La risposta alla fatidica domanda “È tutto qui?”
La risposta alla fatidica domanda
“È tutto qui?”
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 28.IX.2007
Il film è da andare a vedere. Anzitutto perché c’è una Catherine Zeta-Jones splendida nella sua prosaica semplicità (oppure, il che poi è lo stesso, magnificamente truccata da persona normale da apparire in una splendida prosaica semplicità). 
E, sarà forse l’opinione di un irriducibile sentimentale, ma la bellezza quotidiana, struccata, la bellezza autentica della moglie appena sveglia tocca il cuore e commuove, mentre la bellezza costruita e artefatta da amante del sabato sera tocca corde sensibili, a volte anche più sensibili, ma alla fin fine è oggettivamente falsa (anche perché, a un certo punto, anche l’amante andrà a dormire, si sveglierà struccata e con le occhiaie, anche lei apparirà con le sue debolezze umane, fisiche e psicologiche, come tutti noi…).
In secondo luogo è da andare a vedere perché “Sapori e dissapori” – questo il titolo italiano del film che traduce l’americano “No reservations” – ha al centro una cucina e due chef (uno è Catherine Zeta-Jones, appunto, l’altro è Aaron Eckhart). E questo è inevitabilmente destinato a suscitare discussioni su “Eva contro Eva”*; e allora è bene essere ben informati di cosa succede alla bella Catherine vestita da Primo Chef del ristorante di New York. Con garbo e ironia, come nella migliore tradizione americana, il film affronta questioni spinose: il single alle prese con un bambino, in questo caso con un’attrice-bambina straordinaria che ha nome Zoe (impersonata da Abigail Breslin), la morte di un genitore e le sue conseguenze sull’affettività dei figli, l’equilibrio famiglia-lavoro, la lealtà professionale… 
Una commedia di questo genere dimostra come l’America sia anni luce avanti a noi, dal punto di vista del dibattito etico. La morte del genitore non è evitata, né è banalizzata, la difficile accoglienza in casa della zia (Catherine) è mostrata in tutta la sua umana complessità e con tutti i suoi insuccessi (“Non è vero che sbagli tutto”, dice a un certo punto la piccola Zoe); così pure è per il ruolo della scuola, che qui appare con tutti i limiti di una scuola del centro di New York ma con le sue giuste esigenze educative (quanti presidi italiani chiamerebbero una donna di successo per minacciarla di farle portare via la figlia adottiva se questa continuerà ad addormentarsi a scuola perché la nuova “madre” non sa “gestirla”?).
Ma il punto forse più interessante toccato dal film riguarda la femminilità, il dibattito sul ruolo della donna, sulla vita della casalinga. Catherine Zeta-Jones è primo chef in un ristorante di altissimo livello; Aaron Eckhart viene preso per affiancarla e forse sostituirla in un momento cruciale (be’, ovviamente, non diciamo tutto, per non togliervi il gusto di andarlo a vedere). Il dibattito mondiale intorno alla funzione della casalinga (o di chi comunque sta a casa a fare i “lavori”) è qui ricreato intorno alla cucina del ristorante. Nella patria del femminismo storico anche i film contribuiscono a questo dibattito. 
“L'amore, i bambini e la casa sono gran belle cose, ma non esauriscono il mondo – diceva la femminista Betty Friedan, morta un anno fa - : perché le donne dovrebbero esser disposte ad accettare quest'immagine di una vita dimezzata al posto di una partecipazione integrale al destino umano? Perché dovrebbero sforzarsi di caricare il lavoro domestico di significati che non ha, invece di spostarsi sulle frontiere del loro tempo? Il primo passo verso un nuovo programma di vita per le donne è quello di vedere il lavoro casalingo nella sua giusta prospettiva: non come una professione, ma come un compito da assolvere nel modo più rapido ed efficiente”.
La splendida cuoca Catherine Zeta-Jones va nella direzione opposta. Il riscatto della vita dimezzata della casalinga passa qui anzitutto per la professionalità. (Qualche anno fa abbiamo fatto un “home-exchange” con una famiglia del Midwest americano: noi siamo andati a casa loro e loro hanno preso la nostra casa e la nostra macchina per un mese. La famiglia americana era costituita da lui - cardiologo di successo, lei - medico part-time, e tre figli adolescenti. Ora, nell’impressionante cucina della villa sontuosa non solo trovavano posto decine e decine di libri di cucina, ma anche uno schedario con le ricette personali della dottoressa! E il pane fatto in casa, la baguette, in una cultura industrializzata come quella americana, è ormai lo status symbol della “casalinga” professionale).
