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Andiamo verso una scuola di donne per donne?

di ghinetto (21/12/2007 - 18:16)

Andiamo verso una scuola di donne per donne?
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 7.XII.2007

Ho un ricordo vivido di certe mattine al liceo: la professoressa che leggeva il brano di un poeta, un delicato lirico greco oppure Catullo, e poi chiedeva, quasi implorava da noi una reazione sentita, partecipata. Cercava in noi studenti un segno che quella poesia aveva toccato le corde più intime della nostra persona, ci aveva detto qualcosa di importante. Era una specie di “lezione empatica”, la ricerca di una comunione di anime sensibili (e lo dico in tutta serietà, senza nessuna ironia).
Ricordo anche la nostra reazione, intendo di noi studenti maschi: una specie di impossibilità di manifestare quello che sentivamo davvero. Perché sì, dentro di noi la poesia dei lirici greci aveva fatto breccia, eppure una sorta di pudore ci impediva nel modo più assoluto di esprimere quel sentimento in parole, e ancor meno di metterlo per iscritto su una pagina, di farne oggetto di un tema. Si creava pertanto un muro di incomprensione: la professoressa usciva dalle lezioni scoraggiata, non più certa della universalità del messaggio della lirica greca e di Catullo; noi uscivamo liberati dall’incubo del “dover esprimere i nostri sentimenti”, ma col dubbio che la professoressa avesse capito che, sotto l’apparenza scostante, anche noi provavamo ciò che lei descriveva con tanta partecipazione. Spesso, era una nostra compagna di classe che risolveva la situazione rispondendo alle sollecitazioni della professoressa di greco e dando espressione ai sentimenti. Noi, intendo sempre noi studenti maschi, stavamo a sentire, a volte prendevamo perfino in giro la compagna di classe che aveva avuto l’ardire di esprimere i suoi sentimenti.

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Capisco solo ora il malinteso tra la sensibile professoressa di greco e noi studenti maschi. Lo capisco leggendo un pezzo di Michael Gilbert sulle scuole “single sex”.

Il giornalista americano scrive un articolo allarmato sull’insuccesso degli studenti maschi nel sistema scolastico americano: i maschi che ripetono l’anno alle elementari negli Stati Uniti sono il 50% più delle femmine, quelli che soffrono di disturbi dell’apprendimento sono 3 o 4 volte in più, i ragazzi dislessici sono il doppio delle ragazze dislessiche. Moltissimi i casi di disattenzione cronica, quella che gli americani chiamano Disturbo da deficit dell'attenzione (ADHD): a tal punto che 1 ragazzo su 5 prende il Ritalin, un analogo delle anfetamine che serve a stimolare l’attenzione. Il risultato è che all’università le ragazze americane sono più del doppio dei maschi.
All’origine di questa situazione, stando a Gilbert, c’è anche la scuola mista (in inglese si chiama “co-ed”, cioè coeducational) a cui il sistema americano ha dato la sua larghissima preferenza a partire dagli anni Settanta. Perché? Perché la scuola mista è fatta per la maggior di professoresse donne, le quali privilegiano “naturalmente” le abilità proprie delle ragazze: “a questa età le studentesse leggono più velocemente – scrive il giornalista - controllano meglio le loro emozioni e il loro corpo, trovano congeniale l’attuale enfasi sullo studio di gruppo e sull’espressione dei sentimenti.
I ragazzi preferiscono i processi visivi, l’azione fisica, la competizione, fanno fatica a stare seduti in un banco per 5 ore”. Poco a poco, insensibilmente, la scuola americana si è modellata sulle studentesse femmine, ha assunto come “studente standard” la studentessa femmina più calma a matura e ha giudicato come “fuori norma” il comportamento più “fisico” e gli atteggiamenti più riservati degli studenti maschi. L’allarme non è soltanto di Gilbert, giornalista che scrive sul “Christian monitor”, ma è tanto generalizzato che Hillary Clinton ne ha fatto uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale.

Riassumo l’articolo di Gilbert a una professoressa di lettere di un liceo italiano. E quando arrivo all’incapacità/impossibilità dei maschi adolescenti di dare espressione ai loro sentimenti, la professoressa esplode: “Esatto, quei deficienti! Stanno lì muti e sordi, come dei tronchi di legno”. Perfetto. Come controprova, non c’è male.
Non è che stiamo creando anche noi, in Italia, una scuola di donne per donne? E se fino ad ora questo può comportare al massimo un brutto voto, soprattutto nel tema di italiano, la cui valutazione è spesso tanto decisiva, quanto arbitraria, cosa succederà quando, secondo gli auspici del Ministro Mussi, il voto della maturità sarà fondamentale per l’ammissione all’Università? Avremo anche noi studenti maschi penalizzati perché non vogliono e non possono esprimere i loro sentimenti di adolescenti nei temi di italiano e nell’interrogazione su Catullo?

