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Il mostro ambientalista e l'Appennino romagnolo

di ghinetto (01/03/2007 - 16:00)

1. Il mostro ambientalista
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 2.12.2005

Immaginiamo un uomo di 45 anni che non sia mai andato dal barbiere, che non si sia mai pettinato, mai tagliato le unghie delle mani e dei piedi, che non si sia mai lavato né deodorato. Ecco, questo è davvero un “uomo naturale”, simile a ciò che l’ambientalismo estremo ha in mente anche per l’uomo del futuro.
Questo è il “mostro ambientalista”.
Mi spiego. Anzitutto voglio chiarire che non solo non ho nulla contro un corretto ambientalismo, contro un uso prudente e sostenibile del mondo che ci circonda. Di più: ritengo che la sconfitta della concezione utilitarista dell’ambiente sia uno dei meriti indiscussi della mentalità che si suole chiamare post-moderna. La modernità aveva svincolato le diverse discipline dall’obbligo di tendere al bene integrale dell’uomo: la Politica si era “liberata” dalla Morale, la Scienza moderna inseguiva (ed insegue tuttora) i suoi risultati, l’Economia moderna aveva affrancato il padrone delle ferriere e lo stato-capitalista dal rispetto del lavoratore. Queste discipline concepivano se stesse e tentavano di presentarsi come pure tecniche “neutrali”, a-morali (non immorali, ma a-morali, cioè al di là del bene e del male): la tecnica di mantenere il potere, le procedure tecnico-scientifiche atte ad ottenere un risultato scientifico ovvero un certo reddito. Il tipo di “ragione”, di intelletto utilizzato nella tecnica non è la ragione sapienziale capace di cogliere il problema dell’uomo nella sua totalità, ma è invece la ragione iperspecializzata, l’intelletto strumentale teso al raggiungimento del potere, del risultato, del profitto.
Il risultato dell’emancipazione di questi saperi dal bene integrale dell’uomo, cioè dalla morale, è sotto gli occhi di tutti: una politica che è solo affarismo, una scienza che produce i Frankenstein e i cloni, un’economia che inquina, disbosca e desertifica l’Occidente così come i paesi della pianificazione sovietica.
Il rispetto per l’ambiente post-moderno, a differenza di quanto pensa E. Severino, si ricollega alla mentalità pre-moderna, medievale di rispetto del mondo, quella del Cantico delle creature di san Francesco, tanto per intenderci. Non vi è qui l’idea di sfruttare il mondo, che è visto invece come Creazione da rispettare, come portatore di un disegno divino che trascende l’uomo. È invece presente l’idea che il mondo possa e debba essere usato a vantaggio dell’uomo. Da una parte lo sfruttamento, dall’altro l’uso del mondo, dell’ambiente. Da una parte la cinica irresponsabilità dell’utilitarista, dall’altra la prudente responsabilità dell’amministratore di un bene altrui.
Il problema è che l’ideologia ambientalista non ha sempre preso questa strada. Accanto a un ambientalismo corretto, teso a riparare gli indubbi disastri dovuti allo sfruttamento del mondo, esiste un ambientalismo estremo, quello che afferma che “la cosa migliore che gli uomini possano fare per creare un ecosistema sano è di lasciare la natura a se stessa” (dal volume Basic Ecology, di Naida Blevins, Miriam Koppel, Tammy Rease e Amber Shrum). Qui, com’è evidente, l’uomo è un ospite sgradito dell’ambiente, anzi un parassita, un nemico. Qui l’uomo è estraneo alla natura. Alessandra Nucci, una giornalista che tra le altre cose collabora alle Ragioni dell’Occidente, ha dedicato uno straordinario articolo ai “Risvolti panteistici e neo-pagani dell’ambientalismo estremista”.
Tra le cento cose incredibili riportate da questo articolo si menzionano alcune campagne animaliste di PETA, (People for the Ethical Treatment of Animals), un’associazione che riunisce 850.000 attivisti della lotta per il trattamento etico degli animali. Una di queste campagne è diretta a ottenere modi più gentili e meno violenti dell'insetticida spray per sopprimere le zanzare portatrici di virus letali.
Un’altra campagna che mirava a far sostituire il latte con la birra nei consumi dei giovani, con lo slogan “stappando una birra si salva la vita ad una mucca", pur essendo stata contestata da alcune associazioni di genitori, è stata ripresa ultimamente. Ricorda ancora Alessandra Nucci che nel 2000, la presidente di PETA, contestando l'idea che agli esseri umani spettino "diritti speciali" rispetto agli animali e agli insetti, affermò che "Sei milioni di persone morirono nei campi di concentramento, ma sei miliardi di polli da grigliata moriranno quest'anno nei macelli” (e il giorno del Ringraziamento viene esplicitamente paragonato all’Olocausto per i… tacchini americani). D’altronde il progetto Animal liberation di PETA sostiene che l’unica differenza tra le atrocità del passato (la schiavitù, il massacro degli Indiani d’America, il lavoro forzato dei bambini ecc.) e quelle di oggi, è che le vittime contemporanee sono “di altre specie”. Pensate che questo fondamentalismo ambientalista e animalista riguardi solo gli Americani? Che il “mostro ambientalista” irsuto e puzzolente non sia l’ideale di tanti nostri verdi? Che l’uomo non venga considerato il nemico n. 1 delle Foreste Casentinesi? Leggete la prossima puntata.


