di un bar ha la possibilità di scegliere, le ragazze vengono sempre preferite ai ragazzi. “Per questo i ragazzi devono diventare molto professionali, se vogliono lavorare in questo campo. Devono diventare dei veri professionisti. Sai anche tu com’è” – conclude enigmaticamente. A differenza della ragazza, io, per la verità, non so com’è, ma questo è un altro handicap della corriera: una volta che senti un discorso interessante, non è che puoi intrometterti disinvoltamente e chiedere spiegazioni (“No, scusi. Io non ho capito. Non è che potrebbe spiegarmi…”).
Il dialogo prosegue serrato. Parlano della vita dura del barman, concordano sull’impossibilità di fare questo lavoro per molti anni, soprattutto se si vuole finire l’università. Poi passano a confrontare le retribuzioni e le trovano analoghe. “Bene – penso tra me. – Almeno in questo campo non c’è discriminazione”. Ma il ragazzo incalza. “E le mance?”. Già, non ci avevo pensato: ci sono anche le mance. “Dai - insiste lui. – Dimmi quanto prendi di mancia in una sera?”. La ragazza spara una cifra sostanziosa e io mi perdo a confrontarla con il mio stipendio diviso per i giorni del mese. Quando riemergo dalla deprimente esperienza del confronto, scopro che lei ha fatto una specie di classifica. “Dunque – dice lei – ho notato che le mance dipendono da come sono vestita. Ma non è come tu pensi!”. Ah, per fortuna, non è come pensa lui. Sicuramente è una brava ragazza e una studentessa modello. “Ah, sì. E com’è?” – fa lui.
“Vedi – fa lei -, è sbagliato pensare che più ti svesti e più ti danno di mancia. Non c’è una proporzione così diretta. Ad esempio, io ho notato che l’abbigliamento con cui tiro su più mance non sono le camicie scollate: è una maglia attillata che lascia scoperte le spalle. Quando ho bisogno di soldi, mi metto quella maglia e torno a casa con il borsellino gonfio”.
“Lo so – dice lui. – È quello che io chiamo ‘il potere delle tette’. Non solo vi danno il lavoro anche se siete meno professionali di noi, ma guadagnate anche di più. Non lo sopporto questo potere delle tette”. La ragazza non si scompone. La sua replica, però, è tagliente. “E a chi vuoi darne la colpa? Sono gli uomini che guardano e che sborsano”.
Lui si prende l’ultima parola, mentre già ci prepariamo a scendere: “Dimmi solo una cosa. Tra te e una prostituta che si vende per soldi che differenza c’è? Ovvio che c’è una differenza, lo vedo anch’io. Ma credo che sia una differenza solo ‘di grado’, non una differenza qualitativa”.
Scendo con un brivido, anche se è una giornata tiepida.

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Le ragioni culturali della vittoria dell'Italia

di ghinetto (21/03/2007 - 22:57)

Le ragioni culturali della vittoria dell’Italia
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 7.7.2006

Dopo le analisi squisitamente tecniche (il 4-4-2 tedesco battuto da un arrischiato 4-2-1-3 italiano) e le interpretazioni vagamente sociologiche (i rappresentanti della borghesia battuti dagli idoli dei gelatai e dei camerieri), è forse il caso di analizzare più in profondità le ragioni culturali che hanno portato all’inevitabile vittoria dell’Italia di Lippi. Aldilà dei valori tecnici, tattici e podistici, infatti, due nazionali di calcio sono innegabilmente espressione di due culture differenti, di due diversi modi di interpretare la vita e il calcio. Già Beckenbauer ha espresso bene questa diversità, quando ha affermato che l’Italia avrebbe fatto meglio a non presentarsi ai Mondiali dopo lo scandalo Moggi.
Ciò che, tradotto in termini culturali, significa che i Tedeschi con Franz Beckenbauer in testa non si sarebbero mai presentati ai Mondiali se il caso Moggi fosse capitato in Germania; che, morti dalla vergogna, avrebbero considerato indecoroso e impossibile affrontare tra i fischi la compagine di un mondo calcistico pulito. E invece, questi Italiani menefreghisti…
Qualche anno fa, un consigliere norvegese dell’ONU di nome Johan Galtung, autore di studi sulla pace e sui conflitti, pubblicò un articolo in cui confrontava diversi stili culturali: sassone, teutonico, gallico e nipponico. Naturalmente le analisi basate su di un astratto ed eterno “spirito di un popolo” sono finite con l’esaurirsi del Romanticismo. E tuttavia, dato che i popoli sono innegabilmente portatori di “stili” e modi di pensiero differenti, quel posto è stato occupato dalle interpretazioni culturali: se gli Inglesi e gli Americani, a differenza dai Tedeschi, sono alieni dalle grandi e statiche speculazioni ideologiche, questo si deve non ad un presunto “spirito del popolo” inglese e americano, bensì a tradizioni culturali orientate verso il pensiero pragmatico, induttivo, a grandi ricerche effettive sul campo, a uno stile di lavoro di gruppo in cui il cambiamento delle proprie opinioni in seguito a un dibattito è ammesso e addirittura apprezzato.
Galtung, è vero, si riferiva ai diversi stili intellettuali quali si esprimono nella presentazione di un rapporto, scriveva in base a un’esperienza che lo aveva messo a contatto con centinaia di relatori delle diverse parti del mondo. Questo però non esclude che la sua analisi si possa allargare ai diversi “stili calcistici” espressione pedatoria dei succitati stili intellettuali.

Dunque, diciamo semiseriamente, il gioco della Germania di Klinsmann discende dallo stile teutonico nella sua versione forte, pura, fortemente logica e deduttiva, il cui fine principale è il “rigore” (Galtung si riferisce a quello del pensiero, non a quello dagli undici metri, anche se è vero che i Tedeschi miravano proprio ai rigori). Al centro di questo stile c’è una teoria forte, indiscutibile, che Galtung equipara alla figura geometrica di una grande piramide e il cui propugnatore è al tempo stesso il suo strenuo difensore. Pensiamo a Ballack che avanza palla al piede, lineare, geometrico, rigoroso, piramidale; ai due centrali tedeschi, Metzelder e Mertesacker, emblemi stessi di una macchina straordinariamente potente ma incapace di adattamenti; pensiamo al tiro di Schneider, dritto per dritto (sopra la porta di Buffon, per fortuna). Gli unici veri pericoli sono venuti per l’Italia dall’inventiva dei due attaccanti, i polacchi Klose e Podolski, anzi più da quest’ultimo che dal primo. Nella nazionale di Klinsmann, Podolski, polacco non solo di nascita ma anche di lingua e di cultura, è un elemento che agisce alla periferia dello stile teutonico: sue le eccezioni allo stile massiccio, suoi gli unici guizzi di agilità che ci hanno messo in difficoltà, come un tempo le giocate dell’altro tedesco dal nome polacco, Littbarski. Pensiamo ancora, a proposito di questo stile, all’incapacità di Beckenbauer di ammettere che l’Italia ha giocato meglio, alla sua incapacità di prendere lezioni dalla realtà e di adattare la propria teoria.
Corrispondentemente, sempre stando allo studioso pacifista Johan Galtung, l’Italia sarebbe non già al centro, ma alla periferia dello stile “gallico”. Caratterizzato anch’esso da una forte propensione alle grandi teorie (non avremo Hegel, ma abbiamo pur sempre Croce e san Tommaso d’Aquino), lo stile gallico si differenzia per la sua propensione verso il “bello”, verso l’eleganza dell’espressione. Capace di far convivere in modo funambolico dati ed elementi provenienti da aree differenti, tutto affidato alle capacità persuasive della retorica, lo stile gallico di cui l’Italia è portatrice rimanda alla figura geometrica di un’amaca stesa a collegare mollemente punti lontani nello spazio. Pensiamo ai due passaggi risolutori, entrambi blind pass, come si chiamano nel basket, passaggi ciechi, ingannatori: il più geometrico dei nostri giocatori, Pirlo, guarda da un parte, finge di tirare e passa a Grosso dall’altra parte, il quale infila il portiere Lehmann con un tiro a rientrare di rara bellezza; Gilardino converge al centro, finge l’azione personale e passa al sopraggiungente Del Piero, senza che nessuno capisca come ha fatto a vederlo, il quale a sua volta segna spiazzando l’estremo difensore tedesco. Meraviglia! Pensiamo al palo di Gila, palo impossibile, amaca tesa tra la sua gamba e il palo, frutto di un calcio tutt’altro che rigoroso; e pensiamo anche a tutte le giocate di Totti, al suo “fraseggio”, il cui fine è davvero il “pulchrum pedatorium”, il bello calcistico.
È vero, Gattuso non è nato bello, è nato semplicemente Gattuso. Ma non per questo si è fermato al dato di partenza, alla sua gattusità. Non vi siete accorti anche voi che a volte, nel fulgore della battaglia, lo si confonde con qualcun altro? Che, a forza di stare vicino a Pirlo, ne ha preso qualche mossa, qualche movimento, come già un tempo Benetti al contatto ravvicinato con Rivera? In una parola, non vi pare che Gattuso sia anche lui elegante, per quel tanto che permette il suo specifico stile gattusico? Non l’avete pensato anche voi, quando si è permesso di uccellare Ballack in mezzo al campo?


Ora ci aspetta la Francia, il centro della cultura gallica. Noi siamo la periferia, loro il centro. Controllo sul testo di Galtung: non dice chi prevarrà, tra le due varianti dello stile gallico. Tocca giocarsela fino in fondo.

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Le mamme-rugbiste ci fanno vedere il sole

di ghinetto (20/03/2007 - 23:01)

Le mamme-rugbiste ci fanno vedere il sole
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna,
16.6.2006  

Come spesso accade, tocca al mercato ricordarci che esistono famiglie normali, con problemi normali, con redditi normali. Se i politici si accapigliano sulle stanze del buco e sui parlamentari che si drogano, se i telegiornali sono pieni di calciatori e veline, ci pensa la buona vecchia Fiat a ricordarci che la maggior parte degli Italiani e delle Italiane vive in una famiglia, non si droga, non guadagna cifre spropositate dando calci a un pallone o mostrando le cosce.

Dalla prima domenica di giugno è partita la nuova campagna promozionale della Fiat Idea, una campagna che punta soprattutto sulle mamme, cioè su chi è il fondamento e l’anima delle normali famiglie italiane. Ma, naturalmente, essere una mamma oggi non è uno scherzo. Come dice il refrain della pubblicità Fiat “ci vuole una bella grinta per essere mamme oggi!”.
L’idea geniale della pubblicità consiste nella traduzione di questo concetto in un’immagine, anzi in una danza immaginifica, il famoso “haka” maori. Reso noto nel ristretto mondo del rugby dagli All Blacks neozelandesi a partire dalla fine del 1800 e poi nell’ampio villaggio mediatico da alcuni recenti spot pubblicitari (il whisky scozzese Lawson’s, l’Adidas), l’haka è un’aggressiva danza rituale usata dai giocatori per caricarsi e per intimorire gli avversari appena prima della partita. Gli specialisti tengono a precisare che l’haka ka mate, questo il nome completo della danza eseguita dagli All Blacks, non è originariamente una danza di guerra, quanto piuttosto una danza rituale che racconta e celebra lo scampato pericolo di un capo maori inseguito da un nemico. Nascosto in un pozzo da un capo villaggio alleato, a cui l’haka si riferisce con le parole “uomo peloso”, una volta fuorviati gli inseguitori, il fuggiasco venne infine riportato alla luce del sole attraverso la scala interna del pozzo.
“Io muoio! Io muoio! Io vivo! Io vivo! Io muoio! Io muoio! Io vivo! Io vivo! – scandiscono i rugbisti-danzatori neozelandesi, riattualizando l’alterno sentimento del capo maori in fuga. – Questo è l’uomo peloso che ha persuaso il Sole e l’ha convinto a splendere di nuovo. Un passo in su! Un altro passo in su! Un passo in su! Un altro passo… Il Sole splende! Hi!”
In realtà, interpretata in maniera aggressiva, per non dire feroce, in faccia agli avversari e preceduta da una sorta di “chiamata alle armi” da parte del capitano della squadra di rugby, l’haka si trasforma inevitabilmente in una simbolica danza di guerra.
“Batti le mani contro le cosce – urla il capitano superando il mugghio prepartita dello stadio – sbuffa con il petto, piega le ginocchia, lascia che i fianchi le seguano, sbatti i piedi più forte che puoi”.
Com’è evidente, queste urla del capitano introducono in modo del tutto coerente quella allegoria della battaglia tra campioni che è la partita di rugby, di calcio, di basket ecc., soprattutto quando è in gioco l’orgoglio nazionale. Non a caso, agli ultimi Giochi olimpici di Seul l’haka si è diffuso anche alla nazionale di basket neozelandese.
E le mamme italiane, che c’entrano con tutto questo? C’entrano, eccome, e per questo lo spot della Fiat fa loro interpretare un haka improvvisato nel bel mezzo di una strada. “Una battaglia è la vita dell’uomo sulla terra” – dice il Libro di Giobbe, e la danza maori ce lo ricorda con una penetrante allegoria. Tuttavia, dato che le mamme rugbiste dello spot Fiat non danzano l’haka in faccia a un avversario, non lanciano sfide a un’altra squadra, dobbiamo supporre che questa battaglia giornaliera sia rivolta contro qualcos’altro. Se mai, vogliamo immaginare, contro tutto ciò che di limitato, imperfetto e umiliante ci tocca di incontrare anche in noi stessi ogni giorno. E alla fine della giornata, questa mamme capaci di farci emozionare da un tubo catodico non avranno vinto solo la loro partita: avranno portato tutti noi a vedere il sole.
“Un passo in su, un altro passo… Il Sole splende!”.

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I Cinesi che non perdono la faccia

di ghinetto (19/03/2007 - 23:06)

I cinesi che non perdono la faccia
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 17.2.2006

La caduta da brividi di Dan Zhang, nella gara di pattinaggio artistico delle Olimpiadi invernali, ma, più ancora, l’incredibile recupero che ha portato l’atleta cinese alla medaglia d’argento, meritano un commento. La gara l’abbiamo vista tutti, e tutti, anche chi di noi tifava per la coppia russa poi risultata vincitrice, abbiamo condiviso delusione e sofferenza e poi infine gioia liberatrice per la vittoria morale dei due pattinatori cinesi sulla sfortuna, su quello che era sembrato un ostacolo insormontabile. Già, insormontabile per noi Italiani… Insormontabile per il commentatore della RAI che, dopo quel salto altissimo conclusosi malamente sul ghiaccio del Palavela di Torino, ha prematuramente stilato il podio della gara depennando la coppia cinese Zhang e Zhang. E invece…
E invece la cultura cinese, come pure quella giapponese, dà grandissimo valore alla considerazione sociale, ciò che si riflette nel concetto di “salvare la faccia”. Regole non scritte dettano i comportamenti degli individui all’interno della società allo scopo di combinare il rispetto per se stessi con il prestigio degli altri. Così, durante una competizione anche commerciale, il tradizionale sistema di valori cinese impone che si conceda allo sconfitto qualche premio di consolazione, che non lo si umili. E quando, comunque, le circostanze portano alla sconfitta c’è un’ultima difesa, un ultimo modo di non “perdere la faccia”: assumere un’espressione impassibile come se nulla fosse successo, evitare di perdere il controllo di se stessi, di mostrare pubblicamente la propria frustrazione, la propria rabbia.
Laddove un Italiano si sarebbe messo a piangere e a imprecare contro il destino cinico e baro, con il conforto e la comprensione di mamma, papà e della nazione intera; dove un americano avrebbe intentato causa ai manutentori della pista di ghiaccio, agli architetti del Palazzetto e agli organizzatori delle Olimpiadi, la mite e determinata Dan Zhang, nel breve scorrere di due minuti, si è ripresa, ha mascherato dolore, delusione, un’intera gamma di sentimenti e ha ripreso la sua danza commovente sul ghiaccio lucido. Una piroetta, un’altra ancora, facendo leva proprio sul ginocchio sinistro che aveva sbattuto violentemente contro il ghiaccio e infine il giusto premio: medaglia d’argento!

Che meraviglia, e che lezione! Autocontrollo, dominio di sé, senza inutili polemiche con il partner, senza giocare allo scaricabarile, senza accampare scuse, senza cercare giustificazioni. Confrontiamo questa lezione con quanto ci passa il convento televisivo, con quella Tv spazzatura in cui l’esplosione incontrollata dell’ira e l’esibizione della mancanza di autocontrollo sono ormai norma settimanale. Confrontiamola con le parolacce e le offese irripetibili anche tra compagni della stessa compagine, parolacce e offese che accomunano campi da calcio, spogliatoi, Parlamento, per non parlare dei Consigli comunali e di Circoscrizione. Confrontiamola con la spettacolarizzazione della vita e dei suoi aspetti più abietti nei reality show, dove l’offesa e la scurrilità sono studiati e voluti per aumentare lo share, dove attori-spettatori mettono in piazza le proprie brutture. Confrontiamo e scegliamo: io sto dalla parte della pattinatrice cinese, dalla parte della tradizionale virtù della “mansuetudine”, che non è mancanza di energia, ma forza potente per vincere se stessi, per possedere il proprio “io” contro la volubilità, la mancanza di carattere, l’incostanza. 
Così si vince. Così si diventa persone più vere, andando contro e non assecondando le proprie miserie, le proprie debolezze. Certo, anche questo autocontrollo può, in definitiva, essere egoistico, diventare alimento dell’amor proprio, come ammoniscono i maestri cristiani di vita interiore; e dunque va purificato, elevato, orientato all’apertura verso gli altri, all’amore degli altri. Però, quanto meno, la strada è quella giusta.

