Sessantotto. Lavorare come in paradiso
Reduci del Sessantotto
Stesi sul divano ad aspettare la Rivoluzione
"La Voce di Romagna", 24.I.2008
Scrive Claudio Magris in Utopia e disincanto: “In un mondo che sempre più chiama a fare, produrre, parlare, scrivere, commentare, partecipare, intraprendere – in una mobilitazione generale sempre più coatta, in cui sembra spesso di non sapere quando si vive, l’indolenza di Oblomov può essere un’estrema difesa della libertà”.
Oblomov, il protagonista dell’omonimo romanzo dello scrittore russo Ivan Goncharov, è un nobile paralizzato da una malattia della volontà, qualcosa di simile a ciò che la morale classica ha definito “accidia”. Vuole trasformare il mondo, non si accontenta di riforme limitate ma possibili; no, lui vuole una trasformazione radicale. E passa tutta la vita steso su di un divano, in vestaglia e pantofole a disegnare il suo progetto utopistico di trasformazione della società russa. Le persone che lo circondano gli vogliono bene, lo ammirano per i suoi ideali nobilissimi; Oblomov trova sempre una donna-mamma che gli consente di vivere la sua esistenza da fanciullo innocente, mentre le entrate delle sue proprietà gli permettono di vivere di rendita. Questo è Oblomov, l’indolenza del quale Magris addita come valore positivo contro l’attivismo volgare e mercantile della nostra società.
Se l’Oblomov descritto da Goncharov è un costretto all’utopia dallo stallo in cui versava la società russa dell’Ottocento, gli “Oblomov” di oggi sono invece i reduci del Sessantotto, l’ultimo grande movimento utopistico di massa che l’Italia ha conosciuto. Essi rappresentano un “tipo ideale” di ex-sessantottino, quello il cui motto è “Noi ci abbiamo creduto!”.
Sì, ci hanno creduto, hanno davvero prestato fede alle parole di Marx: “Nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera al levare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia” (L’ideologia tedesca).
Hanno creduto che il Sessantotto annunciasse l’estinzione dello stato, la fine della divisione del lavoro, della proprietà esclusiva. Che le “comuni” degli anni settanta (e i Centri sociali degli anni successivi) segnassero davvero l’inizio della società comunista in cui l’egoismo umano, fonte di ogni male, sarà finalmente superato. Scrive Lenin in Stato e rivoluzione: “Lo Stato potrà estinguersi completamente quando la società avrà realizzato il principio: ‘ognuno contribuisce secondo le sue capacità; ognuno riceve secondo i suoi bisogni’, cioè quando gli uomini si saranno talmente abituati a osservare le regole fondamentali della convivenza sociale e il lavoro sarà diventato talmente produttivo ch'essi lavoreranno volontariamente secondo le loro capacità. Allora, l'angusto orizzonte giuridico borghese, che costringe a calcolare con la durezza di uno Shylock: - non avrò per caso lavorato mezz'ora più di un altro, non avrò guadagnato un salario inferiore a un altro? -, questo ristretto orizzonte sarà sorpassato”.
Ci hanno creduto, i sessantottini. Ma, dato che il lavoro promesso da Marx e Lenin non si è mai realizzato, quando hanno potuto hanno fatto come Oblomov: si sono rifugiati nell’accidia esistenziale, nel “non lavoro” assistito. T.P. è uno di questi. 
Negli anni Settanta era capace di infiammare migliaia di dipendenti di una fabbrica bolognese, di provocarne la chiusura per giorni interi; oggi, incapace di un lavoro serio, vive di rendita delle azioni che gli ha lasciato il padre; dopo essersi sposato e separato con una prima donna, vive in casa con due donne-amanti-madri. Incerto tra le due donne, è altresì incapace di pensare a se stesso come a un padre. Come molti altri ex-sessantottini non ha figli. La sua è un’esistenza “bloccata” dal punto di vista degli affetti e del lavoro. È malato di “angelismo”: attendeva il lavoro gioioso promesso da Marx, mentre quello che è arrivato è un lavoro “normale”, che ha la sua parte di fatica, di limite. No, molto meglio stendersi sul divano e sognare la trasformazione radicale della società. Come Oblomov.
