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De Rossi 5 Relativismo 0

di ghinetto (17/03/2007 - 17:47)

De Rossi 5 Relativismo 0
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 24.3.2006

Molti commenti hanno fatto seguito al gesto di Daniele De Rossi, il centrocampista della Roma che, domenica scorsa, ha confessato all’arbitro di aver segnato un goal di mano, consentendogli di annullare giustamente la realizzazione. Come a volte accade, però, i commenti si sono mantenuti a un livello superficiale, sfiorando solo tangenzialmente il significato profondo dell’episodio.
Anzitutto la scena: De Rossi fa goal, allungando istintivamente il braccio e poi, mentre i compagni di squadra gli fanno i complimenti, lui non esulta. I commentatori si sono limitati a notare la mancata esultanza come una prova della colpevolezza del giocatore. Vero, ma c’è dell’altro. Se l’avete osservato bene, De Rossi non solo non esultava, ma cercava di sfuggire ai complimenti e all’abbraccio dei compagni. Di più: invece di essere felice, De Rossi sembrava “triste”. Anche se oggi facciamo fatica a riconoscerlo, quella faccia e quell’espressione possiedono un nome nella dottrina morale: da Aristotele a san Tommaso, passando per Cicerone e sant’Agostino, i grandi filosofi morali dell’Occidente l’hanno chiamata “tristezza spirituale”. Si tratta di quella tristezza lecita e salutare che ha per oggetto un nostro comportamento sbagliato. Il nostro agire non è moralmente indifferente, come ben sappiamo, e una persona dotata di una coscienza normale ha di norma una reazione morale. La “tristezza spirituale” di De Rossi era appunto la sua reazione morale a quanto aveva appena compiuto (anche se si trattava di azione non completamente volontaria).
La manciata di secondi passati tra il goal e la ripresa del gioco hanno costituito il circoscritto ma importante banco di prova di De Rossi. Il giocatore corricchiava e intanto pensava. Intorno a lui, come si è saputo dopo, alcuni compagni di squadra già gli suggerivano di non ammettere l’irregolarità, di “fare il furbo”, di fare il Maradona della situazione. De Rossi aveva solo quel tempo limitato per decidere. Se non avesse ammesso la scorrettezza in quella manciata di secondi, avrebbe perso l’occasione di far prevalere la reazione morale. De Rossi ha deciso per il meglio, com’è noto, e non importa che poi alcuni commentatori abbiano insinuato sospetti nella sua scelta o l’abbiano minimizzata, per malizia o per invidia o per chissà quale altro motivo. C’è stato infatti chi ha suggerito che forse, se la Roma non fosse stata in vantaggio, De Rossi avrebbe deciso diversamente, che in definitiva non c’era in palio un Campionato del Mondo, che quella era la cosa più conveniente da fare, ecc. ecc. Come sempre accade, invece, la decisione morale ci prova “hic et nunc”: “qui e ora” ci tocca decidere, basandoci in fin dei conti solo su noi stessi, senza dar troppo ascolto a consiglieri dalle dubbie intenzioni e senza tener conto di coloro che, dopo, hanno sempre la soluzione in tasca.
Ma c’è un altra considerazione ancora più importante che deriva dal “caso De Rossi”. Perché, ci chiediamo, nessuno l’ha condannato? Perché nessuno ha detto che ha fatto la cosa sbagliata? Perché tutti, ma proprio tutti ascoltiamo storcendo il naso l’autogiustificazione di Maradona, pronto a difendere una sua analoga scorrettezza e soprattutto la sua mancata ammissione davanti all’arbitro e agli avversari? Perché invece tutti, a cominciare dall’arbitro, abbiamo mentalmente ringraziato De Rossi?
Il perché è semplice. Perché non è vero che i valori sono relativi, che i comportamenti si equivalgono, che ammettere la propria colpa o non ammetterla sono comportamenti umanamente equiparabili. No, non è affatto vero. De Rossi ha agito bene. Maradona ha agito male. E chi dice che sono comportamenti equivalenti, che in definitiva tutto dipende dal sistema di valori che uno è libero di sostenere, dice una menzogna. L’unanime approvazione del comportamento di De Rossi dimostra che il relativismo è un’ideologia, una distorsione della realtà. Che per essere veramente uomo De Rossi non poteva scegliere come voleva; doveva scegliere proprio come ha scelto. E che così facendo ha realizzato se stesso anche rischiando di perdere la partita. Ha scelto di essere più uomo anche a rischio di essere un giocatore perdente (per lo meno in quella partita). E tutti noi ci saremmo sentiti meno uomini se De Rossi avesse fatto una scelta alla Maradona.


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