Tag: Dan,Zhang

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E la Coca Cola si e' bevuta il Che

di ghinetto (18/03/2007 - 08:39)

E la Coca Cola si è bevuta il Che
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 15.9.2005

A Marsiglia, da qualche mese, si produce la “El Che Cola”, versione meno zuccherata della famosa Coca Cola. Sulla bottiglia un’etichetta che riproduce l’icona di Che Guevara da intendersi come “figura emblematica di una persona che ha lottato contro le disuguaglianze e per un mondo più giusto”, spiega il direttore dell’azienda. Il quale aggiunge che verserà il 50% degli utili netti a favore di organizzazioni non governative e associazioni umanitarie che lottano contro la fame nel mondo.
Certo è difficile affiancare Che Guevara alle associazioni umanitarie. La sua lotta alle disuguaglianze si basava, come scrisse lui stesso, sull’ “odio come fattore di lotta - l'odio intransigente contro il nemico - che spinge oltre i limiti naturali dell'essere umano e lo trasforma in una reale, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere”. “I nostri soldati – continuava – devono essere così: un popolo senza odio non può vincere un nemico brutale”. Ernesto Guevara, detto “el Che”: uno degli “irriducibili” della lotta senza quartiere contro l’imperialismo americano e uno degli artefici della svolta filo-sovietica della rivoluzione castrista. In linea con la concezione monopartitica di Lenin, Guevara teorizzò la necessità di un’unica monolitica linea strategica, cioè, in pratica, la necessità della soppressione di coloro che dopo la Rivoluzione cubana erano rimasti democratici. Nominato Procuratore, era il “Che”, infatti, a decidere sulle domande di grazia, e fu per sua iniziativa che nel 1960 venne creato, nella penisola di Guanaha, il primo campo di lavoro forzato cubano. Nominato Ministro dell’Industria fu tra i fautori della rigida applicazione del modello sovietico: eliminazione dei diritti civili, soppressione della libertà religiosa, della libertà di stampa, nazionalizzazione dell’industria, istituzione di uno stato di polizia, di una “giustizia popolare”.
“El Che Cola”: hasta la bebida siempre!
L’invenzione della “El Che Cola” sembrerebbe l’ennesima vittoria del capitalismo sui suoi nemici più acerrimi, vittoria ottenuta con le armi proprie del capitalismo: i soldi, il mercato, il marketing, la pubblicità. La Coca Cola, uno dei simboli più smaccati dell’imperialismo economico-culturale americano si è “bevuta” il campione dell’antimperialismo, colui che morì nell’impresa di creare “due, tre, cento Vietnam”. E tuttavia quanto accaduto obbliga ad una considerazione ulteriore. Ci deve essere una ragione per cui l’imperialismo economico riesce ad assimilare i suoi nemici, perché tanti rivoluzionari si sono svenduti al dio quattrino, perché hanno smesso l’eskimo e si sono messi la giacca del capitalista sfruttatore. Ci deve essere una ragione per cui la più alta percentuale di “comunisti nell’anima” risiede nelle campagne romagnole, dove abitano i contadini più ricchi del mondo. Il fatto è che tra rivoluzionari marxisti e capitalisti senza scrupoli c’è una linea di continuità: la mentalità materialista. L’intransigente Che Guevara, che non a caso non disdegnava la Coca Cola, era probabilmente pronto a trasformarsi in un capitalista duro e spietato, com’è successo a tanti nella Russia post-sovietica. La sua aspirazione verso una giustizia economica basata sull’odio e sulla negazione di ogni tipo di libertà era perfettamente compatibile con una vita volta al proprio egoistico arricchimento e incline, per massimizzare il profitto, allo sfruttamento più completo dei lavoratori. La differenza, che pure non è di poco conto, è più quantitativa che qualitativa. Entrambe queste ideologie economicistiche, se si considera il capitalismo nella sua variante più spregiudicata, quella che dominava nell’Europa dell’800 e che imperversa nei paesi in via di sviluppo, misconoscono l’uomo nella sua interezza e complessità, sfruttano e sacrificano interi gruppi sociali. Entrambe riducono l’uomo alla sua pura dimensione economica. Se non si considera “indisponibile” il valore della libertà si finisce, con Che Guevara, con l’aprire i gulag; se non si riconosce il primato dell’uomo di fronte alle cose, il primato del lavoratore rispetto al capitale e ai mezzi di produzione si finisce con lo sfruttamento.

Tag: Che,Guevara

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De Rossi 5 Relativismo 0

di ghinetto (17/03/2007 - 17:47)

De Rossi 5 Relativismo 0
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 24.3.2006

Molti commenti hanno fatto seguito al gesto di Daniele De Rossi, il centrocampista della Roma che, domenica scorsa, ha confessato all’arbitro di aver segnato un goal di mano, consentendogli di annullare giustamente la realizzazione. Come a volte accade, però, i commenti si sono mantenuti a un livello superficiale, sfiorando solo tangenzialmente il significato profondo dell’episodio.
Anzitutto la scena: De Rossi fa goal, allungando istintivamente il braccio e poi, mentre i compagni di squadra gli fanno i complimenti, lui non esulta. I commentatori si sono limitati a notare la mancata esultanza come una prova della colpevolezza del giocatore. Vero, ma c’è dell’altro. Se l’avete osservato bene, De Rossi non solo non esultava, ma cercava di sfuggire ai complimenti e all’abbraccio dei compagni. Di più: invece di essere felice, De Rossi sembrava “triste”. Anche se oggi facciamo fatica a riconoscerlo, quella faccia e quell’espressione possiedono un nome nella dottrina morale: da Aristotele a san Tommaso, passando per Cicerone e sant’Agostino, i grandi filosofi morali dell’Occidente l’hanno chiamata “tristezza spirituale”. Si tratta di quella tristezza lecita e salutare che ha per oggetto un nostro comportamento sbagliato. Il nostro agire non è moralmente indifferente, come ben sappiamo, e una persona dotata di una coscienza normale ha di norma una reazione morale. La “tristezza spirituale” di De Rossi era appunto la sua reazione morale a quanto aveva appena compiuto (anche se si trattava di azione non completamente volontaria).
La manciata di secondi passati tra il goal e la ripresa del gioco hanno costituito il circoscritto ma importante banco di prova di De Rossi. Il giocatore corricchiava e intanto pensava. Intorno a lui, come si è saputo dopo, alcuni compagni di squadra già gli suggerivano di non ammettere l’irregolarità, di “fare il furbo”, di fare il Maradona della situazione. De Rossi aveva solo quel tempo limitato per decidere. Se non avesse ammesso la scorrettezza in quella manciata di secondi, avrebbe perso l’occasione di far prevalere la reazione morale. De Rossi ha deciso per il meglio, com’è noto, e non importa che poi alcuni commentatori abbiano insinuato sospetti nella sua scelta o l’abbiano minimizzata, per malizia o per invidia o per chissà quale altro motivo. C’è stato infatti chi ha suggerito che forse, se la Roma non fosse stata in vantaggio, De Rossi avrebbe deciso diversamente, che in definitiva non c’era in palio un Campionato del Mondo, che quella era la cosa più conveniente da fare, ecc. ecc. Come sempre accade, invece, la decisione morale ci prova “hic et nunc”: “qui e ora” ci tocca decidere, basandoci in fin dei conti solo su noi stessi, senza dar troppo ascolto a consiglieri dalle dubbie intenzioni e senza tener conto di coloro che, dopo, hanno sempre la soluzione in tasca.
Ma c’è un altra considerazione ancora più importante che deriva dal “caso De Rossi”. Perché, ci chiediamo, nessuno l’ha condannato? Perché nessuno ha detto che ha fatto la cosa sbagliata? Perché tutti, ma proprio tutti ascoltiamo storcendo il naso l’autogiustificazione di Maradona, pronto a difendere una sua analoga scorrettezza e soprattutto la sua mancata ammissione davanti all’arbitro e agli avversari? Perché invece tutti, a cominciare dall’arbitro, abbiamo mentalmente ringraziato De Rossi?
Il perché è semplice. Perché non è vero che i valori sono relativi, che i comportamenti si equivalgono, che ammettere la propria colpa o non ammetterla sono comportamenti umanamente equiparabili. No, non è affatto vero. De Rossi ha agito bene. Maradona ha agito male. E chi dice che sono comportamenti equivalenti, che in definitiva tutto dipende dal sistema di valori che uno è libero di sostenere, dice una menzogna. L’unanime approvazione del comportamento di De Rossi dimostra che il relativismo è un’ideologia, una distorsione della realtà. Che per essere veramente uomo De Rossi non poteva scegliere come voleva; doveva scegliere proprio come ha scelto. E che così facendo ha realizzato se stesso anche rischiando di perdere la partita. Ha scelto di essere più uomo anche a rischio di essere un giocatore perdente (per lo meno in quella partita). E tutti noi ci saremmo sentiti meno uomini se De Rossi avesse fatto una scelta alla Maradona.


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Numero chiuso in universita'

di ghinetto (16/03/2007 - 17:51)

No al numero chiuso: un'ulteriore mazzata all'Università
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 26.1.2007

Niente da fare, sono tutti d'accordo. Magistrati, Ministro, buona parte dei Rettori: tutti sembrano voler eliminare il numero chiuso dall'Università. I magistrati del Tar del Lazio e dell'Emilia-Romagna hanno recentemente accolto il ricorso di alcuni studenti universitari contro il numero chiuso nei corsi di laurea in Psicologia; il Ministro Mussi ha dichiarato due giorni fa al Corriere che si attiverà per eliminare il numero chiuso nei corsi che l'hanno introdotto con un'interpretazione immotivata della norma ministeriale; poi ci sono i Rettori sempre a caccia di matricole, anche perché il Ministero ha legato i fondi di finanziamento degli atenei al numero degli studenti. Risultato: il numero chiuso, pudicamente in Italia ribattezzato “numero programmato” avrà sempre meno spazio nelle università italiane.
La cosa non stupisce, perché fa parte integrante del Mammismo dello stato italiano: mai bocciare, mai selezionare, mai scadenze improrogabili, fiducia incrollabile nel rinvio, nella sanatoria... Italia: stato del condono e della proroga!
La cosa non stupisce anche se a dirlo sono ministri che ostentano con orgoglio nelle loro biografie ufficiali le referenze di prestigiose università a numero chiuso: Prodi si vanta di essersi specializzato alla London School of Economics, dove senz'altro non è entrato senza prova di ammissione; D'Alema e Mussi, se pure non hanno conseguito il diploma finale della Normale di Pisa (anzi, D'Alema non s'è manco laureato), sono stati tuttavia entrambi studenti della prestigiosa Scuola Normale, affrontando e superando la relativa selezione; Enrico Letta e Amato vantano studi alla Scuola Sant'Anna di Pisa (al tempo di Amato si chiamava Collegio Medico-Giuridico), altro ateneo d'eccellenza che richiede una prova d'ammissione molto selettiva; Fabio Gobbo, sottosegretario della Presidenza del Consiglio, ha studiato alla London School of Economics, la Bindi alla LUISS, la Bonino (ma guarda un po'!) alla Bocconi, come Padoa Schioppa che poi ha preso un master al MIT, mentre Amato ha preso un master alla Columbia University.

È vero che il governo di sinistra può sempre esibire le sue medaglie proletarie, un paio di ministri che l'Università non l'hanno vista neanche in cartolina, occupati com'erano a formarsi nelle cellule sindacali e nelle scuole di partito. Però, la tendenza è abbastanza chiara: da un lato, i capi, gli intellettuali di sinistra che si vantano di aver frequentato le scuole migliori, regolate – non a caso – dal numero chiuso; dall'altro lato, il popolo bue, a cui i capi, con sollecito paternalismo, negano l'eccellenza.
Perché non c'è alcun dubbio: l'eccellenza è frutto della selezione, del miglioramento continuo (alla Normale si può restare solo se si mantiene una certa media negli esami), della scadenza improrogabile, del superamento dei propri limiti, dell'esame senz'appello. Mentre la mediocrità è il frutto della non selezione, dell'autogiustificazione e dell'autocommiserazione, del “la prossima volta andrà meglio” e del “i professori non capiscono il mio bambino”.
Così, al posto dell'esame di riparazione lo Stato-Mamma ha inserito alle scuole medie e superiori il debito scolastico da colmare entro l'anno successivo, con l'aiuto di corsi organizzati della scuola stessa; e all'università ha inserito l'obbligo di “prove di ammissione non selettive”, per colmare, a spese della stessa università, le lacune delle matricole. Geniale! In tutto il mondo chi si vuole iscrivere all'Università si deve preparare, si deve attrezzare per seguire i corsi previsti; se non è pronto, studia. In Italia, invece, chi si vuole iscrivere all'università, si presenta, vede come va alla “prova di ammissione non selettiva” e poi, se emergono delle lacune, chiede all'università di preparargli un corso per colmare quelle lacune! Benedetta Italia, in cui ogni scarraffone è bello a mamma soia! E ogni studente è il migliore di tutti pe' mamma soia...
Da sette anni sono presidente di un Corso di Laurea a numero chiuso. Se ne possono presentare anche di più, ma noi prendiamo i 120 migliori. Inizialmente l'avevamo deciso per via degli stage nelle aziende: organizzare degli stage aziendali di cinque settimane è un impegno notevole, se si fanno le cose seriamente, e le nostre forze non ci permettevano di gestirne più di 120 all'anno. Poi, negli anni, abbiamo osservato un fenomeno che noi neppure sospettavamo: il numero chiuso produceva autoselezione, si iscriveva cioè solo lo studente deciso ad affrontare seriamente il corso di studi; e, dopo essersi iscritto, il nostro studente pretendeva – e giustamente – che venisse rispettato il “patto accademico” implicitamente concordato con l'Università; il nostro è uno studente esigente, che si impegna con noi per migliorare il corso anche con critiche e reclami, è uno studente che raramente abbandona il corso (la nostra “mortalità accademica” è decisamente inferiore a quella dei corsi di laurea analoghi ma senza numero chiuso).
Un giorno, nella piazza di Urbino, ho trovato un avviso che pubblicizzava la festa degli studenti del nostro corso di laurea. Era successo quello che in Italia, nell'Università pubblica, non avviene mai: si era creato uno “spirito di corpo”, l'orgoglio di appartenere a qualcosa, a un gruppo selezionato di studenti. Si era formato, anche a causa del numero chiuso, un tipo antropologico diverso dallo studente-mammone: indipendente, esigente, combattivo, dotato di spirito di corpo e di orgoglio. No, davvero, questo è troppo per la massa, questo è troppo democratico. Questo tipo di studente selezionato, indipendente e combattivo va bene solo per le scuole d'eccellenza dove studiano i futuri ministri del centrosinistra.

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Tecniche per sopravvivere al vuoto

di ghinetto (15/03/2007 - 11:22)

Tecniche per sopravvivere al vuoto
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 10.2.2006


Libby Rees è una ragazzina inglese di V elementare, i cui genitori hanno divorziato 3 anni fa. Straordinariamente matura per la sua età, Libby ha “elaborato” il dolore provocato da quell’avvenimento annotando col tempo degli “appunti di sopravvivenza”. A un certo punto, strappato uno scettico consenso alla madre, la ragazzina ha raccolto i suoi appunti e li ha spediti ad alcuni editori. Pochi giorni dopo la spedizione, la Aultbea Publishing, una casa editrice scozzese, ha contattato Libby e le ha offerto un viaggio in aereo a Inverness per farle sottoscrivere un contratto. Il libro di Libby Rees, stampato pochi mesi fa col titolo “Help, Hope and Happiness” (Aiuto, Speranza e Felicità), è ora sulla mia scrivania.
È diviso in brevi capitoletti che riassumono le “tecniche” di sopravvivenza sperimentate e consigliate dalla ragazzina: “Prenditi una pausa”; “Aiutati con una frase divertente”; “Pensa positivo anche nella situazione peggiore. Guardati allo specchio di mattina e ripeti per 5 volte: ‘Ogni giorno va meglio!’. Fa’ così e comincerai a essere più positivo riguardo alla tua vita”; “Cerca qualcosa che temi e supera questa piccola paura: ti aiuterà nelle sfide più grandi e ti farà capire che sei dotato di forza interiore”; “Riesamina la tua settimana e programma quella successiva sulla base di questo riesame”; “Cerca un posto solitario e tira fuori tutta la tua rabbia: urla, batti i piedi, getta lontano delle pietre. Dopo, ti sentirai molto più calmo”; “Iscriviti a un club”; “Dedicati a un progetto”; “Fai sport”; “Metti ordine nella tua camera, nella tua cartella e nel tuo astuccio: sarai pronto per un nuovo inizio”; “Fai uno sforzo per essere gentile con le persone che ti stanno accanto”; “Adotta un cane o un gatto; se non puoi farlo da solo, condividilo con qualcun altro”; “Impara a cucinare qualcosa di buono”; “Cerca nella tua collezione musicale e trova qualche canzone associata a bei ricordi”; “Cerca conforto negli amici”; “Guarda un film commovente”…

Una nota dell’editore sottolinea “la straordinaria profondità che l’autore dimostra nel confrontarsi con i problemi del bambino medio di oggigiorno”; e, analogamente, gli articoli che hanno accompagnato l’uscita del libro hanno sottolineato la maturità di Libby, la sua avventura di scrittore in erba, i suoi programmi futuri (ha già contratti per altri due testi).
Che tristezza… Noi adulti creiamo un mondo di sofferenze per i nostri figli, li obblighiamo ad adottare delle tecniche che suppliscano al vuoto prodotto dalle nostre mancanze di fedeltà, di lealtà, ai nostri divorzi. E poi ci mettiamo a posto la coscienza considerando quanto sono bravi questi nostri figli a sopravvivere! Quanto sono bravi e maturi: riescono addirittura a trasformare il dolore in fonte di guadagno!
Invece di trovare in noi il sostegno per dare un senso alla loro vita, i nostri figli si trovano a scimmiottare le tecniche con cui noi nascondiamo la nostra incapacità di dare un senso alla nostra vita: vuoti noi e vuoti loro.
Aveva ragione Thomas S. Eliot: Noi siamo gli uomini vuoti/ Siamo gli uomini impagliati / Che appoggiano l'un l'altro / La testa piena di paglia. Ahimè! / Le nostre voci secche, quando noi / Bisbigliamo insieme / Sono quiete e senza senso / Come vento nell'erba rinsecchita.

