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Le ragioni culturali della vittoria dell'Italia

di ghinetto (21/03/2007 - 22:57)

Le ragioni culturali della vittoria dell’Italia
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 7.7.2006

Dopo le analisi squisitamente tecniche (il 4-4-2 tedesco battuto da un arrischiato 4-2-1-3 italiano) e le interpretazioni vagamente sociologiche (i rappresentanti della borghesia battuti dagli idoli dei gelatai e dei camerieri), è forse il caso di analizzare più in profondità le ragioni culturali che hanno portato all’inevitabile vittoria dell’Italia di Lippi. Aldilà dei valori tecnici, tattici e podistici, infatti, due nazionali di calcio sono innegabilmente espressione di due culture differenti, di due diversi modi di interpretare la vita e il calcio. Già Beckenbauer ha espresso bene questa diversità, quando ha affermato che l’Italia avrebbe fatto meglio a non presentarsi ai Mondiali dopo lo scandalo Moggi.
Ciò che, tradotto in termini culturali, significa che i Tedeschi con Franz Beckenbauer in testa non si sarebbero mai presentati ai Mondiali se il caso Moggi fosse capitato in Germania; che, morti dalla vergogna, avrebbero considerato indecoroso e impossibile affrontare tra i fischi la compagine di un mondo calcistico pulito. E invece, questi Italiani menefreghisti…
Qualche anno fa, un consigliere norvegese dell’ONU di nome Johan Galtung, autore di studi sulla pace e sui conflitti, pubblicò un articolo in cui confrontava diversi stili culturali: sassone, teutonico, gallico e nipponico. Naturalmente le analisi basate su di un astratto ed eterno “spirito di un popolo” sono finite con l’esaurirsi del Romanticismo. E tuttavia, dato che i popoli sono innegabilmente portatori di “stili” e modi di pensiero differenti, quel posto è stato occupato dalle interpretazioni culturali: se gli Inglesi e gli Americani, a differenza dai Tedeschi, sono alieni dalle grandi e statiche speculazioni ideologiche, questo si deve non ad un presunto “spirito del popolo” inglese e americano, bensì a tradizioni culturali orientate verso il pensiero pragmatico, induttivo, a grandi ricerche effettive sul campo, a uno stile di lavoro di gruppo in cui il cambiamento delle proprie opinioni in seguito a un dibattito è ammesso e addirittura apprezzato.
Galtung, è vero, si riferiva ai diversi stili intellettuali quali si esprimono nella presentazione di un rapporto, scriveva in base a un’esperienza che lo aveva messo a contatto con centinaia di relatori delle diverse parti del mondo. Questo però non esclude che la sua analisi si possa allargare ai diversi “stili calcistici” espressione pedatoria dei succitati stili intellettuali.

Dunque, diciamo semiseriamente, il gioco della Germania di Klinsmann discende dallo stile teutonico nella sua versione forte, pura, fortemente logica e deduttiva, il cui fine principale è il “rigore” (Galtung si riferisce a quello del pensiero, non a quello dagli undici metri, anche se è vero che i Tedeschi miravano proprio ai rigori). Al centro di questo stile c’è una teoria forte, indiscutibile, che Galtung equipara alla figura geometrica di una grande piramide e il cui propugnatore è al tempo stesso il suo strenuo difensore. Pensiamo a Ballack che avanza palla al piede, lineare, geometrico, rigoroso, piramidale; ai due centrali tedeschi, Metzelder e Mertesacker, emblemi stessi di una macchina straordinariamente potente ma incapace di adattamenti; pensiamo al tiro di Schneider, dritto per dritto (sopra la porta di Buffon, per fortuna). Gli unici veri pericoli sono venuti per l’Italia dall’inventiva dei due attaccanti, i polacchi Klose e Podolski, anzi più da quest’ultimo che dal primo. Nella nazionale di Klinsmann, Podolski, polacco non solo di nascita ma anche di lingua e di cultura, è un elemento che agisce alla periferia dello stile teutonico: sue le eccezioni allo stile massiccio, suoi gli unici guizzi di agilità che ci hanno messo in difficoltà, come un tempo le giocate dell’altro tedesco dal nome polacco, Littbarski. Pensiamo ancora, a proposito di questo stile, all’incapacità di Beckenbauer di ammettere che l’Italia ha giocato meglio, alla sua incapacità di prendere lezioni dalla realtà e di adattare la propria teoria.
Corrispondentemente, sempre stando allo studioso pacifista Johan Galtung, l’Italia sarebbe non già al centro, ma alla periferia dello stile “gallico”. Caratterizzato anch’esso da una forte propensione alle grandi teorie (non avremo Hegel, ma abbiamo pur sempre Croce e san Tommaso d’Aquino), lo stile gallico si differenzia per la sua propensione verso il “bello”, verso l’eleganza dell’espressione. Capace di far convivere in modo funambolico dati ed elementi provenienti da aree differenti, tutto affidato alle capacità persuasive della retorica, lo stile gallico di cui l’Italia è portatrice rimanda alla figura geometrica di un’amaca stesa a collegare mollemente punti lontani nello spazio. Pensiamo ai due passaggi risolutori, entrambi blind pass, come si chiamano nel basket, passaggi ciechi, ingannatori: il più geometrico dei nostri giocatori, Pirlo, guarda da un parte, finge di tirare e passa a Grosso dall’altra parte, il quale infila il portiere Lehmann con un tiro a rientrare di rara bellezza; Gilardino converge al centro, finge l’azione personale e passa al sopraggiungente Del Piero, senza che nessuno capisca come ha fatto a vederlo, il quale a sua volta segna spiazzando l’estremo difensore tedesco. Meraviglia! Pensiamo al palo di Gila, palo impossibile, amaca tesa tra la sua gamba e il palo, frutto di un calcio tutt’altro che rigoroso; e pensiamo anche a tutte le giocate di Totti, al suo “fraseggio”, il cui fine è davvero il “pulchrum pedatorium”, il bello calcistico.
È vero, Gattuso non è nato bello, è nato semplicemente Gattuso. Ma non per questo si è fermato al dato di partenza, alla sua gattusità. Non vi siete accorti anche voi che a volte, nel fulgore della battaglia, lo si confonde con qualcun altro? Che, a forza di stare vicino a Pirlo, ne ha preso qualche mossa, qualche movimento, come già un tempo Benetti al contatto ravvicinato con Rivera? In una parola, non vi pare che Gattuso sia anche lui elegante, per quel tanto che permette il suo specifico stile gattusico? Non l’avete pensato anche voi, quando si è permesso di uccellare Ballack in mezzo al campo?


Ora ci aspetta la Francia, il centro della cultura gallica. Noi siamo la periferia, loro il centro. Controllo sul testo di Galtung: non dice chi prevarrà, tra le due varianti dello stile gallico. Tocca giocarsela fino in fondo.

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