2. Il “mostro ambientalista” s’aggira in Appennino
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 4.12.2005

Scrivevo un paio di giorni fa che il fondamentalismo ambientalista produce anche in Romagna danni gravi e irreparabili, e paragonavo il frutto di questa ideologia ad un uomo di 45 anni che non abbia mai conosciuto pettine, né barbiere, né spazzolino da denti, né tronchesi per le unghie. Il bosco del medio e alto Appennino romagnolo, come lo vorrebbero alcuni ambientalisti nostrani è simile a questo “mostro”.
Partiamo da alcuni dati, seppur necessariamente incompleti. Il disboscamento dei nostri appennini, grazie soprattutto alla concezione “moderna” di sfruttamento dell’ambiente, si è prolungato per secoli interi. Intorno al 1850, G. Del Noce descriveva i monti delle valli forlivesi sino al Falterona come un “quadro di miserabile squallore e desolazione”. Il grande naturalista forlivese Pietro Zangheri prolungava queste osservazioni nel 1960 affermando che questi stessi monti “guardati dalla sommità dell’Appennino appaiono tutti, salvo i più alti, come una distesa di squallido biancore, con rare, piccole oasi di un po’ verdi”. E chiunque abbia più di quarant’anni può confermare queste considerazioni ripescando dalla memoria immagini di bianchi calanchi e piani e declivi completamente spogli.
Questo però era vero 40 anni fa. Secondo i dati fornitimi da un tecnico di una Comunità Montana, al momento attuale la superficie boschiva dell’Emilia-Romagna sarebbe pari ad un quarto del territorio, 5.500 kmq su 22.000 (i dati dell’Inventario Forestale Regionale – 9.000 kmq ad area boschiva – sono decisamente generosi, comprendendo anche l’ambiente edificato e coltivato); nella Provincia di Forlì-Cesena, questo rapporto sembrerebbe avvicinarsi a un terzo del territorio. Naturalmente sarebbe interessante un confronto storico con la situazione di cinquant’anni fa, o di un secolo addietro, sarebbe cioè interessante misurare il tasso di crescita della superficie forestale. Per la Regione Marche, ad esempio, sappiamo che all’inizio del 1900 la superficie a bosco non superava il 15%, mentre oggi supera il 30%. Ho provato a raccogliere dati analoghi per la nostra zona, ma questi rilevamenti non sono disponibili né in Provincia, né in Regione; il Corpo Forestale dello Stato ha da tempo ceduto la giurisdizione di queste aree alle Comunità Montane, le quali d’altronde possiedono solo la loro situazione parziale. Tutti i tecnici consultati, tuttavia, mi hanno confermato un tasso di crescita probabilmente analogo a quello marchigiano, se non superiore, ciò che è confermato dall’esperienza di ognuno di noi. Le “distese di squallido biancore” del nostro Appennino si sono trasformate in faggete, pinete, quercete, abetine in un vero tripudio di verde.

