Quel sottile veleno contro il matrimonio…
Quel sottile veleno contro il matrimonio…
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 1 maggio 2009
Nel 1939 lo svizzero Denis de Rougemont pubblicava un libro di straordinaria acutezza, L’amore e l’Occidente.
Partendo da Tristano e Isotta, l’autore ripercorreva il mito dell’amore-passione nella letteratura europea. «Se l’Occidente venisse giudicato solo dalla sua letteratura – scriveva de Rougemont – apparirebbe dedito solo all’adulterio». Se dovessimo dar retta ai testi della letteratura europea, infatti, sembrerebbe che l’amore per essere vero, autentico dovesse essere costitutivamente e pregiudizialmente CONTRO il matrimonio, al di fuori del matrimonio. Dovesse cioè essere - questa la tesi dello scrittore – legato a una passione autodistruttiva.
«Questo mito – affermava ancora il pensatore svizzero – si intravede nella maggior parte dei nostri romanzi e film, nel loro successo, nella compiacenza che si risveglia nel cuore dei borghesi, dei poeti, dei mal accoppiati, delle signorine che sognano amori miracolosi. Il mito agisce ovunque la passione d’amore è sognata come un ideale, non già temuta come una febbre maligna; ovunque la sua fatalità sia immaginata come una bella e desiderabile catastrofe, e non già temuta come una catastrofe».
È vero. Non è difficile dimostrare come la maggior parte delle storie d’amore nella letteratura europea riguardi un amore passionale che distrugge matrimoni, famiglie, vite. E che, laddove invece conduce al matrimonio, si ferma al nastro di partenza, si chiude con la festa di nozze. Così, da un lato, non si contano i romanzi di passioni adulterine, da Madame Bovary all’Amante di Lady Chatterley, da Anna Karenina 
all’Ulysses di Joyce, mentre I promessi sposi, straordinario romanzo d’amore, si chiudono proprio quando il matrimonio è finalmente possibile. Con tutto ciò, evidentemente, l’amore matrimoniale rimane un tabù.
Dalla letteratura alle serie televisive. Chi ha dato anche solo un’occhiata alle serie televisive americane che inondano i nostri palinsesti avrà notato che non ce n’è una che non presenti professionisti di altissima qualità che hanno situazioni familiari e relazionali terrificanti. Sembra anzi che il modello antropologico diffuso da queste serie abbia proprio questa doppia caratteristica: ottimo nella professione, pessimo nelle relazioni.
Qualche esempio.
Il dr. House, geniale primario di diagnostica, misantropo al punto da non visitare quasi mai i suoi pazienti, tratta malissimo i suoi collaboratori e allievi, ha relazioni affettive solo occasionali dopo i 5 anni passati con Stacy, è un asociale, dipendente da oppiacei, in compenso è grande appassionato di videogiochi e di siti porno su internet.
L’agente Gibbs di NCIS, da quanto sappiamo, ha avuto almeno 4 
mogli, tutte rosse di capelli e altrettante importanti relazioni sentimentali. Jack Malone, l’ottimo capo della squadra di Senza traccia, ha divorziato dalla moglie avvocato che non vedeva mai a causa dei ritmi di lavoro, ragion per cui le due figlie sono state affidate alla madre; ha avuto una relazione con un’agente, poi con la vedova di un altro agente, con cui ha avuto un figlio morto per aborto spontaneo, si è di nuovo messo con la prima agente bionda, ecc. Non è necessario soffermarsi su E.R. dove tutti, medici e infermieri, sembrano vivere letteralmente solo dentro l’Ospedale, senz’altra relazione affettiva e sociale, e dove cambiano periodicamente partner fino ad esaurimento dei rappresentanti dell’altro sesso (ma non solo). Alla fine, tutti vanno con tutti.
Curiosamente, nella vita reale i protagonisti di queste serie hanno una vita sentimentale molto più regolare. Naturalmente, mi rendo conto dei limiti di un confronto tra la “vita” di questi personaggi e la vita reale degli attori che li impersonano, e che avrebbe più senso confrontarli statisticamente con i medici, i detective ecc.. Probabilmente è vero. Tuttavia, dato che il mondo del cinema ha fama di essere perfino più disastrato di quello dei medici e degli agenti di polizia da questo punto di vista, anche un confronto con gli attori reali può essere interessante.
Dunque, Hugh Laurie – il dr. House – è felicemente e tranquillamente sposato con una sola moglie e tre figli. Mark Harmon – l’agente Gibbs – è sposato una sola volta e ha due figli; in passato si è preso cura dei figli della sorella drogata, e, dopo che questa ebbe divorziato, ha cercato di ottenere la custodia del figlio di lei, Sam, per assicurargli un migliore ambiente familiare. 
Kerry Weaver la dottoressa lesbica di E.R., che nella fiction dopo una prima relazione con una dottoressa inglese, si accompagna ad una vigilessa del fuoco, cerca di avere un bambino con inseminazione artificiale, soffre per un aborto spontaneo, poi convince la compagna ad avere un bambino, è tranquillamente sposata con una marito, da cui ha avuto un bambino e ne ha adottato un altro. Neanche le altre due donne sono lesbiche: sono entrambe sposate e hanno figli. Insomma famiglie normali. Famiglie normali in un ambiente difficile come quello del cinema dove la normalità sembra non essere di casa.
Dalla letteratura ottocentesca alle fiction televisive americane, questo sembra essere il modello che ci viene proposto: eroi in cerca di una vita autentica, splendidi professionisti, pessimi nelle relazioni umane e affettive. Quasi che per essere un vero eroe e uno splendido professionista si dovesse necessariamente essere pessimi nelle relazioni umane e affettive. Come se l’uomo ricco di umanità e il genio nel lavoro dovesse necessariamente essere uno sregolato nella vita affettiva.
Gli ottimi attori che impersonano il dr. House e l’agente Gibbs e i medici di E.R. testimoniano che siamo di fronte a una versione del mito dell’amore antimatrimonialista e che invece si può essere contemporamente grandi professionisti e mariti fedeli, donne impegnate nel lavoro e splendide mogli.



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