Dostoevskij e le cosce della ragioniera
Dostoevskij e le cosce della ragioniera
di Giuseppe Ghini
"La Voce di Romagna", 27.IV.2007
Un amico giornalista mi invita a una trasmissione in una tv locale di Faenza. Ci rincorriamo per alcuni mesi, poi, finalmente, troviamo il momento conveniente per entrambi. La trasmissione si chiama “A cup of tea with…” e questa volta l’ospite invitato a bere la tazza di tè sono io. Il tè, naturalmente, è un pretesto per fare quattro chiacchiere (anche perché la tazza è la stessa che l’ospite precedente ha lasciato sul tavolo e il tè è gelido…). Argomento – la letteratura russa, materia che insegno all’Università di Urbino. 
Come nelle migliori tradizioni della televisione italiana, l’amico giornalista è accompagnato da una valletta: è una studentessa di ragioneria, si chiama Barbara, ma soprattutto ha una minigonna di quelle che non cominciano mai e finiscono subito e due gambe che sparano “ad altezza uomo”. Mi concentro sulla letteratura russa e cominciamo la registrazione. Tutto va come previsto: l’amico giornalista domanda, io rispondo, la valletta, seduta non casualmente su un alto trespolo, interviene ogni tanto leggendo frasi dai classici russi con robusto accento faentino. Finisce la trasmissione e, mentre noi ci attardiamo a fare le ultime chiacchiere, Barbara “Gambe” si cambia la minigonna, che si rivela così nient’altro che un abito di scena.
A quanto mi dicono, la trasmissione va in onda qualche tempo dopo, con tanto di replica. Non riesco a vederla, ma diversi conoscenti mi fermano per il classico “ti ho visto, l’altra sera, in tv”. Mi spiegano che, mentre io e l’intervistatore volteggiavamo da veri intellettuali tra le rarefatte altezze della letteratura, il regista della trasmissione faceva lunghe riprese delle gambe dell’aspirante ragioniera, cominciando dalle caviglie e salendo via via fino alle cosce.
Meraviglioso! Straordinario! Già, perché la letteratura russa dell’Ottocento e soprattutto Dostoevskij su cui noi ci siamo soffermati a lungo, trattano proprio di questa straordinaria mescolanza di “alto” e “basso”, di nobili ideali e di passione carnale in quella contraddittoria creatura che è l’uomo. Spiega Erich Auerbach, forse il maggiore critico letterario del secolo XX, che la letteratura dell’Ottocento, soprattutto quella russa, rinnova la straordinaria invenzione che il realismo cristiano ha attuato con la scrittura dei Vangeli: non era infatti previsto dalle regole della retorica antica che una narrazione presentasse un Dio fatto uomo intento agli umili lavori dell’artigiano, che una prostituta rivolgesse la parola a Dio stesso, che dei rozzi pescatori ignoranti ragionassero in concilio della salvezza degli uomini.
Tutto ciò lo ritroviamo in Dostoevskij: i fratelli Karamazov che discutono di “questioni maledette” nella taverna fumosa e puzzolente, la prostituta Sonja Marmeladova che legge
all’assassino Raskol’nikov la pagina evangelica della resurrezione di Lazzaro (“Delitto e castigo”), Dio stesso che compare in visione ad Aljosha Karamazov e lo invita al banchetto della vita eterna.
Non più “separazione degli stili” come nella letteratura classica, dove un dio poteva comparire solo nella tragedia e una prostituta o un pescatore solo nella commedia; non più differenziazione degli argomenti e del linguaggio a seconda dei generi letterari. I Vangeli rompono questa regola retorica e introducono quella che Auerbach chiama la “mescolanza degli stili”: è il riflesso della nostra vita, dove le altezze ideali si mescolano con le passioni più carnali, dove il sacro va a braccetto col profano, e le raffinatezze della critica letteraria coesistono con le cosce della ragioneria.