Il primo elemento da cui partire è dunque questo: l’ampio rimboschimento ottenuto negli ultimi 35-40 anni grazie all’intervento dell’uomo per ripristinare una situazione “naturale” ormai perduta. Se avessimo lasciato operare autonomamente la natura, infatti, non avremmo oggi i boschi che abbiamo.
Noi abitanti di città, ignari delle scienze naturalistiche, ci fermeremmo qui, felici di questo risultato, l’ampliamento delle superfici a bosco e foresta. La faccenda, però, è un po’ più complicata. L’ampliamento della superficie forestale è importantissimo e tuttavia il valore di un bosco è dovuto anche ad altri fattori: alla funzione Paesaggistico-Naturalistica del bosco, si affianca infatti quella Protettiva (da neve) e Preventiva (di rischi di dissesto idrogeologici), quella Turistico-ricreativa e infine quella Produttiva.
Quanto alla prima funzione, le scienze forestali hanno elaborato una “selvicoltura vicina alla natura”. I poderosi e affascinanti studi di Zangheri con cui sono stati ricostruiti i diversi biotipi delle nostre zone permettono di organizzare le fasi di rimboschimento, aiutando e “forzando”, come s’è detto, il ciclo naturale. Il rimboschimento dell’Alto Appennino con l’Abete rosso, una specie introdotta dai selvicoltori solo nel 1835, e del Medio Appennino con il Pino nero, dovrebbe lasciare il posto rispettivamente a Faggete e a boschi di Roverella, Carpino nero e Ornello. Non a caso, Zangheri parlava di Pino nero e Abete rosso come di “specie pioniere”. Nelle valli della provincia forlivese-cesenate, invece, le Pinete occupano circa il 7% contro la media regionale del 2%, mentre le Faggete – nonostante l’ampio apporto della Campigna – non arrivano al 15%, contro una media regionale del 25%. Una selvicoltura vicina alla natura richiederebbe una “cura” e una “gestione” del bosco che l’ambientalismo estremo di tipo “fissista” non contempla. Come l’uomo, infatti, il bosco necessita di impianto, di manutenzione, di eliminazione di alcune specie, dei cosiddetti tagli di rinnovazione effettuati su alberi di vecchia generazione e dei tagli intercalari per favorire gli individui migliori. Necessita cioè di essere trasformato da “mostro” in “essere vivente”. Naturalmente questo non significa che il bosco venga progettato, potato e tagliato come un giardino alla francese, secondo lo spirito di “dominio sulla natura” tipico di Le Nôtre, l’architetto di Versailles. Significa invece una cooperazione tra l’uomo e la natura in vista di uno sviluppo sostenibile delle aree montane.


Quanto alla funzione protettiva e preventiva, è noto che il bosco stabilizza direttamente il territorio di impianto evitando i fenomeni franosi a cui l’Appennino romagnolo è tanto esposto e al medesimo tempo coopera a mitigare gli effetti potenzialmente rovinosi delle forti precipitazioni. Dal 1966, anno dell’alluvione di Firenze, tutti gli Italiani sanno che una delle cause responsabili delle inondazioni delle nostre città e pianure è la mancata manutenzione di canali, fossi e scoli in montagna. Non trattenute dal bosco, non filtrate dalla rete di canali in montagna, le precipitazioni abbondanti diventano immediatamente  pericolose e i fiumi rischiano di uscire dagli argini. L’idea che l’uomo debba usare il bosco solo per visitarlo la domenica sotto l’occhio vigile e compiaciuto di una guida WWF qui si scontra con la possibilità di vivere nelle valli e nelle pianure italiane dalla Padana, alla valle del Savio, dal Basso Pinerolese alla valle del Tronto.
Trasformare l’Appennino in una riserva integrale vuol dire cacciare l’uomo dal bosco e costringerlo a vivere – e pericolosamente – solo in pianura. È questo che vogliamo? E qui veniamo al problema centrale: può l’uomo vivere in montagna? La selvicoltura dice di sì, quando alle prime due funzioni del bosco si affiancano quelle redditizie, Turistico-ricreativa e Produttiva; quando cioè invece di opporre l’uomo al bosco, invece di considerarlo un parassita da espellere da “un mondo naturale” mitico e astratto, si cercano di combinare i principi dell’ecologia forestale con le aspettative economiche e sociali (tema della prossima puntata).

