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L’etica della vicenda Kakà

di ghinetto (23/01/2009 - 08:08)

L’etica della vicenda Kakà
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 23 gennaio 2009

Il trasferimento di Kakà al Manchester City è stato il tormentone della settimana. Vale la pena parlarne. Ma c’è una riflessione ancora più importante della rinuncia di Kakà al mucchio di soldi offerto dalla squadra di calcio inglese. La cosa più interessante non è se Kakà abbia rinunciato per un ideale, oppure perché condizionato da Berlusconi, o perché spera nel rilancio dell’offerta da parte del Real Madrid o per mille altri motivi che i soliti dietrologi (interisti) hanno immediatamente individuato con assoluta certezza. La cosa più importante non è neanche se Kakà finirà poi effettivamente per giocare in Italia, in Inghilterra o in Spagna.
No. La cosa più interessante è la nostra unanime reazione davanti alla vicenda. Nel senso che, a parte gli invidiosi – gli invidiosi della potenza calcistica milanista, come pure gli invidiosi di questo talento giovane, bello, ricco, nonché felicemente sposato – dicevo, a parte gli invidiosi che non riescono a esprimere un giudizio sereno sulla sua rinuncia, tutti gli altri sono unanimi: Ricardo Kakà ha fatto bene. Come mi confermavano interisti e juventini non invidiosi questo non è un sentimento esclusivo dei milanisti. Tutti sono d’accordo: bravo Kakà.
Ora, mi chiedo. Perché questa reazione unanime? Il motivo è uno solo: noi siamo felici perché un uomo ha dimostrato che i soldi non sono tutto nella vita. Un uomo a cui era stata fatta un’offerta favolosa, ha dimostrato che si può rinunciare anche ad una montagna di soldi. Che ci sono altre cose che valgono più dei soldi. Vorrei anche dire che quando queste cose le dice Berlusconi, be’ perdono un po’ di significato… Ma – Berlusca o mica Berlusca – tutti noi abbiamo fatto il tifo perché Kakà, per una settimana diventato una sorta di eroe universale – vincesse la tentazione.
Sì, ci siamo detti in cuor nostro. C’è qualcosa che vale più dei soldi. E tu, Kakà, lo devi dimostrare davanti all’offerta più generosa mai fatta ad un calciatore. Cosa c’era sull’altro piatto della bilancia? In realtà su quel piatto immaginario noi avevamo messo molto di simbolico e poco di reale: la maglia del Milan, la fedeltà a un gruppo di amici, alla squadra che lo ha valorizzato…
Per una settimana abbiamo fatto finta che non si trattasse di un gruppo di professionisti dai guadagni spropositati, professionisti ognuno dei quali fattura come un’azienda di dimensioni non banali.
Abbiamo invece immaginato un calcio inesistente, mitico, che non esiste più, ma che forse per questo è desiderato con ancora maggiore nostalgia. Il calcio di tanti anni fa, quando davvero una squadra era un gruppo di ragazzi e non una consociata di aziende, il calcio in cui Gigi Riva rinunciava a trasferirsi alla Juventus di Agnelli per restare a Cagliari, a condividere la sorte dei sardi. E rinunciava così a soldi e fama.
Il caso di Kakà è diverso. Kakà non rimane in Sardegna, rinuncia a mezza barca di soldi per restare in una squadra vincente e non è neanche detto che da un punto di vista utilitaristico questa scelta, tutto considerato, sia la meno conveniente.
Ma, ripeto, non sta qui il nocciolo morale della vicenda. Il nocciolo sta nel nostro atteggiamento. Noi conosciamo la fatica di andare d’accordo, la fatica e la bellezza di raggiungere un risultato di squadra, di gruppo. Sappiamo quanto è esaltante “fare squadra”, e squadra scelta, di specialisti. Lo sappiamo noi e lo sanno anche tutti i registi e i romanzieri che da secoli inventano storie su un gruppo di uomini scelti: dai “Cavalieri di Re Artù” a “Una sporca dozzina”, da “I tre moschettieri” a “CSI”, dalla ”Compagnia dell'anello" ai “Fantastici quattro”.
E per una settimana abbiamo voluto vedere nel Milan un gruppo di specialisti, una squadra di questo tipo. E in Kakà l’eroe capace di sputare sui soldi – sull’offerta che non si può rifiutare – in nome di quell’amicizia, di quei legami di squadra.
È così: noi vogliamo identificarci in qualcuno capace di sputare sui soldi. Anche chi in realtà è lì col cappello in mano davanti a 100 euro, anzi lui più di tutti vuole identificarsi in qualcuno capace di sputare sui soldi. È il segno che la morale, la morale vera, intesa rettamente, non è imposta dall’esterno, da un’autorità che ci è estranea. La morale viene da dentro di noi. Non ci ha detto papa Ratzinger – che, peraltro, sulla vicenda ha scelto il silenzio stampa - di tifare per il nobile rifiuto di Kakà. Ce lo ha imposto la morale che abbiamo dentro il nostro cuore. Dove sono scolpiti i valori per cui vivere e morire.

