Gioele dixit: il comico nasce dal dolore
Gioele Dix in cattedra a Urbino
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 24 gennaio 2009
Quest’anno, il mio corso di letteratura russa all’Università di Urbino ha avuto come tema il Comico in Gogol’, l’autore delle “Anime morte”, del “Revisore” e del “Cappotto”. È un corso standard nel curriculum di un professore di letteratura russa. Con due eccezioni. La prima è che un modulo del corso è stato tenuto dagli studenti stessi, che hanno letto diversi libri di studiosi del comico (Pirandello, Bergson, Bachtin ecc.) e hanno provato ad applicarne le tesi alle opere di Gogol’.
La seconda innovazione è stata che, cercando dei riferimenti all’attualità per vivacizzare la lezione, ho pensato a Gioele Dix. Ho pensato a Gioele Dix e ho scritto una e-mail al suo ufficio stampa. «Caro Gioele Dix, sono un professore ecc. ecc. Quest’anno tengo un corso il cui oggetto principale è quella percezione della realtà in cui il riso è unito alle lacrime, e il comico e il serio si presentano come due lati di un'unica comprensione del mondo. Mentre questa forma di comprensione del mondo era piuttosto diffusa nei secoli passati, oggi è praticamente scomparsa a favore di comprensioni unilaterali della realtà: o completamente comiche, o completamente serie. Uno dei pochi esempi rimasti e che ho proposto ai miei studenti è rappresentato dal suo spettacolo e libro “La Bibbia ha quasi sempre ragione”.
La mia impressione è che lei creda nella Bibbia e contemporaneamente sappia sorriderne, addirittura riderne.
Questa mail è per vagliare la sua disponibilità a tenere una Lezione Accademica ai miei studenti all'Università di Urbino nei prossimi mesi». Firmo la mail, e la lancio nel vuoto di internet con poca speranza, anzi nessuna. Chi sono io per chiedere a Gioele Dix di fare una lezione? E perché dovrebbe scomodarsi? E chissà quanto vuole?
Passa un giorno e MR dell’ufficio stampa di Gioele Dix risponde: “Caro professore, Gioele sarebbe felice di accettare il suo invito”. Casco dalla sedia. Cos’è successo? Nelle mail successive prosegue il mondo alla rovescia: “Gioele la ringrazia infinitamente per la disponibilità di tenere questo incontro”. Tra l’altro, non vuole nessun compenso. Sto sognando, evidentemente. E con me sognano i miei studenti, improvvisamente catapultati da San Pietroburgo a Zelig, da Gogol’ a Gioele Dix.
*
L’altro giorno – l’incontro. Straordinario. Umanissimo. Comicità e vita, racconti di successi e fallimenti. Racconto di uno sguardo sul mondo che è il suo, di Gioele, uno sguardo in cui ciò che è comico nasce dal dolore («Comico e tragico attingono allo stesso baule del dolore, se tutto andasse bene i comici non avrebbero materiale»).

Gli studenti, arrivati a Urbino per l’occasione – in università è periodo di esami e per uno studente in questa situazione, si sa, anche due ore sono tempo preziosissimo… - sono incantati. I professori che partecipano all’incontro, qualcuno con qualche prevenzione, sono ancora più incantati. Non dal personaggio: Gioele non ha nessun atteggiamento da primadonna, non conosce il distacco, la superiorità rispetto alla platea. Anzi, spiega che il passaggio dal teatro di prosa al cabaret è stato per lui anzitutto il passaggio da un pubblico solo intuito per i colpi di tosse nel buio della sala, a un pubblico in piena luce che fa battute e che partecipa allo spettacolo. Sono incantati – dicevo – non dal personaggio, ma dalla persona che racconta e parla e spiega i dettagli delle sue scelte. Racconta con grande umiltà per un’ora e mezzo, volata via in un soffio. Racconta com’è nato il personaggio dell’Automobilista in….ato: l’accorgersi di diventare aggressivo per il traffico folle delle grandi città e lo scoprire che questa aggressività è comune a tutti gli automobilisti, è valore condiviso che il comico “vede” e di cui si fa interprete (a proposito degli occhiali neri spiega: «Temevo che potessero allontanarmi dal pubblico: invece no. Hanno funzionato come la maschera nella commedia dell’arte, la maschera che annulla il singolo e permette a tutti di riconoscersi nel personaggio»).

