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«Di’ pure, cara, ti sto ascoltando…»

di ghinetto (24/07/2009 - 09:01)

«Di’ pure, cara, ti sto ascoltando…»
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 26 giugno 2009


La scena è piuttosto abituale nelle nostre case. La moglie parla, racconta cose della giornata, se mai dei figli, cercando l’attenzione del marito. Il quale, mentre ascolta, sfoglia il giornale, oppure guarda la televisione. Lei, dubbiosa, gli chiede “Ma mi stai ascoltando?”. Lui pensando di rassicurarla, risponde. “Di’ pure, cara, ti sto ascoltando…”.
E lei si arrabbia.
Oppure, lui cerca di leggerle un articolo interessante che ha appena trovato sul giornale. Lei continua a girare per la cucina, a preparare questo, spostare quest’altro, fa rumore di stoviglie, lui prova ad alzare il tono di voce, poi si ferma e lei, precedendolo: “Di’ pure, caro, ti sto ascoltando…”. E lui si arrabbia.
Già, che fatica ascoltare!
In un fantastico libro che compie vent’anni proprio in questo 2009, Stephen Covey sviscerava il problema dell’ascolto tra le persone. Il libro, intitolato in inglese The Seven Habits of Highly Effective People, e malamente tradotto in italiano I sette pilastri del successo o Le sette regole per avere successo
è un  manuale obbligatorio per tutti i consulenti aziendali, quelli a cui i manager si rivolgono per acquisire o migliorare le loro competenze. Libro di grande successo, ha venduto in questi vent’anni oltre 15 milioni di copie, pur essendo snobbato dai programmi universitari che puntano a informare non a formare.
E siccome puntano a informare, nessuno in università insegna il Quinto comportamento abituale di Covey, il quinto abito-competenza che contribuisce alla formazione del leader, del manager: «Cerca prima di capire e poi di essere capito».
Ora, nota Covey, molto spesso noi ascoltiamo una persona non perché siamo desiderosi di sentire cosa ci dice, ma con un
atteggiamento che varia dall’ignorare, al fingere di ascoltarla, fino a quello che si chiama ascolto selettivo. Il marito che ascolta facendo il Sudoku, probabilmente, si colloca tra la finzione e l’ascolto selettivo. E così pure tutti i nostri “Di’ pure, che ti ascolto”, con un orecchio rivolto all’interlocutore e la mente a tutt’altro. Siccome capita anche a noi di essere ascoltati in questa maniera, sappiamo bene quanto sia irritante, quanto ci faccia arrabbiare questo “ascolto-non ascolto”, questa comunicazione a metà.
Sappiamo anche quanto sia poco soddisfacente l’ascolto di chi, in realtà, sta già pensando a cosa risponderci.
Non ci capisce pienamente, non ci sta neanche ad ascoltare, sta semplicemente aspettando il momento di intervenire nel nostro discorso con la sua argomentazione. È un ascolto molto vicino al monologo. Odioso!

L’unico vero modo di ascoltare – dice Covey, - è l’ascolto attento di chi vuole ascoltare, di chi vuole comprendere. È l’ascolto empatico di chi cerca di mettersi realmente nei nostri panni. Invece di prestare attenzione con un orecchio solo, quando ascoltiamo così siamo coinvolti con tutta la nostra persona, intelletto e volontà, mente e corpo: parole, sguardi, atteggiamento del corpo, se mai contatto fisico con le mani a comunicare la nostra vicinanza, la nostra partecipazione. L’altro sente che siamo vicini emotivamente, che seguiamo la logica del suo ragionamento, che teniamo a lui.
Covey aggiunge anche alcuni comportamenti tipici dei questo tipo di ascolto, il ripetere le parole di chi ascoltiamo se mai riformulandole, oppure l’esprimere ciò che l’altro prova: tutti atteggiamenti che richiedono, di partenza, la volontà di uscire dal nostro “io” e di immergerci almeno temporaneamente nella persona del nostro interlocutore. Altro che il distratto, lontano e irritante “Di’ pure, cara, ti sto ascoltando…”!
Solo a questo punto, sostiene Covey, il manager, il leader, il marito, la moglie, possono cercare di farsi capire. E, di nuovo, possono farlo guardandosi dal punto di vista altrui, deautomatizzando la percezione di ciò che propongono. Perché, anche qui, siamo talmente immersi nel nostro “io” che diamo per scontato che gli altri sappiano tutto ciò che noi sappiamo. Conseguentemente, capita spesso che non ci facciamo capire.
E invece, sarebbe semplice, per farsi capire, cominciare dal soggetto, mettere verbo e predicato al posto giusto e poi disporre gli argomenti in modo logico, semplice. Se mai riscoprendo i vecchi pregi della Retorica antica: inventio, dispositio, elocutio. L’arte del cercare gli argomenti, di come disporli e di come presentarli, arti spesso ignote anche a chi della scrittura ha fatto il suo mestiere.

