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Se Dio si occupa di sport

di ghinetto (03/03/2007 - 17:50)


Come Dio s’interessa di calcio e scommesse
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 8.9.2006

Due giorni fa, Frederic Kanoute, un attaccante del Siviglia campione della Coppa Uefa e della Supercoppa Europea, ha rifiutato di indossare la maglia della sua squadra perché sponsorizzata da una società di scommesse on-line. Dopo alcuni tentennamenti e parziali oscuramenti del nome dello sponsor, Kanoute, che è di religione musulmana, ha infine deciso: vuole una maglia senza riferimenti al gioco d’azzardo, un’attività proibita dal Corano, “un’opera di Satana” – stando alle sue stesse parole.
La questione è andata brevemente sulle prime pagine dei giornali, accompagnata da un inevitabile riferimento allo sponsor del Milan, un’altra azienda di scommesse on-line. Per adesso, secondo i commentatori, la cosa non ci riguarda dato che nessun giocatore rossonero è islamico. Solita magra consolazione, solita occasione di riflessione persa…
E noi, invece, questa occasione la prendiamo al balzo. Partiamo dalla reazione quasi istintiva che, credo, tutti noi abbiamo provato leggendo questa notizia. Si tratta, per la verità, di una reazione duplice, ambivalente: 1. ammirazione per la coerenza di Kanoute che rischia del suo, per un motivo nobile; 2. disapprovazione per una scelta “eccessiva” che sentiamo sfociare nel fondamentalismo.
Questa duplice reazione “naturale” è interessante, proprio perché è tutt’altro che naturale, affondando le sue radici nella morale cristiana, anzi propriamente cattolica. Solo, ci siamo talmente abituati alla nostra cultura intrisa di realismo cattolico, che sentiamo “istintivamente” innaturali tutte le decisioni che contraddicono questa nostra tradizione straordinariamente umana. E questo vale non solo per i credenti. Anche gli Italiani che non frequentano la Chiesa, come riconosceva Benedetto Croce nel celebre saggio del 1942 intitolato “Perché non possiamo non dirci cristiani”, sono tuttora profondamente immersi in una sorta di “pregiudizio cristiano”. Tuttavia, dal momento che il “giudizio cristiano” si è oggi ridotto a un “pregiudizio” del tutto inconsapevole, esso è privo di radici e fondamenta, quanto mai esposto ad essere contraddetto, confutato.
La domanda che ci si deve porre è: “Se la religione islamica proibisce il gioco d’azzardo, cosa stabilisce la fede cristiana?”. Ecco cosa dice in merito il recente Catechismo della Chiesa Cattolica: “I giochi d'azzardo (gioco delle carte, ecc.) o le scommesse non sono in se stessi contrari alla giustizia. Diventano moralmente inaccettabili allorché privano la persona di ciò che le è necessario per far fronte ai bisogni propri e altrui. La passione del gioco rischia di diventare una grave schiavitù”. Semplice no? Il gioco d’azzardo è possibile se viene limitato a soldi e beni non necessari, superflui per i bisogni propri e altrui. Se giocando non intacco beni essenziali a me, ai miei familiari e al mio prossimo, allora posso farlo. Evidentemente, senza proibire in se stesso il gioco d’azzardo, la morale cattolica delimita fortemente la sua possibile attuazione, legandola inoltre alla coscienza della propria responsabilità sociale. Se sono cosciente che, giocando, sottraggo dei soldi ai bisogni altrui, in coscienza ho il dovere di non giocare. Non c’è qui una sottomissione esteriore ad una prescrizione religiosa (“Il Corano lo proibisce”), bensì l’intimo convincimento di un dovere di giustizia (“Seduto qui al tavolo di baccarat, sto sottraendo dei soldi ai miei figli, a delle persone che potrebbero farne del bene”).
Come in tanti altri ambiti, invece di rincorrere un impossibile e innaturale abbandono di un’attività umana (in questo caso il gioco), la realistica morale cattolica cerca di disciplinarla, di orientarla. Invece di bandire drasticamente e illusoriamente il gioco d’azzardo, invece di pronunciare condanne solenni, ne perimetra l’utilizzo, lo vincola a un uso “giusto”. Resta così del tutto lecito, possiamo pensare, quel gioco d’azzardo di piccolo cabotaggio che si fa tra parenti il pomeriggio di Natale e nei cui confronti la mentalità cattolica non dimostra nessuna intransigenza di principio; resta lecita la piccola scommessa che non dà dipendenza psicologica e non intacca i bisogni di una persona, dei suoi cari, del suo prossimo. In pratica, resta possibile e lecito il gioco e la scommessa occasionale, controllata, a misura d’uomo: il gioco e la scommessa del non giocatore. Ma la riflessione richiede una seconda puntata.



