Grossman: La Madonna Sistina consola le vittime dei lager nazisti
Grossman: La Madonna Sistina consola le vittime dei lager nazisti
di Giuseppe Ghini
Libero, 27.1.2007
A partire dal 1941 Vasilij Grossman divenne noto ai Russi come il migliore corrispondente dal terribile fronte che opponeva l'esercito tedesco a quello sovietico, che lo scrittore seguì da Stalingrado fino a Berlino. I suoi resoconti di prima mano, lontani dalla retorica di regime, a metà tra l'articolo di giornale e il racconto artistico, venivano letti fino a consumare le pagine. In quegli anni, oltre a raccogliere le testimonianze sulle atrocità commesse dai nazisti in territorio sovietico, Grossman cominciò a scrivere un romanzo in due volumi sulle vicende belliche. La prima parte, dal titolo Per la giusta causa, venne pubblicata nel 1952 dalla rivista “Novyj mir” dopo anni di battaglie su ogni singola pagina (esistono 12 redazioni del testo). La seconda parte, presentata alla rivista “Znamja” nel 1960 col titolo Vita e destino, venne respinta in quanto “ideologicamente erronea” e segnalata al Comitato Centrale del PCUS. Il KGB provvide immediatamente a requisire tutte le copie, compresa la carta carbone e i nastri della macchina da scrivere dello scrittore. Se ne salvò fortunosamente un esemplare che, grazie ad Andrej Sacharov e alla moglie Elena Bonner, venne fatta pervenire in Occidente e data alle stampe quando ormai lo scrittore era morto. In pratica Vasilij Grossman, che pure aveva iniziato come autore ossequiente ai canoni del realismo socialista, dedicò gli ultimi dieci anni (morì nel 1964) a scrivere “per il cassetto”. Solo con la perestrojka gorbacioviana le sue opere, compreso il bellissimo Tutto scorre, videro la luce anche in patria e il lettore russo poté vedere l'intero cammino spirituale e artistico compiuto da Grossman.

Anche il breve racconto recentemente pubblicato da Medusa, "La Madonna a Treblinka" (il titolo originale è in realtà "La Madonna Sistina") seguì la sorte della produzione postbellica dello scrittore e vide la luce in Russia solo nel 1989. Grossman era entrato nel campo di Treblinka insieme all'esercito sovietico e ne aveva fatto partecipi i lettori con un articolo-racconto del 1944, L'inferno di Treblinka. Per lui, che proveniva da una famiglia ebrea assimilata, l'esperienza dovette essere particolarmente straziante. E tuttavia questo non gli impedì di rievocare l'esperienza nella Madonna Sistina modificandone radicalmente il tono.
"La Madonna Sistina" prende lo spunto dalla mostra delle opere della Galleria di Dresda che le autorità sovietiche organizzarono a Mosca nel 1955, prima di restituire ai tedeschi le tele razziate nella vittoriosa avanzata verso Berlino. Grossman riprende qui le fila di una riflessione che aveva già lunga storia tra gli Slavi orientali: dal momento che la Galleria di Dresda costituiva una tappa obbligatoria per tutti coloro che adempivano all'obbligo del grand tour in Occidente, il quadro di Raffaello era divenuto un “luogo comune”, un topos della cultura russa. Pushkin, Belinskij, Herzen, Turgenev, Tolstoj, Dostoevskij, Goncharov, Solov'ev, Florenskij, tutti ne avevano scritto direttamente o mettendo in bocca ai loro personaggi l'impressione destata da quella magnifica Donna col Bambino in braccio. Nell'arsenale simbolico degli scrittori russi dell'Ottocento, la Madonna Sistina era rapidamente divenuta l'emblema della “bellezza pura”, della bellezza disinteressata, “inutile” e come tale era stata contrapposta, a mo' di sfida, ai simboli agitati dagli utilitaristi. “Vale più la Madonna Sistina e Raffaello o lo spurgo dei pozzi neri, un paio di stivali, un barile di petrolio?”, si chiedono i personaggi di Herzen e Dostoevskij.
Grossman vede la Madonna Sistina dopo Treblinka e dopo la Kolyma, dopo i lager e dopo i gulag. E, a differenza di altri, guardando il quadro della Galleria di Dresda, non rimuove Treblinka e la Kolyma. Al contrario, guardando gli inferni creati dall'uomo nel corso del Novecento rivede la Madre e il Bambino dipinti da Raffaello. “Il ricordo di Treblinka aveva invaso la mia anima, e in principio non riuscii a capire... Era lei [la Madonna] che camminava scalza con passo leggero sul suolo pulsante di Treblinka, dal punto di scarico dei convogli alla camera a gas. La riconobbi dall'espressione del viso e degli occhi. Vidi suo figlio, e lo riconobbi dall'espressione straordinaria, non infantile. Così erano le madri e i bambini a Treblinka (...) Quante volte osservai attraverso la nebbia i deportati che scendevano dal treno, ma non era mai possibile vederli in modo distinto: spesso i loro volti apparivano deformati da un terrore smisurato (...) Infine vidi il segreto di quei volti: li aveva dipinti Raffaello quattro secoli prima (...) La giovane madre ha dato alla luce il suo bambino nel nostro tempo. È terribile tenere sul cuore il proprio figlio e udire l'ululato della folla che saluta Adolf Hitler. (...) Nella primavera del 1945 la Madonna vide il cielo del Nord. Non venne da noi come un'ospite, come una straniera di passaggio, ma con i soldati e gli autisti calcò le strade dissestate dalla guerra; lei è parte della nostra vita, è una nostra contemporanea. Conosce tutto: la nostra neve, il fango gelato dell'autunno, la gavetta ammaccata dei soldati piena di sbobba scura (...) È contemporanea della collettivizzazione totale. Eccola che va, scalza, col suo piccolo bambino, viene caricata sul treno. Che lunga strada l'attende, da Obojan', vicino a Kursk (...) fino alla tajga, alle paludi boscose oltre gli Urali (...) Sì, è proprio lei.
La vidi nel 1930 alla stazione di Konotop: si avvicinò al vagone del treno rapido, scura dalla sofferenza, sollevò i suoi occhi straordinari e disse senza voce, con le sole labbra: “Pane...”. La incontrammo nel 1937: stava in piedi nella sua camera, teneva in braccio il figlio per l'ultima volta, gli diceva addio, lo guardava attentamente in volto, poi scendeva le scale deserte di un palazzone muto... Sulla porta della camera era stato posto un sigillo di ceralacca, giù l'aspettava un'automobile di Stato”.Grossman non fugge davanti agli orrori del Novecento, non fugge davanti a Treblinka, alla Kolyma, alla carestia conseguente alla collettivizzazione sovietica degli anni Trenta. Il suo percorso è opposto a quello della romana damnatio memoriae. Grossman ricorda, vuole ricordare. Perché la “sua” Madonna Sistina non è fuggita. Non c'è più opposizione tra ciò che è utile e ciò che è bello. Dopo Treblinka e la Kolyma, l'unica bellezza possibile è una bellezza incarnata, non astratta. È quella bellezza che, seguendo la strada che parte da Dostoevskij, Grossman chiama “l'umano nell'uomo”.
“Guardando la Madonna Sistina noi conserviamo la fede che la vita e la libertà sono una cosa sola e non c'è niente di più alto dell'umano dell'uomo. Che vivrà in eterno, e vincerà”.



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