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Julio Iglesias e' un fascista

di ghinetto (26/03/2007 - 15:25)

Julio Iglesias è un fascista. Il pop secondo il Cremlino
di Giuseppe Ghini
Libero, 1.7.2005

Verso il 1980, anche grazie alle Olimpiadi di Mosca, la “degenerata” musica occidentale derivata dal rock and roll – punk, heavy metal, hard rock ecc. – si affacciò alle frontiere dell’URSS. La risposta delle autorità sovietiche combinò la tradizionale azione repressiva e censoria con un’innovativa politica di prevenzione: infatti, se i dinosauri della generazione staliniana (Brezhnev, Andropov e Chernenko) si illudevano ancora di avere saldamente in mano il potere, gli Organi sovietici più a contatto con il mondo libero (tra questi, paradossalmente, il KGB) sapevano che il confronto non era più evitabile. Emblematica di tale confronto fu la risposta dei due campioni di scacchi degli anni 80, Anatolij Karpov e Garry Kasparov, alla domanda di un giornalista sui loro musicisti preferiti: il comunista ortodosso Karpov indicò lo sconosciuto “Alexandr Pajmutov, vincitore del Premio Lenin”, mentre il libero pensatore Kasparov rispose “John Lennon”, il Beatle a lungo proibito in URSS.
Questa politica preventiva spiega i legami mai smentiti tra il KGB e i fondatori del rock-club di Leningrado, il primo del suo genere in Unione Sovietica. Qui, come in altri rock-club, KGB, Partito Comunista e Komsomol, l’Unione della Gioventù Comunista sovietica, non si limitavano al controllo artistico-ideologico dei giovani, ma promuovevano le attività, sceglievano i gruppi, in una parola, incanalavano la musica nel solco dell’ortodossia sovietica. Come osserva Gian Piero Piretto in un recente libro dedicato alle Mitologie culturali sovietiche, per contrastare le nascenti rock band di ispirazione occidentale, il potere organizzò i cosiddetti VIA (Complessi vocal-strumentali), gruppi conservatori, autorizzati, appoggiati e promossi, edificanti nella musica come nel look. Naturalmente, quando la luna di miele con il potere finiva e i giovani musicisti russi cercavano di scrollarsi di dosso le redini degli apparati sovietici, i rock-club venivano chiusi, le band venivano sciolte, gli strumenti confiscati, come avvenne al rock-club di Tjumen’ e al gruppo punk “Istruzioni per la sopravvivenza”.
Una prova documentale della “politica musicale” sovietica sotto Chernenko viene ora alla luce dagli archivi dell’ex-Unione Sovietica, e precisamente dagli archivi del Komsomol della regione di Nikolaev, nel sud dell’Ucraina. Si tratta di un documento del gennaio del 1985 intitolato “Lista provvisoria dei gruppi musicali e dei cantanti stranieri il cui repertorio contiene opere ideologicamente dannose”. Redatto dal Segretario Locale del Komsomol, P. Grishin, il documento contiene una lista dei “gruppi ideologicamente dannosi”, con raccomandazione di “intensificare il controllo sulle attività delle discoteche e dei gruppi vocal-strumentali”. Nonostante la loro dichiarata fede politica marxista, il documento condanna i Clash perché propagandano punk e violenza. Accusa analoga è formulata nei confronti di Sex Pistols, B-52, Madness e Stranglers, alcuni tra i principali gruppi musicali occidentali degli anni Settanta. Diverse band heavy metal, come Black Sabbath, Nazareth, Iron Maiden vengono incolpati di violenza, oscurantismo e misticismo religioso, Alice Cooper di violenza e vandalismo, mentre le cantanti Donna Summer e Tina Turner vanno tenute lontane dal bravo ragazzo sovietico perché propagandano rispettivamente erotismo e sesso.
Ancor più interessanti sono i giudizi politici della lista del Komsomol. I gruppi hard rock Kiss, AC/DC e Van Halen vengono tacciati di neofascismo e propaganda antisovietica, i Judas Priest di anticomunismo, mentre i Talking Heads vanno banditi a causa del loro mito dell’aggressione militare sovietica. I Pink Floyd, che in una loro canzone avevano affermato “Brezhnev si è preso l’Afganistan”, vengono bollati per il loro travisamento della politica estera sovietica in Afganistan.
La scomunica più singolare del funzionario della Gioventù Comunista Ucraina ricade però su Julio Iglesias.
Diciamolo pure: probabilmente solo un nuovo Dante Alighieri sarebbe in grado di formulare la giusta pena per il belloccio ex-portiere di riserva del Real Madrid, autore di alcune tra le più mielose e attaccaticce canzoni degli ultimi vent’anni.
“Se mi lasci non vale” da sola merita un ergastolo di quelli seri, senza riduzioni di pena, ergastolo da cumularsi con quello assicuratogli dalla canzone “Manuela” (“Solo io ho capito/l’importanza dei suoi baci/e l’amore immenso che mi dà, Manuela”). Ergastolo strameritato anche per le ovvietà insopportabili che Julio ci ha propinato per decenni: “Il tempo perso non ritorna, è andato via”; “Mi trovo sempre a pensar/che il denaro ci fa cambiar/e il sesso ci può stancar/ma l’arte di conquistar/è il miele in corpo che fa sognar”; “se un uomo tradisce, tradisce a metà”; “quello che conta tra il dire e il fare/è saper andar via ma saper ritornare”; “la vita è un gioco che nessuno sa”).
Non era dunque necessario, come fa il documento del Komsomol, aggiungere ai capi di imputazione di Julio Iglesias l’addebito di propagandare il neofascismo.

Tag: Iglesias

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