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La moglie-amica

di ghinetto (08/01/2008 - 09:57)

di Giuseppe Ghini


Nel suo libro Le crisi dell’amore, Ugo Borghello ha svolto un’analisi dettagliata dell’egoismo narcisistico che mina il rapporto uomo-donna nel mondo contemporaneo. Si tratta di un egoismo che va ad impiantarsi sul “rapporto significativo” dell’essere umano, quello su cui egli gioca la sua fede o la sua idolatria. Questo rapporto significativo rivolto ad un essere che non sia Dio trasforma l’uomo e la donna in idolatri dipendenti da un consenso esistenziale radicale. La donna contemporanea, la “seconda donna”, nota Borghello, ha l’obbligo, imposto dalla cultura femminile attuale, di non subire più alcuna sottomissione da parte dell’uomo. È lei, ora, che lascia il marito, il fidanzato; è lei che decide quando l’amore “non funziona”. Non solo: «perdendo l’integrità fisica si trova in possesso di un’arma potentissima: il suo corpo, per avere un uomo quando vuole» (Le crisi dell’amore, Milano, Ares, 2000, p. 73).

La sua apparente forza e sicurezza nascondono però una nuova fragilità. «La persona che si dimentica di Dio – scrive Cormak Burke – avrà la tendenza a “deificare” l’amore umano e, così facendo, avvierà al fallimento quell’unione. Se si spera troppo dall’amore e dal matrimonio, necessariamente si rimarrà delusi. Tanti divorzi dei nostri giorni si possono spiegare così» (La felicità coniugale, Milano, Ares, 1990, p.13). La femminista più arrabbiata che vuole prescindere dagli altri e dalla natura, come pure la giovane romantica che spera tutto da un rapporto d’amore spesso adolescenziale, non hanno eliminato l’esigenza di quel rapporto significativo di cui parla Borghello; hanno solo spostato il centro da cui ricevere il consenso esistenziale.
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Né la prima donna fotografata da Solov’ev e da Boylan, né la seconda donna descritta dalla Burggraf e da Borghello, salvo rarissime eccezioni, potevano aspirare ad un’amicizia con il marito. Perché l’amicizia è dono di sé, ed è solo da sé che si può esigere questo dono. Il sospetto e la sfiducia che inquinano il rapporto uomo donna nel mondo contemporaneo impediscono il dono di sé, il salto nel buio, il libero affidarsi e fidarsi tipico degli amici. «Se la radice della falsità dell’esistenza – scrive ancora Solov’ev – sta nell’impenetrabilità cioè nell’escludersi vicendevole degli esseri, la vera vita consiste nel vivere nell’altro come in se stessi, o nel trovare nell’altro un complemento positivo e assoluto del proprio essere. L’amore […] coniugale resta e resterà sempre il fondamento e l’archetipo di questa vera vita» (Solov'ev, op. cit., p. 104. In realtà il filosofo russo, per i motivi sopra esposti, scrive «l’amore sessuale o coniugale resta ecc.»).
Naturalmente, trattandosi di scrittori spirituali, ma non per questo meno esperti di cose dell’uomo, anzi!, sia Solov’ev, sia Borghello si dilungano in consigli anche pratici su come “vincere l’egoismo e vivere felici, veramente felici”. Per questo rimandiamo direttamente ai loro scritti, ricordando che entrambi indicano nel sostegno della fede, della comunità ecclesiale e in un certo eroismo morale la via di possibile soluzione alle inevitabili crisi dell’amore. Entrambi, inoltre, mettono in relazione i due fenomeni sociali che abbiamo ricordato in apertura, la castità e l’amor d’amicizia tra i coniugi. Così scrive il concettoso Solov’ev: «Non appena si inizia a trasportare la sfera vitale dell’unione amorosa nella realtà materiale, di cui pure fa parte, subito incomincia a deformarsi a sua immagine anche lo stesso ordine secondo cui si realizza questa unione. Il suo fondamento mistico e “ultraterreno”, che era parso così chiaramente visibile nella passione iniziale, viene dimenticato come un’esaltazione passeggera e quella che dovrebbe essere soltanto la sua ultima e ben giustificata manifestazione viene considerata come la cosa più desiderabile, come lo scopo essenziale e insieme la condizione prima dell’amore. Questa unione fisica, che dovrebbe essere l’ultima e che invece è stata messa al posto della prima ed è stata in tal modo privata del suo significato umano e ridotta a quello animale, non solo rende l’amore impotente di fronte alla morte, ma diventa essa stessa inevitabilmente la tomba morale dell’amore molto prima che la tomba reale inghiotta i corpi degli amanti nella loro fisicità» (Solov’ev, op. cit., p. 97).
E Borghello: «Nella prospettiva matrimoniale, se la ragazza si muove in una realtà significativa forte, può giustamente emanciparsi dalla sua paura di non aver un uomo non con l’uso spregiudicato del corpo, ma con vera libertà e personalità. […] Oggi, inoltre, il farsi rispettare fisicamente (anche per il ragazzo!) è l’unica vera prova che c’è un amore forte, con stabilità futura: se un ragazzo rimane con la ragazza nella purezza, vuol dire che vi ha trovato realmente qualcosa d’altro molto importante» (Borghello, op. cit., p. 86).
Già, trovare nella moglie e nel marito qualcosa di molto importante che oltrepassa, pur
assorbendola, anche la sfera corporea, la dimensione del piacere. È questo, in definitiva, che anche Aristotele dice dell’amicizia nell’ottavo libro dell’Etica Nicomachea. Anch’egli afferma che solo l’uomo che è capace di amare se stesso è capace di amare gli altri, perché amare se stessi significa coltivare in se stessi ciò che vi è di migliore e di perfetto. Enumera poi i diversi tipi di amicizia possibili, dipendenti dagli oggetti degni di essere amati: il bene, il piacevole e l’utile. La vera amicizia, conclude, non è né l’amicizia di piacere, né l’amicizia d’interesse, ma quella in cui l’amico è amato per se stesso. Questa amicizia, soggiunge Aristotele con grande realismo, non esclude ma anzi include le altre.
Ecco perché la moglie amica comprende e non esclude la moglie-amante, la moglie il cui riso ci dà piacere, le cui canzoni sono la nostra gioia, i cui racconti ci fanno ridere, di notte, nell’intimità del letto matrimoniale. Ecco perché “la vita più bella è quella di coniugi che sono amici, amici tra loro, con i loro figli, con i parenti» (Borghello, op. cit., p. 161).

