Le mie lotte contro i vigili
Le mie lotte con i vigili
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 25.11.2005
Come ogni romagnolo, ce l’ho con i vigili urbani. Anzi, per meglio dire, ce l’ho con l’ampia categoria dei “tutori della legge”: vigili, poliziotti, finanzieri, guardie forestali, ausiliari del traffico… Neanche i carabinieri, nonostante che migliaia di barzellette me li abbiano resi tutto sommato simpatici, sfuggono alla regola. Lo so, è un pregiudizio, dovuto in gran parte alle vicende storiche della Romagna e dell’Italia in generale. Ė qualcosa di irrazionale succhiato col latte materno, l’avversione nei confronti di un potere pubblico sentito come estraneo, ostile, parassitario, vessatorio. Lo so, e tuttavia, passando vicino a un ausiliario del traffico che sta facendo una raffica di multe mi devo frenare per non urlargli dietro il classico “ma va a lavorare!”. 
La mia carriera di “don Chisciotte della Multa” è cominciata assai presto. A sedici anni pensai bene di verificare la regolarità del parcheggio di una gazzella dei carabinieri misurandone la distanza dall’incrocio. Guai mai! Mi presero le generalità e qualche giorno dopo venni convocato in Caserma per una ramanzina coi fiocchi, previa minaccia telefonica del comandante dell’Arma ai miei genitori. Ciò che non era esattamente quello che ci voleva per riconciliare con le forze dell’ordine un adolescente col motorino mai perfettamente in regola.
Di lì è cominciata la mia sfida con i tutori della legge, sfida che ogni tanto rinnovo. Qualche anno fa segnalai premurosamente al vicecomandante dei vigili urbani di Forlì che aveva svoltato senza mettere la freccia: mi obbligò a fermare la macchina, chiamò via radio un sottoposto, dato che non aveva il blocchetto delle multe, e insieme mi diedero una ripassata che ancora ricordo: macchina bloccata, qualche centinaio di migliaia di lire di contravvenzione, obbligo di ripassare il collaudo... Qualche tempo dopo mi fermai a chiedere un’informazione a una vigilessa che stava multando una sfilza di auto: parlando risultò che stava facendo le multe a macchine parcheggiate da due giorni per un divieto di sosta posto durante la notte. Come ogni persona di coscienza, naturalmente, mi inferocii per l’ingiustizia. Mi guardai intorno e notai la macchina di un altro vigile in divieto di sosta. Così, con la faccia più bella del mondo, richiesi alla vigilessa di multare il suo superiore. Non solo non lo fece, ma chiamò il superiore che mi multò per aver parcheggiato in divieto nonostante ne avessi chiesto il permesso alla vigilessa. Geniale!
Due anni fa, segnalai a una pattuglia della polizia stradale che stava entrando in senso vietato nella corsia di uscita dal casello autostradale di Pesaro: anche lì, bloccato, minacciato di un esame integrale della regolarità di auto, documenti, ecc., e infine rilasciato a condizione di ammettere che i poliziotti della stradale fanno un lavoro duro e che non possono certo stare a sottilizzare sulle norme del codice della strada. Qualche tempo dopo segnalai a un’altra pattuglia che non era esattamente regolare marciare in senso opposto alla marcia in una stazione di servizio autostradale. Piccola discussione troncata prima delle ovvie conseguenze…
Potrei continuare per qualche pagina senza troppe variazioni. Già, perché, a parte l’irrazionalità del pregiudizio nei confronti di chiunque abbia una divisa, eredità diretta dello spirito anarchico romagnolo (“anartico”, bisognerebbe scrivere), penso ci sia un fondo di verità nella protesta del cittadino che richiede ai rappresentanti delle forze dell’ordine di rispettare la legge. Di riconoscere che anch’essi sono soggetti a quella legge che fonda lo stato di diritto. Di smettere di considerarsi superiori alla legge. Una volta feci una scommessa con un vigile, una persona buona, semplicemente ignorante dei principi dello stato di diritto. Accostando l’auto della polizia municipale ad un semaforo, gli segnalai di allacciarsi le cinture: come sempre succede, invece di allacciarsele come prevede il Codice della strada, finì che lui fermò me e mi controllò auto, patente, libretto di circolazione. Poi mi chiese spiegazioni del mio gesto: risultò che semplicemente ignorava quanto diceva il Codice. Scommettemmo; finimmo davanti al suo Comandante che, dopo aver fatto uscire il suo sottoposto, mi dette ragione.
Diciamo, molto pacatamente: gli automobilisti italiani sarebbero aiutati a rispettare il Codice, se anche i vigili lo rispettassero, se parcheggiassero come si deve, se si allacciassero le cinture, se mettessero le frecce per svoltare. In una parola, se incontrassero dei tutori della legge coscienti che il fondamento dello stato di diritto è che tutti, ma proprio tutti, siamo soggetti alla stessa legge.



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