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E dopo Carosello, tutti a letto!

di ghinetto (14/03/2007 - 20:36)

E dopo Carosello, tutti a letto!
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 5.1.2007

Il 1 gennaio del 1977, esattamente trentant'anni fa, andava in onda per l'ultima volta “Carosello”, un programma iniziato vent'anni prima. “Carosello”, sia detto per i giovani nati sotto il segno di Mediaset e di MTV, era lo spazio pubblicitario RAI che separava la cena delle famiglie italiane dai programmi della serata. Per molti bambini, poi, l'allegra tarantella che faceva da sigla al Carosello era anche il capolinea della giornata. Come si diceva allora: “Guardate Carosello, e poi a letto!”
Ricordare oggi il Carosello, tuttavia, non significa solo aprire le porte alla nostalgia di chi ha più di trent'anni, ma anche rievocare un'altra epoca televisiva e pubblicitaria, un'altra cultura, un'altra Italia. La RAI del Carosello era una televisione di stato che si prefiggeva finalità educative: lo testiniano programmi come “Non è mai troppo tardi” dedicato agli analfabeti che intendevano imparare a leggere e scrivere attraverso il mezzo televisivo (antesignano ben più nobile delle odierne università telematiche); oppure, a un diverso livello, il fine educativo della tivù di stato si manifestava nei magnifici sceneggiati tratti dai migliori testi letterari dell'Ottocento (Guerra e pace, I promessi sposi, I fratelli Karamazov ecc.). Era una televisione che aveva una sua moralità, in certi casi addirittura bacchettona, se un programma satirico come “Un, due, tre” poteva venire oscurato per la semplice allusione di Tognazzi e Vianello ad una caduta dalla sedia del Presidente della Repubblica Gronchi.
I cinque comunicati pubblicitari da 1 minuto e 45 secondi di cui Carosello era costituito facevano parte a pieno titolo di quella cultura televisiva. La televisione di stato nella sua prima contrattazione con le aziende aveva imposto di produrre pubblicità sotto forma di minifilm, di scenetta, di breve racconto: solo gli ultimi 30 secondi potevano pubblicizzare esplicitamente il prodotto, il cui nome non poteva tuttavia essere ripetuto più di tre volte. Non vi potevano essere allusioni all'ambito sessuale, all'amoralità, alla violenza. Erano tassativamente escluse pubblicità di biancheria intima, e perfino parole di cattivo gusto come “sudore” e “forfora” (in compenso la scenetta della “Brillantina Linetti” era una delle più gustose!).
L'Italia che cantilenava con Calimero “solo perché sono piccolo e nero”, che canticchiava “la stella di Negro-oni, vuol dire qualità”, che intimava “Chiudi il gas e vieni via” veniva da una cultura del racconto, spesso del racconto orale. La televisione del Carosello era una televisione che “raccontava” una storia, proseguendo un rito familiare dell'Italia priva di televisione. Nei comunicati pubblicitari del Carosello – la parola “spot” non esisteva ancora – la pubblicità appariva solo alla fine, mostrandosi pudicamente a chi aveva pagato un servizio pubblico attraverso il canone.
Nel 1977, quando Carosello smise di andare in onda, la funzione educativa della televisione di stato, come pure l'oscuramento di un programma per un'allusione satirica erano ormai decisamente impensabili. L'Italia monoculturale (o supposta tale), l'Italia del Testo unico e del Sussidiario per le scuole elementari, l'Italia della moralità condivisa da Peppone e don Camillo era ormai tramontata.
C'erano già stati il Referendum sul divorzio, il femminismo e il Sessantotto, gli Indiani metropolitani e gli Autonomi scorrazzavano per le città, le BR facevano stragi... “Non è mai troppo tardi” era stato chiuso nel 1968, “Un, due, tre” addirittura nel 1959, dopo la scenetta su Gronchi. L'idea stessa di educazione era in crisi, dopo l'affermarsi più o meno subdolo dello spontaneismo pedagogico.
Soprattutto, la televisione commerciale aveva ottenuto – e giustamente – diritto di cittadinanza in Italia. Meno giustamente la RAI si era accodata in modo supino alla logica della tivù commerciale: nessun limite, nessuna regola, nessuna morale, solo soldi, forfora e sudore. Biancheria intima in tutte le salse e un canone che impudicamente raddoppia spazi pubblicitari sempre più invadenti. E nessuno più che osi dire ai ragazzi “È ora di andare a letto!”.

Tag: Carosello

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Piccola mano di speranza

di ghinetto (13/03/2007 - 17:34)

Piccola mano di speranza
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 3.2.2006

Lo so, la maggior parte di voi saprà già la storia e avrà già visto le foto. Dunque, scrivo per i 25 lettori che ancora ne sono all’oscuro. Gli altri si commuovano ancora una volta.
Si commuovano davanti a Samuel Armas, “feto” di 21 settimane che allunga la sua piccola mano dall’utero e stringe il dito del chirurgo che l’ha appena operato e gli ha ridato la salute. 21 settimane dal concepimento: un’età in cui in Italia, come negli Stati Uniti si può abortire, si può far fuori un bambino come questo che sporge la sua “piccola mano di speranza”.
 


Ecco dunque la storia che non conoscevo, e che mi ha segnalato Alessandra Nucci, valida collaboratrice delle Ragioni dell’Occidente.
Nel 1999, Julie Armas, una giovane infermiera di Atlanta scoprì che il bambino che portava in grembo, il “feto”, era affetto da spina bifida, un lesione congenita delle vertebre che provoca gravi disturbi motori fino alla paraplegia, nonché problemi alla vescica e allo sfintere anale. In questi casi, solitamente, si interveniva nelle prime ore dopo la nascita del bambino, riducendo le deformità della colonna vertebrale e avviando poi i pazienti verso una lunga riabilitazione che, grazie a tutori, grucce e sedie a rotelle consentiva ai malati di spina bifida di pervenire ad un certo livello di autonomia. Con le ecografie, la malattia poteva essere diagnosticata abbastanza presto, già a 12-14 settimane dal concepimento; poi, fino a pochi anni fa, genitori e medici non potevano far altro che osservare l’aggravarsi della malattia man mano che la gravidanza procedeva.
Ora, la giovane infermiera di Atlanta venne a sapere che il dott. Joseph Bruner della clinica della Vanderbilt University di Nashville, invece di aspettare la nascita dei bambini affetti da spina bifida, li operava mentre erano ancora dentro l’utero. Estratto temporaneamente l’utero e posato sull’addome della madre, grazie ad una piccola incisione, i piccoli venivano operati rimanendo dentro la loro comoda “casa”.
 
E qui avvenne il fatto straordinario documentato dalle foto di Michael Clancy, un fotoreporter di USA Today, inviato dal giornale per riprendere la tecnica innovativa del dott. Bruner. “Terminata l’operazione – ha poi testimoniato il fotografo – vidi che l’utero si scuoteva ma non c’era nessuna mano vicino. Qualcosa lo scuoteva dall’interno. Improvvisamente un braccio intero si sporse fuori dall’apertura, quindi si ritirò fino a mostrare solo una piccola mano. Il medico lo toccò e sollevò la mano, che reagì e strinse il dito del dottore. Come se volesse testare la sua forza, il dottore scosse il piccolo pugno. Samuel – così si sarebbe chiamato il bambino - strinse il dito. Scattai la foto!”.
La madre confessò: “Io e mio marito abbiamo pianto per giorni, guardando quelle fotografie. Ci ricordavano che la mia gravidanza non riguardava una malattia o un handicap, ma una piccola persona”. Le foto dicono tutto, raccontano la lotta per la vita del piccolo Samuel, il cucciolo d’uomo a cui appartengono la piccola mano e il piccolo braccio, minuscoli ma perfettamente formati.
La storia sembrerebbe di quelle indiscutibili, da magone nel petto. E invece no. Dopo la pubblicazione degli scatti di M. Clancy cominciò l’interpretazione “politica” delle foto, con due versioni nettamente contrapposte. Le foto e il racconto del fotografo sembrano documentare la prima “interazione” di un “feto” di 21 settimane con l’esterno. Tralasciamo le letture “romanzate” del fatto, quelle che vedono nell’allungarsi della mano di Samuel una sorta di ringraziamento nei confronti del chirurgo. Se certamente è forzato parlare di un’espressione di “ringraziamento”, è altrettanto certo che una “interazione” è avvenuta, è qui, indubitabile, sotto i nostri occhi. Ora, è evidente che se si parla di interazione di un “feto” di 21 settimane sono da rivedere tutte le legislazioni in materia di aborto. Di più: sono da dichiarare omicidi legalizzati tutti gli aborti avvenuti a partire dalle 21 settimane. E questo è un bel problema politico e morale.
Qui venne in soccorso la seconda versione, data niente meno che dal dott. Bruner. Questi negò anzitutto tutte le versioni circolanti che descrivevano il suo stupore davanti alla straordinaria “interazione”; anzi, il chirurgo negò che il piccolo bambino avesse allungato autonomamente il braccio fuori dall’utero e dette la sua interpretazione delle foto: “A seconda del punto di vista politico di ognuno, questo può essere Samuel Armas che stende il braccio fuori dall’utero e tocca il dito di un suo simile, oppure sono io che tiro fuori dall’utero la sua mano… ed è questo in effetti quello che io feci”. Conclusione del dott. Bruner: si tratta di foto “in posa”; madre e bambino era anestetizzati, non potevano interagire; il resto è inventato dal fotografo.
Rapida conclusione: il fotografo, messo in dubbio nella sua professionalità, invece di vincere il Pulitzer, ha di fatto perso il lavoro. Il medico, se Dio vuole, ha ulteriormente affinato la tecnica di chirurgia intrauterina. Samuel Armas è un vivace bambino pieno di salute. Ma osservate la sequenza di immagini che il fotografo ha messo in linea sul suo sito (www.michaelclancy.com/story.html) e ditemi se non ha ragione lui: il bambino stringe chiaramente il pugno, un movimento che il chirurgo non può certo provocare. Sarà risveglio intraoperatorio, sarà qualcos’altro che i medici devono ancora spiegare, ma, per Giove, quella è la mano di Samuel che si muove e stringe il dito del dottore!

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Lo shampoo e l'anima

di ghinetto (12/03/2007 - 18:08)

Lo shampoo e l’anima
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 18.11.2005

Un rubinetto rotto mi costringe a usare la doccia del bagno di mia figlia. E ne ricavo un’esperienza antropologica. Anzitutto il sapone, strumento troppo rozzo e scivoloso, adatto a un antimoderno come me, è sostituito da sei o sette flaconi di tutti i colori, girati in su e in giù: shampoo, bagnoschiuma, balsamo, olio per il corpo. Mi fermo sotto il getto d’acqua a leggere la descrizione del contenuto e la pubblicità riassunta sulla confezione. Alcuni aggettivi collocano curiosamente questi prodotti al confine tra anima e corpo, anzi tra “body and soul”, come recita un’etichetta: noir rinvigorente, essenze rinfrescanti, energia vitale, freschezza rigenerante, balsamo riparatore (“antirottura”, strilla un’etichetta piuttosto interessante: forse varrebbe la pena provarlo, certe mattine…).
Altre pubblicità abbandonano gli indugi e indicano risolutamente gli effetti di questi prodotti miracolosi sulla psiche. Un balsamo si segnala per la presenza di un’essenza floreale che “aiuta l’anima in momenti di nervosismo, agitazione e irritabilità e le consente di trovare l’equilibrio emotivo”. Uno shampoo predice un “benefico effetto rilassante per il corpo e per la mente”. Un olio per il corpo assicura che “riuscirà a trasmettere una sensazione di vitalità e giovinezza. Le sue note di bergamotto, lavanda, geranio ecc. creano un senso di armonia e benessere che giova all'anima ed al corpo”. Un prodotto all’essenza di Fucsia promette di “scavare nell’interiorità e lasciare emergere i contenuti sepolti”.
Provo alcuni di questi flaconi senza avvertire differenze straordinarie con il mio sapone marca “Supermercato” e il mio shampoo “quello-antiforfora-che-costa-poco”. Dopo un quarto d’ora esco dalla doccia profumato come prostituta sacra babilonese ma ancora certo dei confini mente-corpo.
Il dubbio investe invece la nuova pubblicità e i creativi che la producono. Dicono che la pubblicità degli ultimi dieci anni è passata dal prodotto al “territorio” del prodotto, dall’oggetto che si compra ai valori simbolici e intangibili che quel prodotto veicola. Così che quando si compra un’automobile, la si compra non tanto per le sue prestazioni, quanto piuttosto perché esprime uno stile di vita, quello stile che il pubblicitario condensa, ad esempio, nella frase “bellezza interiore” .
Sarà… Tuttavia, che il valore simbolico di uno shampoo – il suo “territorio” – corrisponda all’interiorità dell’uomo è il segno certo di una terribile confusione. Un uomo che si aspetta la rigenerazione da uno shampoo è un “edonista ideologico” che scambia il benessere fisico per la felicità. Una persona che affida la propria interiorità a un’essenza floreale e la propria anima a un balsamo ha schiacciato la sua umanità sulla sua “pelle”. Sì, gli è rimasta evidentemente la nostalgia per una certa rigenerazione, diciamo pure: per la felicità. Ma è una felicità di serie C, la felicità della saponetta quando non viene dimenticata sotto il rubinetto che gocciola…
Non sarà casuale che in un sondaggio del Corriere della Sera su “che cosa vi renderebbe più felici”, la scelta più gettonata dagli oltre 9000 lettori è stata: “apprezzare ciò che si ha” (26%), seguita da “farsi una bella risata ogni giorno” (24%). La risposta “fare qualcosa di buono per qualcuno tutti i giorni” è stata scelta solo dall’11%, mentre quasi il 6% dei lettori del Corriere sarebbe reso felice da “un piccolo regalo fatto a se stessi (un bagno caldo, un cioccolatino, ecc.)”. Ecco la dimensione etica di questi lettori del Corriere: persone in fuga da ogni ideale, che si limitano ad apprezzare ciò che hanno, felici con una barzelletta, un bagno caldo, un cioccolatino.
Occorrerebbe forse rileggere le pagine vibranti che s. Agostino ha dedicato alla felicità. Pagine di chi ha conosciuto gioie, piaceri e felicità e che alla fine sceglie: “Gode l’empio nella taverna, gode il martire alla catena: misero è quello, anche quando si ubriaca; felice è questo, anche quando ha fame e sete”.

Tag: Corpo,psiche

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Bologna, 11 marzo 1977

di ghinetto (11/03/2007 - 17:24)

Bologna, 1977.
1. Dietro l’allegria il volto oscuro della violenza
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 9.3.2007


