Le tragiche conseguenze dell’autodeterminazione
Le tragiche conseguenze dell’autodeterminazione
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 28 novembre 2008
Dei miei tre critici, ha risposto il solo dottor Giordano. Peccato. Peccato, perché in Italia si perdono spesso le occasioni di dibattito etico e si arriva sempre a confronti che sono esclusivamente ideologici e a decisioni politiche figlie dell’emergenza. Peccato. Ma non mi arrendo. Provo a continuare il dibattito almeno con Giordano, sollecitando ulteriormente i miei interlocutori.
Anzitutto, vorrei chiarire i termini del problema. La compravendita di organi, nota Giordano, è proibita dalla legge; per quanto invece riguarda le ultime fasi della vita di una persona, siamo in un vuoto legislativo, non abbiamo una regolamentazione del testamento biologico.
Non sono d’accordo su questa visione esclusivamente giuridica del problema. È una visione parziale, riduttiva. Non credo che tutto debba essere discusso solo a livello giuridico: c’è la legge, non c’è la legge. È importante, invece, che ne prendiamo coscienza e ne discutiamo anche noi, noi persone comuni che di legge non sappiamo quasi nulla. Senza aspettarci soluzioni miracolose dai legislatori.
La questione non riguarda solo l’eutanasia, il testamento biologico, e la compravendita di organi. La questione riguarda molto più in generale la considerazione o meno di BENI INDISPONIBILI da parte della persona. L’eutanasia tocca un bene che, fino ad ora, è stato considerato in Italia «indisponibile», la vita. La compravendita di organi riguarda un altro bene anch’esso considerato ancor oggi «indisponibile», l’integrità della persona. Le leggi mettono per iscritto questa considerazione. La Costituzione elenca questi beni, le leggi li difendono.
Prendiamo un caso ulteriore, la libertà personale. La Costituzione lo considera anch’essa come un bene a cui «non si può rinunciare», un bene che non è disposizione del singolo. Se io stipulassi un
«contratto di schiavitù» con il mio vicino di casa, se cioè volessi «cedergli» la mia libertà e volessi diventare suo schiavo, questo mi sarebbe impedito. Perché? Perché non ho «piena disponibilità» di tutti i miei «beni». Perché, con atteggiamento «paternalistico», lo Stato ha stabilito che alcuni beni non sono soggetti alla mia libera disponibilità. Quando si parla di AUTODETERMINAZIONE in senso pieno, si dovrebbe dire che questo implica non solo la possibilità di stabilire che, sotto una determinata «soglia di dignità», posso interrompere l’alimentazione, posso decidere per l’eutanasia. Bisognerebbe aggiungere che l’autodeterminazione in senso pieno mi dovrebbe permettere di riformare la legge sulla donazione di organi. La legge che vieta la compravendita di organi, infatti, è contro la piena autodeterminazione della persona.
Ma contro l’autodeterminazione è anche la legge che mi impedisce di stipulare un contratto di schiavitù col mio vicino di casa. Oppure un contratto in cui autorizzo un carnefice a farmi del male. E se poi, quando mi fa male davvero, lo imploro di smetterla, chi è a favore dell’autodeterminazione dovrebbe sostenere le parti del carnefice, dovrebbe dire: «Ah no, tu ormai hai deciso. Leggi il contratto!».
Non sto ancora dichiarando che, personalmente, sono contrario a questa impostazione. Sto semplicemente portando alle sue logiche conseguenze la tesi dell’autodeterminazione. Non è un caso che alcuni medici americani discutano di compravendita di organi.
Non è un caso che, per ora solo dal punto di vista teorico, alcuni dei più radicali assertori dell’autodeterminazione discutano della possibilità di un «contratto di schiavitù».
Perché no? Se la scelta è quella dell’autodeterminazione, perché non si dovrebbe potere?
Dall’autodeterminazione viene l’eutanasia, come la compravendita di organi, così come il contratto di schiavitù. Perché dovrei accettare la prima e rifiutare le altre due? Se rifiuto il contratto di schiavitù, in realtà, lo faccio perché introduco nella legislazione un principio diverso da quello dell’autodeterminazione. Il principio dell’indisponibilità di alcuni beni.
