Ottobre 2008

DLMM GVS
1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30 31

Tag

Ultimi commenti

Ultimi post

Diffondi i contenuti

Condividi i contenuti

De.licio.us
Archivio Ottobre 2008
Pagine:

Non tutto l'osceno vien per nuocere..

di ghinetto (20/10/2008 - 13:09)

Dottore, dottore, dottore…
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 17 ottobre 2008


La mia aula di lezione, come pure il mio studio all’Università di Urbino, si affaccia su Piazza Rinascimento, sul Palazzo Ducale.
Ne sono molto orgoglioso. Non credo che ci siano colleghi veneziani che aprono le finestre su Piazza san Marco, o professori universitari senesi che fanno lezione sulla Piazza del campo. Ogni tanto, però, durante il periodo di tesi – che vuol dire alcuni giorni ogni mese, dati i diversi calendari delle facoltà – la lezione viene interrotta da urla che provengono dalla piazza: “Dottore, dottore, dottore dal b… del c.., vaffanc.., vaffanc.., vaffanc..”. È il coro che accompagna i neolaureati e che i sottili vetri della finestra certo non riescono a schermare. Gli studenti mi guardano dubbiosi sulla faccia da fare, data l’improvvisa irruzione del linguaggio osceno nell’aula universitaria.
L’altro giorno mi sono preso la rivincita. Parlavo del comico, della cultura comica popolare del Medioevo e del Rinascimento. Parlavo delle sue origini religiose, della sua connessione con il “riso rituale”, con i riti in cui il sacro si manifestava con una risata. E riferivo delle ricerche di un grande storico russo della cultura, Michail Bachtin,
sul carnevale e sul “carnevalesco”. Pur con alcune esagerazioni e alcuni debiti nei confronti degli schemi storici marxisti, Bachtin fa una scoperta molto interessante: e cioè che gli spettacoli legati al carnevale, la letteratura comica latina e volgare del Medio Evo e le singole espressioni di quella cultura avevano un carattere ambivalente. Scherzi, lazzi, derisioni non avevano soltanto – come oggi avviene – un carattere negativo, offensivo. Tutt’altro: a quel lato negativo era sempre associato un lato positivo, augurale.
Per quanto a noi possa sembrare strano, quando nel Medioevo ciò che è elevato, ciò che è posto in alto – la cultura alta, la filosofia, ma anche il volto, la testa – veniva associato a ciò che è posto in basso – lo scherzo plebeo, la commedia, ma anche il sedere, gli organi sessuali – questo non aveva un significato solo negativo. In questo modo infatti l’oggetto della “imprecazione-augurio”, della parodia veniva seppellito ritualmente, fatto morire perché potesse ritualmente rinascere, risorgere.
Per gli uomini del Medioevo, che in parte dell’Europa conoscevano ancora i riti di morte e rinascita pagani, ma che soprattutto avevano familiarità con la morte e la resurrezione di Cristo, questa ambivalenza della parola, del gesto, dello spettacolo dovevano essere qualcosa di naturale. Non a caso Bachtin riferisce di monaci che nel lungo carnevale medioevale – nelle grandi città poteva durare anche tre mesi – componevano parodie di quelle stesse liturgie che celebravano con grande fede. Lo testimoniano le decine e decine di parodie sacre, di “joca monacorum”, la famosa parodia della Bibbia intitolata “Coena Cypriani”. Non erano schizofrenici, questi monaci e frati. Semplicemente nella loro visione del mondo comico e serio coesistevano. Il comico non era ancora stato espulso dalla vita delle persone per rimanerne ai margini.
I miei studenti stanno ad ascoltare attenti, stupiti quasi. Continuo risalendo indietro ai motivetti di carattere osceno e beffardo che a Roma erano riservati al generale vittorioso portato in trionfo.
Il fenomeno doveva essere antico e fondato, se Livio ne parla per un trionfo sugli Equi del V sec. a.C. e un altro storico romano, Svetonio, testimonia che lo stesso Cesare, amatissimo dalle sue truppe, durante le cerimonie trionfali venne più volte sottoposto ai lazzi ingiuriosi e canzonatori dei soldati. Erano ingiurie e dileggi rituali che ricevevano anch’essi il loro significato da una percezione ambivalente del mondo, dove il morire è sempre legato al rinascere, l’offesa – all’augurio.
Parole e gesti lontani, che sanno di una cultura ambivalente che oggi non conosciamo praticamente più. Tranne che in qualche isolata sopravvivenza, come spiego ai miei studenti. E una di queste sopravvivenze ripetute inconsapevolmente è proprio quel coretto osceno che gli studenti intonano per il neolaureato, dopo avergli posto sul capo la corona d’alloro e avergli consegnato un mazzo di fiori come a un degno vincitore. Dottore, con tanti auguri.


Tag: Carnevale,Laurea,Urbino

Vota questo post