Ci sono anni diversi dagli altri, anni che segnano non la nostra individuale biografia, ma la storia di un intero paese. Il 1977 è uno di questi, come il 1968 e, prima ancora, il 1946 e il 1948. Non è un caso che nel trentennale escano a raffica libri su quell’anno particolare e che il sito web di Repubblica, ad esempio, abbia una sezione intitolata “1977, un anno della nostra storia”. Se si passano a considerare i sottotitoli, anche i più giovani potranno farsi un’idea di cosa sia stato quell’anno: “La stagione in cui tutto bruciò”, spiega Repubblica; “Rose e pistole. 1977: cronache di un anno vissuto con rabbia” – così Stefano Cappellini ha intitolato il suo libro pubblicato da Sperling & Kupfer (€ 14.00); “1977. L’ultima foto di famiglia” – è la scelta di Lucia Annunziata (Einaudi, € 14.50).
Per me, come per molti romagnoli che in quegli anni frequentavano l’università, il 1977 è legato all’11 marzo, a Francesco Lorusso, all’Aula di Anatomia di Bologna. Certo, a Roma c’erano già state le sparatorie alla Facoltà di Magistero (2 febbraio), con un agente colpito alla testa e due “autonomi” vicini al Collettivo di via dei Volsci feriti e arrestati (manifestavano con la pistola in mano: sarà stato un caso?). C’era stata anche la contestazione di Luciano Lama alla Sapienza, la frattura a sinistra causata dalle randellate tra il servizio d’ordine del PCI e gli Autonomi. Ma fu l’11 marzo nella città “rossa”, fu lo sfregio alla Bologna del sindaco Zangheri a dare il via all’anno vissuto con rabbia, a scattare impietoso l’ultima foto di famiglia.
Non intendo azzardare una sintesi di quell’anno, soltanto chiarire alcuni, pochi dettagli, anche perché, a differenza di Lucia Annunziata, io, a Bologna, l’11 marzo del 1977, c’ero, ed ero nell’Aula di Anatomia. “Che bolgia era Bologna nella primavera del 1977” – scrive Cappellini che, pur essendo nato nel 1974, si è documentato a dovere, togliendo pertanto ogni alibi all’Annunziata disinformata ed einaudiana (i due aggettivi vanno volentieri insieme). “Il capoluogo emiliano, la roccaforte del PCI, il fiore all’occhiello della buona amministrazione rossa, ha assistito da lontano allo scoppio del 1968 e alle fiammate di piazza degli anni successivi. Nove anni dopo, è tutta un’altra storia. Bologna è il cuore della rivolta”. Una rivolta che ha un volto creativo, ironico, colorato come i muri delle Facoltà ridipinti dagli Indiani metropolitani (una creatività, comunque, sempre a spese di chi paga le tasse…); e un lato violento, intollerante, scuro come il legno bruciato della libreria bolognese di CL, “Terra promessa”, a pochi metri da via Zamboni. Cappellini riporta la testimonianza del’avvocato Marco Masi, che apparteneva a CL oggi come allora: “Oggi è impensabile che io ti picchi o ti dia dei calci perché tu dai un volantino diverso dal mio. Invece allora era normale per noi essere aggrediti”. Certo, oggi è impensabile, i nostri figli fanno davvero fatica a immaginarlo. Ma i lettori di Repubblica, quei coraggiosi anticonformisti che partecipano al Festival fotografico intitolato “Il nostro 1977”, loro se lo dovrebbero ricordare quel clima di violenza non solo verbale. Dovrebbero ricordare che non ci voleva un grande coraggio a farsi fare la foto di classe al liceo con il pugno levato, ad aggregarsi ai “compagni” che nelle assemblee berciavano e impedivano di parlare a chi veniva tacciato di essere “fascista”. Loro, i comunisti al caviale di Repubblica (e anche i loro cugini al salmone del Corriere) che mescolano affabilmente Marx e Capitale, sanno bene che dietro la loro descrizione del 1977, dietro la Festa di Radio Alice, dietro alle fotografie delle allegre occupazioni di Facoltà, dietro all’immagine con la didascalia “Eravamo proprio belli: Bologna, settembre 1977” ci sta un lato oscuro di violenza. Una violenza che, sempre Masi, descrive così: “Quella che oggi non appare altro che un’ingiustizia, era considerata tollerabile. Quando i nostri amici venivano espulsi dalle lezioni dagli autonomi nessuno dei professori aveva il coraggio di opporsi. Solo il professor Roversi Monaco ebbe questo coraggio”.
Gianni Varani, oggi Consigliere della Regione Emilia-Romagna, ricorda bene quella stagione: “In piazza Verdi c’era la battaglia dei manifesti. Noi – intende “noi di Comunione e Liberazione" – attaccavamo tutte le mattine, ma poi i nostri manifesti venivan staccati o coperti. Ricordo infinite battaglie notturne: coprire, strappare, coprire, per anni siamo andati avanti così. A via Zamboni c’era la nostra libreria, si chiamava “La terra promessa”, e poco più avanti c’era la facoltà di Giurisprudenza, che oggi non è più lì e che fu uno dei punti più caldi dell’estate del ’77.
La libreria fu bruciata tre volte con le molotov. Quando facemmo mettere i vetri blindati, le protezioni furono divelte a piccolate”.
Nello scaffale dietro la scrivania ho un bel simbolo di quella stagione: è un libro intitolato “La fabbrica della strategia. 33 lezioni su Lenin”. L’autore è Antonio (Toni) Negri, ed è stato pubblicato nel gennaio 1977 dalla Cooperativa Universitaria degli Studenti dell’Università di Padova (nel frontespizio è tutto rigorosamente minuscolo, in verità) e dal Collettivo Editoriale Librirossi. Il libro era nel programma del corso di Storia dei Paesi Slavi. È mezzo bruciato. L’ho comprato a prezzo di svendita alla libreria “Terra promessa”, dopo uno dei tre incendi provocati dagli Autonomi.




2.  L’assemblea di Comunione e Liberazione
La
Voce di Romagna, 12.3.2007

Bologna, marzo 1977: il clima è surriscaldato dalla violenza, una violenza targata in massima parte Autonomia operaia, Collettivi vari, Potere Operaio, Lotta continua (il movimento si è sciolto alla fine del ‘76, dopo il Congresso di Rimini; il giornale continuerà a uscire fino al 1982). La ricostruzione di questi avvenimenti è importante, dato che ancor oggi, a trent’anni di distanza, la verità è spesso travisata e manipolata allo scopo di assegnare le responsabilità di quei giorni in modo fazioso e ideologico (come scrive ancora Cappellini “dall’11 marzo 1977 sui giovani di Cl grava la pesante accusa di aver provocato la morte di Francesco Lorusso”; una provocazione indiretta, sia ben inteso, dovuta all’aver organizzato un’assemblea in quel clima rovente). Lucia Annunziata (“1977. L’ultima foto di famiglia”) scrive: “All’Università di Bologna, l’11 marzo, una cinquantina di autonomi fanno irruzione in un’assemblea di qualche centinaio di studenti (400 secondo la polizia) di Comunione e Liberazione, cui partecipavano anche due uomini che negli anni successivi diverranno molto famosi, Roberto Formigoni e Rocco Buttiglione. Il rettore chiama la polizia, c’è lo sgombero, l’inseguimento nelle viuzze del centro storico, colpi di pistola. Un colpo raggiunge alla gola, di fianco - non c’è dunque scontro frontale – Francesco Lorusso, in Via Mascarella. Radio Alice nel giro di qualche minuto dà la notizia”.
Formigoni e Buttiglione nell’Aula di Anatomia di via Irnerio? Ma non scherziamo! Attenzione: quello di Lucia Annunziata potrebbe sembrare un errore di poco conto: e tuttavia, va notato che sono proprio piccoli errori di questo genere a giustificare l’interpretazione complessiva “assemblea di CL = provocazione”. Ipotizzare la presenza a Bologna di Formigoni, che all’epoca era Presidente del Movimento Popolare e che solo qualche anno dopo avrebbe ricevuto 450.000 preferenze al Parlamento Europeo, significa deformare vistosamente gli avvenimenti. In realtà, come detto, si tratta di un’assemblea che non è stata neanche pubblicizzata, un’assemblea di riflessione “interna” rivolta ad amici e simpatizzanti di Comunione e Liberazione.
La deformazione della realtà, tuttavia, non è appannaggio solo dei giornalisti del “Manifesto” (giornale per cui scriveva allora l’Annunziata). Un documento del 12 marzo distribuito dal Collettivo di controinformazione dell’area dell’Autonomia ricostruisce a suo modo i fatti:
“Alle 10, assemblea di Comunione e Liberazione: circa 400 persone. Cinque compagni di Medicina, presentatisi all'entrata, vengono malmenati e scaraventati fuori dall'aula. La notizia si sparge nell'università e accorrono una trentina di compagni che vengono dapprima fronteggiati da un centinaio di squadristi ciellini. L'aggressione da parte dei cosiddetti "autonomi" consiste nel lancio di slogans e scambi verbali (ad esempio: "Barabba libero", "Seveso, Seveso"). Scatta la provocazione preordinata: i ciellini si barricano all'interno dell'aula; uno di loro, d'accordo con il prof. Cattaneo, che intanto aveva interpellato il rettore Rizzoli, chiede l'intervento della polizia e dell'ambulanza, prima ancora che succedesse qualcosa. Nel frattempo, fuori dall'Istituto di Anatomia, si raggruppa un centinaio di compagni; quelli rimasti dentro, dopo aver cercato di sfondare la porta dell'aula, chiedono l'individuazione dei responsabili dell'aggressione, invitando gli estranei al fatto ad uscire. Vista l'inutilità di questi tentativi, i compagni si ricongiungono agli altri che fuori dall'istituto di Anatomia lanciavano slogans contro CL. Dopo appena mezz'ora, arrivano polizia e carabinieri con cellulari, gipponi e camion, in numero certamente spropositato. I compagni escono allora dal giardino antistante l'istituto e si raccolgono sul marciapiede nei pressi del cancello; un primo gruppo di carabinieri entra e si schiera nel giardino, un secondo gruppo esegue la stessa manovra: sta per entrare, si scaraventa contro i compagni, manganellandoli senza alcuna motivazione”. Pur con tutta la faziosità, l’astio e il vero e proprio odio nei confronti di CL, questa ricostruzione rivela alcune cose interessanti e, soprattutto, vere, come conferma Cappellini: “Alle 10.30 dal fondo dell’aula arrivano voci e trambusto. Tutti si girano: in sala sono entrati un pugno di militanti del movimento [il movimento di sinistra, ovviamente. GG], qualcuno di Lotta continua, qualcuno dell’Autonomia, qualche cane sciolto di quelli che a Bologna non mancano certo. Sono cinque o sei, non di più. Cosa vogliono fare? Di certo, disturbare l’assemblea. Che cosa ottengono? Di essere spintonati fuori. Volano manate, qualche pugno preso e dato. Difficile dire chi ha picchiato per primo. Fatto sta che i giovani di sinistra vengono cacciati. La porta dell’aula richiusa. Ma la voce dello scontro rimbalza veloce. Ai cinque si aggiungono decine di studenti di sinistra. Parte l’assedio ai ciellini che si barricano all’interno, chiudendo tutte le tapparelle e puntellando la porta con banchi e sedie. Da fuori arrivano slogan irridenti (‘Barabba, Barabba’) ma soprattutto colpi per sfondare la porta”.
Ecco, fermiamoci. Dunque, arrivano alcuni “compagni” irrompono nell’assemblea di CL. Il quadro è quello consueto, la reazione è diversa. Invece di lasciarsi interrompere l’assemblea secondo una prassi di violenza e prepotenza consolidata, per la prima volta – almeno a Bologna – i ciellini rispondono spintonando fuori i “compagni”. Ma non finisce lì. Nessuna delle ricostruzioni chiarisce che, prima di riuscire a chiudere la porta ci fu un fronteggiamento tra i due “picchetti”. Da una parte, una decina di ragazzotti di Cl (il numero massimo che può contenere l’angusta entrata di Anatomia, altro che “un centinaio di squadristi ciellini”!), robusti e in forma, ma incapaci di violenza che impedivano ai “compagni” di entrare e di interrompere per l’ennesima volta la “loro” assemblea (per giunta “interna”, come si è detto). Dall’altra, una decina di “compagni” dell’Autonomia, di Lotta continua e cani sciolti determinati e organizzati per picchiare. Perché dico così? Chiedetelo a F.S., allora studente di medicina cesenate, uno dei ragazzi di Cl in prima linea a fronteggiare gli esagitati di sinistra, ferito alla base del cranio da un pugno di ferro nascosto da un “compagno” sotto i guanti neri (commise lo sbaglio di abbassare la testa), e poi costretto a cambiare università per evitare la caccia all’uomo dei mesi successivi!
Tute le ricostruzioni – a parte quella decisamente sommaria dell’Annunziata – concordano tuttavia nel descrivere il tentativo dei “compagni” di “sfondare la porta dell’aula”. Già, è la cosa più naturale: uno organizza un’assemblea, tu la vuoi interrompere, ti spintonano fuori (senza ferirti, ovviamente), e, magicamente, tu ti ritrovi in mano un piccone per sfondare l’aula. Sono i “compagni” stessi a dichiararlo (insieme a una certa quantità di falsità)!
Dunque, immaginiamo la scena: l’aula chiusa si va surriscaldando, i “compagni” fuori gridano, insultano e, soprattutto, cercano di sfondare l’aula con picconi e mazze di ferro improvvisamente comparsi nelle loro mani. Quattrocento ragazzi e ragazze di Cl e simpatizzanti chiusi dentro con la prospettiva di fare la fine del topo. Cosa fanno? Decidono di difendersi. Come? Con l’unico materiale a disposizione dentro l’aula: il legno delle sedie (non a caso l’aula fu ritrovata assai danneggiata internamente).

Infine, dopo tanto, troppo tempo, qualcuno uscito dall’aula riesce ad avvertire i responsabili dell’Università della situazione pericolosissima che si è venuta a creare e a convincerli della necessità di far intervenire la forza pubblica. Il Rettore, dopo tanto, troppo tempo dà il permesso per intervenire. I ciellini vengono “liberati” dalla polizia. Ecco, questa sarebbe la “provocazione preordinata”.
I poliziotti, me li ricordo. Ragazzi giovani come me e come gli Autonomi. Lividi di tensione, ma determinati a fare il loro dovere. Mi ricordo soprattutto la loro, come dire?, “imponenza”: con il casco antisommossa e lo scudo mi sembrarono alti, imponenti.  Dei liberatori.


3. E poi si scatenò l'inferno. Guerriglia in via Zamboni
La Voce di Romagna, 16.3.2007

Poi fu l’inferno. I partecipanti all’assemblea di Comunione e liberazione di quel fatidico 11 marzo ’77 uscirono scortati dai poliziotti in tenuta antisommossa, mentre un cordone di forze dell’ordine sospingeva gli autonomi verso Porta Zamboni. Ricordo i cubetti di porfido contro il cordone di poliziotti, l’aria resa acre dai lacrimogeni lanciati dai poliziotti. Ecco ancora la testimonianza di Varani raccolta da Stefano Cappellini (“Rose e pistole”): “Grazie al cordone della polizia potemmo disperderci su via Irnerio mentre volavano sampietrini. Mentre andavamo scortati verso la stazione ricordo che alcuni nostri capi tornarono indietro gridando: ‘Via, via, c’è pericolo’”.
Verso la stazione: era infatti un venerdì e tanti studenti avevano già programmato la partenza in treno dopo la conclusione dell’assemblea. Arrivammo in stazione letteralmente annichiliti, incapaci di comprendere pienamente cosa ci era successo, privi delle categorie per dare un nome agli avvenimenti vissuti.
E mentre noi andavamo verso la stazione, continuavano i lanci di sampietrini e di lacrimogeni. E di molotov. Così spiega un documento del Collettivo di controinformazione del movimento del 12/3/1977: “I/le compagni/e scappano verso Porta Zamboni; parte la prima carica di candelotti… ritornando verso Via Irnerio i compagni/e vengono bloccati da una autocolonna di PS e carabinieri, ed è a questo punto che un carabiniere spara ripetutamente. Per difendersi viene lanciata una molotov contro la jeep”. E già, più che naturale, per difendersi dai colpi di un carabiniere niente di più comune che lanciare contro la sua jeep una bomba molotov! Naturalmente, niente di preordinato!
Non è dato di sapere con certezza se il carabiniere Tramontani abbia sparato una prima volta per difendersi dal lancio di molotov che proveniva da un gruppo di autonomi all’incrocio con via Bertoloni (a cento metri dall’Aula di Anatomia), o se il gruppo di autonomi abbia usato le molotov a scopo “difensivo”. Il carabiniere, comunque sia, spara. Anche un testimone dell’ufficio politico della Polizia lo descrive mentre scarica 12 colpi di Winchester ad altezza uomo contro un gruppo di autonomi le cui molotov hanno incendiato una Fiat 127 della Questura.
La guerriglia procede lungo via Irnerio: altri lacrimogeni e altre molotov contro camionette dei carabinieri e macchine di privati. Il carabiniere Massimo Tramontani affermerà poi di essersi trovato nuovamente in una situazione di estremo pericolo, in piena azione di guerriglia e di aver esploso sei colpi in aria con la sua Beretta di ordinanza. All’incrocio tra via Mascarella e via Irnerio, le pallottole, rimbalzando nel portico, avrebbero colpito Francesco Lorusso, provocandone la morte. Sette mesi dopo, la magistratura proscioglierà Tramontani, affermando addirittura l’impossibilità di dimostrare che all’origine della morte di Lorusso ci sarebbero state pallottole provenienti dalla Beretta del carabiniere (le pallottole trapassarono il corpo di Lorusso).
Scrive Michele Brambilla (“Dieci anni di illusioni. Storia del Sessantotto). “Cominciò così il «sacco» del centro di Bologna. Gli autonomi, che oltre alle molotov avevano già le famigerate pistole «P38», ingaggiarono sparatorie ovunque; distrussero decine di negozi, innalzarono barricate, appiccarono incendi. Fu occupata la stazione ferroviaria; furono assaltati due commissariati di polizia, la redazione del «Resto del Carlino» e la sede provinciale della Dc; fu devastata la libreria di CL «Terra Promessa». I guerriglieri si sfamarono, ed evidentemente non male, al «Cantunzein», uno dei più noti ristoranti della città, le cui riserve furono ripulite con un «esproprio» proletario. Anche qui gli incidenti furono coordinati via etere: e la magistratura ordinò l'arresto di Francesco Berardi detto «Bifo», il ventottenne insegnante di lettere animatore di Radio Alice. Era stato lui, attraverso i microfoni, a guidare assalti e distruzioni, sosteneva la procura della Repubblica. Radio Alice venne chiusa, ma Bifo riuscì a sfuggire all'arresto e a rifugiarsi a Parigi. Il saccheggio di Bologna durò tre giorni, e per ristabilire l'ordine dovettero intervenire - cosa mai successa neppure nel '68 - i mezzi blindati, con tremila uomini a presidiare il centro. Alla fine di quei tre giorni di guerra si contarono 131 arresti. Fu uno smacco storico per il Pci, che vantava la «sua» Bologna come fiore all'occhiello, come dimostrazione di città comunista, efficiente, ordinata e felice”.
Seguirono giorni e mesi di caccia all’uomo, di violenza rabbiosa nelle aule dell’università di Bologna. E chi non ebbe a patire direttamente quella violenza, provò ugualmente quello che oggi chiameremmo stress post-traumatico: avevamo visto in faccia una grande violenza, avevamo sentito i colpi di piccone contro i portoni dell’Aula di Anatomia, avevamo improvvisato dei bastoni preparandoci a difenderci contro gli autonomi armati di spranghe, avevamo sentito il lancio dei sampietrini, ed era morto uno studente di Medicina di nome Francesco Lorusso. Per me, per molti, furono giorni e mesi di lutto. Non solo si chiudeva un’era nella sinistra italiana con “L’ultima foto di famiglia” (è il titolo del libro di Lucia Annunziata dedicato al “suo” settantasette).
Di più: si chiudeva la strada al possibile incontro tra giovani animati da un’identica sete di autenticità, di verità, di felicità. Da quel punto in poi, il discrimine sarebbe stata la violenza. Da una parte, chi era disposto a lanciare molotov per raggiungere una parvenza di vita autentica e rabbiosamente felice, dall’altra chi avrebbe cercato l’autenticità della vita senza rinunciare alla verità.