Il sacrificio dei campioni innamorati
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 9.9.2006


Esattamente quindici anni fa, nel settembre del 1991, Jonathan Edwards rinunciava a partecipare alla gara di Salto triplo dei Campionati del Mondo, perché si svolgevano di domenica. Jonathan Edwards, per chi non lo ricorda, è stato il più grande triplista degli anni Novanta, il primo a superare la barriera dei 18 metri, tuttora detentore del record mondiale stabilito nel 1995 a Göteborg con 18,29 metri. Atleta umanissimo e fervente anglicano, questo ragazzo inglese dalle caviglie di caucciù ha pubblicato pagine interessatissime sul rapporto tra fede e professione e sullo stress dei campioni sportivi. “Pochi comprendono la pressione di uno sport ai massimi livelli. Competere al top non è un divertimento, è una tortura. Il giorno e mezzo tra le qualificazioni e la finale di Sidney – le Olimpiadi del 2000 vinte da Edwards – furono una vera e propria agonia. Ad Atlanta – le Olimpiadi del 1996 in cui vinse la medaglia d’argento – volevo andare a casa. In quei casi si vorrebbe essere in qualunque altro posto al mondo e contemporaneamente non lo si vuole,  perché si è al massimo e si ha l’occasione di vincere. E anche di perdere. Che battaglia! Io ero quasi sopraffatto: in molte occasioni sono stato sul punto di piangere e ho dovuto ricacciare indietro le lacrime. Non potevo credere a quello che stava succedendo: lo stadio incredibile, le Olimpiadi, e io ero il campione!”.
Nel 1991 Jonathan Edwards era un giovane atleta in piena ascesa: negli anni precedenti era salito sul podio nei Giochi del Commonwealth e nella Coppa del Mondo, a giugno aveva raggiunto la ragguardevole misura di 17,43. Il suo forfait ai Campionati del Mondo fece scalpore, tanto più che, con quella misura, avrebbe lottato per le medaglie. E invece, in ossequio alla prescrizione cristiana che riserva al Signore la domenica – il dies dominica, appunto – Edwards decise di non partecipare a una gara a cui si preparava da tempo, la competizione più importante del 1991.
La scelta di Edwards è analoga a quella di Frederic Kanoute di cui parlavamo ieri: l’atleta cristiano non gareggia la domenica e le altre feste comandate, il calciatore musulmano rifiuta di indossare la maglia sponsorizzata da una società di scommesse, un’attività proibita dal Corano. Anche di fronte alla scelta di Edwards il nostro realismo di origine cattolica ci fa storcere il naso. Se l’ammiriamo per la sua coerenza, non possiamo fare a meno di criticarne la natura eccessiva, disumanizzante. Non ha forse detto Gesù stesso, contro il legalismo ebraico del tempo, che “Il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato”?. La scelta di Edwards è infatti estranea alla tradizione cattolica, che da sempre ammette ampie deroghe all'obbligo di santificare il giorno del Signore. Quelle deroghe che, pur non abolendo la festa della domenica, permettono tuttavia all’uomo di compiere anche in quel giorno i lavori non posticipabili, di mietere e panificare secondo necessità, in una parola, di vivere normalmente.
La rigida osservanza della prescrizione religiosa che troviamo in Jonathan Edwards è piuttosto tipica di tradizioni cristiane non cattoliche: i Molokany ortodossi che bevono solo latte, gli Amish protestanti che rifiutano ogni tecnologia…
Occorre aggiungere che, pochi anni dopo, Edwards cambiò idea: dopo lunghe discussioni col padre, un vicario della Chiesa Anglicana, comprese che Dio lo chiamava a mettere pienamente a frutto i suoi talenti nello sport gareggiando anche nei giorni di festa. Già ai Campionati del Mondo del 1993 la gara che si svolse di domenica non gli impedì di vincere la medaglia di bronzo.
Questa riflessione non sarebbe completa senza un’ultima osservazione che recupera e spiega l’ammirazione che Edwards e Kanoute comunque suscitano in noi per la loro scelta. Aldilà dell’osservanza esteriore di una prescrizione religiosa, una persona di fede sincera può liberamente “sacrificare” qualcosa di perfettamente lecito. Sacrificare, esattamente come su di un altare, qualcosa a cui tiene per amore di Dio. Così come noi possiamo liberamente decidere di rinunciare a un passatempo lecito per dedicare un pomeriggio a nostra moglie o ai nostri figli, analogamente un campione di atletica può decidere di rinunciare a una gara per offrirla a Dio. Ciò che va fatto, come nel caso del pomeriggio passato con la moglie, senza mugugni e patteggiamenti. È la logica strana e paradossale del sacrificio, del digiuno, del cilicio, incomprensibile al di fuori della fede e dell’amore. Non per un’osservanza esteriore, ripeto, ma per un intimo desiderio di "sacrificio", dove questa parola riacquista infine entrambi i suoi significati: "far santo" (sacrum facere), attraverso una "rinuncia volontaria" (sacrificium). A qualcuno parrà un discorso strano.  In realtà è un discorso per innamorati.

Tag: Gioco

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