Il suo intervento, mi fa notare poi una professoressa esperta di teatro, «è stato l’intervento di un comico che parlava come uno scrittore dotato di notevoli capacità critiche. Misurato, intelligente, ha privilegiato l’ironia sottile al facile consenso ottenuto con le battute». Non che le battute non ci siano state, s’intende, però erano mescolate alla riflessione maturata col suo stesso lavoro di comico: un comico maturo che esponeva con serietà e comicità insieme il suo sguardo ambivalente sul mondo.
Le domande si alternano alle spiegazioni. «La sua spiegazione sulla differenza tra teatro drammatico e tragedia – mi confida una raffinatissima filologa del mio ateneo – non se la dimenticheranno più, gli studenti che erano presenti». Veniamo al dunque, a quella forma di comico che non presenta un riso che deride, che abbassa l’oggetto della risata, un riso di superiorità (come notava già Thomas Hobbes nel Seicento); una forma di comico che non è neanche il comico leggero, la barzelletta pura e semplice. Parliamo cioè di quello sguardo sulla realtà in cui la compassione si sposa all’ironia: Akakij Akakievich – l’impiegatuccio protagonista del “Cappotto” - contemporaneamente preso in giro e commiserato da Gogol’; Alberto Tomba - critico d’arte (indimenticabile personaggio di «Mai dire gol» della Gialappa’s) contemporaneamente interprete della rivolta dell'uomo della strada contro le astruserie della critica d’arte e sempliciotto ridicolizzato perché non capisce nulla di pittura.

Gioele racconta della scoperta della sua ebraicità, del rispetto e dell’affetto che nutre per la Bibbia e della contemporanea possibilità di riderne, nell’ambito di quella perenne discussione del testo scritto che caratterizza la cultura ebraica.
Dice che questo suo modo di parlare della Bibbia è stato apprezzato anche dal Card. Bertone che l’ha invitato a Genova («Dica tutto quello che vuole – si è raccomandato. – Solo non li faccia ridere troppo: dopo devo parlare io») e dal grande biblista Gianfranco Ravasi. Segno che “ridere” della Bibbia è possibile, che il detto «scherza coi fanti, ma lascia stare i santi» vale solo per le persone schematiche, ingessate in una società formale.
Compassione e comicità, empatia e sorriso: sì, può avvenire, in un clima di grande affetto, in famiglia, tra amici non permalosi. Gioele Dix ne è la dimostrazione.
L’etica della vicenda Kakà
L’etica della vicenda Kakà
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 23 gennaio 2009
Il trasferimento di Kakà al Manchester City è stato il tormentone della settimana. Vale la pena parlarne. Ma c’è una riflessione ancora più importante della rinuncia di Kakà al mucchio di soldi offerto dalla squadra di calcio inglese. La cosa più interessante non è se Kakà abbia rinunciato per un ideale, oppure perché condizionato da Berlusconi, o perché spera nel rilancio dell’offerta da parte del Real Madrid o per mille altri motivi che i soliti dietrologi (interisti) hanno immediatamente individuato con assoluta certezza. La cosa più importante non è neanche se Kakà finirà poi effettivamente per giocare in Italia, in Inghilterra o in Spagna.
No. La cosa più interessante è la nostra unanime reazione davanti alla vicenda. Nel senso che, a parte gli invidiosi – gli invidiosi della potenza calcistica milanista, come pure gli invidiosi di questo talento giovane, bello, ricco, nonché felicemente sposato – dicevo, a parte gli invidiosi che non riescono a esprimere un giudizio sereno sulla sua rinuncia, tutti gli altri sono unanimi: Ricardo Kakà ha fatto bene. Come mi confermavano interisti e juventini non invidiosi questo non è un sentimento esclusivo dei milanisti. Tutti sono d’accordo: bravo Kakà.