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Le mie lotte contro i vigili

di ghinetto (10/03/2007 - 17:29)


Le mie lotte con i vigili
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 25.11.2005



Come ogni romagnolo, ce l’ho con i vigili urbani. Anzi, per meglio dire, ce l’ho con l’ampia categoria dei “tutori della legge”: vigili, poliziotti, finanzieri, guardie forestali, ausiliari del traffico… Neanche i carabinieri, nonostante che migliaia di barzellette me li abbiano resi tutto sommato simpatici, sfuggono alla regola. Lo so, è un pregiudizio, dovuto in gran parte alle vicende storiche della Romagna e dell’Italia in generale. Ė qualcosa di irrazionale succhiato col latte materno, l’avversione nei confronti di un potere pubblico sentito come estraneo, ostile, parassitario, vessatorio. Lo so, e tuttavia, passando vicino a un ausiliario del traffico che sta facendo una raffica di multe mi devo frenare per non urlargli dietro il classico “ma va a lavorare!”.

La mia carriera di “don Chisciotte della Multa” è cominciata assai presto. A sedici anni pensai bene di verificare la regolarità del parcheggio di una gazzella dei carabinieri misurandone la distanza dall’incrocio. Guai mai! Mi presero le generalità e qualche giorno dopo venni convocato in Caserma per una ramanzina coi fiocchi, previa minaccia telefonica del comandante dell’Arma ai miei genitori. Ciò che non era esattamente quello che ci voleva per riconciliare con le forze dell’ordine un adolescente col motorino mai perfettamente in regola.
Di lì è cominciata la mia sfida con i tutori della legge, sfida che ogni tanto rinnovo. Qualche anno fa segnalai premurosamente al vicecomandante dei vigili urbani di Forlì che aveva svoltato senza mettere la freccia: mi obbligò a fermare la macchina, chiamò via radio un sottoposto, dato che non aveva il blocchetto delle multe, e insieme mi diedero una ripassata che ancora ricordo: macchina bloccata, qualche centinaio di migliaia di lire di contravvenzione, obbligo di ripassare il collaudo... Qualche tempo dopo mi fermai a chiedere un’informazione a una vigilessa che stava multando una sfilza di auto: parlando risultò che stava facendo le multe a macchine parcheggiate da due giorni per un divieto di sosta posto durante la notte. Come ogni persona di coscienza, naturalmente, mi inferocii per l’ingiustizia. Mi guardai intorno e notai la macchina di un altro vigile in divieto di sosta. Così, con la faccia più bella del mondo, richiesi alla vigilessa di multare il suo superiore. Non solo non lo fece, ma chiamò il superiore che mi multò per aver parcheggiato in divieto nonostante ne avessi chiesto il permesso alla vigilessa. Geniale!
Due anni fa, segnalai a una pattuglia della polizia stradale che stava entrando in senso vietato nella corsia di uscita dal casello autostradale di Pesaro: anche lì, bloccato, minacciato di un esame integrale della regolarità di auto, documenti, ecc., e infine rilasciato a condizione di ammettere che i poliziotti della stradale fanno un lavoro duro e che non possono certo stare a sottilizzare sulle norme del codice della strada. Qualche tempo dopo segnalai a un’altra pattuglia che non era esattamente regolare marciare in senso opposto alla marcia in una stazione di servizio autostradale. Piccola discussione troncata prima delle ovvie conseguenze…
Potrei continuare per qualche pagina senza troppe variazioni. Già, perché, a parte l’irrazionalità del pregiudizio nei confronti di chiunque abbia una divisa, eredità diretta dello spirito anarchico romagnolo (“anartico”, bisognerebbe scrivere), penso ci sia un fondo di verità nella protesta del cittadino che richiede ai rappresentanti delle forze dell’ordine di rispettare la legge. Di riconoscere che anch’essi sono soggetti a quella legge che fonda lo stato di diritto. Di smettere di considerarsi superiori alla legge. Una volta feci una scommessa con un vigile, una persona buona, semplicemente ignorante dei principi dello stato di diritto. Accostando l’auto della polizia municipale ad un semaforo, gli segnalai di allacciarsi le cinture: come sempre succede, invece di allacciarsele come prevede il Codice della strada, finì che lui fermò me e mi controllò auto, patente, libretto di circolazione. Poi mi chiese spiegazioni del mio gesto: risultò che semplicemente ignorava quanto diceva il Codice. Scommettemmo; finimmo davanti al suo Comandante che, dopo aver fatto uscire il suo sottoposto, mi dette ragione.
Diciamo, molto pacatamente: gli automobilisti italiani sarebbero aiutati a rispettare il Codice, se anche i vigili lo rispettassero, se parcheggiassero come si deve, se si allacciassero le cinture, se mettessero le frecce per svoltare. In una parola, se incontrassero dei tutori della legge coscienti che il fondamento dello stato di diritto è che tutti, ma proprio tutti, siamo soggetti alla stessa legge.

Tag: Vigili

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L'ultimo padre

di ghinetto (09/03/2007 - 19:29)

L’ultimo padre
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 8.4.2005


Oggi, nel momento stesso in cui state leggendo queste righe, ha luogo il più grande funerale della storia, quello di Giovanni Paolo II. Ora la domanda è: perché tanta gente? Perché giovani e anziani hanno affrontato ore di coda e sacrifici per andare a Roma a vedere il papa per l’ultima volta?  Perché tutti, letteralmente tutti, hanno modificato in questi giorni programmi e agende per partecipare in qualche modo a questo “lutto festoso”, a questa “nascita al cielo”? (Qualche eccezione per la verità c’è. Due giorni fa, a Bologna, ho colto al volo il seguente commento fine e umanamente elegante: “Oooohoo, finalmente è morto ‘sto papa. Soppa! Non se ne poteva più”).
Aldilà del conformismo, che pure è presente, e che spinge le persone a incolonnarsi senza pensarci su; aldilà del protagonismo mediatico, che induce tanti a trasformarsi da spettatori in spettacolo e che richiede di essere presenti dove sono accese le telecamere, non i televisori; aldilà dell’effetto domino che si è indubbiamente creato, per cui il governante che non va ai funerali va contro la storia; aldilà della curiosità molto terrena che come sempre circonda testamenti e morti eccellenti: aldilà di tutto questo, resta la commozione tenera e sincera di milioni di persone.
La ragione di questo sentimento universale è stata ben condensata, mi pare, dal presidente Ciampi: “Nonostante fossimo coetanei, lo sentivo come un fratello maggiore. Anzi, quasi un padre”. Ecco: la morte del papa, viene sentita da tanti, Ciampi in testa, come la morte di un papà. E tutti coloro che hanno sperimentato la sua paternità oggi lo piangono, sentono un vuoto, una “mutilazione”, come ha detto ancora il Presidente della Repubblica. Occorre aggiungere che, evidentemente, la paternità del papa non è sentimento esclusivo di coloro che lo hanno riconosciuto come “dolce Cristo in terra” nella Chiesa cattolica.

I cattolici, certo, piangono il papa morto, si commuovono pensando ai ricordi umanissimi e sublimi che Giovanni Paolo II ha lasciato nei loro cuori. Ma le loro lacrime si mescolano al sorriso, alla gioia di saperlo in cielo (e uno dei veggenti di Medjugorie l’ha già “visto” accanto alla Madonna). La sorpresa è forse nel constatare come anche tanti non cattolici e non cristiani sembrano accomunati in questa perdita dell’ultimo padre.

Se consideriamo, infatti, la paternità in senso non puramente biologico, ma piuttosto in senso educativo e relazionale, la paternità che forgia per la vita adulta quell’opera vivente che sono i figli, che li aiuta a realizzarsi come persone complete, Giovanni Paolo II è stato padre per milioni di uomini. In quella società che ha respinto il padre – quasi sempre con la sua stessa complicità – nel mondo del lavoro riducendolo a fonte di sostentamento materiale, che lo ha escluso dalla prassi dell’affidamento e perfino dalla scelta dell’aborto di suo figlio, in quella società che nella mamma e nella sua onnipotente protezione ha il suo esclusivo punto di riferimento, il papa è stato “il padre”.
Padre che ha sostituito i tanti padri assenti (si veda il libro dello psicoanalista Claudio Risé “Il padre, assente inaccettabile”), e pure i loro opposti solo apparenti, i cosiddetti padri materni o “mammi”, bravissimi nel coccolare i lattanti ma incapaci di educare gli adolescenti e di lanciare i giovani nel mondo. Padre di cui tutti testimoniano la capacità di instaurare immediatamente rapporti significativi ed esigenti in una società di padri-compagnoni, di padri-Peter Pan, di padri-mozzarella, infantili, deboli, incostanti. Giovanni Paolo, padre dotato di autorità perché per ventisei anni ha reso conto dei valori, delle norme morali, come dovrebbe fare un buon padre di famiglia con i suoi figli (e come oggi non fanno i padri giocherelloni, zuzzurelloni, in continua fuga dalla paternità e dalle sue responsabilità). Laddove tanti padri si “chiamano fuori” dal loro ruolo insostituibile, quello di iniziare i figli al vivere civile, fatto di norme, sacrifici, autodisciplina, rispetto degli impegni, di apertura rischiosa al nuovo, di responsabilità, il papa si è mostrato a tutti con i suoi sacrifici, la sua abnegazone per la Chiesa, il suo impegno senza riposo, l’autorità della verità, dell’umiltà, con il suo grido: “Aprite le porte a Cristo”.
In un mondo di successi facili e di scorciatoie amorali, si è sobbarcato il compito di insegnarci che la crescita umana e spirituale passa attraverso perdite e sofferenze. Anzi, facendosi tramite giorno dopo giorno della stessa paternità del Padre, ci ha insegnato che soprattutto in quei momenti Dio si china sulle nostre piaghe, le cura, le fascia, e ci conforta con la Sua presenza amorosa, anche se questo lascia perdite e sofferenze non meno oscure e misteriose.
Così, alla fine della sua vita, milioni e milioni di persone si ritrovano al capezzale di questo vecchio papa: milioni di figli amati che hanno riconosciuto e amato in lui la guida, e milioni di figli dimentichi o ribelli, che tornano con il rimpianto di non essersi goduta fino in fondo quella paternità. Ma con la certezza che quel padre, come ogni padre vero, li amati uno per uno: “Vi ho cercato. Adesso siete venuti da me e per questo vi ringrazio”, sono state le sue ultime parole di padre.

Tag: Giovanni,Paolo

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Ecco perche' la scuola non va

di ghinetto (08/03/2007 - 11:04)

Ecco perché la scuola non va
di
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 22.12.2006

Vengo nominato presidente di una Commissione di Concorso per futuri presidi dell'Emilia Romagna. Me lo ha chiesto un amico, dirigente dell'Ufficio Scolastico Regionale. Vincendo le ritrosie che da Petrarca in poi bloccano letterati e umanisti quando è il momento di parlare di soldi, già alla prima telefonata gli ho chiesto se era previsto un compenso. “Sì – mi ha risposto – ma, onestamente, non si partecipa alle commissioni di concorso per arricchirsi”. “Arricchirmi? A spese dei futuri presidi e del Ministero della Pubblica Istruzione? Non l'ho mai pensato”.
Ieri – la riunione di insediamento della Commissione. Una Commissione di persone interessanti, preparate, ben disposte. Lavoriamo sodo tutta la mattina per stabilire il calendario delle prove, un calendario strettissimo, fitto fitto, dato che il Ministro vorrebbe destinare questi presidi alle scuole già l'anno prossimo. Una delle difficoltà maggiori nel disporre il calendario è data dall'obbligo, previsto esplicitamente dal bando di concorso, di evitare che le prove coincidano “con i giorni festivi, con le festività religiose ebraiche e valdesi”. Fantastico! Significa che il Ministro vuole che lavoriamo sodo sbrigando tutto il concorso, comprensivo anche di un corso di formazione di 4 mesi, entro l'estate prossima, evitando domeniche, sabati, e festività varie. Strano che qualche musulmano non abbia reclamato il diritto al venerdì, ma sono sicuro che è solo una questione di tempo. Al prossimo concorso la Commissione potrà lavorare solo i primi quattro giorni della settimana, sempre che non cadano festività di altro tipo. È il multiculturalismo strisciante che, mentre gli intellettuali discutono, qualcuno al Ministero provvede a introdurre per legge. Non mi risulta che nessuno abbia mai chiesto esplicitamente agli Italiani se erano disposti a far sì che la minoranza ebrea (Quanti sono? Trentamila? Quarantamila?) imponesse la festività del sabato al funzionamento del Ministero, cioè allo Stato, a noi! Lungi da me, sia ben chiaro, una qualunque  critica nei confronti del popolo ebreo, che ammiro e amo, ma una cosa è l'appartenenza religiosa e un'altra è l'organizzazione dello Stato. In Turchia, ad esempio, per scelta laicissima si è voluto che il venerdì fosse giorno lavorativo, mentre il giorno di festa è la domenica. E questo nonostante che la stragrande maggioranza dei Turchi sia musulmana.
Capisco che l'affermazione suoni politicamente scorretta, ma la scelta del giorno di festa da parte dello Stato non può rispettare tutte le minoranze, pena l'impossibilità di lavorare! Tra l'altro, già solo a livello di Ministero della Pubblica Istruzione, come si può organizzare una scuola in cui professori e studenti chiedano il rispetto delle loro singole festività religiose? Perfino la Bozza d'intesa con lo Stato italiano redatta dall'Unione delle comunità islamiche in Italia è assai più elastica e ragionevole: “I musulmani dipendenti dallo Stato [...] - recita l'articolo 3 della Bozza - hanno diritto di partecipare, su loro richiesta, alla preghiera congregazionale del Venerdì nei luoghi di culto Islamici. Tale diritto è esercitato nel quadro della flessibilità dell'organizzazione del lavoro. Restano comunque salve le imprescindibili esigenze dei servizi essenziali previsti dall'ordine giuridico”. E ancora: “Nel fissare il diario di prove di concorso le autorità competenti terranno conto dell'esigenza di cui sopra. Nel fissare il diario degli esami, le autorità scolastiche adotteranno in ogni caso opportuni accorgimenti onde consentire ai candidati musulmani che ne facciano richiesta di sostenere in altro giorno le prove di esame fissate nel giorno di venerdì. Si considerano giustificate le assenze degli alunni musulmani dalla scuola nelle ore interessate dalla svolgimento della preghiera congregazionale nel giorno di venerdì, e ciò su richiesta dei genitori o dell'alunno se maggiorenne”.
Com'è evidente, si cerca qui di conciliare il diritto di culto del singolo con le imprescindibili esigenze della macchina statale. In ogni caso non si chiede di imporre per legge che tutti i candidati rispettino il calendario religioso islamico. A noi Commissari del concorso per futuri presidi, invece, è imposto per legge, cioè attraverso quanto scritto nel Bando di concorso, il rispetto del calendario religioso ebraico e valdese. Ha senso tutto questo? Non sarebbe sufficiente che, sulla falsariga di quanto previsto dall'UCOII, la Commissione “prendesse gli opportuni accorgimenti onde consentire ai candidati ebrei che ne facciano richiesta di sostenere in altro giorno le prove di esame fissate nel giorno di sabato”?
Concludiamo la mattinata organizzando le prove di concorso che prevedono, secondo quanto è scritto nel Bando, un primo colloquio di 45 minuti, la valutazione dei titoli, una prova scritta e un secondo colloquio per ogni singolo candidato. Tornato a casa, mia moglie – che deve aver saltato il corso su Petrarca, a suo tempo – mi chiede del compenso. Controllo nella cartellina predisposta dai solerti funzionari dell'Ufficio Scolastico Regionale: 258,23 euro come base per l'intero concorso, a cui va aggiunto il compenso di 0,62 euro per candidato. In tutto, si tratta di 357,43 euro. Ore  lavorative previste: 390. Paga oraria: 90 centesimi. Il tutto fuori sede, rimborso pasti solo se si superano le 8 ore di lavoro.
Mentre rifacciamo increduli i conti sulla tavola della cucina, i miei figli girano al largo: forse si vergognano un po' del loro babbo professore universitario di I fascia a 90 centesimi all'ora, forse hanno deciso nobilmente di non aggravare una situazione già di per sé deprimente, o forse, ancora, paventano un drastico ridimensionamento della loro paghetta... Cerco di difendere la mia scelta con argomenti nobili, la responsabilità dell'incarico, la necessità di persone affidabili, scagiono completamente il mio amico dirigente (ora capisco perché non trovava altri docenti disponibili). Ma sotto brucia. Più che per me, mi brucia per questa povera Italia in mutande, che pretende che un preside venga valutato da Commissari che lavorano per 90 centesimi all'ora.