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Il tabù della morte di noi moderni fifoni

di ghinetto (15/12/2007 - 09:04)

Il tabù della morte di noi moderni fifoni,
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 21.IX.2007


Quest’anno il mio corso all’Università di Urbino avrà come argomento la Morte.
(Pausa. Aspettiamo che i lettori napoletani della Voce finiscano i loro riti scaramantici e le varie “toccate” a ferro, legno e ammennicoli vari e proseguiamo). Il vantaggio di insegnare Letteratura è anche questo: posso scegliere ogni anno un argomento nuovo e studiare come lo trattano gli autori più significativi. D’altronde se, come diceva il critico americano Ralph Waldo Emerson, nei corsi di letteratura si dovrebbe studiare il meglio di ciò che è stato scritto e pensato dagli uomini, la morte è decisamente un argomento cruciale per imparare qualcosa di importante dai grandi pensatori del passato. In realtà mi è già capitato in passato di tenere singole lezioni sulla morte e la letteratura russa.
La prima volta è stato a Messina, 15 anni fa. Ricordo: era un giorno invernale un po’ nebbioso. Io entro in classe tra il nervoso e il concentrato (era il mio primo anno di insegnamento). Mi siedo e aspetto che si faccia silenzio. Poi dico: “Oggi parleremo della morte”. Gli studenti siciliani toccano rapidamente ferro e varie “fonti della vita” e della potenza.
Io riprendo: “E il fatto che voi stiate facendo scongiuri e magie di vario tipo dimostra quanto siete condizionati dalla concezione attuale della morte”. Shock. “Già. Ne siamo tutti condizionati. Nessuno di noi sa che cosa dire di vero e significativo quando, a un funerale, ci si mette in fila per fare le condoglianze a un conoscente”. Gli studenti si guardano intorno, scoprendo di avere in comune qualcosa che nemmeno si immaginavano. “Mi spiego meglio, - proseguo. – È capitato a tutti noi che fosse morto il parente stretto di un amico. Andiamo al funerale, diciamo le frasi che si devono dire. Poi incontriamo l’amico per la strada e non c’è modo di evitarlo (e in fondo noi non vogliamo evitarlo). E allora gli andiamo incontro con una faccia che vuole dire qualcosa di diverso dal solito. Gli stringiamo la mano con più forza del solito, lo guardiamo negli occhi intensamente. Ma senza nominare la parola proibita, senza parlare esplicitamente della morte. E lui sa, lui sa che quei nostri sguardi più intensi, quella nostra stretta più forte vogliono significare proprio la nostra vicinanza: siamo solidali con lui, con-dogliamo con lui. Ma senza nominare la morte”. Di nuovo gli studenti si guardano. A tutti è capitata l’esperienza che ho descritto, e tutti si rendono conto ora che della morte si può parlare. La morte non è più un tabù.
Un’altra volta ho tenuto una serie di lezioni sulla morte a Urbino, parlo di una decina di anni fa. Illustravo la concezione della morte in un testo di Turgenev, “Il diario di un uomo superfluo”. È un romanzo breve in forma epistolare: il protagonista mette per iscritto nel diario i suoi ultimi giorni, dopo una diagnosi letale che gli ha lasciato dodici giorni di vita. Spiego la concezione della morte romantica, il tentativo degli scrittori di quel tempo di sostituire la vita nell’aldilà con il ricordo nella memoria degli amici, una delle tante sostituzioni della “trascendenza” con “un’immanenza mitizzata” attuate dalla modernità anticristiana. Qualche mese dopo una studentessa sostiene l’esame, risponde bene, poi, ormai dopo
aver ricevuto il voto sul libretto universitario mi racconta una storia. Seguendo l’esempio di Turgenev, aveva cominciato a scrivere anche lei un diario, come se le fosse stata diagnosticata una malattia incurabile. E aggiunge: “Un anno fa avevo chiesto ai miei genitori di regalarmi una chitarra: niente da fare. Poi, il mese scorso, la svolta. Mi prendono delicatamente da parte, mi chiedono se voglio ancora quella chitarra, in un battibaleno me la regalano. Poi capisco: hanno trovato il mio diario, hanno paura che mi tolga la vita. Insomma, non mi hanno mai trattato così bene. E allora, non gliel’ho ancora detto che era un tentativo di immedesimarmi nel personaggio di Turgenev”. Che fare? Io l’ho rimproverata, l’ho esortata a spiegare tutto ai suoi genitori che per la contentezza avrebbero probabilmente continuato a trattarla bene.
Già, la morte. Anche quest’anno – ne sono sicuro – per i miei studenti sarà una rivelazione. Anche gli studenti di quest’anno scopriranno che vivono nel tabù della morte. Scopriranno quello che per primi hanno descritto gli studiosi francesi Ariés e Vovelle, lavorando anche su testi letterari (sulla “Morte di Ivan Il’ich” di L. Tolstoj, per esempio). E cioè, che alla morte vissuta in casa (addomesticata in senso letterale), gestita dal moribondo, consapevolmente attesa e incontrata, si è sostituita una morte paurosa, tabuizzata, gestita da tutti tranne che da chi sta per morire, una morte fuggita e negata fino all’ultimo istante. Una morte, soprattutto, a cui è stato tolto il significato di passaggio a “miglior vita” e a cui è stato così riconsegnato il malefico pungiglione.

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