La moglie-amica
di Giuseppe Ghini
Nel suo libro Le crisi dell’amore, Ugo Borghello ha svolto un’analisi dettagliata dell’egoismo narcisistico che mina il rapporto uomo-donna nel mondo contemporaneo. Si tratta di un egoismo che va ad impiantarsi sul “rapporto significativo” dell’essere umano, quello su cui egli gioca la sua fede o la sua idolatria. Questo rapporto significativo rivolto ad un essere che non sia Dio trasforma l’uomo e la donna in idolatri dipendenti da un consenso esistenziale radicale. La donna contemporanea, la “seconda donna”, nota Borghello, ha l’obbligo, imposto dalla cultura femminile attuale, di non subire più alcuna sottomissione da parte dell’uomo. È lei, ora, che lascia il marito, il fidanzato; è lei che decide quando l’amore “non funziona”. Non solo: «perdendo l’integrità fisica si trova in possesso di un’arma potentissima: il suo corpo, per avere un uomo quando vuole» (Le crisi dell’amore, Milano, Ares, 2000, p. 73).
La sua apparente forza e sicurezza nascondono però una nuova fragilità. «La persona che si dimentica di Dio – scrive Cormak Burke – avrà la tendenza a “deificare” l’amore umano e, così facendo, avvierà al fallimento quell’unione. Se si spera troppo dall’amore e dal matrimonio, necessariamente si rimarrà delusi. Tanti divorzi dei nostri giorni si possono spiegare così» (La felicità coniugale, Milano, Ares, 1990, p.13). La femminista più arrabbiata che vuole prescindere dagli altri e dalla natura, come pure la giovane romantica che spera tutto da un rapporto d’amore spesso adolescenziale, non hanno eliminato l’esigenza di quel rapporto significativo di cui parla Borghello; hanno solo spostato il centro da cui ricevere il consenso esistenziale.
* * *
Né la prima donna fotografata da Solov’ev e da Boylan, né la seconda donna descritta dalla Burggraf e da Borghello, salvo rarissime eccezioni, potevano aspirare ad un’amicizia con il marito. Perché l’amicizia è dono di sé, ed è solo da sé che si può esigere questo dono. Il sospetto e la sfiducia che inquinano il rapporto uomo donna nel mondo contemporaneo impediscono il dono di sé, il salto nel buio, il libero affidarsi e fidarsi tipico degli amici. «Se la radice della falsità dell’esistenza – scrive ancora Solov’ev – sta nell’impenetrabilità cioè nell’escludersi vicendevole degli esseri, la vera vita consiste nel vivere nell’altro come in se stessi, o nel trovare nell’altro un complemento positivo e assoluto del proprio essere. L’amore […] coniugale resta e resterà sempre il fondamento e l’archetipo di questa vera vita» (Solov'ev, op. cit., p. 104. In realtà il filosofo russo, per i motivi sopra esposti, scrive «l’amore sessuale o coniugale resta ecc.»).