                  

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Pregare "no global"

di ghinetto (07/03/2007 - 17:20)

Pregare “no global”
di Giuseppe Ghini
Studi cattolici, dicembre 2002

Il 3 novembre, Domenica XXXI del Tempo Ordinario, in molte chiese italiane, si è pregato «per coloro che reggono le sorti del mondo: perché sappiano estirpare la mala erba dell’egoismo e del profitto personale». La preghiera proviene dall’orazione comune dei fedeli che conclude la Liturgia della Parola quale è contenuta in un pieghevole di 4 paginette con le letture della messa, le orazioni cosiddette «mobili», alcuni brevi commenti, nonché, appunto, la preghiera dei fedeli. A causa della sua praticità, il pieghevole, com’è noto, è estremamente diffuso e si può trovare in quasi tutte le chiese italiane; i parroci, infatti, sottoscrivono abbonamenti multipli al pieghevole che è pubblicato in forma di periodico col titolo «La domenica» dalle Edizioni Paoline.
La preghiera contenuta nel pieghevole, ovviamente, non ha più autorità di un’orazione inventata dal parroco o da un qualunque fedele. Tuttavia, per il fatto di trovarsi su di uno stampato di un’editrice religiosa e per la sua diffusione, essa rappresenta una sorta di «standard di fatto». In pratica, in una buona parte delle chiese italiane, nella domenica precedente al Social Forum di Firenze, ci si è associati all’anatema che il periodico dei Paolini ha scagliato contro il profitto personale.
Tra l’altro occorre notare che le letture della Messa (Malachia, 1:14, 2:1-2, 8-10; Salmo 130 1-3; Lettera ai Tessalonicesi 2:7-9, 13; Matteo 23:1-12) non presentavano riferimenti all’avarizia o all’egoismo, non contenevano la parabola del giovane ricco, o del ricco epulone, o quella cosiddetta del ricco insensato. Al contrario, se un riferimento economico si voleva trovare nelle letture era l’ affermazione giustamente orgogliosa di san Paolo a proposito della sua indipendenza economica, del suo non voler pesare economicamente sulla comunità dei primi cristiani pur avendone diritto.
Ora, al di là della strana coincidenza con le date del Social Forum, svoltosi una volta tanto senza la violenza che tanti paventavano, ci si chiede: davvero secondo la dottrina della Chiesa il profitto personale è una mala erba da estirpare?
La concezione che sta dietro alla preghiera del foglietto così formulata sembra ignorare una riflessione secolare sulla vita dei cristiani nel mondo, ed in particolare nel mondo economico. Sembra sposare cioè una sorta di utopia sociale ed economica, un mondo perfetto in cui l’uomo lavori per puro disinteresse e spirito di servizio. Ogni altra prospettiva, sembra suggerire l’intenzione di preghiera proclamata a gran voce dai cattolici italiani, è da combattere. «Miri al profitto personale, vergogna!» - sembra dire questa prospettiva pauperista e antieconomica. E se ne possono immaginare i corollari: «Vivi in una villa acquistata con i frutti della tua attività non puramente disinteressata? Vergogna!» ecc. ecc.
Tale prospettiva, però, non è corretta, e neppure sembra in linea con una secolare tradizione di pensiero economico cristiano. Se infatti già nell’XI secolo s. Pier Damiani inaugurò un’aspra critica, da un punto di vista evangelico, al mercante incapace di far fruttare il denaro, fu nel XIII secolo, che Pietro di Giovanni Olivi, un frate seguace di s. Francesco, il poverello di Assisi, elaborò una vera e propria “scienza economica francescana” in cui si riconosceva il diritto all’interesse. Peraltro anche il pensiero di s. Alberto Magno e di s. Tommaso d’Aquino, come hanno mostrato Salvioli, Fanfani e Sapori, grandi studiosi dell’economia medievale, si conciliava perfettamente con una dottrina “favorevole all’interesse” (ma ad un interesse “personalizzato” e frutto del lavoro ‘stipendium laboris’) e pervenne al concetto di “giusto prezzo”. Dottrine queste che, pur elaborate da religiosi che avevano optato per il distacco dal mondo, gettavano il fondamento di un’economia morale, laica non laicista. Di recente, poi, Giacomo Todeschini ha pubblicato per Il Mulino il volume I mercanti e il tempio che dà conto accuratamente di una questione – quella del rapporto tra spirito capitalistico e Chiesa cattolica – dominata in gran parte da una vulgata mitica e malevola. La conclusione dell’interessante saggio di Todeschini è che le premesse logiche e le radici linguistiche della razionalità economica occidentale risiedono non fuori del pensiero cattolico, ma al suo interno.
E il recente Catechismo della Chiesa Cattolica cosa dice al riguardo? Il Catechismo, al riguardo, è assai esplicito e «boccia» l’intenzione di preghiera pronunciata Domenica 3 novembre. Al paragrafo 2424 giudica come moralmente inaccettabile «una teoria che fa del profitto la regola esclusiva e il fine ultimo dell’attività economica» (giudica cioè come moralmente inaccettabile una teoria basata sull’egoismo). Chiarisce ulteriormente, al paragrafo 2432, che «i responsabili di imprese hanno il dovere di considerare il bene delle persone e non soltanto l’aumento dei profitti. Questi – prosegue il Catechismo – comunque, sono necessari. Permettono di realizzare gli investimenti che assicurano l’avvenire delle imprese. Garantiscono l’occupazione».
Si tratta d’altronde di una ripresa di temi più e più volte affrontati da Giovanni Paolo II nel corso del suo pontificato. Nella Lettera Enciclica Centesimus annus, del 1991, il Papa scriveva: «La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon andamento dell’azienda: quando un’azienda produce profitto, ciò significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati ed i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti. Tuttavia, il profitto non è l’unico indice delle condizioni dell’azienda. È possibile che i conti economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell’azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignità. Oltre ad essere moralmente inammissibile, ciò non può non avere in prospettiva riflessi negativi anche per l’efficienza economica dell’azienda. Scopo dell’impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del profitto, bensì l’esistenza stessa dell’impresa come comunità di uomini. [...] Il profitto è un regolatore della vita dell’azienda, ma non è l’unico».
Dunque, riassumendo, la dottrina sociale della Chiesa Cattolica riconosce la necessità di un mercato che guardi al profitto (anche al profitto personale). Stabilisce contestualmente che per il bene integrale (anche economico) dell’uomo e delle sue opere (anche delle aziende, dunque) si tenga conto di tutti i fattori che rendono umana la vita sulla terra. Non solo del profitto. Ecco, questa è la visione del profitto in un’ottica che, essendo umana, è anche cristiana. Altro che «mala erba del profitto personale».

Tag: Profitto

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La democrazia intollerante dei moderni stati etici

di ghinetto (06/03/2007 - 21:39)

La democrazia intollerante dei moderni stati etici
di Giuseppe Ghini
Libero, 1.3.2007

Cosa sta succedendo nel Parlamento britannico, culla della democrazia occidentale? Perché mai Tony Blair ha messo alle strette le agenzie che si occupano di adozione internazionale obbligandole a scegliere tra accettare le coppie gay oppure chiudere bottega?
Tutto nasce dall’Equality Act, un disegno di legge della Commissione Uguaglianza e Diritti Umani del Parlamento britannico che intende eliminare ogni residua discriminazione sulla base della religione e dell’orientamento sessuale attuando fino in fondo il rispetto dei Diritti umani e delle Uguali opportunità. Tuttavia, come spesso accade, nata per porre fine alle discriminazioni di un certo tipo, questa legge mette in atto altre discriminazioni. Il primo esito dell’Equality Act, infatti, sarà che le agenzie per l’adozione che si rifiutano di prestare i propri servizi anche alle coppie gay saranno costrette a chiudere. Lo Stato etico moderno creatore della morale non tollera che qualcuno si “chiami fuori” da quella morale, che invochi una sorta di obiezione di coscienza.
Breve riassunto della vicenda. La maggior parte delle coppie che decidono di intraprendere il lungo e complesso cammino dell’adozione vorrebbe un neonato; ma neonati adottabili, nei paesi occidentali, da tempo, in pratica, non ce ne sono. Per questo motivo, e fors’anche timidamente spinte dalla solidarietà verso popoli e bambini più disagiati, tante coppie si orientano verso l’adozione internazionale. In assenza di strutture statali adeguate si rivolgono a chi ha contatti con orfanotrofi e ospedali pediatrici all’estero; spesso le prime agenzie attive in questo settore sono istituti religiosi dalla specifica vocazione assistenziale (chi non conosce bambini indiani adottati in Italia grazie alle Suore Missionarie della Carità di Madre Teresa di Calcutta?). Accanto a persone oneste e affidabili, il vasto campo dell’adozione internazionale va presto popolandosi di figure ambigue, mediatori senza scrupoli mossi da fini di lucro: in pratica, commercio di bambini. È per evitare questo traffico vergognoso che, nel 1993, i rappresentanti di diversi stati si riuniscono all’Aja e adottano una Convenzione sui diritti dei minori (l’Italia mette in atto le misure della Convenzione nel 1998). Tra gli impegni assunti con la firma della Convenzione c’è l’obbligo di istituire una Commissione statale per il coordinamento con le autorità centrali degli altri Stati e il rilascio dell’autorizzazione alle agenzie che  gestiscono le pratiche di adozione internazionale. Dal 1998 la via per le adozioni internazionali (legali) in Italia passa attraverso agenzie autorizzate. Tra queste, ovviamente, ci sono anche le Suore Missionarie della Carità la cui attività a favore dell’adozione internazionale è iniziata ben prima che lo Stato italiano legiferasse in materia.
Ora l’Equality Act di Tony Blair vorrebbe imporre alle Suore Missionarie della Carità di accogliere come genitori adottivi anche le coppie gay. Per continuare a ricevere l’autorizzazione ad operare nell’ambito dell’adozione internazionale l’Equality Act prevede che un’agenzia non discrimini sulla base della religione e dell’orientamento sessuale. Non sono previste deroghe od eccezioni: tutti devono adeguarsi. L’unica concessione è che le agenzie “dissidenti” – si tratta in gran parte di agenzie di ispirazione cattolica - avranno tempo fino alla fine del 2008, prima di essere obbligate ad accogliere anche le coppie omosessuali come genitori adottivi. Fino ad allora potranno dirottare le coppie omosessuali alle altre agenzie disponibili ad accettarle. Dopo, è presumibile, queste agenzie “dissidenti” saranno costrette a chiudere per non venire meno ai loro valori. Ecco l’esito totalitario di una legge nata per evitare discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale e della scelta religiosa. Discriminazione che viene evitata per quanto riguarda le coppie gay, ma che viene anzi introdotta per le agenzie di ispirazione cattolica.
La soluzione transitoria, in effetti, solleva il velo sull’intera questione. Il punto nodale dell’intera questione non sta nel rispetto del diritto soggettivo delle coppie gay ad adottare bambini. Tale diritto – riconosciuto in Gran Bretagna – sarebbe già garantito dall’esistenza di agenzie disponibili a tale tipo di adozione. La questione è che lo stato democratico totalitario non ammette che qualcuno non si adegui alla sua visione etica. Le Suore Missionarie della Carità hanno l’obbligo di adeguarsi. Questo è il vero problema, l’omologazione alle norme stabilite dallo stato, non quello di garantire alle coppie gay il loro diritto. È talmente cogente, tale obbligo, che non si riconosce alle agenzie “dissidenti” un loro diritto a rifiutare l’adozione alle coppie gay, a “chiamarsi fuori” (to opt out, è il termine inglese utilizzato dalle agenzie). L’adozione gay deve essere obbligatoria per tutti!

Naturalmente, la soluzione Blair ha perso completamente di vista il bene dei bambini: anzi, non è neppure lecito chiedere se la chiusura delle agenzie di ispirazione cattolica è utile all’adozione internazionale dei bambini. Al contrario: è ben noto che le agenzie di adozione internazionale cattoliche sono spesso realmente spinte da fini morali e solidaristici, e che questo abbatte decisamente i costi dell’operazione. Come afferma nella sua storia di adozione internazionale un giornalista dell’Unità, «i costi delle Missionarie della Carità sono talmente contenuti da consentire anche a chi è meno abbiente di diventare genitore adottivo, un’impresa in genere piuttosto costosa». L’esito sarà dunque che, chiuse le agenzie di ispirazione cattolica, molti meno bambini saranno adottati e molte coppie “meno abbienti” si vedranno impedita l’adozione. Oltre alla discriminazione religiosa, l’Equality Act introdurrà pertanto di fatto una nuova discriminazione, questa volta su base economica. Molte meno coppie “non abbienti” potranno adottare bambini, molti meno bambini riceveranno una famiglia; in compenso, alcuni di quei fortunati andranno in famiglie gay.

Tag: Adozione,internazionale

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Quanti danni ha fatto Imagine

di ghinetto (05/03/2007 - 18:02)


Quanti danni ha fatto Imagine
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 15.12.2005

Celebrato l’anniversario della morte, possiamo ora calcolarne i danni. Mi riferisco a “Imagine”, la canzone “culto” di John Lennon. Il sogno del Beatle dagli occhi mandorla era un mondo senza cielo soprannaturale e senza inferno, ma solo con un cielo meteorologico (Imagine there's no heaven, No hell below us, Above us only sky); un mondo dove non ci siano non solo motivi per uccidere, ma neanche motivi per cui valga la pena vivere (Nothing to kill or die for); un mondo fatto di persone che vivono solo per l’oggi e che condividono paritariamente i beni della terra (Imagine all the people Living for today; Imagine all the people Sharing all the world); una fratellanza di persone (A brotherhood of man), insomma, che ha rimosso tutti i pretesti di divisione: patria, fede, proprietà personali (Imagine there's no countries, And no religion too, Imagine no possessions).
Sogno compiuto di chi vuole sostituirsi al Creatore, “Imagine” rappresenta perfettamente lo stato di confusione mentale del “sessantottino” di ieri e di oggi: un utopista che rifiuta il Cielo di Dio ma che lotta per creare il cielo dell’uomo sulla terra; uno che vive di diritti d’autore e che canta l’auspicabile fine della proprietà privata; un idealista che ripudia compromessi e mezze misure ma che esalta l’assenza di motivazioni per cui vivere; un uomo tutto proteso verso un domani migliore e che però si riconosce in “gente che vive solo per l’oggi”; una persona che ha fatto del suo credo una vera e propria religione ma che nega diritto d’esistenza ad ogni fede particolare; una persona che ha fatto della memoria di John Lennon e del ’68 la sua patria ideale e che inneggia all’assenza di ogni patria reale.
Con la sua accattivante musichetta, “Immagine” è in realtà una delle versioni moderne della Gnosi, il secolare nemico del realismo cristiano. Il realismo cristiano afferma l’intrinseco limite dell’uomo e dei suoi prodotti, compresa la società; afferma inoltre che, nonostante tutti i nostri sforzi di riformarlo, questo mondo resterà imperfetto fino alla sua consumazione finale e che, ancora, la salvezza da questa imperfezione, di cui la morte è parte integrante, avviene mediante l’adesione al limpido messaggio del Vangelo ed alla Chiesa di Cristo, una comunità di peccatori resa santa dalla presenza dello Spirito Santo.
Il pensiero gnostico nelle sue varie versioni, soprattutto moderne, afferma che, se il mondo è difettoso, l’uomo è invece potenzialmente perfetto; che il male dell’universo è frutto di un’errata programmazione, e che un’élite di persone straordinarie è in possesso della misteriosa ricetta capace di rivoluzionare il mondo, di ri-crearlo.
La lotta irriducibile tra le antinomie Uomo limitato-Uomo perfetto, Mentalità riformista-Progetto di ri-creazione del mondo, Messaggio universale-Messaggio misterioso, Paradiso in Cielo-Paradiso in terra, Salvezza di tutti mediante le opere-Salvezza di un’élite mediante una certa conoscenza, ebbene la lotta tra questa serie di opposizioni segna l’intera storia dell’Occidente.
Al termine di questa lunga storia, dunque, chiamiamo qualcuno e ci risponde una segreteria telefonica con la musichetta di “Imagine”. E l’innocente segreteria ci ammannisce l’ennesima ricetta infallibile di questa Gnosi e del suo Profeta John Lennon: basta rinunciare alla fede, alla patria e alla proprietà, immergersi nell’amore libero della comune hippy, basta lasciarsi guidare da un guru che sa come gestire le droghe sintetiche ed ecco finirà il limite, la finitezza umana, la sofferenza.

L’Umanità si trasformerà in una Fratellanza universale capace di amore, fiori e bontà: forse il Beatle sembrerebbe un sognatore, ma invero sono in molti (You may say I’m a dreamer, But I’m not the only one). Davvero è così semplice? E davvero dobbiamo andare da John Lennon per farci dire com’è fatto l’uomo? E, soprattutto, lui ne sapeva qualcosa? O viveva in uno stato di perenne confusione mentale?