C’è un punto ulteriore. Vorrei che chi legge cercasse di immaginare una società in cui vige l’autodeterminazione in senso pieno, con libertà di eutanasia, compravendita di organi, contratti vittima-carnefice, contratti di schiavitù ecc. Vorrei che immaginasse la povertà umana, la disperazione di questa libertà di autodeterminarsi. Mi colpisce però soprattutto che tra i sostenitori dell’autodeterminazione e dell’eutanasia ci siano dei «compagni», ci siano quelli che una volta votavano PCI, quelli che credevano davvero nella solidarietà sociale, quelli che si prendevano le ferie per montare gli stand al Festival dell’Unità. Che ci siano i radicali, i solitari, quelli privi di legami, quelli che vogliono morire da soli, in fretta, quando la vita non gli dice più niente, posso ancora capirlo.
Ma quelli che un tempo hanno creduto nella SOLIDARIETA’ tra i lavoratori, nel sostegno del compagno di fabbrica, questi davvero si riconoscono nella società frantumata e individualistica che sognano i radicali? Dove l’hanno messo il sostegno da uomo a uomo, da lavoratore a lavoratore? Non sono più vicine al cuore di questi “compagni” le suore di Lecco che sostengono Eluana, i tanti operatori degli hospice in cui si accompagnano con rispetto e amore le persone in quel passaggio, a volte lungo, che ci conduce alla morte?
Lasciamola alle suore di Lecco
Lasciamola alle suore di Lecco
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 16 novembre 2008
Oddio, che cosa ho scritto? Che espressioni scandalose ho usato nel mio articolo di venerdì su Eluana e Beppino Englaro? Sulla Voce di ieri c’erano ben tre lettere di critica. Sergio Giordano, senza troppa eleganza, minaccia: «Sarà mio dovere inviare l’intervento alla famiglia Englaro». Vittorio Pietracci, con ragionevole pacatezza, dice che ho esagerato, che non dovevo scrivere «Il padre di Eluana ha coronato il sogno della sua vita, far fuori sua figlia». E pure Werther Casali giudica queste parole «terribili, prive come sono di misericordia», tanto più contraddittorie nell’articolo di uno che si dichiara credente.
Che cosa ho scritto? La verità. È che la verità fa male, a volte. Ma il compito del giornalista è proprio quello di dire la verità, anche quando è scomoda. È quello di smascherare i travestimenti ideologici con cui ci nascondiamo la realtà. E qui la realtà nuda e cruda è proprio questa: «un padre da sedici anni combatte per riuscire a uccidere sua figlia».
Oh, certo, avrei potuto scrivere: «Da sedici anni la famiglia Englaro si batte per ottenere dalla Magistratura il permesso di staccare il sondino naso-gastrico con cui viene alimentata la propria congiunta in stato vegetativo persistente». Certo, l’avrei potuto scrivere e avrei potuto adottare quella sorta di Antilingua che sta invadendo il nostro mondo. Perché l’Antilingua non è presente solo nelle stazioni ferroviarie, dove ci viene imposto di «obliterare» il biglietto, mentre in realtà la macchinetta non fa altro che «timbrare», o nelle delibere regionali, dove non ci sono mai «strade», ma «assi viari». No, l’Antilingua è più sottile, più pervasiva: è l’Antilingua che ci fa accettare supinamente la definizione «stato vegetativo». Questa definizione che usano i medici è falsa, fuorviante. Un uomo non si trasforma mai in un vegetale. «Stato vegetativo» è una metafora. Vuol dire che l’uomo è «come se si trasformasse» in un vegetale. Ma rimane uomo, donna, rimane quell’essere unico e diverso da tutti gli altri. I poeti ci aiutano a non dimenticare mai questa unicità, e anche i giornalisti possono fare la loro parte.
Durante la Grande Guerra, Clemente Rebora guardava dalla sua trincea il cadavere di un compagno d’armi morto da tempo: «Fungaia d’un morto saponava la terra, a divano. Forse tre settimane. Schizzava il corpo, in soffietto, dai brandelli vestiti; ma ingrommata la testa, dal riccio dei peli spaccava alla bocca, donde lustravano denti scalfiti in castagna rigonfia di lingua». E tuttavia, questo morto descritto nella sua orrenda decomposizione è anche il bambino unico che era per sua mamma: «Mamma – era un cosino che faceva pipì, una stella, da bimbo».
Ecco, io sono sicuro che Eluana è stata per suo babbo una piccola stella, che Beppino Englaro si sia commosso ai suoi primi passi, che se la sia coccolata dopo un capitombolo o una scottatura. Sono convinto che abbia passato nottate a vegliarla da piccola e da grande. Ed è per questa comune umanità che non mi riesce di capire per quale motivo un babbo possa volere far fuori la figlia.
