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I comandamenti dell’ingegner Kalashnikov

di ghinetto (20/11/2009 - 21:30)

I comandamenti dell’ingegner Kalashnikov
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna,
20 novembre 2009

Per i suoi novant’anni, il leggendario ingegner Michail Kalashnikov, l’inventore del “mitra” più famoso del mondo, l’AK 47 (letteralmente “Avtomat Kalashnikov”, mitragliatore Kalashnikov) ha rilasciato alcune interviste. «Spesso mi domandano – ha detto l’ingegnere, sotto la cui guida sono stati elaborati più di 150 tipi diversi di armi – se mi rendo conto che, se fossi vissuto all’estero, sarei da tempo multimiliardario.
Ormai cercano di trasformare tutto in biglietti verdi, come se non esistessero altri valori. Ma trovatemi un solo costruttore straniero a cui in vita abbiano costruito un busto di bronzo grande due volte la sua altezza. Non ce ne sono! Uno che il presidente e il primo ministro vanno a trovare per il suo compleanno. Da me vengono ogni anno. A quale dei costruttori stranieri hanno dedicato un museo? Forse che queste cose non valgono?
Certo, non avrebbe guastato se anche da noi ci fosse stata la possibilità legale di registrare i brevetti. Ma sotto l’Unione Sovietica questo non era possibile. Anche per questo il mio mitra si è
diffuso in tutto il mondo. Al momento attuale ci sono più di 10 milioni di esemplari sulla faccia della terra. Di questi, il 10-15% al massimo sono dei Kalashnikov originali: tutti gli altri sono imitazioni, un vero e proprio furto. Ai tempi del Patto di Varsavia tutta la documentazione veniva diffusa gratuitamente, i nostri ingegneri aiutavano perfino a organizzare le fabbriche straniere di
Kalashnikov…».
Il giornalista lascia parlare il vecchio ingegnere a ruota libera, tanto ha già detto tutto lui. È chiaro a tutti che, se fosse vissuto in un paese normale, non solo avrebbe ricevuto la visita del presidente, non solo avrebbe avuto un museo e un busto mentre era ancora in vita, ma avrebbe
anche nuotato nell’oro. E forse una qualche legge avrebbe difeso il frutto del suo ingegno. Ma tant’è: il vecchio ingegner Kalashnikov che ancora adesso passa regolarmente in fabbrica a seguire i suoi progetti non si lamenta più di tanto. Anzi, presenta il suo “disinteresse”, il suo “idealismo” come uno degli elementi dell’unico ethos che abbia mai conosciuto, l’ethos sovietico. Non a caso, nella stessa intervista, si lamenta della perdita di tutti i valori: «Mi è insopportabile vedere che in autobus sale un anziano o una vecchietta e nessuno le dà una mano. Questa è la nostra disgrazia. Da noi sta crescendo un atteggiamento di disprezzo nei confronti degli anziani, forse legato al disprezzo nei confronti del passato in generale. Ma senza il passato non c’è il presente. Quando hanno fatto crollare l’URSS hanno cominciato a deridere tutto quello che i suoi cittadini consideravano importante. Per questo i giovani non sanno cosa è bene e cosa è male».
Lasciamo da parte ogni considerazione sul conflitto generazionale in corso nella Russia contemporanea, lasciamo da parte il rimpianto per l’URSS che risuona nella parole di Kalashnikov come in quelle di molti altri ex-sovietici. La cosa più interessante è che, qui come sempre, tutti i valori vengono vengono ricondotti a un ethos, a un atteggiamento morale che si presume indiscutibile. A una distinzione “naturale” tra bene e male. E tra gli atteggiamenti propri di questo ethos il vecchio sovietico indica almeno due “norme” che si ritrovano pari pari nel Decalogo dell’Antico Testamento, nei Comandamenti dettati da Dio a Mosè. La sua condanna del modo in cui in giovani russi trattano gli anziani è infatti un’applicazione all’oggi del Quarto Comandamento “Onora il padre e la madre” (anche il Catechismo della Chiesa Cattolica include in questo comando del
Signore il dovere di tributare onore e affetto ai nonni, agli antenati, agli insegnanti, ai superiori ecc.). Quanto al suo “disinteresse”, alla sua affermazione che esistono valori superiori ai soldi,
siamo qui di fronte ad una palese e radicale riformulazione del “Non desiderare la roba d’altri”, e dell’affermazione di Cristo tentato nel deserto “Non di solo pane vive l’uomo”. E sono convinto che un giornalista un po’ più “aggressivo” avrebbe potuto scoprire sotto la scorza dell’inventore di mitra sovietici anche gli altri Comandamenti: non rubare, non dire il falso, non desiderare la donna del tuo prossimo, non ammazzare…
Perché in effetti non esiste società senza quei Comandamenti e “naturalmente” anche i sovietici li hanno dovuti riscoprire per poter vivere un una società appena appena umana.

