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Il brindisi di papa Ratzinger alla cultura europea

di ghinetto (19/09/2008 - 16:22)

Il brindisi di papa Ratzinger alla cultura europea
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 19 settembre 2008

Nel suo recente incontro con il mondo della cultura francese al Collège des Bernardins, papa Benedetto ha parlato delle radici della cultura europea. E ha così “necessariamente” fatto riferimento al monachesimo. Se l’obiettivo dei monaci – ha spiegato il papa – era la ricerca

dell’unica cosa essenziale, la ricerca di Dio, tuttavia il fatto che Dio stesso si fosse espresso con parole, li obbligò a coltivare e sviluppare le scienze profane, in particolare la cultura dell’interpretazione della parola, l’esegesi.
Di qui, a cascata, nacque l’esigenza di scuole per trasmettere le conoscenze acquisite e di scrittorii dove copiare i libri, come pure di biblioteche dove conservare i testi fondamentali della cultura europea.
Ma non era sufficiente. Sorse infatti l’esigenza di esprimere quella stessa “parola di Dio” in forma cantata, ciò che portò a gettare le basi della musica occidentale.
D’altro lato, il fatto che il Dio cristiano – come quello del popolo ebraico e a differenza dell’essere supremo greco-romano – fosse un Dio Creatore, portò “naturalmente” i monaci ad elaborare una cultura del lavoro come partecipazione dell’uomo all’atto creativo, dell’azione perfetta di Dio. Ora et labora: questo il sintetico programma di san Benedetto, il fondatore del monachesimo occidentale.
Parlando della musica, papa Benedetto cita san Bernardo di Chiaravalle – fondatore dell’ordine cistercense – il quale condanna in un modo che a noi sembrerebbe eccessivo i monaci che cantano male. “I monaci con il loro pregare e cantare devono corrispondere alla grandezza della Parola di Dio loro affidata, alla sua esigenza di vera bellezza” – spiega il papa. Esigenza alta, da cui nasce la scala naturale scoperta dal monaco Guido D’Arezzo, la perfezione del canto Gregoriano, ma anche il canto delle chiese della Baviera di papa Ratzinger, chiese in cui tutti, ma proprio tutti, sanno cantare, cantare in coro, pregare cantando. Nel mezzo di un’Europa sconvolta dalle invasioni barbariche, i monasteri mantennero accesa la luce della civiltà, della cultura della parola, della cultura del lavoro, della musica, della bellezza.
Sono appena tornato dalla Grecia. La Grecia – chi la conosce, lo sa – non è propriamente un gioiello di ordine e di efficienza. Vai nel principale museo della civiltà minoica a Creta e trovi chiuse venti stanze su ventuno; il Museo dell’Arte bizantina è in una chiesa in restauro da anni; a Santorini i siti archeologici sono inaccessibili a causa di un vecchio terremoto; le condizioni di Eleusi lasciano a desiderare… Dovunque, poi, in Grecia le case presentano un che di non finito, di disadorno: dai tetti a terrazza delle case spuntano come antenne barre di ferro per agganciarvi il cemento armato di un possibile ulteriore piano; da ogni parte scheletri di case al grezzo deturpano panorami bellissimi in attesa di improbabili compratori.
Poi, in qualche angolo di questa Grecia trascurata e un po’ sfigurata ti imbatti in un monastero. Te ne accorgi qualche chilometro prima di vederlo, te ne accorgi dall’ordine dei campi, dalla pulizia che li circonda. Non è un caso. Come nel caso dei monasteri occidentali, anche nella Chiesa ortodossa i monasteri costituirono una luce in secoli di buio. Ne fanno fede i giardini che – nella Chiesa latina come in quella ortodossa – abbelliscono il chiostro monastico: generazioni di monaci hanno qui raccolto alberi ornamentali e fiori, riservando ai frutteti e agli orti di erbe officinali e aromatiche spazi ordinati appena fuori delle mura.
In occidente il giardino per essenze aromatiche – il cosiddetto viridarium – è da secoli un vanto di monaci e padri che ne traggono spesso ottimi liquori di erbe.

Il modello di questi giardini è niente meno che il Giardino terrestre, il Paradiso. Conseguentemente, non può mancare il melo, tradizionalmente associato ad Adamo ed Eva. Nel monastero Jur’ev di Novgorod, vicino a San Pietroburgo, le varietà di melo erano centinaia e l’abilità dei monaci di coltivare piante da frutto a quella infausta latitudine era proverbiale. Non a caso, già in un testo russo del XIII secolo si parla di “frutteti monastici”. La lista potrebbe continuare a lungo, dai giardini interni dei college di Oxford e Cambridge – che originariamente erano dei monasteri accademici – alle straordinarie soluzioni idrauliche del Monastero delle Isole Solovki che consentirono di abitare una zona ai limiti del disumano. Ovunque, monasteri e conventi hanno portato la parola di Dio e insieme un’altissima cultura umanistica e tecnica. La lista che potrebbe esemplificare il bellissimo intervento del papa bavarese sarebbe troppo lunga. Non si può però passare sotto silenzio la cultura della birra. Le migliori birre del mondo vengono da sette monasteri Trappisti (sei in Belgio, uno in Olanda), la preziosa denominazione “birra d’abbazia” è tutelata da regole rigorose, e mastri birrai monaci e frati hanno creato per la gioia dei tedeschi le famose Paulaner, Augustiner, Franziskaner, Weihenstephaner.
Prosit, papa Ratzinger. Un brindisi alla cultura europea!   

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