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Il gen. Anders e la Madonna di Czestochowa

di ghinetto (01/07/2009 - 08:58)

Dalle Memorie del gen Anders.

Nel febbraio del 1940 mi trovavo incarcerato alla Lubjanka, il carcere della Polizia politica (NKVD, poi KGB) al centro di Mosca. I carcerieri mi trovarono una Medaglia della Madonna Nera, me la tolsero e la calpestarono dicendo: “Vediamo un po’ se questa prostituta può esservi d’aiuto in un carcere sovietico!”. Molte volte in carcere feci sogni in relazione a questa medaglia. Continuavo a vedere il piccolo viso di Nostra Signora di Czestochowa, tanto simile a quella di Santa Teresa. Sentii la sua costante protezione su di me. Più udivo i sogghigni di quei senzadio attorno a me, più profonda si faceva la mia fede religiosa, fede che mi sostenne a superare le insufficienze umane di quei giorni spaventosi.
Quando poi fui liberato per costituire il Corpo d'Armata polacco contro i nazisti osservai che una
caratteristica del personale militare e civile che affluiva al campo di raccolta, quale che fosse la sua provenienza, era l’intensificato sentimento religioso. Non ne fui sorpreso, perché avevo vissuto la stessa esperienza.
La fede nella Divina Provvidenza, che aveva fatto un miracolo simile a tanti di noi, che sembravamo ormai condannati a morire di morte lenta e terribile, diventò, con il profondo amore per la Patria, uno dei cardini principali del nostro morale.
Sono un uomo duro e pur tuttavia sentivo come se qualcosa bollisse in me e gli occhi mi si gonfiavano di lacrime. Non me ne vergogno affatto, perché vidi tutti i vecchi soldati induriti dalle loro vicissitudini e che avevano affrontato la morte, gridare ripetutamente attorno a me. Pensai allora al sarcasmo degli uomini della NKVD, che avevano calpestato la piccola medaglia della Beata Vergine rinvenutami addosso.

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Sfuggiti a Katyn. L'epopea del gen. Anders

di ghinetto (01/07/2009 - 08:19)

Sfuggiti a Katyn
L'esercito polacco che liberò Montecassino
di Giuseppe Ghini
Libero, 20 giugno 2009