Naturalmente, trattandosi di scrittori spirituali, ma non per questo meno esperti di cose dell’uomo, anzi!, sia Solov’ev, sia Borghello si dilungano in consigli anche pratici su come “vincere l’egoismo e vivere felici, veramente felici”. Per questo rimandiamo direttamente ai loro scritti, ricordando che entrambi indicano nel sostegno della fede, della comunità ecclesiale e in un certo eroismo morale la via di possibile soluzione alle inevitabili crisi dell’amore. Entrambi, inoltre, mettono in relazione i due fenomeni sociali che abbiamo ricordato in apertura, la castità e l’amor d’amicizia tra i coniugi. Così scrive il concettoso Solov’ev: «Non appena si inizia a trasportare la sfera vitale dell’unione amorosa nella realtà materiale, di cui pure fa parte, subito incomincia a deformarsi a sua immagine anche lo stesso ordine secondo cui si realizza questa unione. Il suo fondamento mistico e “ultraterreno”, che era parso così chiaramente visibile nella passione iniziale, viene dimenticato come un’esaltazione passeggera e quella che dovrebbe essere soltanto la sua ultima e ben giustificata manifestazione viene considerata come la cosa più desiderabile, come lo scopo essenziale e insieme la condizione prima dell’amore. Questa unione fisica, che dovrebbe essere l’ultima e che invece è stata messa al posto della prima ed è stata in tal modo privata del suo significato umano e ridotta a quello animale, non solo rende l’amore impotente di fronte alla morte, ma diventa essa stessa inevitabilmente la tomba morale dell’amore molto prima che la tomba reale inghiotta i corpi degli amanti nella loro fisicità» (Solov’ev, op. cit., p. 97).
E Borghello: «Nella prospettiva matrimoniale, se la ragazza si muove in una realtà significativa forte, può giustamente emanciparsi dalla sua paura di non aver un uomo non con l’uso spregiudicato del corpo, ma con vera libertà e personalità. […] Oggi, inoltre, il farsi rispettare fisicamente (anche per il ragazzo!) è l’unica vera prova che c’è un amore forte, con stabilità futura: se un ragazzo rimane con la ragazza nella purezza, vuol dire che vi ha trovato realmente qualcosa d’altro molto importante» (Borghello, op. cit., p. 86).
Già, trovare nella moglie e nel marito qualcosa di molto importante che oltrepassa, pur
assorbendola, anche la sfera corporea, la dimensione del piacere. È questo, in definitiva, che anche Aristotele dice dell’amicizia nell’ottavo libro dell’Etica Nicomachea. Anch’egli afferma che solo l’uomo che è capace di amare se stesso è capace di amare gli altri, perché amare se stessi significa coltivare in se stessi ciò che vi è di migliore e di perfetto. Enumera poi i diversi tipi di amicizia possibili, dipendenti dagli oggetti degni di essere amati: il bene, il piacevole e l’utile. La vera amicizia, conclude, non è né l’amicizia di piacere, né l’amicizia d’interesse, ma quella in cui l’amico è amato per se stesso. Questa amicizia, soggiunge Aristotele con grande realismo, non esclude ma anzi include le altre.
Ecco perché la moglie amica comprende e non esclude la moglie-amante, la moglie il cui riso ci dà piacere, le cui canzoni sono la nostra gioia, i cui racconti ci fanno ridere, di notte, nell’intimità del letto matrimoniale. Ecco perché “la vita più bella è quella di coniugi che sono amici, amici tra loro, con i loro figli, con i parenti» (Borghello, op. cit., p. 161).
La moglie femminista
di Giuseppe Ghini
In Italia le caratteristiche autentiche della “seconda donna”, la donna femminista, sono state a lungo oscurate da una sua versione mitigata, “all’acqua di rose” (come spesso avviene da noi, forse per l’incapacità di attuare un programma fino in fondo, forse per un rigurgito finale di buon senso). Il risultato è che il femminismo italiano, non quello teorico ma quello praticato, ha dovuto fare i conti con quel tanto di materno che il “mammismo” nostrano riserva al partner e si è spesso limitato ad una rivendicazione di parità. Jutta Burggraf, studiosa del fenomeno femminista nelle sue varianti
continentali ed americana, sostiene invece che il «movimento femminista contemporaneo non è affatto il legittimo erede del Movimento di Liberazione della Donna, [quello che] ebbe inizio intorno al 1789 come un’estensione delle richieste dei diritti civili, il cui obiettivo era “uguali diritti per uomini e donne”. […]. Le femministe non hanno per fine l’emancipazione legale e sociale delle donne, bensì la completa uguaglianza dei sessi. Esse richiedono la completa abolizione di ciò che definiscono la tradizionale divisione dei ruoli tra uomini e donne, e rigettano in modo veemente la maternità, il matrimonio e la famiglia. […] Una donna che ha un bambino è “legata” e non può competere con gli uomini nella carriera professionale. Conseguentemente le femministe richiedono alle donne di staccarsi dalle “catene della loro natura”. Il loro comportamento si dovrebbe basare sulla cosiddetta “nuova etica” […] dove ogni cosa è permessa, la tradizione è costantemente messa in discussione, perfino le più intime relazioni interpersonali, il matrimonio e la famiglia. I valori più stimati dalle femministe sono l’autonomia e l’indipendenza, [nonché] una radicale “autorealizzazione della donna”» (Women and evangelization, Chicago, Midwest Theological Forum, 1990, p.16).