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Il buco nell'anima russa

di ghinetto (20/11/2009 - 20:04)

Il buco nell’anima russa
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna,
30 ottobre 2009

Stanotte, qui a Mosca, è attesa la prima neve.
Domani la seconda, e poi la terza, la quarta e via andare…
Ma non è tanto questo a influenzare negativamente l’umore dei Russi, e neppure l’inevitabile fango che queste prime nevicate schizzeranno dappertutto, sui vestiti, le macchine e le case, quanto piuttosto un sentimento misto di dispetto, compassione e risentimento rivolto al proprio recente passato.
Dispetto per quanto si è perso, compassione verso tutte le persone ne hanno sofferto e risentimento verso i politici che hanno reso possibile questa perdita.
E cos’è che ha perso la Russia?, si chiederà il lettore. Non è forse ancora la più estesa nazione del globo, non è il paese con le maggiori risorse naturali?
La Russia ha perso l’Unione Sovietica.
La perdita è anzitutto una questione di status: la Russia non è più quella grande potenza che era l’Unione Sovietica. Questo è chiaro ed evidente anche dall’Italia. Quello che è meno evidente è come, insieme all’URSS, siano crollate tutte le strutture su cui si reggeva la vita del cittadino sovietico. È questa non è più solo una questione di immagine, ma ha a che fare con la vita concreta delle persone.
In questi giorni sui giornali locali si susseguono le reazioni alla lettera che 2000 “cervelli” russi hanno scritto ai vertici della politica nazionale. Il senso è chiaro: se in Italia il problema della fuga dei cervelli riguarda forse qualche migliaio di persone, gli studiosi e i tecnici russi emigrati si calcolano in un milione. Andrej Nomerotskij, fisico dell’Università di Oxford, avverte: “Se continua così, tra 20 anni possiamo trovarci al livello scientifico dei paesi del Terzo Mondo”.
Ma non si tratta, come avviene per l’Italia, di una fuga di singoli studiosi. Il problema, come nota ancora Nomerotskij, è che la fuga dei cervelli ha di fatto smantellato il sistema scientifico che aveva permesso all’URSS di raggiungere risultati di alto livello. Detto con un’immagine, è come se la fuga dei cervelli italiani avesse portato alla chiusura del CNR. Analogamente, infatti, per mancanza di personale sono stati chiusi o ridotti molti Centri di Ricerca dipendenti dall’Accademia delle Scienze. Puf!. Scomparsi.
Il crollo dell’URSS ha avuto drammatiche conseguenze sociali. Tutti gli “enti intermedi” che rendono possibile la vita di una persona negli stati moderni o sono in crisi o sono semplicemente scomparsi. La famiglia versa in gravissima crisi, così che qualche anno fa Putin ha intrapreso un programma per la sua stabilità e l’incremento demografico. Le associazioni partitiche, prima fra tutte il Komsomol, sono state smantellate, e niente sembra aver preso il loro posto. Se la vita del cittadino sovietico era fortemente condizionata da queste organizzazioni, la vita del cittadino russo è oggi praticamente priva di appoggi. Il Russo è solo davanti allo Stato.
Ma la perdita riguarda anche i “popoli fratelli”. L’Unione Sovietica è crollata e la CSI non ha preso il suo posto. Di fatto, a sentire la gente, lo spazio economico che l’URSS occupava non è stato ricreato su altre basi dalla CSI. Semplicemente, il crollo ha gettato milioni di cittadini dell’ex-URSS nella povertà. Sono quegli stessi Ucraini e Moldavi che vengono in Italia, e quelli che si accalcano a centinaia di migliaia, forse milioni nelle periferie di Mosca, una città di cui nessuno sa dire con esattezza la popolazione. E i Moscoviti vedono e compatiscono le donne ucraine e moldave che vendono pomodori e mele alle stazioni della metropolitana, Turcmeni, Tagichi, Uzbechi che dormono ovunque in attesa di presentarsi al lavoro, da qualche parte, la mattina dopo. Compatiscono e il senso di perdita si allarga.
Da ultimo c’è il risentimento, così bene sfruttato da Putin, il risentimento verso i politici che hanno reso possible questa situazione. Primo fra tutti Gorbaciov. Che se da noi è un personaggio circondato da un’aureola di libertà, in Russia è visto sostanzialmente come colui che ha affossato l’Unione Sovietica perdendo la possibilità di dare la Russia ai Russi.
Con questo “buco” nell’anima, i Russi aspettano la prima neve.

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