Anzi, forse qualcosa ho capito (ma lo dico piano, non voglio fare della psicologia a buon mercato). Viktor Frankl era un giovane psicologo quando fu internato in un Lager nazista. E qui fece una scoperta fondamentale: che l’uomo è l’unico animale capace di dare significato alla sua vita. In altre parole, scoprì che, per quanto sia caricato di esperienze negative, l’uomo non dipende da queste esperienze, anzi, le trascende; che anche l’esperienza del lager può, misteriosamente, ricevere un significato (è quello che accadde a padre Kolbe). La cosa principale è se l’uomo sa trovare un significato in quello che gli capita. Questo è il motivo – spiega Frankl – per cui noi vediamo persone che reagiscono alla medesima disgrazia in modo differente.
Personalmente ho avuto modo di verificarlo stando in ospedale per una serie di operazioni. La differenza non è tra chi è «dentro» e chi è «fuori». La vera differenza è tra chi vive la salute e la malattia con un senso e chi vive la salute e la malattia senza un senso. Tra chi muore guardando una telenovela e chi sa vivere la morte come un incontro con il Dio che lo ama.
Ci sono persone che vivono la medesima situazione di Beppino Englaro e che non hanno la medesima «rabbia» nei confronti del mondo. Ci sono persone che vedono – o forse solo intravedono – un significato in una persona in coma persistente.
Forse è un significato relazionale, più che razionale. Forse si contentano di starle vicino, di assisterla, di volerle bene come a un bambino che non ti dà nessuna soddisfazione umana.
Come le suore di Lecco, che hanno assistito Eluana e ora chiedono che venga lasciata a loro.
Forse questa è la soluzione più giusta: lasciare prevalere la compassione. E se Beppino Englaro non vede un senso in una figlia che è in coma da sedici anni, la lasci «adottare» da chi è disposto ad assisterla e a nutrirla, lasci che chi ha un cuore più grande del suo se la stringa ancora al petto come la bimba che era una volta. Come dopo un capitombolo che l’ha lasciata in coma persistente.
Contro la pena di morte
Contro la pena di morte
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 13 novembre 2008
Oggi sospendo le “pillole” sul Sessantotto. C’è Eluana. 
Che è stata condannata a morte. A morte per fame e sete. E bisogna fare qualcosa. Domani sarebbe troppo tardi. Domani, forse, bisognerà far uscire i giornali listati a lutto.
Come avviene nel nostro mondo dove anche il male è banale e burocratico, Eluana Englaro sarà forse condannata a morte da un certo numero di persone, tutte probabilmente buone, e nessuna delle quali singolarmente si può considerare il suo carnefice: il padre che ha fatto la richiesta di sospensione dell’alimentazione, i giudici della Corte d’Appello di Milano che hanno accolto la richiesta del padre, i giudici della Corte di Cassazione se rigetteranno il ricorso mosso dalla Procura di Milano. Il motivo addotto dal Procuratore Generale presso la Cassazione per chiedere questo ultimo rigetto è di quelli che noi persone semplici non capiamo, è un motivo procedurale sbrigato in una ventina di minuti: nel caso di Eluana non si tratterebbe di «un interesse generale e pubblico ma di una tutela soggettiva e individuale». La vita di Eluana non è un bene di interesse generale. È la sua singola vita. Grazie.
Se la Corte accetterà la richiesta del Procuratore, Eluana potrà essere uccisa legalmente. La
condannata a morte potrà percorrere il suo “miglio verde”, il suo “ultimo miglio” verso la morte. Lo farà restando a letto, dopo che, su richiesta del padre e con l’approvazione della magistratura, qualcuno le staccherà il sondino. Una condanna a morte per fame. Come quella che applicavano – ma raramente – i nazisti ad Auschwitz, quella di padre Kolbe. Come definire altrimenti quello che sta succedendo?
Eluana è entrata in coma sedici anni fa, dopo un incidente stradale. Da allora pur respirando da sola e godendo di ottima salute – solo qualche giorno fa ha avuto un’emorragia dalla quale si è rimessa autonomamente – viene nutrita attraverso un sondino naso-gastrico. Suo babbo non vuole. Non vuole che la figlia continui a vivere. Dice di farlo per il suo bene (lo dicono tutti i genitori per ogni cosa dei figli). Dice che la figlia, quando ancora era cosciente, avrebbe affermato vedendo un amico in coma: «Non vorrei mai vivere in quel modo». Tutto qui.
Una frase e la condanna morte.
Eluana vive in un istituto di suore di Lecco. Le suore la accudiscono e la nutrono. Non le danno medicine, non ne ha bisogno. Non c’è nessuna terapia, dunque non c’è nessun «accanimento terapeutico». Semplicemente viene nutrita a spese delle suore che la considerano una di casa. Ma no, il babbo non vuole. Conduce la sua “battaglia di libertà”. La sua battaglia di morte.