Tag: Kaka'

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Il senso dell'onore di Zidane - l'arcaico

di ghinetto (28/03/2007 - 23:25)

Il senso dell'onore di Zidane - l'arcaico
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 14.7.2006

C’è qualcosa di arcaico nella testata di Zidane a Materazzi, e ancor più nell’intervista rilasciata dal capitano della Nazionale francese per spiegare il suo gesto. Incalzato dal giornalista, Zidane ha riferito di “parole molto dure, che [Materazzi] ha ripetuto più volte e che sono più dure dei gesti. Tutto è avvenuto molto in fretta – ha proseguito Zidane - non ho riflettuto. Sono delle parole che mi colpiscono profondamente, delle cose molto personali che hanno toccato mia mamma, mia sorella, parole che toccano le donne della mia famiglia. E io sono prima di tutto un uomo. Preferivo prendermi un cazzotto in faccia che ascoltare quelle parole. Le ho sopportate una volta, due volte. Alla terza volta ho reagito e chiaramente non è un gesto da fare. Mi scuso con tutti i bambini e anche con gli educatori che si occupano dei bambini”. Zidane si è ripetutamente scusato ma, quando il giornalista gli ha chiesto se fosse pentito, ha aggiunto: “Non posso rimpiangere il mio gesto, perché se no direi che [Materazzi] aveva ragione a dire tutto quello che ha detto. Mi scuso con tutti i bambini perché sono gesti che non sono tollerabili, ma rinnegare questo gesto non posso: sarebbe come dare ragione [a Materazzi] per quello che ha detto. Ma non ha ragione”.

Sì, c’è qualcosa di arcaico in questo personaggio che col tono più sommesso afferma di essere stato praticamente obbligato a dare a Materazzi quella testata. Qualcosa che non ha a che fare con la raffinata cultura francese, ma che affonda le sue radici nella cultura algerina di cui Zinedine Yazid Zidane è comunque figlio. Non a caso, alla domanda del giornalista “Lo rifarebbe?”, Zidane ha detto “non posso rinnegare questo gesto”. Troppo difficile spiegare alla platea francese che sotto un cervello francese batte nel petto di Zizou un cuore algerino (“non ho riflettuto”, ha detto infatti il giocatore). Nella loro politica volta ad un’assimilazione assoluta, i Francesi dimenticano volentieri che Zidane ha doppio passaporto e che è stato scartato a suo tempo dal selezionatore della Nazionale Algerina (un genio, evidentemente); dimenticano che, per parlare solo dei giocatori della finale, Malouda è della Guyana, Trezeguet franco-argentino, Gallas e Thuram vengono dalla Guadalupa, Vieira dal Senegal, Makelele dallo Zaire, Henry dalla Martinica e molti altri sono figli di immigrati. Insomma, volenti o nolenti questi giocatori riflettono una doppia cultura, in cui alla razionalità tutta francese si accompagna spesso una logica diversa, più arcaica, ancestrale.
Nella testata di Zidane e ancor più, ripeto, nella sua giustificazione si rivela una difesa dell’onore che la società francese ha ormai – modernamente – delegato esclusivamente allo Stato. È lo Stato tramite i suoi organi che siede in tribunale, che premia e condanna, ma che, soprattutto, non tollera che nessuno gli si sostituisca facendosi giustizia da sé. La testata di Zidane, invece, va di pari passo con l’affermazione della madre che ha chiesto “i coglioni di Materazzi”. Anche qui, evidentemente, la giustizia dello Stato francese non viene neppure presa in considerazione; quella che troviamo è invece la richiesta di una mamma offesa nell’onore e l’obbligo imprescindibile per il figlio di difendere la buona reputazione dell’intera famiglia. Logiche diverse si scontrano nelle piazze e nelle scuole francesi, e si scontrano anche nel petto del pacato Zidane. Giudicato con logica occidentale, puramente francese, lo si dovrebbe dichiarare matto, follemente irascibile. E invece, per capire quel gesto, occorre scendere più in profondità, in una cultura che fa leva sull’ira (sull’ira “giusta”) per dar luogo ad una difesa dell’onore familiare. Non a caso, anche il Codice Penale italiano fino a pochi decenni fa, dichiarando la specificità del “delitto d’onore” all’articolo 587, riduceva la pena a “Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell'atto in cui ne scopre l’illegittima relazione carnale e nello stato d'ira determinato dall'offesa recata all'onor suo o della famiglia”.
Poco francese, molto algerina, la testata di Zidane è retaggio di un’ira e di un senso dell’onore premoderno nella simbolica battaglia sul campo di calcio. Questo andrebbe spiegato ai ragazzi delle banlieu di tutta la Francia come pure agli intellettuali dei salotti di Parigi dispiaciuti e arrabbiati contro il loro idolo.

