Da Bisanzio alla Russia cristiana: Averincev
Da Bisanzio alla Russia cristiana. Averincev (1937-2004)
di Giuseppe Ghini
Tuttolibri (1247) febbraio 2001
Il 13 febbraio prossimo, la Fondazione Agnelli consegnerà formalmente il suo prestigioso Premio allo studioso russo Sergej Sergeevic Averincev «protagonista del dialogo fra le diverse tradizioni che costituiscono l'identità culturale europea» – come recita la motivazione.
Di lui, del suo passato di bizantinista all'Università di Mosca e del suo presente di slavista presso l'Ateneo di Vienna hanno già parlato i giornali, i quali l'hanno anche intervistato sulla sua parentesi politica, allorché venne eletto deputato alle votazioni finalmente libere della Duma. Uno spazio più limitato è stato dedicato ai suoi libri, alla sua attività più propriamente scientifica, ciò che costituisce al contrario – come sa bene chi lo conosce personalmente – qualcosa di indissolubile dalla sua stessa vita.
Già, i suoi libri… Oggi è difficile perfino immaginare come un testo intitolato Poetica della letteratura antico-bizantina (edizione orig. 1977, tradotto in italiano L'anima e lo specchio. L'universo della poetica bizantina, Bologna, Il mulino, 1988) potesse essere un evento in Unione Sovietica. Anzi, un evento esplosivo, come esplosive erano le conferenze filosofiche che Averincev tenne tra il 1968 e il 1971 e che furono infine proibite come «propaganda religiosa», o come le voci dell'Enciclopedia filosofica giudicate sovversive e ideologicamente eterodosse dagli stessi Comunisti francesi! E invero c'era, e c'è ancor oggi, negli scritti di questo filologo quieto e apparentemente fuori dal mondo, una potenza eversiva, frutto di una cultura straordinariamente ampia e profonda, combinata ad una coscienza di sé inverosimilmente umile e ad una moralità ferma e irremovibile su ciò che non può essere oggetto di trattativa.
I suoi libri e i suoi articoli cadevano sulla steppa sovietica come una manna leggera, proveniente da un altro mondo. Erano percepiti dai russi come una specie di miracolo, e di miracolo doppio: anzitutto essi testimoniavano la sopravvivenza di una cultura che si credeva liquidata da 70 anni di comunismo, una cultura volta a comprendere e interpretare intelligentemente il proprio passato, a riscoprirne le radici, a riannodare i fili tagliati dalla Rivoluzione. In secondo luogo, i libri di Averincev attestavano che l'intelligencija russa – un gruppo socio-culturale che si pensava interamente asservito al potere – aveva ancora un margine di indipendenza. Citando con prudenza e saggezza autori citabili, lottando strenuamente per un aggettivo qualificante e cedendo su di un altro punto meno importante, soprattutto difendendosi con l'autorità di un'inattaccabile competenza scientifica, essi rappresentavano una concreta speranza per tutti coloro che, pur non essendo dissidenti attivi, non erano neanche filosovietici.
I suoi libri tracciavano una via, allargavano il manto sotto cui ripararsi, gettavano un nuovo pilone per quel ponte che un giorno sarebbe stato ricostruito (e che ancora attende di essere ricostruito). Ponevano intanto, fin dall'inizio, un cuneo di ferro nella breccia aperta nel monolite dell'ideologia ufficiale marxista-leninista: che tante espressioni culturali non fossero affatto il prodotto di una certa situazione economico-sociale, ma, al contrario, che esse fossero anteriori e cause di quella situazione. Che la cultura, cioè, interagisse liberamente con la realtà (a dispetto di quella massima marxiana riportata con deprimente costanza da tutti i dizionari sovietici secondo cui «il reale determina la coscienza»).
Quella stessa prudenza e quella stessa saggezza, d'altronde, Averincev aveva fatto oggetto di studi appassionati e illuminanti. Lo studio della condizione dell'intellettuale nelle situazioni di illibertà politica del Vicino Oriente Antico, dell'Egitto, dell'Impero Bizantino, della Russia e – si leggeva tra le righe – dell'URSS, compare infatti in uno dei capitoli più appassionati del suo L'anima e lo specchio. E con esso compare un metodo di studio autenticamente comparativo, capace di combinare l'acuta analisi semiotica dei fenomeni culturali all'attenta valutazione della loro dimensione storica.
E' questa la costante degli scritti di Averincev. Egli tratta del «principio greco» della letteratura europea, rifiutandone gli aspetti romantici, ideologici e astorici e lo ricostruisce invece come una poetica, con una sua concezione dell'autore, del rapporto con la realtà, della riflessione filosofica e letteraria, del dialogo (nel libro Atene e Gerusalemme, Firenze, Donzelli, 1994). Analizza, nello stesso libro, con altrettanta profodità e vastità l'altro principio originario della cultura letteraria europea, quello ebraico, con la sua differente idea del rapporto vita-letteratura, la sua opposta concezione dell'autore, col suo specifico coinvolgimento del lettore.
Studia, nel già citato L'anima e lo specchio dedicato alla cultura bizantina ma non in modo esclusivo, le diverse concezioni del riso, la cultura del corpo e l'opposto principio della cultura ascetica; analizza la funzione del simbolo, della parola, del libro, dell'alfabeto, il mondo come scuola, come enigma e soluzione. Ricostruisce, in definitiva, una poetica della cultura che poi segue nel suo sviluppo storico, nel suo modificarsi dalle rive dell'Eufrate a quelle del Bosforo, da quelle del Baltico fino al Mediterraneo (cfr. l'antologia Dalle sponde del Bosforo alle sponde dell'Eufrate, Mosca, 1987, o anche L'aristotelismo cristiano come forma interiore della tradizione occidentale, in «Nuova civiltà delle macchine» 1, 1994).
E questo fa senza superficiali pacifismi culturali, mantenendo e anzi valorizzando per empatia le caratteristiche proprie di ogni singola espressione, da uomo realmente europeo, dunque aperto alle altre culture. Questo fa senza debolismi morali, da cristiano colto, dunque realmente ecumenico, certo com'è che «il relativismo è nemico della pace».



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