Sessant'anni fa, in piena Guerra Fredda, uscivano a Londra le memorie del generale polacco Wladislaw Anders, l'eroe di Montecassino, colui che aveva guidato il II Corpo d'Armata polacco alla liberazione di Ancona (Luglio 1944) e di Bologna (aprile 1945). Si trattava di memorie scomode scritte da un uomo duro, un soldato tutto d’un pezzo che non era disposto a passare sopra il tradimento degli Alleati nei confronti della Polonia.
Non era neanche il primo libro del generale Anders. Il primo era uscito nel 1946 ed era dedicato al Massacro di Katyn. Non era un caso. Dopo essere stato ferito e catturato dai Sovietici nel 1939, Anders era stato imprigionato dalla Polizia politica (NKVD) nel carcere della Lubjanka, dove aveva trascorso 20 mesi tra interrogatori estenuanti, percosse, offerte di passare nell’Armata Rossa. Alla Lubjanka aveva fatto la sua personale conoscenza del sistema carcerario sovietico e della sua popolazione, salvo poi essere liberato nell’agosto del 1941, a seguito dell’attacco di Hitler all’Unione Sovietica. L’alleanza Anglo-Sovietica, infatti, comportava anche un accordo tra la Polonia, rappresentata dal Governo in esilio a Londra, e la stessa Unione Sovietica. I Polacchi, vittime del patto Molotov-Ribbentrop, diventavano ora alleati del carnefice sovietico: Anders venne liberato dal carcere e incaricato di costituire un’armata polacca per combattere i Nazisti al fianco degli Alleati.
Le memorie di Anders parlano di questa incredibile avventura: e cioè di come venne effettivamente realizzato un esercito polacco in territorio sovietico, con i militari emaciati e stremati che convergevano da ogni campo di lavoro e di detenzione, da ogni isola del Gulag verso il luogo di raccolta costituito nel sud della Russia, a Buzuluk.
E con migliaia e migliaia di civili polacchi che, deportati in Siberia e Kazakistan nel 1941 (secondo i calcoli di Anders erano circa 1.500.000) accorrevano e si radunavano intorno al loro esercito, vedendo in esso l’unica loro possibilità di salvezza. E poi gli infiniti patteggiamenti del generale per dare ai suoi soldati la possibilità di combattere contro i Nazisti ma non, come volevano i sovietici, dispersi tra le fila dell’Armata Rossa, carne da macello nella mani del maresciallo Stalin, bensì come esercito polacco ben distinguibile, anticipo della nazione polacca restituita.
Una delle prime evidenze a cui Anders dovette arrendersi fu l’esiguo numero di ufficiali polacchi che provenivano dai campi sovietici. Ancor prima che fossero scoperte dai Tedeschi le fosse di Katyn nel 1943, Anders stabilì che mancavano all’appello almeno 11.000 ufficiali internati a Starobielsk. Nelle memorie compare distintamente la preoccupazione per stabilire la lista nominativa degli ufficiali “dispersi”, consegnarla ai sovietici, ottenere informazioni: compaiono anche i verbali dei diversi colloqui tra Anders e Stalin sulla sorte degli ufficiali polacchi, nonché la famosa menzogna di quest’ultimo “Saranno fuggiti in Manciuria”.
Le testimonianze dei soldati polacchi che confluirono nel campo di raccolta dettero inoltre ad Anders la possibilità di ricostruire intere parti del macabro affresco del sistema concentrazionario sovietico, con accenti che anticipano addirittura l'Arcipelago Gulag di Solzhenicyn.
Il grande capolavoro di Anders fu il trasferimento del suo esercito dall’URSS all’Iraq attraverso la Persia nell’agosto del 1942. Alternando con i Sovietici diplomazia e pressione e contravvenendo agli ordini del Governo polacco in esilio, Anders riuscì a trasferire fuori dall’Unione Sovietica 115.000 polacchi, di cui solo 40.000 militari. Pochi mesi dopo, una nota del governo sovietico comunicava che tutti i polacchi rimasti nell’URSS era considerati cittadini sovietici. La finestra miracolosamente aperta da Anders si era richiusa.
I militari vennero addestrati in Iraq e poi in Siria, poi trasferiti in Italia e inquadrati nell’VIII Armata britannica. Tutto questo, mentre venivano alla luce le Fosse di Katyn che confermavano drammaticamente le informazioni raccolte dagli uomini di Anders e minavano profondamente la già fragile alleanza polacco-sovietica.
 Il libro di Anders, che in inglese ha per titolo An army in exile, ma che in polacco si chiama Senza l’ultimo capitolo, segue parallelamente le battaglie del II Corpo d’Armata polacco e le vicende internazionali che coinvolsero i destini della Polonia. Da un lato, pertanto, documenta il valore dei soldati polacchi nella Battaglia di Montecassino, la quarta, dopo che tre tentativi degli Alleati si erano infranti contro le postazioni fortificate tedesche; la serie di battaglie che portarono alla liberazione di Ancona nel luglio 1944, quindi, alla ripresa del conflitto nella primavera successiva, il passaggio della Linea Gotica, la significativa conquista di Predappio, l’entrata vittoriosa a Bologna il 21 aprile 1945 (sia Ancona, sia Bologna conferirono ad Anders la cittadinanza onoraria).
D’altro lato, le memorie documentano la progressiva capitolazione di Churchill e Roosevelt davanti all’aggressività di Stalin, il loro assenso al sacrificio della Polonia, il voltafaccia nei confronti del Governo polacco in esilio a Londra e il riconoscimento in sua vece del Governo fantoccio costituito da Stalin (il cosiddetto Governo di Lublino),
l’assenso davanti alla politica del fatto compiuto che trasformò i Sovietici da liberatori in occupanti, fino all’assurdo riconoscimento da parte degli Alleati dei confini Sovietici tracciati dal Patto Molotov-Ribbentrop.
La logica conclusione fu che il II Corpo d’Armata polacco che aveva combattuto a fianco degli Alleati per liberare l’Europa dai Nazisti e aveva lasciato migliaia di morti a Montecassino, Ancona e Bologna (dove sono i grandi cimiteri militari polacchi), scoprì alla fine della guerra che la Polonia era passata sotto la sfera sovietica. Per i soldati che provenivano dai campi di lavoro in Siberia e che avevano le loro famiglie nel territorio che ora diventava Unione Sovietica, questo voleva dire una cosa sola: erano passati dall’inferno hitleriano a quello staliniano.
Anders venne dichiarato traditore dal Governo fantoccio polacco, gli fu tolta la cittadinanza e non venne invitato alla solenne Parata della Vittoria a Londra l’8 giugno 1946: in pratica, fu scaricato dagli alleati perché inviso a Stalin. Grandissimo stratega militare, ma, ancor più straordinario leader carismatico, così Anders riassunse la vicenda del II Corpo d’Armata polacco in Italia, dove oltre 2.000 polacchi rimasero dopo la smobilitazione: “Il carattere del nostro esercito era diverso da quello degli eserciti alleati combattenti in Italia. Noi fummo non soltanto un esercito, ma una piccola Polonia in marcia per dare la libertà alla nazione polacca. Non è per colpa nostra se ciò non è ancora avvenuto”.

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