Questa donna femminista, insofferente ai legami ma intrappolata dalla mentalità carrieristica non meno del frustrato uomo contemporaneo, si nutre di un risentimento maturato nel corso di secoli, sfugge allo sguardo amoroso, diffida del marito come di ogni altro rappresentante del genere maschile. Non si dona, non si può donare, perché donarsi vorrebbe dire arrendersi al nemico, abbandonare il sospetto nei confronti del maschio, deporre le armi di un’indipendenza assoluta che vuole affermare anche a costo di cambiare la natura. Così facendo nega a se stessa la possibilità dell’amicizia che esige proprio il salto nel buio della fiducia.
Il significato dell’amore
di Giuseppe Ghini
Il significato dell’amore è un saggio che il filosofo russo Vladimir Solov’ev scrisse nel 1892-1894 e che intende riassumere ciò che di meglio il pensiero occidentale ha espresso sull’amore umano.
Prende l’avvio, verrebbe da dire “ovviamente”, dall’egoismo. «La menzogna e il male dell’egoismo – chiarisce il filosofo russo – non consistono assolutamente nel fatto che determinata persona si attribuisca un’importanza eccessiva e pretenda di aver un significato assoluto e una dignità illimitata: in questo ha ragione, perché ogni soggetto umano […] ha in quanto tale un valore e una dignità incondizionati. […] Non ammettere dentro di sé questo valore assoluto equivale a rinunciare alla dignità umana. […] La menzogna fondamentale e il male dell’egoismo non stanno in questa autocoscienza assoluta e in questa autovalutazione del soggetto ma nel fatto che costui, attribuendosi giustamente un valore assoluto, finisce con il rifiutarlo agli altri; riconoscendosi come centro della vita, e avendo in questo pienamente ragione, finisce però con il confinare gli altri alla periferia del proprio essere e riconosce loro un valore esclusivamente esteriore e relativo» (Il significato dell’amore e altri scritti, Milano, La casa di Matriona, 1988, p. 67).
Ora esiste un’unica forza, prosegue Solov’ev, capace di opporsi in modo efficace, non teorico all’egoismo, ed «è l’amore. […] La ragione ci mostra che [l’egoismo] non ha alcun fondamento ed è ingiusto, ma è solo l’amore che elimina concretamente questo atteggiamento ingiusto, costringendoci a riconoscere il valore assoluto degli altri non solo nella nostra coscienza astratta ma anche nell’interiorità dei nostri sentimenti e nella nostra volontà vitale» (Ivi, p. 68). Solov’ev scriveva nella Russia di fine Ottocento, in un’epoca in cui l’incipiente decadentismo portava ad una morbosa fusione di erotismo e spiritualità: di conseguenza, quando parla di amore egli intende esplicitamente l’amore sessuale, che ritiene superiore ad ogni altro tipo: quello mistico, quello paterno e materno, quello fraterno, le varie forme di simpatia. Qui, per la verità, Solov’ev abbandona l’asciutta via del pensiero occidentale per impelagarsi in una melassa erotico-teologica difficilmente accettabile. La sua analisi del conflitto uomo-donna e del possibile rimedio è tuttavia importante, anche se un po’ astratta e riferita ad un modello, la prima donna, la donna-massaia della tradizione, che ora si stenta a ritrovare nei paesi avanzati.