Ma ancor più il film contraddice la seconda affermazione di Betty Friedan. Entrambi chef di successo, Catherine e Aaron dichiarano di aver appreso ciò che più conta per la loro professione non da rinomate scuole francesi, ma dai propri familiari: l’una dalla madre, l’altro dalla nonna italiana. (Ah, sì, perché molto è giocato all’insegna della cucina italiana, e chiunque sia stato negli Stati Uniti sa che cucina buona - solamente, forse, un po’ troppo calabrese e siciliana per i nostri gusti - è sinonimo di italianità, aldilà dell’oceano). Il vero problema della casalinga, del programmatore, del bigliettaio, del bancario e del professore non è tanto quello di fare un lavoro non ripetitivo, di non riprodurre mai due volte le stesse azioni. Il problema più urgente è dare al lavoro domestico, come al mestiere del programmatore e del bigliettaio un significato.
La domanda decisiva che muoveva Betty Friedan era infatti una domanda di significato: “C'è un problema che per molti anni è rimasto sepolto, inespresso, nella mente delle donne americane. È una strana inquietudine, un senso d’insoddisfazione che la donna americana ha cominciato a provare intorno alla metà del ventesimo secolo. Ogni casalinga di provincia ha lottato da sola contro questa inquietudine.
Mentre rassettava i letti, faceva la spesa, pareggiava le foderine del divano, mangiava pane e burro d’arachidi con i figli, li scarrozzava agli Scout e alle Guide, riposava accanto al marito di notte, aveva paura di fare a sé stessa la domanda inespressa: ‘È tutto qui?’”.
Eccolo il problema di senso. “È tutto qui?”. No, se Dio vuole, non è tutto qui. Ma non è fuggendo da casa che si scopre il senso dei lavori di casa, come non è fuggendo dal lavoro che si trova il senso del lavoro. Occorre una dimensione soprannaturale, l’unica veramente umana, per poter dare un senso al nostro lavoro quotidiano, alle nostre inquietudini. Perfino al pareggiare le foderine del divano, la quintessenza dell’atteggiamento casalingo provinciale, nella concezione della Friedan. Se è fatto per amore e con un significato soprannaturale, anche pareggiare le foderine ha senso.
* "Eva contro Eva" è una rubrica della Voce di Romagna dedicata alle donne.
Dall’orgoglio intellettuale alla fede cattolica
Dall’orgoglio intellettuale alla fede cattolica
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 10.VIII.2007
La storia che vi racconto non è forse da ombrellone, ma è di quelle capaci di dare un senso all’intera estate. Sì, perché è la storia di una grande persona, una grande intellettuale, una grande femminista che, passando attraverso i dubbi delle più aspre questioni morali del nostro tempo, decise di convertirsi al cattolicesimo. E poi, dopo un certo tempo, incontrò Dio.
Elizabeth Fox-Genovese, la persona di cui stiamo parlando, è morta all’inizio di questo 2007 all’età di 66 anni. 
Docente alla Emory University di Atlanta, vi aveva fondato il Dipartimento di Studi Femminili, e proprio una ricerca sulla condizione femminile americana intitolata “Il femminismo non è la storia della mia vita” (1996) è stato forse il suo libro più noto. Mi decido solo oggi a parlare di lei e della sua conversione al cattolicesimo, per quella sorta di pudore che, mi pare, deve circondare le decisioni intime di una persona. E lo faccio riprendendo un articolo che lei stessa pubblicò sulla rivista “First things” qualche anno fa in cui si analizzavano le tappe della sua conversione e le difficoltà dovute alla sua mentalità di intellettuale.
Perché un intellettuale americano – dice Elizabeth Fox-Genovese - può essere forse accettato se si converte alla religione Ebraica o Islamica, ad una delle innumerevoli Chiese Riformate; ma farsi Cattolica proprio no! Non a caso la prima reazione dei colleghi fu quella di evitare ogni commento, addebitando la trasformazione ad un brutto periodo. Ai loro occhi, infatti, una conversione semplicemente non poteva essere frutto di un comportamento razionale. “Per gli accademici secolarizzati – scrive Elizabeth - il linguaggio e la pratica della fede appartengono ad un mondo altro”, e di conseguenza una conversione rimane al di fuori della loro comprensione.