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La moglie femminista

di ghinetto (08/01/2008 - 09:54)

di Giuseppe Ghini

In Italia le caratteristiche autentiche della “seconda donna”, la donna femminista, sono state a lungo oscurate da una sua versione mitigata, “all’acqua di rose” (come spesso avviene da noi, forse per l’incapacità di attuare un programma fino in fondo, forse per un rigurgito finale di buon senso). Il risultato è che il femminismo italiano, non quello teorico ma quello praticato, ha dovuto fare i conti con quel tanto di materno che il “mammismo” nostrano riserva al partner e si è spesso limitato ad una rivendicazione di parità. Jutta Burggraf, studiosa del fenomeno femminista nelle sue varianti continentali ed americana, sostiene invece che il «movimento femminista contemporaneo non è affatto il legittimo erede del Movimento di Liberazione della Donna, [quello che] ebbe inizio intorno al 1789 come un’estensione delle richieste dei diritti civili, il cui obiettivo era “uguali diritti per uomini e donne”. […]. Le femministe non hanno per fine l’emancipazione legale e sociale delle donne, bensì la completa uguaglianza  dei sessi. Esse richiedono la completa abolizione di ciò che definiscono la tradizionale divisione dei ruoli tra uomini e donne, e rigettano in modo veemente la maternità, il matrimonio e la famiglia. […] Una donna che ha un bambino è “legata” e non può competere con gli uomini nella carriera professionale. Conseguentemente le femministe richiedono alle donne di staccarsi dalle “catene della loro natura”. Il loro comportamento si dovrebbe basare sulla cosiddetta “nuova etica” […] dove ogni cosa è permessa, la tradizione è costantemente messa in discussione, perfino le più intime relazioni interpersonali, il matrimonio e la famiglia. I valori più stimati dalle femministe sono l’autonomia e l’indipendenza, [nonché] una radicale “autorealizzazione della donna”» (Women and evangelization, Chicago, Midwest Theological Forum, 1990, p.16).
Questa donna femminista, insofferente ai legami ma intrappolata dalla mentalità carrieristica non meno del frustrato uomo contemporaneo, si nutre di un risentimento maturato nel corso di secoli, sfugge allo sguardo amoroso, diffida del marito come di ogni altro rappresentante del genere maschile. Non si dona, non si può donare, perché donarsi vorrebbe dire arrendersi al nemico, abbandonare il sospetto nei confronti del maschio, deporre le armi di un’indipendenza assoluta che vuole affermare anche a costo di cambiare la natura. Così facendo nega a se stessa la possibilità dell’amicizia che esige proprio il salto nel buio della fiducia.

