Lo shampoo e l'anima
Lo shampoo e l’anima
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 18.11.2005
Un rubinetto rotto mi costringe a usare la doccia del bagno di mia figlia. E ne ricavo un’esperienza antropologica. Anzitutto il sapone, strumento troppo rozzo e scivoloso, adatto a un antimoderno come me, è sostituito da sei o sette flaconi di tutti i colori, girati in su e in giù: shampoo, bagnoschiuma, balsamo, olio per il corpo. Mi fermo sotto il getto d’acqua a leggere la descrizione del contenuto e la pubblicità riassunta sulla confezione. Alcuni aggettivi collocano curiosamente questi prodotti al confine tra anima e corpo, anzi tra “body and soul”, come recita un’etichetta: noir rinvigorente, essenze rinfrescanti, energia vitale, freschezza rigenerante, balsamo riparatore (“antirottura”, strilla un’etichetta piuttosto interessante: forse varrebbe la pena provarlo, certe mattine…).
Altre pubblicità abbandonano gli indugi e indicano risolutamente gli effetti di questi prodotti miracolosi sulla psiche. Un balsamo si segnala per la presenza di un’essenza floreale che “aiuta l’anima in momenti di nervosismo, agitazione e irritabilità e le consente di trovare l’equilibrio emotivo”. Uno shampoo predice un “benefico effetto rilassante per il corpo e per la mente”. Un olio per il corpo assicura che “riuscirà a trasmettere una sensazione di vitalità e giovinezza. Le sue note di bergamotto, lavanda, geranio ecc. creano un senso di armonia e benessere che giova all'anima ed al corpo”. Un prodotto all’essenza di Fucsia promette di “scavare nell’interiorità e lasciare emergere i contenuti sepolti”.
Provo alcuni di questi flaconi senza avvertire differenze straordinarie con il mio sapone marca “Supermercato” e il mio shampoo “quello-antiforfora-che-costa-poco”. Dopo un quarto d’ora esco dalla doccia profumato come prostituta sacra babilonese ma ancora certo dei confini mente-corpo.
Il dubbio investe invece la nuova pubblicità e i creativi che la producono. Dicono che la pubblicità degli ultimi dieci anni è passata dal prodotto al “territorio” del prodotto, dall’oggetto che si compra ai valori simbolici e intangibili che quel prodotto veicola. Così che quando si compra un’automobile, la si compra non tanto per le sue prestazioni, quanto piuttosto perché esprime uno stile di vita, quello stile che il pubblicitario condensa, ad esempio, nella frase “bellezza interiore” .
Sarà… Tuttavia, che il valore simbolico di uno shampoo – il suo “territorio” – corrisponda all’interiorità dell’uomo è il segno certo di una terribile confusione. Un uomo che si aspetta la rigenerazione da uno shampoo è un “edonista ideologico” che scambia il benessere fisico per la felicità. Una persona che affida la propria interiorità a un’essenza floreale e la propria anima a un balsamo ha schiacciato la sua umanità sulla sua “pelle”. Sì, gli è rimasta evidentemente la nostalgia per una certa rigenerazione, diciamo pure: per la felicità. Ma è una felicità di serie C, la felicità della saponetta quando non viene dimenticata sotto il rubinetto che gocciola…
Non sarà casuale che in un sondaggio del Corriere della Sera su “che cosa vi renderebbe più felici”, la scelta più gettonata dagli oltre 9000 lettori è stata: “apprezzare ciò che si ha” (26%), seguita da “farsi una bella risata ogni giorno” (24%). La risposta “fare qualcosa di buono per qualcuno tutti i giorni” è stata scelta solo dall’11%, mentre quasi il 6% dei lettori del Corriere sarebbe reso felice da “un piccolo regalo fatto a se stessi (un bagno caldo, un cioccolatino, ecc.)”. Ecco la dimensione etica di questi lettori del Corriere: persone in fuga da ogni ideale, che si limitano ad apprezzare ciò che hanno, felici con una barzelletta, un bagno caldo, un cioccolatino.
Occorrerebbe forse rileggere le pagine vibranti che s. Agostino ha dedicato alla felicità. Pagine di chi ha conosciuto gioie, piaceri e felicità e che alla fine sceglie: “Gode l’empio nella taverna, gode il martire alla catena: misero è quello, anche quando si ubriaca; felice è questo, anche quando ha fame e sete”.



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