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La moglie americana

di ghinetto (03/01/2008 - 15:33)

di Giuseppe Ghini



Tra i fenomeni della società americana contemporanea due risultano particolarmente incomprensibili alla mentalità italiana d’oggi: l’esplosione delle associazioni che propugnano la castità prematrimoniale e la percezione della moglie come migliore amica del marito. Se la prima è testimoniata da centinaia di organizzazioni e da manifestazioni pubbliche dalla sobrietà tipicamente statunitense, della seconda è un esempio eclatante il successo editoriale di libri come How to be your wife’s best friend (Come essere il migliore amico di tua moglie) di Dan Bolin e John Trent. Alcuni psicologi riconducono quest’ultimo fenomeno alla competitività e alla mobilità tipici della società statunitense: se i continui spostamenti e la concorrenza professionale rendono sempre più difficile farsi degli amici, la moglie diventa anche l’amico più intimo e sincero. Tuttavia sembra esserci sotto qualcosa di più, qualcosa che, forse, lega i due fenomeni sociali.
Per molti Italiani la “moglie come migliore amico del marito” è un controsenso: la moglie è la moglie, pensano, gli amici sono un’altra cosa. Anzi, nella mentalità vetero-romagnola, la moglie è proprio al capo opposto rispetto agli amici: gli amici sono quelli con cui si va a vedere la partita, con cui si fa tardi, con cui ci si vanta di cose da uomini. La moglie è quella contro cui occorre lottare per andare con gli amici a vedere la partita, è quella che vuole andare a vedere le vetrine a Milano Marittima quando c’è la finale di Wimbledon, è quella che dice di rincasare presto, è quella a cui si nascondono vanterie e bravate da uomini.
Già, è vero. Ma è vero anche che la “terza donna”, la moglie non sottomessa né ribelle, non tradizionalista né femminista forse è attesa proprio da questo futuro: diventare amica di suo marito!
Così Eugene Boylan scriveva nel 1955, riferendosi evidentemente alla “prima donna”. «Vi sono mariti che considerano le loro mogli come massaie o segretarie, come un ornamento della loro casa e un ospite alla loro tavola, una conquista sociale, un semplice strumento di piacere e di soddisfazione, insomma tutto fuorché quello che una moglie è veramente: un altro io migliore, una compagna nella vita […]. Quanti pochi uomini comprendono che le proprie mogli sono i loro migliori amici […] Essi lavorano per la propria “promozione”, hanno una loro “carriera” e ritengono che tutto il resto debba venir subordinato ad essa» (Questo tremendo amore, Milano, Ares, 1994, p. 314). Boylan fotografa il fenomeno 50 anni or sono. La moglie-massaia o segretaria, la moglie strumento di piacere viene mantenuta dal marito in uno stato di inferiorità, quasi di minorità. Nel rapporto “verticale” che si instaura, non le è consentito di raggiungere il livello del coniuge, o, quanto meno, non le viene riconosciuta la possibilità di guardarlo faccia a faccia, alla stessa altezza. È costretta, per così dire, a guardarlo dal basso verso l’alto. Per questo il marito “non comprende che sua moglie è la sua migliore amica”. A questo rapporto manca un requisito fondamentale dell’amicizia, la parità. Il loro camminare è zoppo, non potrà mai essere quel “pariter ambulare” (camminare alla pari) con cui sant’Agostino descrive il percorso dei coniugi (De bono coniugali, 1).
La moglie-massaia, se ancora esiste da qualche parte, è sottomessa, costretta a darsi al marito; al massimo, se il marito è gentile, può essere oggetto di gentilezze, di atteggiamenti cavallereschi. Non le viene riconosciuto invece un secondo requisito fondamentale su cui riposa l’amor d’amicizia, la libertà. Perché il rapporto d’amicizia non ammette costrizioni, richiede sempre il rischio assoluto della libertà dell’altro, della volontà di un altro io.

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