La moglie americana
di Giuseppe Ghini
Tra i fenomeni della società americana contemporanea due risultano particolarmente incomprensibili alla mentalità italiana d’oggi: l’esplosione delle associazioni che propugnano la castità prematrimoniale e la percezione della moglie come migliore amica del marito. Se la prima è testimoniata da centinaia di organizzazioni e da manifestazioni pubbliche dalla sobrietà tipicamente statunitense, della seconda è un esempio eclatante il successo editoriale di libri come How to be your wife’s best friend (Come essere il migliore amico di tua moglie) di Dan Bolin e John Trent. Alcuni psicologi riconducono quest’ultimo fenomeno alla competitività e alla mobilità tipici della società statunitense: se i continui spostamenti e la concorrenza professionale rendono sempre più difficile farsi degli amici, la moglie diventa anche l’amico più intimo e sincero. Tuttavia sembra esserci sotto qualcosa di più, qualcosa che, forse, lega i due fenomeni sociali.
Per molti Italiani la “moglie come migliore amico del marito” è un controsenso: la moglie è la moglie, pensano, gli amici sono un’altra cosa. Anzi, nella mentalità vetero-romagnola, la moglie è proprio al capo opposto rispetto agli amici: gli amici sono quelli con cui si va a vedere la partita, con cui si fa tardi, con cui ci si vanta di cose da uomini. La moglie è quella contro cui occorre lottare per andare con gli amici a vedere la partita, è quella che vuole andare a vedere le vetrine a Milano Marittima quando c’è la finale di Wimbledon, è quella che dice di rincasare presto, è quella a cui si nascondono vanterie e bravate da uomini.
Già, è vero. Ma è vero anche che la “terza donna”, la moglie non sottomessa né ribelle, non tradizionalista né femminista forse è attesa proprio da questo futuro: diventare amica di suo marito!
Così Eugene Boylan scriveva nel 1955, riferendosi evidentemente alla “prima donna”. «Vi sono mariti che considerano le loro mogli come massaie o segretarie, come un ornamento della loro casa e un ospite alla loro tavola, una conquista sociale, un semplice strumento di piacere e di soddisfazione, insomma tutto fuorché quello che una moglie è veramente: un altro io migliore, una compagna nella vita […]. Quanti pochi uomini comprendono che le proprie mogli sono i loro migliori amici […] Essi lavorano per la propria “promozione”, hanno una loro “carriera” e ritengono che tutto il resto debba venir subordinato ad essa» (Questo tremendo amore, Milano, Ares, 1994, p. 314). Boylan fotografa il fenomeno 50 anni or sono. La moglie-massaia o segretaria, la moglie strumento di piacere viene mantenuta dal marito in uno stato di inferiorità, quasi di minorità. Nel rapporto “verticale” che si instaura, non le è consentito di raggiungere il livello del coniuge, o, quanto meno, non le viene riconosciuta la possibilità di guardarlo faccia a faccia, alla stessa altezza. È costretta, per così dire, a guardarlo dal basso verso l’alto. Per questo il marito “non comprende che sua moglie è la sua migliore amica”. A questo rapporto manca un requisito fondamentale dell’amicizia, la parità. Il loro camminare è zoppo, non potrà mai essere quel “pariter ambulare” (camminare alla pari) con cui sant’Agostino descrive il percorso dei coniugi (De bono coniugali, 1).
La moglie-massaia, se ancora esiste da qualche parte, è sottomessa, costretta a darsi al marito; al massimo, se il marito è gentile, può essere oggetto di gentilezze, di atteggiamenti cavallereschi. Non le viene riconosciuto invece un secondo requisito fondamentale su cui riposa l’amor d’amicizia, la libertà. Perché il rapporto d’amicizia non ammette costrizioni, richiede sempre il rischio assoluto della libertà dell’altro, della volontà di un altro io.



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