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Il significato dell’amore

di ghinetto (08/01/2008 - 09:50)

di Giuseppe Ghini

Il significato dell’amore è un saggio che il filosofo russo Vladimir Solov’ev scrisse nel 1892-1894 e che intende riassumere ciò che di meglio il pensiero occidentale ha espresso sull’amore umano.
Prende l’avvio, verrebbe da dire “ovviamente”, dall’egoismo. «La menzogna e il male dell’egoismo – chiarisce il filosofo russo – non consistono assolutamente nel fatto che determinata persona si attribuisca un’importanza eccessiva e pretenda di aver un significato assoluto e una dignità illimitata: in questo ha ragione, perché ogni soggetto umano […] ha in quanto tale un valore e una dignità incondizionati. […] Non ammettere dentro di sé questo valore assoluto equivale a rinunciare alla dignità umana. […] La menzogna fondamentale e il male dell’egoismo non stanno in questa autocoscienza assoluta e in questa autovalutazione del soggetto ma nel fatto che costui, attribuendosi giustamente un valore assoluto, finisce con il rifiutarlo agli altri; riconoscendosi come centro della vita, e avendo in questo pienamente ragione, finisce però con il confinare gli altri alla periferia del proprio essere e riconosce loro un valore esclusivamente esteriore e relativo» (Il significato dell’amore e altri scritti, Milano, La casa di Matriona, 1988, p. 67).
Ora esiste un’unica forza, prosegue Solov’ev, capace di opporsi in modo efficace, non teorico all’egoismo, ed «è l’amore. […] La ragione ci mostra che [l’egoismo] non ha alcun fondamento ed è ingiusto, ma è solo l’amore che elimina concretamente questo atteggiamento ingiusto, costringendoci a riconoscere il valore assoluto degli altri non solo nella nostra coscienza astratta ma anche nell’interiorità dei nostri sentimenti e nella nostra volontà vitale» (Ivi, p. 68). Solov’ev scriveva nella Russia di fine Ottocento, in un’epoca in cui l’incipiente decadentismo portava ad una morbosa fusione di erotismo e spiritualità: di conseguenza, quando parla di amore egli intende esplicitamente l’amore sessuale, che ritiene superiore ad ogni altro tipo: quello mistico, quello paterno e materno, quello fraterno, le varie forme di simpatia. Qui, per la verità, Solov’ev abbandona l’asciutta via del pensiero occidentale per impelagarsi in una melassa erotico-teologica difficilmente accettabile. La sua analisi del conflitto uomo-donna e del possibile rimedio è tuttavia importante, anche se un po’ astratta e riferita ad un modello, la prima donna, la donna-massaia della tradizione, che ora si stenta a ritrovare nei paesi avanzati.
                                                          

Tag: Solo'vev,amore

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