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Basta con la favola dell'uomo "cattivo"

di ghinetto (04/03/2007 - 18:00)

Basta con la favola dell’uomo “cattivo”
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 27.8.2005

Fine agosto: tempo di funghi, e di fungaioli. Per allargare i miei orizzonti oltre i classici porcini e finferli compro un best seller del settore, Funghi dei nostri boschi, di C. Mayr, giunto alla dodicesima edizione. Alle pagine 13-15 trovo una brillante “classificazione del fungaiolo”. Il primo tipo elencato è quello del fanatico-integrale, “il grande rastrellatore”, colui che raccoglie tutto ciò che non è velenoso e distrugge senza pietà ogni altro fungo.
Il secondo esemplare è quello del fungaiolo-ragioniere, il villeggiante che raccoglie, seleziona, pulisce, essica e stipa in attesa del ritorno in città. La vacanza viene trasformata in una raccolta indefessa che va a ripianare, nel bilancio familiare, le spese della villeggiatura. C’è poi il raccoglitore di minifunghi, specializzato nel cavare dal terreno microscopici esemplari di finferli, nonché il millantatore vanaglorioso che, anche in periodo di estrema penuria, sostiene di aver dovuto lasciar perdere dei bellissimi boleti per mancanza di posto nel paniere. Da queste specie di fungaioli si differenzia il cercatore serio e professionale, perennemente in competizione con l’altro cercatore, di cui soppesa con un’occhiata a volo la consistenza del paniere.
Ed eccoci al punto. “Infine, per fortuna, esiste ancora il tipo del micologo disinteressato e romantico. Egli non pensa affatto alla raccolta, ma trova uno squisito piacere nell’osservare le multiformi creature che spuntano dalla terra del bosco. Ogni tanto gli avviene di scoprire un vecchio, grosso porcino, ben celato tra le frasche e i mirtilli. Acciaccato dall’età e rosicchiato dalle lumache, esso pare volersi asciugare il cappello umidiccio al poco sole che passa tra i rami degli alberi. Un simile incontro, che al fungaiolo predatore ispira solo il rammarico di non essere passato di là in tempo utile, è invece motivo di soddisfazione per il romantico, lieto che almeno quell’esemplare sia potuto sfuggire alla caccia spietata dell’uomo”.
Nonostante la vacanza e l’intenzione iniziale, la lettura si fa seria. Perché una guida per cercatori di funghi deve dipingere quale fungaiolo ideale colui che non raccoglie i funghi? Perché l’unico fungaiolo buono sarebbe un fungaiolo romantico, uno che i funghi non li mangia ma li contempla soltanto? Perché il fungaiolo ha meno diritti della lumaca di godersi un risotto coi porcini?
Perché, in definitiva, questo luogo comune dell’uomo nemico dell’ambiente, sempre e comunque? Che senso ha questo doppio mito romantico della natura buona, e dell’uomo – che evidentemente non fa parte della natura – cattivo? Già e poi, per essere concreti, che cosa mangia il nostro fungaiolo romantico? Se deve privarsi di tutto ciò che, nella scala dell’essere, è pari o superiore al fungo, resta davvero ben poco…
Certo, c’è una parte di verità dietro a quanto scrive Mayr. Se siete stati in un bosco quando ha appena finito di piovere, gli alberi sgocciolano ancora e qualche raggio brillante si fa strada tra i rami, mentre tutto intorno a voi spiccano i funghi colorati di ogni specie buona e cattiva, sapete quale tristezza sia, per contro, il bosco calpestato e distrutto, i funghi scovati uno ad uno e mozzati senza pietà. Ma questo non significa che l’intervento dell’uomo nel bosco sia sempre negativo e che mangiare i funghi sia intrinsecamente un male! Personalmente amo il bosco e amo i funghi. Amo scoprire i porcini tra le pigne e le foglie, immersi nel muschio di un bosco così intricato che sembra non essere mai stato attraversato da creatura umana. E amo mangiarli con la polenta e il risotto e in una delle mille ricette italiane.
Dietro la condanna della raccolta c’è invece il ripudio della nostra tradizione italiana – e cattolica – della “cucina totale”, dell’inclusione di ogni animale e vegetale nella nostra gastronomia. Così, con il diffondersi di altre culture religiose – ebrei, musulmani, protestanti, orientali e orientaleggianti di vario tipo – stanno prendendo piede anche in Italia tradizioni culinarie piene di tabù: no al maiale, alle rane, alla vacca, no a certi piatti combinati.
A ciò si aggiunge una certa vulgata ambientalista romantica che, solo parzialmente conscia di ciò che è avvenuto in migliaia di anni di antropizzazione della terra, ritiene che OGNI intervento dell’uomo provochi un danno all’ambiente. Che l’uomo non possa che danneggiare il biotopo, depauperare la fauna, offendere l’ambiente. Che l’uomo non possa essere che un predatore nei confronti della natura. Meglio allora togliere tutti i denti a questo predatore, costringerlo solo a sorbire brodini. Dietro la condanna del “fungaiolo predatore” c’è infatti la condanna fondamentalista e assoluta dell’uomo che usa il mondo. Non si distingue qui, come fa invece una certa tradizione etica, tra un uso umano, rispettoso, tipico dell’amministratore di un bene che deve essere trasmesso ad altri e un uso disumano, utilitaristico, tipico dello sfruttatore che vuole spremere e gettare ciò che possiede in esclusiva. No, qui la condanna è totale, definitiva, assoluta.
Qualche settimana fa sono stato invitato a un convegno organizzato in Sicilia, in una cala vicino a Terrasini.
Il centro convegni, costruito a partire dagli anni Sessanta, ospitava oltre settanta persone, alloggiate in camere perlopiù singole, con molti locali spaziosi, un campo da calcetto, uno da tennis, uno da pallacanestro, un teatro all’aperto per quattrocento spettatori… Dal mare non si vedeva un solo mattone: solo palme, alberi di stelle di natale, oleandri, eucalipti, fichi d’india e fiori di ogni varietà. Mi hanno mostrato le foto di quarant’anni fa: al posto di questo paradiso terrestre continuamente irrigato c’era un deserto, con pochi arbusti seccati dal sole implacabile.
Ammettiamolo: quando vuole e quando viene disciplinato da regole ben fatte, l’uomo sa bene come trasformare il deserto in paradiso terrestre, la palude ravennate in pineta, i nostri calanchi appenninici in verdissime distese di conifere. L’uomo non sa solo cementificare, sa anche costruire. Sa cogliere i funghi, goderne, senza distruggere il bosco. L’intervento dell’uomo sull’ambiente, compresa la raccolta dei funghi, è da disciplinare, non da proibire. Evviva i funghi! E buon appetito.

Tag: Ambientalismo

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Se Dio si occupa di sport

di ghinetto (03/03/2007 - 17:50)


Come Dio s’interessa di calcio e scommesse
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 8.9.2006

Due giorni fa, Frederic Kanoute, un attaccante del Siviglia campione della Coppa Uefa e della Supercoppa Europea, ha rifiutato di indossare la maglia della sua squadra perché sponsorizzata da una società di scommesse on-line. Dopo alcuni tentennamenti e parziali oscuramenti del nome dello sponsor, Kanoute, che è di religione musulmana, ha infine deciso: vuole una maglia senza riferimenti al gioco d’azzardo, un’attività proibita dal Corano, “un’opera di Satana” – stando alle sue stesse parole.
La questione è andata brevemente sulle prime pagine dei giornali, accompagnata da un inevitabile riferimento allo sponsor del Milan, un’altra azienda di scommesse on-line. Per adesso, secondo i commentatori, la cosa non ci riguarda dato che nessun giocatore rossonero è islamico. Solita magra consolazione, solita occasione di riflessione persa…
E noi, invece, questa occasione la prendiamo al balzo. Partiamo dalla reazione quasi istintiva che, credo, tutti noi abbiamo provato leggendo questa notizia. Si tratta, per la verità, di una reazione duplice, ambivalente: 1. ammirazione per la coerenza di Kanoute che rischia del suo, per un motivo nobile; 2. disapprovazione per una scelta “eccessiva” che sentiamo sfociare nel fondamentalismo.
Questa duplice reazione “naturale” è interessante, proprio perché è tutt’altro che naturale, affondando le sue radici nella morale cristiana, anzi propriamente cattolica. Solo, ci siamo talmente abituati alla nostra cultura intrisa di realismo cattolico, che sentiamo “istintivamente” innaturali tutte le decisioni che contraddicono questa nostra tradizione straordinariamente umana. E questo vale non solo per i credenti. Anche gli Italiani che non frequentano la Chiesa, come riconosceva Benedetto Croce nel celebre saggio del 1942 intitolato “Perché non possiamo non dirci cristiani”, sono tuttora profondamente immersi in una sorta di “pregiudizio cristiano”. Tuttavia, dal momento che il “giudizio cristiano” si è oggi ridotto a un “pregiudizio” del tutto inconsapevole, esso è privo di radici e fondamenta, quanto mai esposto ad essere contraddetto, confutato.
La domanda che ci si deve porre è: “Se la religione islamica proibisce il gioco d’azzardo, cosa stabilisce la fede cristiana?”. Ecco cosa dice in merito il recente Catechismo della Chiesa Cattolica: “I giochi d'azzardo (gioco delle carte, ecc.) o le scommesse non sono in se stessi contrari alla giustizia. Diventano moralmente inaccettabili allorché privano la persona di ciò che le è necessario per far fronte ai bisogni propri e altrui. La passione del gioco rischia di diventare una grave schiavitù”. Semplice no? Il gioco d’azzardo è possibile se viene limitato a soldi e beni non necessari, superflui per i bisogni propri e altrui. Se giocando non intacco beni essenziali a me, ai miei familiari e al mio prossimo, allora posso farlo. Evidentemente, senza proibire in se stesso il gioco d’azzardo, la morale cattolica delimita fortemente la sua possibile attuazione, legandola inoltre alla coscienza della propria responsabilità sociale. Se sono cosciente che, giocando, sottraggo dei soldi ai bisogni altrui, in coscienza ho il dovere di non giocare. Non c’è qui una sottomissione esteriore ad una prescrizione religiosa (“Il Corano lo proibisce”), bensì l’intimo convincimento di un dovere di giustizia (“Seduto qui al tavolo di baccarat, sto sottraendo dei soldi ai miei figli, a delle persone che potrebbero farne del bene”).
Come in tanti altri ambiti, invece di rincorrere un impossibile e innaturale abbandono di un’attività umana (in questo caso il gioco), la realistica morale cattolica cerca di disciplinarla, di orientarla. Invece di bandire drasticamente e illusoriamente il gioco d’azzardo, invece di pronunciare condanne solenni, ne perimetra l’utilizzo, lo vincola a un uso “giusto”. Resta così del tutto lecito, possiamo pensare, quel gioco d’azzardo di piccolo cabotaggio che si fa tra parenti il pomeriggio di Natale e nei cui confronti la mentalità cattolica non dimostra nessuna intransigenza di principio; resta lecita la piccola scommessa che non dà dipendenza psicologica e non intacca i bisogni di una persona, dei suoi cari, del suo prossimo. In pratica, resta possibile e lecito il gioco e la scommessa occasionale, controllata, a misura d’uomo: il gioco e la scommessa del non giocatore. Ma la riflessione richiede una seconda puntata.



Il sacrificio dei campioni innamorati
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 9.9.2006


Esattamente quindici anni fa, nel settembre del 1991, Jonathan Edwards rinunciava a partecipare alla gara di Salto triplo dei Campionati del Mondo, perché si svolgevano di domenica. Jonathan Edwards, per chi non lo ricorda, è stato il più grande triplista degli anni Novanta, il primo a superare la barriera dei 18 metri, tuttora detentore del record mondiale stabilito nel 1995 a Göteborg con 18,29 metri. Atleta umanissimo e fervente anglicano, questo ragazzo inglese dalle caviglie di caucciù ha pubblicato pagine interessatissime sul rapporto tra fede e professione e sullo stress dei campioni sportivi. “Pochi comprendono la pressione di uno sport ai massimi livelli. Competere al top non è un divertimento, è una tortura. Il giorno e mezzo tra le qualificazioni e la finale di Sidney – le Olimpiadi del 2000 vinte da Edwards – furono una vera e propria agonia. Ad Atlanta – le Olimpiadi del 1996 in cui vinse la medaglia d’argento – volevo andare a casa. In quei casi si vorrebbe essere in qualunque altro posto al mondo e contemporaneamente non lo si vuole,  perché si è al massimo e si ha l’occasione di vincere. E anche di perdere. Che battaglia! Io ero quasi sopraffatto: in molte occasioni sono stato sul punto di piangere e ho dovuto ricacciare indietro le lacrime. Non potevo credere a quello che stava succedendo: lo stadio incredibile, le Olimpiadi, e io ero il campione!”.
Nel 1991 Jonathan Edwards era un giovane atleta in piena ascesa: negli anni precedenti era salito sul podio nei Giochi del Commonwealth e nella Coppa del Mondo, a giugno aveva raggiunto la ragguardevole misura di 17,43. Il suo forfait ai Campionati del Mondo fece scalpore, tanto più che, con quella misura, avrebbe lottato per le medaglie. E invece, in ossequio alla prescrizione cristiana che riserva al Signore la domenica – il dies dominica, appunto – Edwards decise di non partecipare a una gara a cui si preparava da tempo, la competizione più importante del 1991.
La scelta di Edwards è analoga a quella di Frederic Kanoute di cui parlavamo ieri: l’atleta cristiano non gareggia la domenica e le altre feste comandate, il calciatore musulmano rifiuta di indossare la maglia sponsorizzata da una società di scommesse, un’attività proibita dal Corano. Anche di fronte alla scelta di Edwards il nostro realismo di origine cattolica ci fa storcere il naso. Se l’ammiriamo per la sua coerenza, non possiamo fare a meno di criticarne la natura eccessiva, disumanizzante. Non ha forse detto Gesù stesso, contro il legalismo ebraico del tempo, che “Il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato”?. La scelta di Edwards è infatti estranea alla tradizione cattolica, che da sempre ammette ampie deroghe all'obbligo di santificare il giorno del Signore. Quelle deroghe che, pur non abolendo la festa della domenica, permettono tuttavia all’uomo di compiere anche in quel giorno i lavori non posticipabili, di mietere e panificare secondo necessità, in una parola, di vivere normalmente.
La rigida osservanza della prescrizione religiosa che troviamo in Jonathan Edwards è piuttosto tipica di tradizioni cristiane non cattoliche: i Molokany ortodossi che bevono solo latte, gli Amish protestanti che rifiutano ogni tecnologia…
Occorre aggiungere che, pochi anni dopo, Edwards cambiò idea: dopo lunghe discussioni col padre, un vicario della Chiesa Anglicana, comprese che Dio lo chiamava a mettere pienamente a frutto i suoi talenti nello sport gareggiando anche nei giorni di festa. Già ai Campionati del Mondo del 1993 la gara che si svolse di domenica non gli impedì di vincere la medaglia di bronzo.
Questa riflessione non sarebbe completa senza un’ultima osservazione che recupera e spiega l’ammirazione che Edwards e Kanoute comunque suscitano in noi per la loro scelta. Aldilà dell’osservanza esteriore di una prescrizione religiosa, una persona di fede sincera può liberamente “sacrificare” qualcosa di perfettamente lecito. Sacrificare, esattamente come su di un altare, qualcosa a cui tiene per amore di Dio. Così come noi possiamo liberamente decidere di rinunciare a un passatempo lecito per dedicare un pomeriggio a nostra moglie o ai nostri figli, analogamente un campione di atletica può decidere di rinunciare a una gara per offrirla a Dio. Ciò che va fatto, come nel caso del pomeriggio passato con la moglie, senza mugugni e patteggiamenti. È la logica strana e paradossale del sacrificio, del digiuno, del cilicio, incomprensibile al di fuori della fede e dell’amore. Non per un’osservanza esteriore, ripeto, ma per un intimo desiderio di "sacrificio", dove questa parola riacquista infine entrambi i suoi significati: "far santo" (sacrum facere), attraverso una "rinuncia volontaria" (sacrificium). A qualcuno parrà un discorso strano.  In realtà è un discorso per innamorati.

Tag: Gioco

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Il caso Follini. Fenomenologia di un trasformista

di ghinetto (02/03/2007 - 17:41)

Il caso Follini. Fenomenologia di un trasformista
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 2 marzo 2007

E così Follini ha rivoltato la gabbana! E dire che avevo anche votato per il suo partito in più d’una occasione. Prima di collocare nell’urna il voto decisivo per il Centro Sinistra, il nuovo prode dell’Italia di Mezzo ha letto un discorso ai colleghi senatori, una sorta di “Breve storia della politica italiana”. Ha detto: «Alle identità massicce e ingombranti della prima repubblica non siamo stati capaci di sostituire nuovi progetti».
Identità ingombranti? Per chi è stato dal 1977 al 1980 segretario nazionale del movimento giovanile DC, per poi passare direttamente alla Direzione Nazionale DC (1980-1985)? Che significa ingombranti, che è stato per 8 anni in un partito senza crederci? Che non condivideva l’identità democristiana? E allora perché è rimasto in quel partito se non ci credeva, per opportunismo?
Proseguendo nella sua personale interpretazione della politica italiana, ha così proseguito: «Abbiamo gonfiato di anabolizzanti la contesa bipolare e, in mancanza di meglio, i due poli, questi due poli, sono diventati il surrogato delle ideologie che non avevamo più».
Ah, ecco il problema. Dopo il periodo democristiano, Follini ha avuto una crisi ideologica. Cioè, se capiamo bene, mentre faceva parte della direzione nazionale CCD dal 1995 al 2001, sbandierava un’ideologia che non aveva più. E lo stesso mentre diventava Presidente del CCD nel 2001 e quando faceva nascere l’UDC nel 2002 diventandone segretario politico. Ma allora, se era in crisi ideologica perché presiedere un partito, perché prendersi la briga di fondarne un altro? Perché alimentarsi con un surrogato di ideologia?
«Non è un caso che proprio questo stato di cose renda così cruciali gli interessi particolari e soprattutto gli interessi forti». Cosa vorrà dire il nostro Marco Follini? Intenderà riferirsi alla RAI, di cui è stato Consigliere d’amministrazione dal 1986 al 1993, oppure alle società Stet Telecom, Finsiel o al Gruppo Recordati per i quali, stando al suo sito internet, ha diretto le relazioni esterne?
«La fatica maggiore oggi è quella di dare risposte […] a tanti cittadini che non hanno rappresentanza», ha detto ancora l’illustre senatore. Ora, c’è un piccolo problema: il popolo si sente rappresentato se può contare su di un rapporto leale con il proprio rappresentante. Il trasformismo politico mina le basi stesse della rappresentanza, le regole prime della vita politica. Chi non ha rappresentanza certo non viene avvicinato alla politica da senatori che passano da una sponda politica all’altra, sia pure spiegando questo passaggio come necessario “ponte” tra la cultura moderata e la cultura riformista.
Follini è Presidente di una Fondazione che raccoglie, come dice egli stesso in una breve presentazione, chi «rispetta le regole ma fa fatica a sopportare chi ha costruito (e costruisce) il proprio successo in spregio a quelle stesse regole». Regole? Quali regole? Quali sono le regole che Follini sta seguendo, quelle della coerenza con il mandato politico ricevuto dagli elettori?
“Ma il destino – ha concluso il senatore, con singolare citazione da ‘L’ombra del vento’ - si apposta dietro l’angolo, come un borsaiolo...”
Opps… E il borsaiolo che c’entra? Si riferisce alle identità ingombranti, alla crisi ideologica, agli interessi particolari, ai poteri forti o alle regole della politica?