Tag: Zidane

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Le ragioni culturali della vittoria dell'Italia

di ghinetto (21/03/2007 - 22:57)

Le ragioni culturali della vittoria dell’Italia
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 7.7.2006

Dopo le analisi squisitamente tecniche (il 4-4-2 tedesco battuto da un arrischiato 4-2-1-3 italiano) e le interpretazioni vagamente sociologiche (i rappresentanti della borghesia battuti dagli idoli dei gelatai e dei camerieri), è forse il caso di analizzare più in profondità le ragioni culturali che hanno portato all’inevitabile vittoria dell’Italia di Lippi. Aldilà dei valori tecnici, tattici e podistici, infatti, due nazionali di calcio sono innegabilmente espressione di due culture differenti, di due diversi modi di interpretare la vita e il calcio. Già Beckenbauer ha espresso bene questa diversità, quando ha affermato che l’Italia avrebbe fatto meglio a non presentarsi ai Mondiali dopo lo scandalo Moggi.
Ciò che, tradotto in termini culturali, significa che i Tedeschi con Franz Beckenbauer in testa non si sarebbero mai presentati ai Mondiali se il caso Moggi fosse capitato in Germania; che, morti dalla vergogna, avrebbero considerato indecoroso e impossibile affrontare tra i fischi la compagine di un mondo calcistico pulito. E invece, questi Italiani menefreghisti…
Qualche anno fa, un consigliere norvegese dell’ONU di nome Johan Galtung, autore di studi sulla pace e sui conflitti, pubblicò un articolo in cui confrontava diversi stili culturali: sassone, teutonico, gallico e nipponico. Naturalmente le analisi basate su di un astratto ed eterno “spirito di un popolo” sono finite con l’esaurirsi del Romanticismo. E tuttavia, dato che i popoli sono innegabilmente portatori di “stili” e modi di pensiero differenti, quel posto è stato occupato dalle interpretazioni culturali: se gli Inglesi e gli Americani, a differenza dai Tedeschi, sono alieni dalle grandi e statiche speculazioni ideologiche, questo si deve non ad un presunto “spirito del popolo” inglese e americano, bensì a tradizioni culturali orientate verso il pensiero pragmatico, induttivo, a grandi ricerche effettive sul campo, a uno stile di lavoro di gruppo in cui il cambiamento delle proprie opinioni in seguito a un dibattito è ammesso e addirittura apprezzato.
Galtung, è vero, si riferiva ai diversi stili intellettuali quali si esprimono nella presentazione di un rapporto, scriveva in base a un’esperienza che lo aveva messo a contatto con centinaia di relatori delle diverse parti del mondo. Questo però non esclude che la sua analisi si possa allargare ai diversi “stili calcistici” espressione pedatoria dei succitati stili intellettuali.

Dunque, diciamo semiseriamente, il gioco della Germania di Klinsmann discende dallo stile teutonico nella sua versione forte, pura, fortemente logica e deduttiva, il cui fine principale è il “rigore” (Galtung si riferisce a quello del pensiero, non a quello dagli undici metri, anche se è vero che i Tedeschi miravano proprio ai rigori). Al centro di questo stile c’è una teoria forte, indiscutibile, che Galtung equipara alla figura geometrica di una grande piramide e il cui propugnatore è al tempo stesso il suo strenuo difensore. Pensiamo a Ballack che avanza palla al piede, lineare, geometrico, rigoroso, piramidale; ai due centrali tedeschi, Metzelder e Mertesacker, emblemi stessi di una macchina straordinariamente potente ma incapace di adattamenti; pensiamo al tiro di Schneider, dritto per dritto (sopra la porta di Buffon, per fortuna). Gli unici veri pericoli sono venuti per l’Italia dall’inventiva dei due attaccanti, i polacchi Klose e Podolski, anzi più da quest’ultimo che dal primo. Nella nazionale di Klinsmann, Podolski, polacco non solo di nascita ma anche di lingua e di cultura, è un elemento che agisce alla periferia dello stile teutonico: sue le eccezioni allo stile massiccio, suoi gli unici guizzi di agilità che ci hanno messo in difficoltà, come un tempo le giocate dell’altro tedesco dal nome polacco, Littbarski. Pensiamo ancora, a proposito di questo stile, all’incapacità di Beckenbauer di ammettere che l’Italia ha giocato meglio, alla sua incapacità di prendere lezioni dalla realtà e di adattare la propria teoria.
Corrispondentemente, sempre stando allo studioso pacifista Johan Galtung, l’Italia sarebbe non già al centro, ma alla periferia dello stile “gallico”. Caratterizzato anch’esso da una forte propensione alle grandi teorie (non avremo Hegel, ma abbiamo pur sempre Croce e san Tommaso d’Aquino), lo stile gallico si differenzia per la sua propensione verso il “bello”, verso l’eleganza dell’espressione. Capace di far convivere in modo funambolico dati ed elementi provenienti da aree differenti, tutto affidato alle capacità persuasive della retorica, lo stile gallico di cui l’Italia è portatrice rimanda alla figura geometrica di un’amaca stesa a collegare mollemente punti lontani nello spazio. Pensiamo ai due passaggi risolutori, entrambi blind pass, come si chiamano nel basket, passaggi ciechi, ingannatori: il più geometrico dei nostri giocatori, Pirlo, guarda da un parte, finge di tirare e passa a Grosso dall’altra parte, il quale infila il portiere Lehmann con un tiro a rientrare di rara bellezza; Gilardino converge al centro, finge l’azione personale e passa al sopraggiungente Del Piero, senza che nessuno capisca come ha fatto a vederlo, il quale a sua volta segna spiazzando l’estremo difensore tedesco. Meraviglia! Pensiamo al palo di Gila, palo impossibile, amaca tesa tra la sua gamba e il palo, frutto di un calcio tutt’altro che rigoroso; e pensiamo anche a tutte le giocate di Totti, al suo “fraseggio”, il cui fine è davvero il “pulchrum pedatorium”, il bello calcistico.
È vero, Gattuso non è nato bello, è nato semplicemente Gattuso. Ma non per questo si è fermato al dato di partenza, alla sua gattusità. Non vi siete accorti anche voi che a volte, nel fulgore della battaglia, lo si confonde con qualcun altro? Che, a forza di stare vicino a Pirlo, ne ha preso qualche mossa, qualche movimento, come già un tempo Benetti al contatto ravvicinato con Rivera? In una parola, non vi pare che Gattuso sia anche lui elegante, per quel tanto che permette il suo specifico stile gattusico? Non l’avete pensato anche voi, quando si è permesso di uccellare Ballack in mezzo al campo?


