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Badanti, le schiere ucraìne degli angeli

di ghinetto (26/09/2009 - 16:47)


Le schiere ucraìne degli angeli
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 25 settembre 2009

Sono coppie assortite, inconfondibili. Le vedi passare per il Corso nella tarda mattinata o a metà pomeriggio, per una sobria spesa quotidiana o per la messa feriale delle 5 e mezzo a Santa Lucia. Il vecchio rag. Casadei e la rossa Tanja, la maestra Ricci e Irina, la signorina Monti e Julija. I primi sono figure che a Forlì hai incontrato migliaia di volte, personaggi che hanno conosciuto i tuoi nonni e i tuoi genitori. Le seconde sono signore ucraine di mezza età, zigomi alti, pelle bianchissima, occhi trasparenti, ma soprattutto donne “solide” e “premurose”.
Sono le badanti.
Un esercito di due milioni di signore che popola silenziosamente le nostre città, che “cura”
i nostri anziani. Le abbiamo viste tutti aiutare un’anziana signora a contare gli spiccioli alla cassa della Conad, con una pazienza che ci fa meraviglia. Fosse per noi, per noi figli e nipoti di quell’anziana signora, la pazienza l’avremmo persa in due minuti, dopo due passeggiate e due spese.
Noi – abbiamo altro da fare.
Loro no. Loro – le badanti – sono qui in Italia per questo.
Si dirà: “È il loro lavoro”. Sì, ma come lo fanno! Con che cura, con che spirito! E poi, diciamolo francamente, non è un lavoro come un altro. È un lavoro di “applicazione” a una persona, spesso a una persona un po’ persa, che ripete da anni le stesse cose. Una persona

che ha bisogno di un sostegno, di una figura solida a cui appoggiarsi fisicamente e spiritualmente.
E quel sostegno lo trovano in Tanja, Irina, Julija. In quelle ucraine metà dame di compagnia e metà infermiere, che hanno lasciato la loro famiglia a Kiev, a Karkhov, a Lviv dove mandano, mese dopo mese, i loro euro.
Un geriatra di Brescia, il prof. Marco Trabucchi, ha scritto recentemente delle parole significative sulle badanti che assistono i malati di Alzheimer: «Il lavoro di cura svolto dalle donne di famiglia e dalle badanti è tipico del genio femminile; troppe volte però la disponibilità è diventato un servizio non pagato e non stimato, quasi fosse un dovere naturale. La donna che presta assistenza spesso vive nella più completa solitudine, abbandonata da parenti ed amici, dedita alla persona ammalata che nelle fasi moderate e avanzate della malattia non è in grado di avere un minimo di rapporto con chi le vive attorno. In questi casi, la donna non solo esercita il lavoro pratico della cura, faticoso e continuo, ma esprime sensibilità profondissime, perché coglie in un atteggiamento del volto o del corpo significati che spesso sono incomprensibili a che non vive un rapporto di servizio intenso e amorevole».
In quello stesso articolo, il geriatra si scusa per l’uso di un termine – “badante”, appunto – che ritiene «poco rispettoso della generosità e dell’impegno che tante persone venute da lontano esprimono verso i nostri vecchi».
Mah, non saprei. Mi pare che nel mondo della politically correctness, pieno di “operatori ecologici” e di “non-vedenti”, il termine “badante” esprima chiaramente, in modo diretto e popolare, proprio quel lavoro di cura tipico del genio femminile, quell’intelligenza empatica e relazionale che gli uomini spesso non sanno neanche cosa sia. Che esprima tutto quell’impegno che consiste nel “curare”, nel “badare qualcuno”: un impegno non certo inferiore al raggiungimento degli obiettivi di budget a cui molti uomini (e donne) in carriera si dedicano anima e corpo, incuranti degli altri, tutti presi dalla loro intelligenza monodirezionale. E nella «fine della materializzazione del lavoro svolta dalla modernità», nell’espandersi «della vera attività umana che è relazionale» – secondo l’opinione del sociologo Pierpaolo Donati – Tanja, Irina e Julija con la loro dedizione hanno qualcosa da insegnarci.
Badanti, le schiere ucraine degli angeli.
                                  (Il coro delle badanti ucraine)


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