Ora, mi chiedo. Perché questa reazione unanime? Il motivo è uno solo: noi siamo felici perché un uomo ha dimostrato che i soldi non sono tutto nella vita. Un uomo a cui era stata fatta un’offerta favolosa, ha dimostrato che si può rinunciare anche ad una montagna di soldi. Che ci sono altre cose che valgono più dei soldi. Vorrei anche dire che quando queste cose le dice Berlusconi, be’ perdono un po’ di significato… Ma – Berlusca o mica Berlusca – tutti noi abbiamo fatto il tifo perché Kakà, per una settimana diventato una sorta di eroe universale – vincesse la tentazione.
Sì, ci siamo detti in cuor nostro. C’è qualcosa che vale più dei soldi. E tu, Kakà, lo devi dimostrare davanti all’offerta più generosa mai fatta ad un calciatore. Cosa c’era sull’altro piatto della bilancia? In realtà su quel piatto immaginario noi avevamo messo molto di simbolico e poco di reale: la maglia del Milan, la fedeltà a un gruppo di amici, alla squadra che lo ha valorizzato…
Per una settimana abbiamo fatto finta che non si trattasse di un gruppo di professionisti dai guadagni spropositati, professionisti ognuno dei quali fattura come un’azienda di dimensioni non banali. Abbiamo invece immaginato un calcio inesistente, mitico, che non esiste più, ma che forse per questo è desiderato con ancora maggiore nostalgia. Il calcio di tanti anni fa, quando davvero una squadra era un gruppo di ragazzi e non una consociata di aziende, il calcio in cui Gigi Riva rinunciava a trasferirsi alla Juventus di Agnelli per restare a Cagliari, a condividere la sorte dei sardi. E rinunciava così a soldi e fama.
Il caso di Kakà è diverso. Kakà non rimane in Sardegna, rinuncia a mezza barca di soldi per restare in una squadra vincente e non è neanche detto che da un punto di vista utilitaristico questa scelta, tutto considerato, sia la meno conveniente.
Ma, ripeto, non sta qui il nocciolo morale della vicenda. Il nocciolo sta nel nostro atteggiamento. Noi conosciamo la fatica di andare d’accordo, la fatica e la bellezza di raggiungere un risultato di squadra, di gruppo. Sappiamo quanto è esaltante “fare squadra”, e squadra scelta, di specialisti. Lo sappiamo noi e lo sanno anche tutti i registi e i romanzieri che da secoli inventano storie su un gruppo di uomini scelti: dai “Cavalieri di Re Artù” a “Una sporca dozzina”, da “I tre moschettieri” a “CSI”, dalla ”Compagnia dell'anello" ai “Fantastici quattro”.
E per una settimana abbiamo voluto vedere nel Milan un gruppo di specialisti, una squadra di questo tipo. E in Kakà l’eroe capace di sputare sui soldi – sull’offerta che non si può rifiutare – in nome di quell’amicizia, di quei legami di squadra.
È così: noi vogliamo identificarci in qualcuno capace di sputare sui soldi. Anche chi in realtà è lì col cappello in mano davanti a 100 euro, anzi lui più di tutti vuole identificarsi in qualcuno capace di sputare sui soldi. È il segno che la morale, la morale vera, intesa rettamente, non è imposta dall’esterno, da un’autorità che ci è estranea. La morale viene da dentro di noi. Non ci ha detto papa Ratzinger – che, peraltro, sulla vicenda ha scelto il silenzio stampa - di tifare per il nobile rifiuto di Kakà. Ce lo ha imposto la morale che abbiamo dentro il nostro cuore. Dove sono scolpiti i valori per cui vivere e morire.



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