Numero chiuso in universita'
No al numero chiuso: un'ulteriore mazzata all'Università
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 26.1.2007
Niente da fare, sono tutti d'accordo. Magistrati, Ministro, buona parte dei Rettori: tutti sembrano voler eliminare il numero chiuso dall'Università. I magistrati del Tar del Lazio e dell'Emilia-Romagna hanno recentemente accolto il ricorso di alcuni studenti universitari contro il numero chiuso nei corsi di laurea in Psicologia; il Ministro Mussi ha dichiarato due giorni fa al Corriere che si attiverà per eliminare il numero chiuso nei corsi che l'hanno introdotto con un'interpretazione immotivata della norma ministeriale; poi ci sono i Rettori sempre a caccia di matricole, anche perché il Ministero ha legato i fondi di finanziamento degli atenei al numero degli studenti. Risultato: il numero chiuso, pudicamente in Italia ribattezzato “numero programmato” avrà sempre meno spazio nelle università italiane.
La cosa non stupisce, perché fa parte integrante del Mammismo dello stato italiano: mai bocciare, mai selezionare, mai scadenze improrogabili, fiducia incrollabile nel rinvio, nella sanatoria... Italia: stato del condono e della proroga!
La cosa non stupisce anche se a dirlo sono ministri che ostentano con orgoglio nelle loro biografie ufficiali le referenze di prestigiose università a numero chiuso: Prodi si vanta di essersi specializzato alla London School of Economics, dove senz'altro non è entrato senza prova di ammissione; D'Alema e Mussi, se pure non hanno conseguito il diploma finale della Normale di Pisa (anzi, D'Alema non s'è manco laureato), sono stati tuttavia entrambi studenti della prestigiosa Scuola Normale, affrontando e superando la relativa selezione; Enrico Letta e Amato vantano studi alla Scuola Sant'Anna di Pisa (al tempo di Amato si chiamava Collegio Medico-Giuridico), altro ateneo d'eccellenza che richiede una prova d'ammissione molto selettiva; Fabio Gobbo, sottosegretario della Presidenza del Consiglio, ha studiato alla London School of Economics, la Bindi alla LUISS, la Bonino (ma guarda un po'!) alla Bocconi, come Padoa Schioppa che poi ha preso un master al MIT, mentre Amato ha preso un master alla Columbia University.

Perché non c'è alcun dubbio: l'eccellenza è frutto della selezione, del miglioramento continuo (alla Normale si può restare solo se si mantiene una certa media negli esami), della scadenza improrogabile, del superamento dei propri limiti, dell'esame senz'appello. Mentre la mediocrità è il frutto della non selezione, dell'autogiustificazione e dell'autocommiserazione, del “la prossima volta andrà meglio” e del “i professori non capiscono il mio bambino”.
Così, al posto dell'esame di riparazione lo Stato-Mamma ha inserito alle scuole medie e superiori il debito scolastico da colmare entro l'anno successivo, con l'aiuto di corsi organizzati della scuola stessa; e all'università ha inserito l'obbligo di “prove di ammissione non selettive”, per colmare, a spese della stessa università, le lacune delle matricole. Geniale! In tutto il mondo chi si vuole iscrivere all'Università si deve preparare, si deve attrezzare per seguire i corsi previsti; se non è pronto, studia. In Italia, invece, chi si vuole iscrivere all'università, si presenta, vede come va alla “prova di ammissione non selettiva” e poi, se emergono delle lacune, chiede all'università di preparargli un corso per colmare quelle lacune! Benedetta Italia, in cui ogni scarraffone è bello a mamma soia! E ogni studente è il migliore di tutti pe' mamma soia...
Da sette anni sono presidente di un Corso di Laurea a numero chiuso. Se ne possono presentare anche di più, ma noi prendiamo i 120 migliori. Inizialmente l'avevamo deciso per via degli stage nelle aziende: organizzare degli stage aziendali di cinque settimane è un impegno notevole, se si fanno le cose seriamente, e le nostre forze non ci permettevano di gestirne più di 120 all'anno. Poi, negli anni, abbiamo osservato un fenomeno che noi neppure sospettavamo: il numero chiuso produceva autoselezione, si iscriveva cioè solo lo studente deciso ad affrontare seriamente il corso di studi; e, dopo essersi iscritto, il nostro studente pretendeva – e giustamente – che venisse rispettato il “patto accademico” implicitamente concordato con l'Università; il nostro è uno studente esigente, che si impegna con noi per migliorare il corso anche con critiche e reclami, è uno studente che raramente abbandona il corso (la nostra “mortalità accademica” è decisamente inferiore a quella dei corsi di laurea analoghi ma senza numero chiuso).

Un giorno, nella piazza di Urbino, ho trovato un avviso che pubblicizzava la festa degli studenti del nostro corso di laurea. Era successo quello che in Italia, nell'Università pubblica, non avviene mai: si era creato uno “spirito di corpo”, l'orgoglio di appartenere a qualcosa, a un gruppo selezionato di studenti. Si era formato, anche a causa del numero chiuso, un tipo antropologico diverso dallo studente-mammone: indipendente, esigente, combattivo, dotato di spirito di corpo e di orgoglio. No, davvero, questo è troppo per la massa, questo è troppo democratico. Questo tipo di studente selezionato, indipendente e combattivo va bene solo per le scuole d'eccellenza dove studiano i futuri ministri del centrosinistra.



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