L'ultimo padre
L’ultimo padre
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 8.4.2005
Oggi, nel momento stesso in cui state leggendo queste righe, ha luogo il più grande funerale della storia, quello di Giovanni Paolo II. Ora la domanda è: perché tanta gente? Perché giovani e anziani hanno affrontato ore di coda e sacrifici per andare a Roma a vedere il papa per l’ultima volta? Perché tutti, letteralmente tutti, hanno modificato in questi giorni programmi e agende per partecipare in qualche modo a questo “lutto festoso”, a questa “nascita al cielo”? (Qualche eccezione per la verità c’è. Due giorni fa, a Bologna, ho colto al volo il seguente commento fine e umanamente elegante: “Oooohoo, finalmente è morto ‘sto papa. Soppa! Non se ne poteva più”).
Aldilà del conformismo, che pure è presente, e che spinge le persone a incolonnarsi senza pensarci su; aldilà del protagonismo mediatico, che induce tanti a trasformarsi da spettatori in spettacolo e che richiede di essere presenti dove sono accese le telecamere, non i televisori; aldilà dell’effetto domino che si è indubbiamente creato, per cui il governante che non va ai funerali va contro la storia; aldilà della curiosità molto terrena che come sempre circonda testamenti e morti eccellenti: aldilà di tutto questo, resta la commozione tenera e sincera di milioni di persone.
La ragione di questo sentimento universale è stata ben condensata, mi pare, dal presidente Ciampi: “Nonostante fossimo coetanei, lo sentivo come un fratello maggiore. Anzi, quasi un padre”. Ecco: la morte del papa, viene sentita da tanti, Ciampi in testa, come la morte di un papà. E tutti coloro che hanno sperimentato la sua paternità oggi lo piangono, sentono un vuoto, una “mutilazione”, come ha detto ancora il Presidente della Repubblica. Occorre aggiungere che, evidentemente, la paternità del papa non è sentimento esclusivo di coloro che lo hanno riconosciuto come “dolce Cristo in terra” nella Chiesa cattolica.
I cattolici, certo, piangono il papa morto, si commuovono pensando ai ricordi umanissimi e sublimi che Giovanni Paolo II ha lasciato nei loro cuori. Ma le loro lacrime si mescolano al sorriso, alla gioia di saperlo in cielo (e uno dei veggenti di Medjugorie l’ha già “visto” accanto alla Madonna). La sorpresa è forse nel constatare come anche tanti non cattolici e non cristiani sembrano accomunati in questa perdita dell’ultimo padre.
Se consideriamo, infatti, la paternità in senso non puramente biologico, ma piuttosto in senso educativo e relazionale, la paternità che forgia per la vita adulta quell’opera vivente che sono i figli, che li aiuta a realizzarsi come persone complete, Giovanni Paolo II è stato padre per milioni di uomini. In quella società che ha respinto il padre – quasi sempre con la sua stessa complicità – nel mondo del lavoro riducendolo a fonte di sostentamento materiale, che lo ha escluso dalla prassi dell’affidamento e perfino dalla scelta dell’aborto di suo figlio, in quella società che nella mamma e nella sua onnipotente protezione ha il suo esclusivo punto di riferimento, il papa è stato “il padre”.
Padre che ha sostituito i tanti padri assenti (si veda il libro dello psicoanalista Claudio Risé “Il padre, assente inaccettabile”), e pure i loro opposti solo apparenti, i cosiddetti padri materni o “mammi”, bravissimi nel coccolare i lattanti ma incapaci di educare gli adolescenti e di lanciare i giovani nel mondo. Padre di cui tutti testimoniano la capacità di instaurare immediatamente rapporti significativi ed esigenti in una società di padri-compagnoni, di padri-Peter Pan, di padri-mozzarella, infantili, deboli, incostanti. Giovanni Paolo, padre dotato di autorità perché per ventisei anni ha reso conto dei valori, delle norme morali, come dovrebbe fare un buon padre di famiglia con i suoi figli (e come oggi non fanno i padri giocherelloni, zuzzurelloni, in continua fuga dalla paternità e dalle sue responsabilità). Laddove tanti padri si “chiamano fuori” dal loro ruolo insostituibile, quello di iniziare i figli al vivere civile, fatto di norme, sacrifici, autodisciplina, rispetto degli impegni, di apertura rischiosa al nuovo, di responsabilità,
il papa si è mostrato a tutti con i suoi sacrifici, la sua abnegazone per la Chiesa, il suo impegno senza riposo, l’autorità della verità, dell’umiltà, con il suo grido: “Aprite le porte a Cristo”.
In un mondo di successi facili e di scorciatoie amorali, si è sobbarcato il compito di insegnarci che la crescita umana e spirituale passa attraverso perdite e sofferenze. Anzi, facendosi tramite giorno dopo giorno della stessa paternità del Padre, ci ha insegnato che soprattutto in quei momenti Dio si china sulle nostre piaghe, le cura, le fascia, e ci conforta con la Sua presenza amorosa, anche se questo lascia perdite e sofferenze non meno oscure e misteriose.
Così, alla fine della sua vita, milioni e milioni di persone si ritrovano al capezzale di questo vecchio papa: milioni di figli amati che hanno riconosciuto e amato in lui la guida, e milioni di figli dimentichi o ribelli, che tornano con il rimpianto di non essersi goduta fino in fondo quella paternità. Ma con la certezza che quel padre, come ogni padre vero, li amati uno per uno: “Vi ho cercato. Adesso siete venuti da me e per questo vi ringrazio”, sono state le sue ultime parole di padre.



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