Pregare "no global"
Pregare “no global”
di Giuseppe Ghini
Studi cattolici, dicembre 2002
Il 3 novembre, Domenica XXXI del Tempo Ordinario, in molte chiese italiane, si è pregato «per coloro che reggono le sorti del mondo: perché sappiano estirpare la mala erba dell’egoismo e del profitto personale». La preghiera proviene dall’orazione comune dei fedeli che conclude la Liturgia della Parola quale è contenuta in un pieghevole di 4 paginette con le letture della messa, le orazioni cosiddette «mobili», alcuni brevi commenti, nonché, appunto, la preghiera dei fedeli. A causa della sua praticità, il pieghevole, com’è noto, è estremamente diffuso e si può trovare in quasi tutte le chiese italiane; i parroci, infatti, sottoscrivono abbonamenti multipli al pieghevole che è pubblicato in forma di periodico col titolo «La domenica» dalle Edizioni Paoline.
La preghiera contenuta nel pieghevole, ovviamente, non ha più autorità di un’orazione inventata dal parroco o da un qualunque fedele. Tuttavia, per il fatto di trovarsi su di uno stampato di un’editrice religiosa e per la sua diffusione, essa rappresenta una sorta di «standard di fatto». In pratica, in una buona parte delle chiese italiane, nella domenica precedente al Social Forum di Firenze, ci si è associati all’anatema che il periodico dei Paolini ha scagliato contro il profitto personale.
Tra l’altro occorre notare che le letture della Messa (Malachia, 1:14, 2:1-2, 8-10; Salmo 130 1-3; Lettera ai Tessalonicesi 2:7-9, 13; Matteo 23:1-12) non presentavano riferimenti all’avarizia o all’egoismo, non contenevano la parabola del giovane ricco, o del ricco epulone, o quella cosiddetta del ricco insensato. Al contrario, se un riferimento economico si voleva trovare nelle letture era l’ affermazione giustamente orgogliosa di san Paolo a proposito della sua indipendenza economica, del suo non voler pesare economicamente sulla comunità dei primi cristiani pur avendone diritto.
Ora, al di là della strana coincidenza con le date del Social Forum, svoltosi una volta tanto senza la violenza che tanti paventavano, ci si chiede: davvero secondo la dottrina della Chiesa il profitto personale è una mala erba da estirpare?
La concezione che sta dietro alla preghiera del foglietto così formulata sembra ignorare una riflessione secolare sulla vita dei cristiani nel mondo, ed in particolare nel mondo economico. Sembra sposare cioè una sorta di utopia sociale ed economica, un mondo perfetto in cui l’uomo lavori per puro disinteresse e spirito di servizio. Ogni altra prospettiva, sembra suggerire l’intenzione di preghiera proclamata a gran voce dai cattolici italiani, è da combattere. «Miri al profitto personale, vergogna!» - sembra dire questa prospettiva pauperista e antieconomica. E se ne possono immaginare i corollari: «Vivi in una villa acquistata con i frutti della tua attività non puramente disinteressata? Vergogna!» ecc. ecc.
Tale prospettiva, però, non è corretta, e neppure sembra in linea con una secolare tradizione di pensiero economico cristiano. Se infatti già nell’XI secolo s. Pier Damiani inaugurò un’aspra critica, da un punto di vista evangelico, al mercante incapace di far fruttare il denaro, fu nel XIII secolo, che Pietro di Giovanni Olivi, un frate seguace di s. Francesco, il poverello di Assisi, elaborò una vera e propria “scienza economica francescana” in cui si riconosceva il diritto all’interesse. Peraltro anche il pensiero di s. Alberto Magno e di s. Tommaso d’Aquino, come hanno mostrato Salvioli, Fanfani e Sapori, grandi studiosi dell’economia medievale, si conciliava perfettamente con una dottrina “favorevole all’interesse” (ma ad un interesse “personalizzato” e frutto del lavoro ‘stipendium laboris’) e pervenne al concetto di “giusto prezzo”. Dottrine queste che, pur elaborate da religiosi che avevano optato per il distacco dal mondo, gettavano il fondamento di un’economia morale, laica non laicista. Di recente, poi, Giacomo Todeschini ha pubblicato per Il Mulino il volume I mercanti e il tempio che dà conto accuratamente di una questione – quella del rapporto tra spirito capitalistico e Chiesa cattolica – dominata in gran parte da una vulgata mitica e malevola. La conclusione dell’interessante saggio di Todeschini è che le premesse logiche e le radici linguistiche della razionalità economica occidentale risiedono non fuori del pensiero cattolico, ma al suo interno.
E il recente Catechismo della Chiesa Cattolica cosa dice al riguardo? Il Catechismo, al riguardo, è assai esplicito e «boccia» l’intenzione di preghiera pronunciata Domenica 3 novembre. Al paragrafo 2424 giudica come moralmente inaccettabile «una teoria che fa del profitto la regola esclusiva e il fine ultimo dell’attività economica» (giudica cioè come moralmente inaccettabile una teoria basata sull’egoismo). Chiarisce ulteriormente, al paragrafo 2432, che «i responsabili di imprese hanno il dovere di considerare il bene delle persone e non soltanto l’aumento dei profitti. Questi – prosegue il Catechismo – comunque, sono necessari. Permettono di realizzare gli investimenti che assicurano l’avvenire delle imprese. Garantiscono l’occupazione».
Si tratta d’altronde di una ripresa di temi più e più volte affrontati da Giovanni Paolo II nel corso del suo pontificato. Nella Lettera Enciclica Centesimus annus, del 1991, il Papa scriveva: «La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon andamento dell’azienda: quando un’azienda produce profitto, ciò significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati ed i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti. Tuttavia, il profitto non è l’unico indice delle condizioni dell’azienda. È possibile che i conti economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell’azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignità. Oltre ad essere moralmente inammissibile, ciò non può non avere in prospettiva riflessi negativi anche per l’efficienza economica dell’azienda. Scopo dell’impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del profitto, bensì l’esistenza stessa dell’impresa come comunità di uomini. [...] Il profitto è un regolatore della vita dell’azienda, ma non è l’unico».
Dunque, riassumendo, la dottrina sociale della Chiesa Cattolica riconosce la necessità di un mercato che guardi al profitto (anche al profitto personale). Stabilisce contestualmente che per il bene integrale (anche economico) dell’uomo e delle sue opere (anche delle aziende, dunque) si tenga conto di tutti i fattori che rendono umana la vita sulla terra. Non solo del profitto. Ecco, questa è la visione del profitto in un’ottica che, essendo umana, è anche cristiana. Altro che «mala erba del profitto personale».



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