Ora ci aspetta la Francia, il centro della cultura gallica. Noi siamo la periferia, loro il centro. Controllo sul testo di Galtung: non dice chi prevarrà, tra le due varianti dello stile gallico. Tocca giocarsela fino in fondo.

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Le mamme-rugbiste ci fanno vedere il sole

di ghinetto (20/03/2007 - 23:01)

Le mamme-rugbiste ci fanno vedere il sole
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna,
16.6.2006  

Come spesso accade, tocca al mercato ricordarci che esistono famiglie normali, con problemi normali, con redditi normali. Se i politici si accapigliano sulle stanze del buco e sui parlamentari che si drogano, se i telegiornali sono pieni di calciatori e veline, ci pensa la buona vecchia Fiat a ricordarci che la maggior parte degli Italiani e delle Italiane vive in una famiglia, non si droga, non guadagna cifre spropositate dando calci a un pallone o mostrando le cosce.

Dalla prima domenica di giugno è partita la nuova campagna promozionale della Fiat Idea, una campagna che punta soprattutto sulle mamme, cioè su chi è il fondamento e l’anima delle normali famiglie italiane. Ma, naturalmente, essere una mamma oggi non è uno scherzo. Come dice il refrain della pubblicità Fiat “ci vuole una bella grinta per essere mamme oggi!”.
L’idea geniale della pubblicità consiste nella traduzione di questo concetto in un’immagine, anzi in una danza immaginifica, il famoso “haka” maori. Reso noto nel ristretto mondo del rugby dagli All Blacks neozelandesi a partire dalla fine del 1800 e poi nell’ampio villaggio mediatico da alcuni recenti spot pubblicitari (il whisky scozzese Lawson’s, l’Adidas), l’haka è un’aggressiva danza rituale usata dai giocatori per caricarsi e per intimorire gli avversari appena prima della partita. Gli specialisti tengono a precisare che l’haka ka mate, questo il nome completo della danza eseguita dagli All Blacks, non è originariamente una danza di guerra, quanto piuttosto una danza rituale che racconta e celebra lo scampato pericolo di un capo maori inseguito da un nemico. Nascosto in un pozzo da un capo villaggio alleato, a cui l’haka si riferisce con le parole “uomo peloso”, una volta fuorviati gli inseguitori, il fuggiasco venne infine riportato alla luce del sole attraverso la scala interna del pozzo.
“Io muoio! Io muoio! Io vivo! Io vivo! Io muoio! Io muoio! Io vivo! Io vivo! – scandiscono i rugbisti-danzatori neozelandesi, riattualizando l’alterno sentimento del capo maori in fuga. – Questo è l’uomo peloso che ha persuaso il Sole e l’ha convinto a splendere di nuovo. Un passo in su! Un altro passo in su! Un passo in su! Un altro passo… Il Sole splende! Hi!”
In realtà, interpretata in maniera aggressiva, per non dire feroce, in faccia agli avversari e preceduta da una sorta di “chiamata alle armi” da parte del capitano della squadra di rugby, l’haka si trasforma inevitabilmente in una simbolica danza di guerra.
“Batti le mani contro le cosce – urla il capitano superando il mugghio prepartita dello stadio – sbuffa con il petto, piega le ginocchia, lascia che i fianchi le seguano, sbatti i piedi più forte che puoi”.
Com’è evidente, queste urla del capitano introducono in modo del tutto coerente quella allegoria della battaglia tra campioni che è la partita di rugby, di calcio, di basket ecc., soprattutto quando è in gioco l’orgoglio nazionale. Non a caso, agli ultimi Giochi olimpici di Seul l’haka si è diffuso anche alla nazionale di basket neozelandese.
E le mamme italiane, che c’entrano con tutto questo? C’entrano, eccome, e per questo lo spot della Fiat fa loro interpretare un haka improvvisato nel bel mezzo di una strada. “Una battaglia è la vita dell’uomo sulla terra” – dice il Libro di Giobbe, e la danza maori ce lo ricorda con una penetrante allegoria. Tuttavia, dato che le mamme rugbiste dello spot Fiat non danzano l’haka in faccia a un avversario, non lanciano sfide a un’altra squadra, dobbiamo supporre che questa battaglia giornaliera sia rivolta contro qualcos’altro. Se mai, vogliamo immaginare, contro tutto ciò che di limitato, imperfetto e umiliante ci tocca di incontrare anche in noi stessi ogni giorno. E alla fine della giornata, questa mamme capaci di farci emozionare da un tubo catodico non avranno vinto solo la loro partita: avranno portato tutti noi a vedere il sole.
“Un passo in su, un altro passo… Il Sole splende!”.