Tag: Follini,trasformismo

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Il mostro ambientalista e l'Appennino romagnolo

di ghinetto (01/03/2007 - 16:00)

1. Il mostro ambientalista
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 2.12.2005

Immaginiamo un uomo di 45 anni che non sia mai andato dal barbiere, che non si sia mai pettinato, mai tagliato le unghie delle mani e dei piedi, che non si sia mai lavato né deodorato. Ecco, questo è davvero un “uomo naturale”, simile a ciò che l’ambientalismo estremo ha in mente anche per l’uomo del futuro.
Questo è il “mostro ambientalista”.
Mi spiego. Anzitutto voglio chiarire che non solo non ho nulla contro un corretto ambientalismo, contro un uso prudente e sostenibile del mondo che ci circonda. Di più: ritengo che la sconfitta della concezione utilitarista dell’ambiente sia uno dei meriti indiscussi della mentalità che si suole chiamare post-moderna. La modernità aveva svincolato le diverse discipline dall’obbligo di tendere al bene integrale dell’uomo: la Politica si era “liberata” dalla Morale, la Scienza moderna inseguiva (ed insegue tuttora) i suoi risultati, l’Economia moderna aveva affrancato il padrone delle ferriere e lo stato-capitalista dal rispetto del lavoratore. Queste discipline concepivano se stesse e tentavano di presentarsi come pure tecniche “neutrali”, a-morali (non immorali, ma a-morali, cioè al di là del bene e del male): la tecnica di mantenere il potere, le procedure tecnico-scientifiche atte ad ottenere un risultato scientifico ovvero un certo reddito. Il tipo di “ragione”, di intelletto utilizzato nella tecnica non è la ragione sapienziale capace di cogliere il problema dell’uomo nella sua totalità, ma è invece la ragione iperspecializzata, l’intelletto strumentale teso al raggiungimento del potere, del risultato, del profitto.
Il risultato dell’emancipazione di questi saperi dal bene integrale dell’uomo, cioè dalla morale, è sotto gli occhi di tutti: una politica che è solo affarismo, una scienza che produce i Frankenstein e i cloni, un’economia che inquina, disbosca e desertifica l’Occidente così come i paesi della pianificazione sovietica.
Il rispetto per l’ambiente post-moderno, a differenza di quanto pensa E. Severino, si ricollega alla mentalità pre-moderna, medievale di rispetto del mondo, quella del Cantico delle creature di san Francesco, tanto per intenderci. Non vi è qui l’idea di sfruttare il mondo, che è visto invece come Creazione da rispettare, come portatore di un disegno divino che trascende l’uomo. È invece presente l’idea che il mondo possa e debba essere usato a vantaggio dell’uomo. Da una parte lo sfruttamento, dall’altro l’uso del mondo, dell’ambiente. Da una parte la cinica irresponsabilità dell’utilitarista, dall’altra la prudente responsabilità dell’amministratore di un bene altrui.
Il problema è che l’ideologia ambientalista non ha sempre preso questa strada. Accanto a un ambientalismo corretto, teso a riparare gli indubbi disastri dovuti allo sfruttamento del mondo, esiste un ambientalismo estremo, quello che afferma che “la cosa migliore che gli uomini possano fare per creare un ecosistema sano è di lasciare la natura a se stessa” (dal volume Basic Ecology, di Naida Blevins, Miriam Koppel, Tammy Rease e Amber Shrum). Qui, com’è evidente, l’uomo è un ospite sgradito dell’ambiente, anzi un parassita, un nemico. Qui l’uomo è estraneo alla natura. Alessandra Nucci, una giornalista che tra le altre cose collabora alle Ragioni dell’Occidente, ha dedicato uno straordinario articolo ai “Risvolti panteistici e neo-pagani dell’ambientalismo estremista”.
Tra le cento cose incredibili riportate da questo articolo si menzionano alcune campagne animaliste di PETA, (People for the Ethical Treatment of Animals), un’associazione che riunisce 850.000 attivisti della lotta per il trattamento etico degli animali. Una di queste campagne è diretta a ottenere modi più gentili e meno violenti dell'insetticida spray per sopprimere le zanzare portatrici di virus letali.
Un’altra campagna che mirava a far sostituire il latte con la birra nei consumi dei giovani, con lo slogan “stappando una birra si salva la vita ad una mucca", pur essendo stata contestata da alcune associazioni di genitori, è stata ripresa ultimamente. Ricorda ancora Alessandra Nucci che nel 2000, la presidente di PETA, contestando l'idea che agli esseri umani spettino "diritti speciali" rispetto agli animali e agli insetti, affermò che "Sei milioni di persone morirono nei campi di concentramento, ma sei miliardi di polli da grigliata moriranno quest'anno nei macelli” (e il giorno del Ringraziamento viene esplicitamente paragonato all’Olocausto per i… tacchini americani). D’altronde il progetto Animal liberation di PETA sostiene che l’unica differenza tra le atrocità del passato (la schiavitù, il massacro degli Indiani d’America, il lavoro forzato dei bambini ecc.) e quelle di oggi, è che le vittime contemporanee sono “di altre specie”. Pensate che questo fondamentalismo ambientalista e animalista riguardi solo gli Americani? Che il “mostro ambientalista” irsuto e puzzolente non sia l’ideale di tanti nostri verdi? Che l’uomo non venga considerato il nemico n. 1 delle Foreste Casentinesi? Leggete la prossima puntata.


2. Il “mostro ambientalista” s’aggira in Appennino
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 4.12.2005

Scrivevo un paio di giorni fa che il fondamentalismo ambientalista produce anche in Romagna danni gravi e irreparabili, e paragonavo il frutto di questa ideologia ad un uomo di 45 anni che non abbia mai conosciuto pettine, né barbiere, né spazzolino da denti, né tronchesi per le unghie. Il bosco del medio e alto Appennino romagnolo, come lo vorrebbero alcuni ambientalisti nostrani è simile a questo “mostro”.
Partiamo da alcuni dati, seppur necessariamente incompleti. Il disboscamento dei nostri appennini, grazie soprattutto alla concezione “moderna” di sfruttamento dell’ambiente, si è prolungato per secoli interi. Intorno al 1850, G. Del Noce descriveva i monti delle valli forlivesi sino al Falterona come un “quadro di miserabile squallore e desolazione”. Il grande naturalista forlivese Pietro Zangheri prolungava queste osservazioni nel 1960 affermando che questi stessi monti “guardati dalla sommità dell’Appennino appaiono tutti, salvo i più alti, come una distesa di squallido biancore, con rare, piccole oasi di un po’ verdi”. E chiunque abbia più di quarant’anni può confermare queste considerazioni ripescando dalla memoria immagini di bianchi calanchi e piani e declivi completamente spogli.
Questo però era vero 40 anni fa. Secondo i dati fornitimi da un tecnico di una Comunità Montana, al momento attuale la superficie boschiva dell’Emilia-Romagna sarebbe pari ad un quarto del territorio, 5.500 kmq su 22.000 (i dati dell’Inventario Forestale Regionale – 9.000 kmq ad area boschiva – sono decisamente generosi, comprendendo anche l’ambiente edificato e coltivato); nella Provincia di Forlì-Cesena, questo rapporto sembrerebbe avvicinarsi a un terzo del territorio. Naturalmente sarebbe interessante un confronto storico con la situazione di cinquant’anni fa, o di un secolo addietro, sarebbe cioè interessante misurare il tasso di crescita della superficie forestale. Per la Regione Marche, ad esempio, sappiamo che all’inizio del 1900 la superficie a bosco non superava il 15%, mentre oggi supera il 30%. Ho provato a raccogliere dati analoghi per la nostra zona, ma questi rilevamenti non sono disponibili né in Provincia, né in Regione; il Corpo Forestale dello Stato ha da tempo ceduto la giurisdizione di queste aree alle Comunità Montane, le quali d’altronde possiedono solo la loro situazione parziale. Tutti i tecnici consultati, tuttavia, mi hanno confermato un tasso di crescita probabilmente analogo a quello marchigiano, se non superiore, ciò che è confermato dall’esperienza di ognuno di noi. Le “distese di squallido biancore” del nostro Appennino si sono trasformate in faggete, pinete, quercete, abetine in un vero tripudio di verde.

Il primo elemento da cui partire è dunque questo: l’ampio rimboschimento ottenuto negli ultimi 35-40 anni grazie all’intervento dell’uomo per ripristinare una situazione “naturale” ormai perduta. Se avessimo lasciato operare autonomamente la natura, infatti, non avremmo oggi i boschi che abbiamo.
Noi abitanti di città, ignari delle scienze naturalistiche, ci fermeremmo qui, felici di questo risultato, l’ampliamento delle superfici a bosco e foresta. La faccenda, però, è un po’ più complicata. L’ampliamento della superficie forestale è importantissimo e tuttavia il valore di un bosco è dovuto anche ad altri fattori: alla funzione Paesaggistico-Naturalistica del bosco, si affianca infatti quella Protettiva (da neve) e Preventiva (di rischi di dissesto idrogeologici), quella Turistico-ricreativa e infine quella Produttiva.
Quanto alla prima funzione, le scienze forestali hanno elaborato una “selvicoltura vicina alla natura”. I poderosi e affascinanti studi di Zangheri con cui sono stati ricostruiti i diversi biotipi delle nostre zone permettono di organizzare le fasi di rimboschimento, aiutando e “forzando”, come s’è detto, il ciclo naturale. Il rimboschimento dell’Alto Appennino con l’Abete rosso, una specie introdotta dai selvicoltori solo nel 1835, e del Medio Appennino con il Pino nero, dovrebbe lasciare il posto rispettivamente a Faggete e a boschi di Roverella, Carpino nero e Ornello. Non a caso, Zangheri parlava di Pino nero e Abete rosso come di “specie pioniere”. Nelle valli della provincia forlivese-cesenate, invece, le Pinete occupano circa il 7% contro la media regionale del 2%, mentre le Faggete – nonostante l’ampio apporto della Campigna – non arrivano al 15%, contro una media regionale del 25%. Una selvicoltura vicina alla natura richiederebbe una “cura” e una “gestione” del bosco che l’ambientalismo estremo di tipo “fissista” non contempla. Come l’uomo, infatti, il bosco necessita di impianto, di manutenzione, di eliminazione di alcune specie, dei cosiddetti tagli di rinnovazione effettuati su alberi di vecchia generazione e dei tagli intercalari per favorire gli individui migliori. Necessita cioè di essere trasformato da “mostro” in “essere vivente”. Naturalmente questo non significa che il bosco venga progettato, potato e tagliato come un giardino alla francese, secondo lo spirito di “dominio sulla natura” tipico di Le Nôtre, l’architetto di Versailles. Significa invece una cooperazione tra l’uomo e la natura in vista di uno sviluppo sostenibile delle aree montane.


Quanto alla funzione protettiva e preventiva, è noto che il bosco stabilizza direttamente il territorio di impianto evitando i fenomeni franosi a cui l’Appennino romagnolo è tanto esposto e al medesimo tempo coopera a mitigare gli effetti potenzialmente rovinosi delle forti precipitazioni. Dal 1966, anno dell’alluvione di Firenze, tutti gli Italiani sanno che una delle cause responsabili delle inondazioni delle nostre città e pianure è la mancata manutenzione di canali, fossi e scoli in montagna. Non trattenute dal bosco, non filtrate dalla rete di canali in montagna, le precipitazioni abbondanti diventano immediatamente  pericolose e i fiumi rischiano di uscire dagli argini. L’idea che l’uomo debba usare il bosco solo per visitarlo la domenica sotto l’occhio vigile e compiaciuto di una guida WWF qui si scontra con la possibilità di vivere nelle valli e nelle pianure italiane dalla Padana, alla valle del Savio, dal Basso Pinerolese alla valle del Tronto.
Trasformare l’Appennino in una riserva integrale vuol dire cacciare l’uomo dal bosco e costringerlo a vivere – e pericolosamente – solo in pianura. È questo che vogliamo? E qui veniamo al problema centrale: può l’uomo vivere in montagna? La selvicoltura dice di sì, quando alle prime due funzioni del bosco si affiancano quelle redditizie, Turistico-ricreativa e Produttiva; quando cioè invece di opporre l’uomo al bosco, invece di considerarlo un parassita da espellere da “un mondo naturale” mitico e astratto, si cercano di combinare i principi dell’ecologia forestale con le aspettative economiche e sociali (tema della prossima puntata).

3. L’estremismo ambientalista. Il caso Campigna
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 12.2005

Foresta della Campigna, 2005. Su 2 piste da sci distanti diversi km dalla Riserva naturale integrale di Sasso Fratino occorre fare alcuni, limitatissimi lavori di messa norma per il passaggio del gatto delle nevi. Non verrebbero create nuove piste, sia chiaro, ma solo messe a norma quelle esistenti. I lavori comportano il taglio di 1 ettaro di faggeta recentemente impiantata dall’uomo ed ottengono il nullaosta dalla Provincia di Forlì-Cesena (accordo quadro del 21.7.2005). Il WWF insorge inaugurando l’ennesima crociata ambientalista: inoltra ricorso al TAR per “rispondere, in modo assolutamente fermo, alla provocatoria azione degli amministratori locali volta a generare un flusso ingente di finanziamenti pubblici per opere distruttive dell’ambiente naturale del Parco Nazionale. Il WWF ritiene che nessun interesse economico possa giustificare la pesantissima manomissione di tale delicato equilibrio. Il WWF propone, a questo punto, la dismissione degli impianti sciistici esistenti e la sostituzione delle ipotesi di sci da discesa e da fondo con un circuito escursionistico. Tale ipotesi rappresenterebbe un modello finalmente più evoluto di fruizione turistica".
“Azione provocatoria; opere distruttive dell’ambiente naturale; pesantissima manomissione del delicato equilibrio”: questa è la traduzione nella lingua del WWF dell’abbattimento di 1 ettaro degli oltre 9.000 ettari di latifoglie ( mi riferisco al solo versante romagnolo ed escludo dal computo i boschi di conifere, i boschi misti di querceti e conifere, i castagneti ecc.). Capite: 1 ettaro su 9.000! Salviamo 1 ettaro di bosco che abbiamo piantato noi qualche anno fa, 1 ettaro che non compromette nulla dell’ecosistema della Campigna e riusciamo a …evitare “l’ingente flusso di finanziamenti” dell’Unione europea: geniale!
Siamo di fronte a un ennesimo esempio di “feticismo ambientalista”: non si tratta qui di salvare il Parco Nazionale, il bosco, l’ecosistema, ma di evitare la morte di quei singoli faggi, quasi avessero una personalità unica e irripetibile. Come è già successo altrove, se si proponesse di abbattere quei faggi e piantarne altrettanti altrove nel Parco, se mai recuperando aree abbandonate, per questi ambientalisti non sarebbe la stessa cosa. Un albero non vale l’altro, per loro. E non stiamo parlando delle fustaie mature della Riserva di Sasso Fratino ma di boschi di impianto recente.
Non solo. La proposta del WWF è ancora più drastica: “Chiudiamo tutte le attività sciistiche esistenti”. Perché? Evidentemente perché incompatibili con il Parco della Campigna. È vero questo? Non sembrerebbe proprio. Come è evidente dalle foto, tra gli Anni ’60 (foto invernale)
e il 2005 (foto estiva)
il tratto interessato dalle piste da sci è stato densamente rimboschito e l’attività sciistica non ha affatto impedito lo sviluppo del Parco delle Foreste Casentinesi.
Sull’argomento si sviluppa un piccolo dibattito sul blog di Alessandro Ronchi, capogruppo dei Verdi nel Consiglio Comunale di Forlì. Chi interviene spiega la situazione della Campigna e delle piste al Verde Ronchi, il quale, ringraziando un corrispondente per i chiarimenti, risponde onestamente: “Prima di quello che hai scritto sapevo solo quanto scritto dal WWF, su questo tema ho peccato di ingenuità. Grazie a quello che hai scritto mi hai spinto ad approfondire di più il problema”. Beata ingenuità…
Con ciò riprendiamo il discorso già iniziato su queste colonne sulle funzioni del bosco. Accanto alle funzioni Paesaggistica e Protettiva, il bosco possiede una dimensione Turistica ed una Produttiva. I boschi, anche il Parco della Campigna, contemplano aree di promozione economica e sociale. Un bosco non ha solo una valore paesaggistico, ecologico, ma ha pure un valore economico (hoplà, abbiamo detto la parolaccia!). Già, se è gestito e attrezzato, anche con piste da sci, il bosco attira turisti e i turisti consentono all’uomo di vivere in montagna. E l’uomo che vive in montagna  garantisce la manutenzione del bosco, della rete di canali che svolge un’azione protettiva ed evita le inondazioni a valle ecc. ecc.
Funzione Produttiva. L’Italia produce circa 9 milioni di metri cubi di legname e ne importa circa 15 milioni. Esiste un’economia, dunque, legata al legname da opera e alla legna da ardere. Questa legna o la produciamo noi, in modo controllato, ecologicamente sostenibile, oppure la importiamo da altri paesi, dall’Est europeo, dalla Russia dove viene prodotta in un modo che noi non possiamo controllare. Anche l’attività produttiva esercitata sui nostri Appennini, permette il mantenimento dell’uomo in montagna. Questa attività, doverosamente regolamentata e controllata, va tuttavia favorita, non impedita da lacci e lacciuoli burocratici, se vogliamo incentivare la vita sui nostri Appennini. Vivere in montagna, in un ambiente che l’uomo ha in gran parte ripristinato ecologicamente, deve essere possibile. Oppure vogliamo fare di tutto l’Appennino una riserva integrale e cacciare tutti a vivere in pianura? (con l’esclusione, ovviamente, delle preziosissime zone umide). E perché poi limitarsi alla pianura? Cosa ha fatto di male la pianura per meritarsi questo parassita che è l’uomo? Cacciamolo via, in mare, su una zattera, a patto che non faccia la pipì in acqua…





Tag: Ambientalismo,Romagna

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