3. L’estremismo ambientalista. Il caso Campigna
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 12.2005

Foresta della Campigna, 2005. Su 2 piste da sci distanti diversi km dalla Riserva naturale integrale di Sasso Fratino occorre fare alcuni, limitatissimi lavori di messa norma per il passaggio del gatto delle nevi. Non verrebbero create nuove piste, sia chiaro, ma solo messe a norma quelle esistenti. I lavori comportano il taglio di 1 ettaro di faggeta recentemente impiantata dall’uomo ed ottengono il nullaosta dalla Provincia di Forlì-Cesena (accordo quadro del 21.7.2005). Il WWF insorge inaugurando l’ennesima crociata ambientalista: inoltra ricorso al TAR per “rispondere, in modo assolutamente fermo, alla provocatoria azione degli amministratori locali volta a generare un flusso ingente di finanziamenti pubblici per opere distruttive dell’ambiente naturale del Parco Nazionale. Il WWF ritiene che nessun interesse economico possa giustificare la pesantissima manomissione di tale delicato equilibrio. Il WWF propone, a questo punto, la dismissione degli impianti sciistici esistenti e la sostituzione delle ipotesi di sci da discesa e da fondo con un circuito escursionistico. Tale ipotesi rappresenterebbe un modello finalmente più evoluto di fruizione turistica".
“Azione provocatoria; opere distruttive dell’ambiente naturale; pesantissima manomissione del delicato equilibrio”: questa è la traduzione nella lingua del WWF dell’abbattimento di 1 ettaro degli oltre 9.000 ettari di latifoglie ( mi riferisco al solo versante romagnolo ed escludo dal computo i boschi di conifere, i boschi misti di querceti e conifere, i castagneti ecc.). Capite: 1 ettaro su 9.000! Salviamo 1 ettaro di bosco che abbiamo piantato noi qualche anno fa, 1 ettaro che non compromette nulla dell’ecosistema della Campigna e riusciamo a …evitare “l’ingente flusso di finanziamenti” dell’Unione europea: geniale!
Siamo di fronte a un ennesimo esempio di “feticismo ambientalista”: non si tratta qui di salvare il Parco Nazionale, il bosco, l’ecosistema, ma di evitare la morte di quei singoli faggi, quasi avessero una personalità unica e irripetibile. Come è già successo altrove, se si proponesse di abbattere quei faggi e piantarne altrettanti altrove nel Parco, se mai recuperando aree abbandonate, per questi ambientalisti non sarebbe la stessa cosa. Un albero non vale l’altro, per loro. E non stiamo parlando delle fustaie mature della Riserva di Sasso Fratino ma di boschi di impianto recente.
Non solo. La proposta del WWF è ancora più drastica: “Chiudiamo tutte le attività sciistiche esistenti”. Perché? Evidentemente perché incompatibili con il Parco della Campigna. È vero questo? Non sembrerebbe proprio. Come è evidente dalle foto, tra gli Anni ’60 (foto invernale)
e il 2005 (foto estiva)
il tratto interessato dalle piste da sci è stato densamente rimboschito e l’attività sciistica non ha affatto impedito lo sviluppo del Parco delle Foreste Casentinesi.
Sull’argomento si sviluppa un piccolo dibattito sul blog di Alessandro Ronchi, capogruppo dei Verdi nel Consiglio Comunale di Forlì. Chi interviene spiega la situazione della Campigna e delle piste al Verde Ronchi, il quale, ringraziando un corrispondente per i chiarimenti, risponde onestamente: “Prima di quello che hai scritto sapevo solo quanto scritto dal WWF, su questo tema ho peccato di ingenuità. Grazie a quello che hai scritto mi hai spinto ad approfondire di più il problema”. Beata ingenuità…
Con ciò riprendiamo il discorso già iniziato su queste colonne sulle funzioni del bosco. Accanto alle funzioni Paesaggistica e Protettiva, il bosco possiede una dimensione Turistica ed una Produttiva. I boschi, anche il Parco della Campigna, contemplano aree di promozione economica e sociale. Un bosco non ha solo una valore paesaggistico, ecologico, ma ha pure un valore economico (hoplà, abbiamo detto la parolaccia!). Già, se è gestito e attrezzato, anche con piste da sci, il bosco attira turisti e i turisti consentono all’uomo di vivere in montagna. E l’uomo che vive in montagna  garantisce la manutenzione del bosco, della rete di canali che svolge un’azione protettiva ed evita le inondazioni a valle ecc. ecc.
Funzione Produttiva. L’Italia produce circa 9 milioni di metri cubi di legname e ne importa circa 15 milioni. Esiste un’economia, dunque, legata al legname da opera e alla legna da ardere. Questa legna o la produciamo noi, in modo controllato, ecologicamente sostenibile, oppure la importiamo da altri paesi, dall’Est europeo, dalla Russia dove viene prodotta in un modo che noi non possiamo controllare. Anche l’attività produttiva esercitata sui nostri Appennini, permette il mantenimento dell’uomo in montagna. Questa attività, doverosamente regolamentata e controllata, va tuttavia favorita, non impedita da lacci e lacciuoli burocratici, se vogliamo incentivare la vita sui nostri Appennini. Vivere in montagna, in un ambiente che l’uomo ha in gran parte ripristinato ecologicamente, deve essere possibile. Oppure vogliamo fare di tutto l’Appennino una riserva integrale e cacciare tutti a vivere in pianura? (con l’esclusione, ovviamente, delle preziosissime zone umide). E perché poi limitarsi alla pianura? Cosa ha fatto di male la pianura per meritarsi questo parassita che è l’uomo? Cacciamolo via, in mare, su una zattera, a patto che non faccia la pipì in acqua…





Tag: Ambientalismo,Romagna

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