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I Cinesi che non perdono la faccia

di ghinetto (19/03/2007 - 23:06)

I cinesi che non perdono la faccia
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 17.2.2006

La caduta da brividi di Dan Zhang, nella gara di pattinaggio artistico delle Olimpiadi invernali, ma, più ancora, l’incredibile recupero che ha portato l’atleta cinese alla medaglia d’argento, meritano un commento. La gara l’abbiamo vista tutti, e tutti, anche chi di noi tifava per la coppia russa poi risultata vincitrice, abbiamo condiviso delusione e sofferenza e poi infine gioia liberatrice per la vittoria morale dei due pattinatori cinesi sulla sfortuna, su quello che era sembrato un ostacolo insormontabile. Già, insormontabile per noi Italiani… Insormontabile per il commentatore della RAI che, dopo quel salto altissimo conclusosi malamente sul ghiaccio del Palavela di Torino, ha prematuramente stilato il podio della gara depennando la coppia cinese Zhang e Zhang. E invece…
E invece la cultura cinese, come pure quella giapponese, dà grandissimo valore alla considerazione sociale, ciò che si riflette nel concetto di “salvare la faccia”. Regole non scritte dettano i comportamenti degli individui all’interno della società allo scopo di combinare il rispetto per se stessi con il prestigio degli altri. Così, durante una competizione anche commerciale, il tradizionale sistema di valori cinese impone che si conceda allo sconfitto qualche premio di consolazione, che non lo si umili. E quando, comunque, le circostanze portano alla sconfitta c’è un’ultima difesa, un ultimo modo di non “perdere la faccia”: assumere un’espressione impassibile come se nulla fosse successo, evitare di perdere il controllo di se stessi, di mostrare pubblicamente la propria frustrazione, la propria rabbia.
Laddove un Italiano si sarebbe messo a piangere e a imprecare contro il destino cinico e baro, con il conforto e la comprensione di mamma, papà e della nazione intera; dove un americano avrebbe intentato causa ai manutentori della pista di ghiaccio, agli architetti del Palazzetto e agli organizzatori delle Olimpiadi, la mite e determinata Dan Zhang, nel breve scorrere di due minuti, si è ripresa, ha mascherato dolore, delusione, un’intera gamma di sentimenti e ha ripreso la sua danza commovente sul ghiaccio lucido. Una piroetta, un’altra ancora, facendo leva proprio sul ginocchio sinistro che aveva sbattuto violentemente contro il ghiaccio e infine il giusto premio: medaglia d’argento!

Che meraviglia, e che lezione! Autocontrollo, dominio di sé, senza inutili polemiche con il partner, senza giocare allo scaricabarile, senza accampare scuse, senza cercare giustificazioni. Confrontiamo questa lezione con quanto ci passa il convento televisivo, con quella Tv spazzatura in cui l’esplosione incontrollata dell’ira e l’esibizione della mancanza di autocontrollo sono ormai norma settimanale. Confrontiamola con le parolacce e le offese irripetibili anche tra compagni della stessa compagine, parolacce e offese che accomunano campi da calcio, spogliatoi, Parlamento, per non parlare dei Consigli comunali e di Circoscrizione. Confrontiamola con la spettacolarizzazione della vita e dei suoi aspetti più abietti nei reality show, dove l’offesa e la scurrilità sono studiati e voluti per aumentare lo share, dove attori-spettatori mettono in piazza le proprie brutture. Confrontiamo e scegliamo: io sto dalla parte della pattinatrice cinese, dalla parte della tradizionale virtù della “mansuetudine”, che non è mancanza di energia, ma forza potente per vincere se stessi, per possedere il proprio “io” contro la volubilità, la mancanza di carattere, l’incostanza. 
Così si vince. Così si diventa persone più vere, andando contro e non assecondando le proprie miserie, le proprie debolezze. Certo, anche questo autocontrollo può, in definitiva, essere egoistico, diventare alimento dell’amor proprio, come ammoniscono i maestri cristiani di vita interiore; e dunque va purificato, elevato, orientato all’apertura verso gli altri, all’amore degli altri. Però, quanto meno, la strada è quella giusta.