Nel suo caso, la conversione non avviene in completa rottura con il passato; certo, naturalmente, essa provoca un notevole cambiamento di vita, ma nel segno di una certa continuità. Elizabeth era cresciuta in una famiglia dalla mentalità moderna, quella mentalità che separa nettamente la fede dalla morale e che basa quest’ultima sull’integrità dell’individuo. Tuttavia il linguaggio e i principi basilari del cristianesimo non le erano ignoti, ed aveva sempre nutrito un grande rispetto per i profeti ebrei, per alcuni leader religiosi protestanti e santi cattolici, mentre sullo sfondo Gesù Cristo si stagliava come un esemplare eminente del sacrificio di sé per amore.
La filosofia materialista di cui si imbeve durante gli anni universitari non mina tuttavia la certezza alla base della sua riflessione morale: certezza che una linea divide inequivocabilmente il bene dal male. Nel contempo invece il secolarismo di cui è impregnato il mondo accademico va rapidamente promuovendo l’idea che le convinzioni morali rappresentano solo il punto di vista della persona che le enuncia, che, cioè, ci sono tante morali quante sono le persone: ed è pertanto scorretto cercare di imporre la propria morale ad un altro la cui situazione non si può comprendere pienamente.
Questo relativismo morale non la lascia tranquilla, anche perché si rende conto che il conflitto tra le morali e le persone che le sostengono non può che finire nella violenza. Ma l’interessarsi e lo scrivere di aborto la conduce al problema ancora più grande dei diritti della vita seppelliti e nascosti sotto i cosiddetti “diritti della donna” e la sua autodeterminazione. Le si affaccia alla mente l’insuperabile problema dei diritti del nascituro, anche se la sua disposizione è a favore del diritto ad abortire. Un’altra questione morale - il suicidio assistito – le procura crisi ancora maggiori. “Come può – si chiede - una persona decidere se la vita di un altro è degna di essere vissuta?”. Successivamente le diverrà chiaro che questi suoi dubbi nascevano da una rivolta contro la concezione utilitaristica e strumentale della vita umana.
Tutto rimane però nell’ambito di una concezione secolare, “laica” diremmo noi; tutto rimane una sorta di “preambolo” alla sua nuova vita che si apre con la conversione. La quale non si situa in un singolo momento: al contrario, impercettibilmente nel corso del tempo si fa strada in lei la decisione di entrare nella Chiesa Cattolica. È il 1995. La domenica successiva a questa decisione, all’insaputa del marito – l’allora storico marxista Eugene Genovese poi convertitosi anch’egli – e di ogni altro conoscente va a messa nella Cattedrale di Atlanta. “Davanti a me – confesserà anni dopo – c’era il crocifisso, quel Signore che mi ero impegnata a servire; per il resto non sapevo nulla, non sapevo cosa aspettarmi”.
Un sacerdote si incaricherà successivamente di iniziarla alla dottrina, ai riti, alle devozioni di un buon cattolico: dirà poi la Fox-Genovese che era impressionante quanto avesse imparato e quanto poco avesse compreso. Anche perché la full professor della Emory University deve superare la mentalità razionalistica tipica dell’intellettuale come pure i pregiudizi materialistici dovuti alla sua formazione. “Il giorno della mia accoglienza nella Chiesa cattolica, giorno che incluse battesimo, cresima, confessione, matrimonio e comunione una gioia trasformante confermò comunque una decisione che sembrava presa con la mente ma anche col cuore”.
Era solo l’inizio. La conversione vera e propria, l’incontro autentico con Dio doveva ancora avvenire. “Mi ci vollero due o tre anni per cominciare a comprendere che l’azione decisiva non era stata mia ma di Dio”: glielo impediva l’orgoglio accademico ma anche il suo orgoglio personale, quello che le faceva chiedere “Chi sono io per aspirare alla santità?”.
“Il momento decisivo del mio cammino nella fede giunse quando, un certo giorno, apparentemente germogliato dal nulla, mi colpì il pensiero che Gesù era morto per i miei peccati. E immediatamente dopo seguì la devastante convinzione che io non valgo questo sacrificio. Solo gradualmente compresi pienamente che la decisione che io valgo non dipende da me, ma da Lui”. Per tutto questo, grazie, Elizabeth.



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