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Il caso Follini. Fenomenologia di un trasformista

di ghinetto (02/03/2007 - 17:41)

Il caso Follini. Fenomenologia di un trasformista
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 2 marzo 2007

E così Follini ha rivoltato la gabbana! E dire che avevo anche votato per il suo partito in più d’una occasione. Prima di collocare nell’urna il voto decisivo per il Centro Sinistra, il nuovo prode dell’Italia di Mezzo ha letto un discorso ai colleghi senatori, una sorta di “Breve storia della politica italiana”. Ha detto: «Alle identità massicce e ingombranti della prima repubblica non siamo stati capaci di sostituire nuovi progetti».
Identità ingombranti? Per chi è stato dal 1977 al 1980 segretario nazionale del movimento giovanile DC, per poi passare direttamente alla Direzione Nazionale DC (1980-1985)? Che significa ingombranti, che è stato per 8 anni in un partito senza crederci? Che non condivideva l’identità democristiana? E allora perché è rimasto in quel partito se non ci credeva, per opportunismo?
Proseguendo nella sua personale interpretazione della politica italiana, ha così proseguito: «Abbiamo gonfiato di anabolizzanti la contesa bipolare e, in mancanza di meglio, i due poli, questi due poli, sono diventati il surrogato delle ideologie che non avevamo più».
Ah, ecco il problema. Dopo il periodo democristiano, Follini ha avuto una crisi ideologica. Cioè, se capiamo bene, mentre faceva parte della direzione nazionale CCD dal 1995 al 2001, sbandierava un’ideologia che non aveva più. E lo stesso mentre diventava Presidente del CCD nel 2001 e quando faceva nascere l’UDC nel 2002 diventandone segretario politico. Ma allora, se era in crisi ideologica perché presiedere un partito, perché prendersi la briga di fondarne un altro? Perché alimentarsi con un surrogato di ideologia?
«Non è un caso che proprio questo stato di cose renda così cruciali gli interessi particolari e soprattutto gli interessi forti». Cosa vorrà dire il nostro Marco Follini? Intenderà riferirsi alla RAI, di cui è stato Consigliere d’amministrazione dal 1986 al 1993, oppure alle società Stet Telecom, Finsiel o al Gruppo Recordati per i quali, stando al suo sito internet, ha diretto le relazioni esterne?
«La fatica maggiore oggi è quella di dare risposte […] a tanti cittadini che non hanno rappresentanza», ha detto ancora l’illustre senatore. Ora, c’è un piccolo problema: il popolo si sente rappresentato se può contare su di un rapporto leale con il proprio rappresentante. Il trasformismo politico mina le basi stesse della rappresentanza, le regole prime della vita politica. Chi non ha rappresentanza certo non viene avvicinato alla politica da senatori che passano da una sponda politica all’altra, sia pure spiegando questo passaggio come necessario “ponte” tra la cultura moderata e la cultura riformista.
Follini è Presidente di una Fondazione che raccoglie, come dice egli stesso in una breve presentazione, chi «rispetta le regole ma fa fatica a sopportare chi ha costruito (e costruisce) il proprio successo in spregio a quelle stesse regole». Regole? Quali regole? Quali sono le regole che Follini sta seguendo, quelle della coerenza con il mandato politico ricevuto dagli elettori?
“Ma il destino – ha concluso il senatore, con singolare citazione da ‘L’ombra del vento’ - si apposta dietro l’angolo, come un borsaiolo...”
Opps… E il borsaiolo che c’entra? Si riferisce alle identità ingombranti, alla crisi ideologica, agli interessi particolari, ai poteri forti o alle regole della politica?

Tag: Follini,trasformismo

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