Tag: Dan,Zhang

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De Rossi 5 Relativismo 0

di ghinetto (17/03/2007 - 17:47)

De Rossi 5 Relativismo 0
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 24.3.2006

Molti commenti hanno fatto seguito al gesto di Daniele De Rossi, il centrocampista della Roma che, domenica scorsa, ha confessato all’arbitro di aver segnato un goal di mano, consentendogli di annullare giustamente la realizzazione. Come a volte accade, però, i commenti si sono mantenuti a un livello superficiale, sfiorando solo tangenzialmente il significato profondo dell’episodio.
Anzitutto la scena: De Rossi fa goal, allungando istintivamente il braccio e poi, mentre i compagni di squadra gli fanno i complimenti, lui non esulta. I commentatori si sono limitati a notare la mancata esultanza come una prova della colpevolezza del giocatore. Vero, ma c’è dell’altro. Se l’avete osservato bene, De Rossi non solo non esultava, ma cercava di sfuggire ai complimenti e all’abbraccio dei compagni. Di più: invece di essere felice, De Rossi sembrava “triste”. Anche se oggi facciamo fatica a riconoscerlo, quella faccia e quell’espressione possiedono un nome nella dottrina morale: da Aristotele a san Tommaso, passando per Cicerone e sant’Agostino, i grandi filosofi morali dell’Occidente l’hanno chiamata “tristezza spirituale”. Si tratta di quella tristezza lecita e salutare che ha per oggetto un nostro comportamento sbagliato. Il nostro agire non è moralmente indifferente, come ben sappiamo, e una persona dotata di una coscienza normale ha di norma una reazione morale. La “tristezza spirituale” di De Rossi era appunto la sua reazione morale a quanto aveva appena compiuto (anche se si trattava di azione non completamente volontaria).
La manciata di secondi passati tra il goal e la ripresa del gioco hanno costituito il circoscritto ma importante banco di prova di De Rossi. Il giocatore corricchiava e intanto pensava. Intorno a lui, come si è saputo dopo, alcuni compagni di squadra già gli suggerivano di non ammettere l’irregolarità, di “fare il furbo”, di fare il Maradona della situazione. De Rossi aveva solo quel tempo limitato per decidere. Se non avesse ammesso la scorrettezza in quella manciata di secondi, avrebbe perso l’occasione di far prevalere la reazione morale. De Rossi ha deciso per il meglio, com’è noto, e non importa che poi alcuni commentatori abbiano insinuato sospetti nella sua scelta o l’abbiano minimizzata, per malizia o per invidia o per chissà quale altro motivo. C’è stato infatti chi ha suggerito che forse, se la Roma non fosse stata in vantaggio, De Rossi avrebbe deciso diversamente, che in definitiva non c’era in palio un Campionato del Mondo, che quella era la cosa più conveniente da fare, ecc. ecc. Come sempre accade, invece, la decisione morale ci prova “hic et nunc”: “qui e ora” ci tocca decidere, basandoci in fin dei conti solo su noi stessi, senza dar troppo ascolto a consiglieri dalle dubbie intenzioni e senza tener conto di coloro che, dopo, hanno sempre la soluzione in tasca.
Ma c’è un altra considerazione ancora più importante che deriva dal “caso De Rossi”. Perché, ci chiediamo, nessuno l’ha condannato? Perché nessuno ha detto che ha fatto la cosa sbagliata? Perché tutti, ma proprio tutti ascoltiamo storcendo il naso l’autogiustificazione di Maradona, pronto a difendere una sua analoga scorrettezza e soprattutto la sua mancata ammissione davanti all’arbitro e agli avversari? Perché invece tutti, a cominciare dall’arbitro, abbiamo mentalmente ringraziato De Rossi?
Il perché è semplice. Perché non è vero che i valori sono relativi, che i comportamenti si equivalgono, che ammettere la propria colpa o non ammetterla sono comportamenti umanamente equiparabili. No, non è affatto vero. De Rossi ha agito bene. Maradona ha agito male. E chi dice che sono comportamenti equivalenti, che in definitiva tutto dipende dal sistema di valori che uno è libero di sostenere, dice una menzogna. L’unanime approvazione del comportamento di De Rossi dimostra che il relativismo è un’ideologia, una distorsione della realtà. Che per essere veramente uomo De Rossi non poteva scegliere come voleva; doveva scegliere proprio come ha scelto. E che così facendo ha realizzato se stesso anche rischiando di perdere la partita. Ha scelto di essere più uomo anche a rischio di essere un giocatore perdente (per lo meno in quella partita). E tutti noi ci saremmo sentiti meno uomini se De Rossi avesse fatto una scelta alla Maradona.


