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La famiglia nella geografia interiore dell'uomo

di ghinetto (29/06/2008 - 09:56)

Nel luglio del 2007 la Fondazione Sublacense "Vita e famiglia" (http://www.fondazionevitaefamiglia.org/) mi ha invitato a un Laboratorio. Tema del mio intervento "La famiglia nella letteratura". Ora, com'è noto, nella letteratura c'è poca, pochissima famiglia, molto moltissimo adulterio, originato dal mito antifamiliare dell'amore infelice, legato inevitabilmente alla morte (Denis de Rougemont).
E dunque ho scelto di tralasciare la letteratura e di presentare una mia riflessione sul matrimonio.
La prima parte di questa riflessione l'ho anche letta al Venticinquesimo anniversario del mio marimonio.

Don Ugo Borghello ne ha citato un pezzo nel suo libro Il sogno dell 'amore per sempre, che è un libro da non perdere. Stefano Borselli, un amico, l'ha messa nel suo blog: Si intitola La famiglia nella geografia interiore dell'uomo. Comincia così: C’è, tra le regioni della nostra geografia interiore, un luogo del tutto speciale. Entrando in questo luogo, stanchi o arrabbiati, felici oppure incupiti dalle vicende della vita sociale o professionale, possiamo essere infine noi stessi... Ecco il testo (naturalmente, o perché io non so fare, o perché il Beta Blog gratuito di Register è scadente, non riesco a rendere cliccabile la stringa seguente: dunque non vi resta che fare un taglia e incolla ;-) http://www.stefanoborselli.elios.net/news/archivio/00000459.html).

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Il colonnello igienista e le pappardelle al sugo di lepre

di ghinetto (16/06/2008 - 17:00)

Il colonnello igienista e le pappardelle al sugo di lepre
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 13 giugno 2008

L’editore Marcos y Marcos mi manda un libro, un libro un po’ strano. Si intitola Un’altra voce ed è un’antologia della poesia italiana contemporanea con traduzione a fronte in russo. Quaranta poeti italiani, una breve presentazione di ogni poeta, una poesia a testa – si suppone la migliore – la traduzione russa nella pagina accanto. Nomi noti, nomi diventati famosi scrivendo poesie, in un libro che sembrerebbe voler essere una specie di biglietto da visita della poesia italiana di oggi.
Non so, non so proprio. Con la poesia contemporanea mi sono sempre trovato imbarazzato, come con l’arte contemporanea. Sarà che non la capisco, sarà che è cervellotica, che è più la conclusione di un ragionamento che qualcosa da gustare con l’occhio e l’orecchio, sarà che Raffaello e Dante sono un’altra cosa, ma me ne sono sempre tenuto fuori. Nei musei d’arte contemporanea mi sento spesso come il fruttarolo Alberto Sordi alla Biennale di Venezia nel film Vacanze intelligenti.

 


Non sono il solo. Ascolto i giudizi della gente: non saranno tutti fruttaroli, ma i giudizi sono simili a quelli di Alberto Sordi. Tante persone “intimorite” da questa arte cervellotica, che si aggirano da un quadro all’altro cercando di dare un senso al biglietto pagato, cercando di capire e rischiando di sedersi su cosiddette “opere d’arte”.
E che se ne escono da quei musei con la convinzione che ci sono in giro un mucchio di ciarlatani e di imbroglioni, persone che spacciano per arte tutto quello che vogliono.
Che so, andate alla Tate Modern Gallery di Londra e trovate il Barattolo n. 4 dei novanta in cui l’artista italiano Piero Manzoni racchiuse la sua Merda d’artista nel 1961. I visitatori si affollano davanti a questo pezzo di merda - pardon, davanti a questo oggetto artistico – con espressioni quanto meno incerte. Nessuno di noi fruttaroli spenderebbe un euro per mettersi in casa un simile capolavoro artistico. E se poi si apre? Brrrrr, cacca di 50 anni fa, chissà come puzza!
A
ncor più certo è che non è tra noi fruttaroli che troverete il genio che ha speso 124.000 mila euro nel 2007 per comprare l’inimitabile Barattolo n. 18. Noi abbiamo il mutuo, i ragazzi all’università: la merda d’artista la lasciamo a chi se la può permettere…

Alcune poesie di questo libro ricordano quei barattoli.
Edoardo Sanguineti è forse più noto per la sua attività politica nel Pci che per le sue poesie sperimentali. Qui è presente con una poesia – ripeto, sarà la migliore della sua cinquantennale produzione se è stata scelta dal critico Franco Buffoni per rappresentarlo in terra russa – in cui compaiono versi memorabili: “tra poco atterro a Madrid:/ (in coda qui all’aereo, selezionati miei connazionali,/ gente d’affari, dicono numeri e numeri, mentre bevono e fumano, eccitati,/ agitatamente ridendo):/ vivo ancora per te, se vivo ancora:”.
Fine. Mah. Sconcerto.
La poesia di Flavio Santi la riporto tutta, per i lettori di stomaco forte.

