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Anche i comunisti hanno una fede

di ghinetto (11/09/2008 - 17:46)

Anche i comunisti hanno una fede
da "La Voce di Romagna", 5 ottobre 2007

Cent’anni fa, nell’inferno di Capri, e precisamente in una catapecchia che si affaccia sulla Marina Piccola e che aveva nome Villa Blaesus (o Villa Settanni, dal nome del proprietario),
lo scrittore proletario Maxim Gor’kij dava forma compiuta allo strano movimento politico-culturale dei “Costruttori di dio” (“dio” rigorosamente con la minuscola).
Gor’kij era a quel tempo un affermato scrittore e viveva a Capri con una corte di intellettuali russi e la compagna Marija Andreeva (una stupenda attrice. Quando si dice la sfortuna!). Di lì a poco avrebbe cambiato abituro (la Marina Piccola viene facilmente a noia e Villa Blaesus era un vero cubicolo) e, con grande spirito di sacrificio si sarebbe trasferito a Villa Spinola che affaccia sulla Marina Grande e poi a Villa Serafina (si sa: la vita di uno scrittore comunista è un perenne calvario…). Il suo durissimo esilio (volontario) in quella specie di chiavica grigia e deprimente che doveva essere Capri all’inizio del secolo scorso, sarebbe durato 7 lunghi, penosissimi anni…
Ma aldilà della commozione sincera che la condizione del povero Gor’kij può suscitare nel lettore sentimentale, interessa qui riprendere l’intuizione che caratterizzò appunto i “Costruttori di dio”, Gor’kij e il futuro ministro dell’istruzione sovietica Anatolij Lunacharskij. L’idea si andò sviluppando appunto tra la fine del 1907 e il 1908 era che il comunismo fosse nient’altro che una religione, la “religione del popolo”. Gor’kij la espresse soprattutto nei suoi romanzi tra cui “Confessione” pubblicato in tutta Europa – ma non in Russia – nel 1908; Lunacharskij, dal canto suo, in opere più filosofiche come “Religione e socialismo” (1907) e in pièce teatrali come “Faust e la città” (completato nel 1908, vide la luce dopo molte revisioni dieci anni dopo).

La potente scena finale di “Confessione” spiega bene questo mito del popolo che diventa esso stesso “dio”, anzi che “si costruisce come dio”. Il protagonista che per tutto il lungo romanzo ha cercato “la fusione con la forza divina” viene infine trascinato da un fiume di folla che si attende il miracolo di una paralitica. “Provavo – racconta il protagonista in prima persona - all’unisono con tutti, un’indicibile brama che lei si alzasse, non già per me stesso, e neanche propriamente per lei, ma per qualcosa d’altro, di diverso, di fronte al quale tanto lei che io eravamo semplici piume nella vampa d’un incendio. […] La folla sussultò, barcollò e, con mille voci confuse, esclamò: - Dritta sulle gambe! Aiutatela! […] Cammina, - le urlava il popolo – cammina! Ricordo quel viso impolverato, tutto in sudore e in lacrime, sul quale, imperiosamente, attraverso il pianto che lo inondava, sfavillava una forza misteriosa: quella fede nella propria potenza, che crea i miracoli. […] L’emozione l’agitava, le fremeva la persona, ma le mani le restavano ben protese in avanti, e con esse si sorreggeva all’aria, a quell’aria così satura della gran forza del popolo: e d’ogni parte, contemporaneamente, centinaia d’occhi splendenti la sostenevano”.
L’anelito di comunione, il desiderio di non essere solo che ognuno di noi sente in modo più o meno forte diventa qui la passione fondamentale dell’uomo. In questa “religione sostitutiva” la “fusione con Dio” di cui parlano i mistici cristiani in pagine infiammate è rimpiazzata dalla “fusione con il popolo” raffigurata in una pagina altrettanto incandescente. Coerentemente, la contemplazione della natura ormai non è più contemplazione di un’opera del Creatore, ma del popolo.
“A notte alta, me ne restavo seduto nel bosco a specchio del lago, di nuovo solo, ma ormai per sempre e indissolubilmente legato con tutta l’anima al popolo, dominatore e demiurgo della terra. […] La vidi così, la madre mia, [la terra], nello spazio fra gli astri, guardare orgogliosa dagli occhi dei suoi oceani verso le profondità e le lontananze; la vidi simile a una coppa ricolma di rosso, inesauribilmente ribollente, vivo sangue umano; e vidi, insieme, il dominatore di essa: il popolo onnipossente, immortale”. Al protagonista del romanzo non resta altro che sciogliersi in un nuovo Credo che ha al suo centro il popolo: “Tu sei il mio Dio e il creatore di tutti gli dei, tu che li tessi traendoli dalle bellezze del tuo spirito, nella fatica e nel tumulto delle tue ricerche. E che non vi sia al mondo altro Dio fuori di te, giacché tu sei l’unico Dio, quello che compie miracoli. Così, io credo e confesso”.

Lenin, che era in stretto contatto con Gor’kij, criticò aspramente lo scrittore e decise poi di andarlo a trovare a Capri l’anno successivo.
Lenin, rigido e arido rappresentante in terra russa del “comunismo scientifico”, non poteva infatti tollerare questo strano connubio tra religione e marxismo. Non poteva tollerare che venissero rivelate in modo così aperto le motivazioni religiose di tanti comunisti.
Non si aspettava certo che, contro la sua volontà, il suo corpo fosse imbalsamato e conservato in un mausoleo al centro di Mosca nel 2007. Proprio come una reliquia cristiana.

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