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Se Dio si occupa di sport

di ghinetto (03/03/2007 - 17:50)


Come Dio s’interessa di calcio e scommesse
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 8.9.2006

Due giorni fa, Frederic Kanoute, un attaccante del Siviglia campione della Coppa Uefa e della Supercoppa Europea, ha rifiutato di indossare la maglia della sua squadra perché sponsorizzata da una società di scommesse on-line. Dopo alcuni tentennamenti e parziali oscuramenti del nome dello sponsor, Kanoute, che è di religione musulmana, ha infine deciso: vuole una maglia senza riferimenti al gioco d’azzardo, un’attività proibita dal Corano, “un’opera di Satana” – stando alle sue stesse parole.
La questione è andata brevemente sulle prime pagine dei giornali, accompagnata da un inevitabile riferimento allo sponsor del Milan, un’altra azienda di scommesse on-line. Per adesso, secondo i commentatori, la cosa non ci riguarda dato che nessun giocatore rossonero è islamico. Solita magra consolazione, solita occasione di riflessione persa…
E noi, invece, questa occasione la prendiamo al balzo. Partiamo dalla reazione quasi istintiva che, credo, tutti noi abbiamo provato leggendo questa notizia. Si tratta, per la verità, di una reazione duplice, ambivalente: 1. ammirazione per la coerenza di Kanoute che rischia del suo, per un motivo nobile; 2. disapprovazione per una scelta “eccessiva” che sentiamo sfociare nel fondamentalismo.
Questa duplice reazione “naturale” è interessante, proprio perché è tutt’altro che naturale, affondando le sue radici nella morale cristiana, anzi propriamente cattolica. Solo, ci siamo talmente abituati alla nostra cultura intrisa di realismo cattolico, che sentiamo “istintivamente” innaturali tutte le decisioni che contraddicono questa nostra tradizione straordinariamente umana. E questo vale non solo per i credenti. Anche gli Italiani che non frequentano la Chiesa, come riconosceva Benedetto Croce nel celebre saggio del 1942 intitolato “Perché non possiamo non dirci cristiani”, sono tuttora profondamente immersi in una sorta di “pregiudizio cristiano”. Tuttavia, dal momento che il “giudizio cristiano” si è oggi ridotto a un “pregiudizio” del tutto inconsapevole, esso è privo di radici e fondamenta, quanto mai esposto ad essere contraddetto, confutato.
La domanda che ci si deve porre è: “Se la religione islamica proibisce il gioco d’azzardo, cosa stabilisce la fede cristiana?”. Ecco cosa dice in merito il recente Catechismo della Chiesa Cattolica: “I giochi d'azzardo (gioco delle carte, ecc.) o le scommesse non sono in se stessi contrari alla giustizia. Diventano moralmente inaccettabili allorché privano la persona di ciò che le è necessario per far fronte ai bisogni propri e altrui. La passione del gioco rischia di diventare una grave schiavitù”. Semplice no? Il gioco d’azzardo è possibile se viene limitato a soldi e beni non necessari, superflui per i bisogni propri e altrui. Se giocando non intacco beni essenziali a me, ai miei familiari e al mio prossimo, allora posso farlo. Evidentemente, senza proibire in se stesso il gioco d’azzardo, la morale cattolica delimita fortemente la sua possibile attuazione, legandola inoltre alla coscienza della propria responsabilità sociale. Se sono cosciente che, giocando, sottraggo dei soldi ai bisogni altrui, in coscienza ho il dovere di non giocare. Non c’è qui una sottomissione esteriore ad una prescrizione religiosa (“Il Corano lo proibisce”), bensì l’intimo convincimento di un dovere di giustizia (“Seduto qui al tavolo di baccarat, sto sottraendo dei soldi ai miei figli, a delle persone che potrebbero farne del bene”).
Come in tanti altri ambiti, invece di rincorrere un impossibile e innaturale abbandono di un’attività umana (in questo caso il gioco), la realistica morale cattolica cerca di disciplinarla, di orientarla. Invece di bandire drasticamente e illusoriamente il gioco d’azzardo, invece di pronunciare condanne solenni, ne perimetra l’utilizzo, lo vincola a un uso “giusto”. Resta così del tutto lecito, possiamo pensare, quel gioco d’azzardo di piccolo cabotaggio che si fa tra parenti il pomeriggio di Natale e nei cui confronti la mentalità cattolica non dimostra nessuna intransigenza di principio; resta lecita la piccola scommessa che non dà dipendenza psicologica e non intacca i bisogni di una persona, dei suoi cari, del suo prossimo. In pratica, resta possibile e lecito il gioco e la scommessa occasionale, controllata, a misura d’uomo: il gioco e la scommessa del non giocatore. Ma la riflessione richiede una seconda puntata.