Caro Gianni
- così inizia ogni lettera –
abbiamo battagliato come soldatini,
tanti sassolini,
le ragioni della poetica,
non auto-archiviamoci, non indulgiamo
alle magre vanità
chiudendoci in granai
mentre la realtà lei l’infame mietitrebbia
si lancia sulle messi…
l’acqua dei cessi sarà sempre più netta
di quella dei bei lavelli liberty…
dove si sciacqua il cazzo il colonnello,
la recluta ha le muffe e i pidocchi, ma
la carta su cui disegnate i piani di battaglia – pensa –
frollerà, mai il mio cuore di recluta
cinghia e scarpe rotte.
Rimbaud, fucile in spalla,
cacciava leopardi e rapaci mentre Verlaine
bagnava le labbra in un po’ d’assenzio
un’Europa assente nei bistrot serali.
Chi Rimbaud? Chi Verlaine?
Io pronome individualista darwiniano…
Ma questa domenica è così dolce
i colombacci sul tetto d’ardesia
le foglie pendono a una minaccia d’aria,
possiamo lasciar perdere, tirare fino a sera,
per una volta nelle planimetrie della battaglia
le ragioni dei colonnelli cedono ai pidocchi
delle reclute…

Boh. Che altro dire?! Che altro direbbe il fruttarolo Alberto Sordi costretto dai figli laureati a sorbirsi la merda d’artista?! Me lo immagino, con la sua risata contagiosa, dopo essere uscito dalla Biennale ed aver buttato a mare la dieta cui l’hanno costretto i figli colti: “Che dici Augusta? – dice alla moglie fruttarola al tavolo del ristorante veneziano – Ce le facciamo artre du’ pappardelle ar sugo de lepre?” Ma certo – risponde lei -. Sono a fine de’ monno. Cameriere! Artre du’ pappardelle. Se non artro, pe’ fa’ dispetto a nostri figli che ce vonno fa’ impara’ l’inglese, che manco sappiamo l’italiano”. “Bisognerebbe fargli un monumento a quei due” – riconosce la principessa seduta al tavolo di fianco ad Alberto Sordi, dopo aver rinunciato al prosciuttino magro e aver affondato per la prima volta la forchetta nelle pappardelle. Che la poesia italiana dopo le “magre vanità”, l’”assenzio” e i “pidocchi della recluta” – per non parlar del colonnello - aspetti le sue pappardelle al sugo di lepre?
 


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A t’ voj ben

di ghinetto (02/06/2008 - 17:01)

A t’ voj ben
di Giuseppe Ghini
"La Voce di Romagna", 8.2.2008

Qualche tempo fa scrivevo dello “spagogn”, il tipo di romagnolo rustico, scontroso, quello che rifiuta i complimenti e gira l’angolo non appena il discorso diventa troppo sentimentale e sdolcinato. Ora trovo una nuova conferma di questo tratto romagnolo in un libro di “modi di dire” e indovinelli in dialetto raccolti da Libero Ercolani, laddove tratta il vocabolo “moglie”. Scrive Ercolani:
“ ‘Su mê’: Sua (o loro) madre. La moglie. Il vecchio romagnolo difficilmente diceva: ‘mia moglie’; altrettanto difficilmente la indicava con il nome di battesimo. Ricorreva all’espressione ‘su mê’, indicandola indirettamente come la madre dei propri figli.
‘Cla dòna ch’a j ho a ca’: Quella donna che ho a casa. Un altro giro di parole con il quale il vecchio romagnolo evitava di dire: ‘mia moglie’. Così come per non dire ‘ti amo’ (‘amare’ non esiste nel dialetto romagnolo) diceva ‘a t’ voj ben’, ti voglio bene. Forse perché ‘ti amo’ per il suo carattere era troppo raffinato”.
Fin qui Ercolani, il quale, conseguentemente, nel suo “Nuovo Vocabolario Italiano Romagnolo” non riporta il verbo “amare”, traduce “amante” con “amig” e “amoreggiare” con “smurusêr”.
Fa riflettere questa nostra natura scontrosa di romagnoli, questo rivoltare la lingua per evitare di dire “ti amo”, quasi fosse l’ammissione di un’imperdonabile debolezza, una resa disonorevole, per giunta a beneficio di una donna. Si sente qui l’eco dello spirito romagnolo indipendente (e un po’ misogino) che rifiuta di mostrarsi incatenato, aggiogato. Poi – è facile immaginare – una volta chiusa la porta e lasciata la curiosità dei vicini fuori di casa, le presunte indipendenze venivano probabilmente chiarite, le gerarchie ristabilite. Sia chiaro: non senza pagar pegno, non senza lotta. Oggi diremmo che il matrimonio romagnolo doveva essere “challenging”, per dire che era anche una sfida, una contesa d’amore, che non era il magico incastro raccontato dalla letteratura romantica. No; come tutte le relazioni autentiche richiedeva un paziente lavoro di lima e di pialla per smussare gli spigoli e addolcire i caratteri. Il matrimonio non era una telenovela e “ti amo” non era una frase banale, che si può dire a chiunque, più volte.
In compenso, in questo “a t’ voj ben” era implicito l’amore come frutto della volontà, come il “volere il bene” dell’altro. In un mondo dove i genitori hanno rinunciato a indicare ai figli qual è il loro bene e i politici non si vergognano di nulla e tutto giustificano perché “non è penalmente perseguibile”; in una società in cui la massima fondativa della morale “Amicus Plato, sed magis amica veritas” (Mi è amico Platone, ma mi è più amica la verità) viene regolarmente rovesciata nel suo opposto (“Prima gli amici indipendentemente dal loro valore”) e in cui la volontà sembra che non abbia a che fare con il matrimonio (“Cosa ci potevo fare? Mi sono innamorato”), il vecchio romagnolo che a fatica tira fuori un onesto “ti voglio bene” ci sta davvero simpatico.
Pensa che il bene esista, ha di mira il bene, il bene suo e della moglie. È riservato, non si svende, ha una sua interiorità, non è a disposizione della prima sventola che passa. E un giorno, ormai da vecchio, vincendo infine il proprio pudore, si avvicinerà a sua moglie, e quando ormai lei non ci conterà più, le sussurrerà all’orecchio: “Ti amo”. E lei, con il sorriso di chi la sa lunga gli risponderà: “Al saveva nêca prêma” (Lo sapevo già).

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