Il sacrificio dei campioni innamorati
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 9.9.2006


Esattamente quindici anni fa, nel settembre del 1991, Jonathan Edwards rinunciava a partecipare alla gara di Salto triplo dei Campionati del Mondo, perché si svolgevano di domenica. Jonathan Edwards, per chi non lo ricorda, è stato il più grande triplista degli anni Novanta, il primo a superare la barriera dei 18 metri, tuttora detentore del record mondiale stabilito nel 1995 a Göteborg con 18,29 metri. Atleta umanissimo e fervente anglicano, questo ragazzo inglese dalle caviglie di caucciù ha pubblicato pagine interessatissime sul rapporto tra fede e professione e sullo stress dei campioni sportivi. “Pochi comprendono la pressione di uno sport ai massimi livelli. Competere al top non è un divertimento, è una tortura. Il giorno e mezzo tra le qualificazioni e la finale di Sidney – le Olimpiadi del 2000 vinte da Edwards – furono una vera e propria agonia. Ad Atlanta – le Olimpiadi del 1996 in cui vinse la medaglia d’argento – volevo andare a casa. In quei casi si vorrebbe essere in qualunque altro posto al mondo e contemporaneamente non lo si vuole,  perché si è al massimo e si ha l’occasione di vincere. E anche di perdere. Che battaglia! Io ero quasi sopraffatto: in molte occasioni sono stato sul punto di piangere e ho dovuto ricacciare indietro le lacrime. Non potevo credere a quello che stava succedendo: lo stadio incredibile, le Olimpiadi, e io ero il campione!”.
Nel 1991 Jonathan Edwards era un giovane atleta in piena ascesa: negli anni precedenti era salito sul podio nei Giochi del Commonwealth e nella Coppa del Mondo, a giugno aveva raggiunto la ragguardevole misura di 17,43. Il suo forfait ai Campionati del Mondo fece scalpore, tanto più che, con quella misura, avrebbe lottato per le medaglie. E invece, in ossequio alla prescrizione cristiana che riserva al Signore la domenica – il dies dominica, appunto – Edwards decise di non partecipare a una gara a cui si preparava da tempo, la competizione più importante del 1991.
La scelta di Edwards è analoga a quella di Frederic Kanoute di cui parlavamo ieri: l’atleta cristiano non gareggia la domenica e le altre feste comandate, il calciatore musulmano rifiuta di indossare la maglia sponsorizzata da una società di scommesse, un’attività proibita dal Corano. Anche di fronte alla scelta di Edwards il nostro realismo di origine cattolica ci fa storcere il naso. Se l’ammiriamo per la sua coerenza, non possiamo fare a meno di criticarne la natura eccessiva, disumanizzante. Non ha forse detto Gesù stesso, contro il legalismo ebraico del tempo, che “Il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato”?. La scelta di Edwards è infatti estranea alla tradizione cattolica, che da sempre ammette ampie deroghe all'obbligo di santificare il giorno del Signore. Quelle deroghe che, pur non abolendo la festa della domenica, permettono tuttavia all’uomo di compiere anche in quel giorno i lavori non posticipabili, di mietere e panificare secondo necessità, in una parola, di vivere normalmente.
La rigida osservanza della prescrizione religiosa che troviamo in Jonathan Edwards è piuttosto tipica di tradizioni cristiane non cattoliche: i Molokany ortodossi che bevono solo latte, gli Amish protestanti che rifiutano ogni tecnologia…
Occorre aggiungere che, pochi anni dopo, Edwards cambiò idea: dopo lunghe discussioni col padre, un vicario della Chiesa Anglicana, comprese che Dio lo chiamava a mettere pienamente a frutto i suoi talenti nello sport gareggiando anche nei giorni di festa. Già ai Campionati del Mondo del 1993 la gara che si svolse di domenica non gli impedì di vincere la medaglia di bronzo.
Questa riflessione non sarebbe completa senza un’ultima osservazione che recupera e spiega l’ammirazione che Edwards e Kanoute comunque suscitano in noi per la loro scelta. Aldilà dell’osservanza esteriore di una prescrizione religiosa, una persona di fede sincera può liberamente “sacrificare” qualcosa di perfettamente lecito. Sacrificare, esattamente come su di un altare, qualcosa a cui tiene per amore di Dio. Così come noi possiamo liberamente decidere di rinunciare a un passatempo lecito per dedicare un pomeriggio a nostra moglie o ai nostri figli, analogamente un campione di atletica può decidere di rinunciare a una gara per offrirla a Dio. Ciò che va fatto, come nel caso del pomeriggio passato con la moglie, senza mugugni e patteggiamenti. È la logica strana e paradossale del sacrificio, del digiuno, del cilicio, incomprensibile al di fuori della fede e dell’amore. Non per un’osservanza esteriore, ripeto, ma per un intimo desiderio di "sacrificio", dove questa parola riacquista infine entrambi i suoi significati: "far santo" (sacrum facere), attraverso una "rinuncia volontaria" (sacrificium). A qualcuno parrà un discorso strano.  In realtà è un discorso per innamorati.

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