L’avvocato del padre, un’altra rotella in questo meccanismo che avanza verso la morte di Eluana, ha affermato che «i medici non possono disporre all’infinito della vita altrui». I medici no, il
babbo sì. Il babbo può intimare alla suore di smettere di nutrire sua figlia. Paternità alla rovescia in un mondo alla rovescia.
E io, come il profeta Daniele davanti alla condanna a morte di Susanna, urlo: «Io sono innocente del sangue di lei!». Urlatelo con me. Voi che vi siete commossi davanti al condannato del film «Il miglio verde», fatelo davanti a questa persona in carne ed ossa. È innocente. Astenetevi da questa condanna a morte per fame e sete. Non costa nulla. Solo la dignità del nostro essere uomini. Firmate l’appello: http://www.firmiamo.it/eluanaenglaro, forse siamo ancora in tempo per lei, per noi, per non essere anche noi colpevoli della sua morte per fame. «Io voglio essere innocente del sangue di lei». E voi?
Il tabù della morte di noi moderni fifoni
Il tabù della morte di noi moderni fifoni,
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 21.IX.2007
Quest’anno il mio corso all’Università di Urbino avrà come argomento la Morte. 
(Pausa. Aspettiamo che i lettori napoletani della Voce finiscano i loro riti scaramantici e le varie “toccate” a ferro, legno e ammennicoli vari e proseguiamo). Il vantaggio di insegnare Letteratura è anche questo: posso scegliere ogni anno un argomento nuovo e studiare come lo trattano gli autori più significativi. D’altronde se, come diceva il critico americano Ralph Waldo Emerson, nei corsi di letteratura si dovrebbe studiare il meglio di ciò che è stato scritto e pensato dagli uomini, la morte è decisamente un argomento cruciale per imparare qualcosa di importante dai grandi pensatori del passato. In realtà mi è già capitato in passato di tenere singole lezioni sulla morte e la letteratura russa.
La prima volta è stato a Messina, 15 anni fa. Ricordo: era un giorno invernale un po’ nebbioso. Io entro in classe tra il nervoso e il concentrato (era il mio primo anno di insegnamento). Mi siedo e aspetto che si faccia silenzio. Poi dico: “Oggi parleremo della morte”. Gli studenti siciliani toccano rapidamente ferro e varie “fonti della vita” e della potenza.
Io riprendo: “E il fatto che voi stiate facendo scongiuri e magie di vario tipo dimostra quanto siete condizionati dalla concezione attuale della morte”. Shock. “Già. Ne siamo tutti condizionati. Nessuno di noi sa che cosa dire di vero e significativo quando, a un funerale, ci si mette in fila per fare le condoglianze a un conoscente”. Gli studenti si guardano intorno, scoprendo di avere in comune qualcosa che nemmeno si immaginavano. “Mi spiego meglio, - proseguo. – È capitato a tutti noi che fosse morto il parente stretto di un amico. Andiamo al funerale, diciamo le frasi che si devono dire. Poi incontriamo l’amico per la strada e non c’è modo di evitarlo (e in fondo noi non vogliamo evitarlo). E allora gli andiamo incontro con una faccia che vuole dire qualcosa di diverso dal solito. Gli stringiamo la mano con più forza del solito, lo guardiamo negli occhi intensamente. Ma senza nominare la parola proibita, senza parlare esplicitamente della morte. E lui sa, lui sa che quei nostri sguardi più intensi, quella nostra stretta più forte vogliono significare proprio la nostra vicinanza: siamo solidali con lui, con-dogliamo con lui. Ma senza nominare la morte”. Di nuovo gli studenti si guardano. A tutti è capitata l’esperienza che ho descritto, e tutti si rendono conto ora che della morte si può parlare. La morte non è più un tabù.
Un’altra volta ho tenuto una serie di lezioni sulla morte a Urbino, parlo di una decina di anni fa. Illustravo la concezione della morte in un testo di Turgenev, “Il diario di un uomo superfluo”. È un romanzo breve in forma epistolare: il protagonista mette per iscritto nel diario i suoi ultimi giorni, dopo una diagnosi letale che gli ha lasciato dodici giorni di vita. Spiego la concezione della morte romantica, il tentativo degli scrittori di quel tempo di sostituire la vita nell’aldilà con il ricordo nella memoria degli amici, una delle tante sostituzioni della “trascendenza” con “un’immanenza mitizzata” attuate dalla modernità anticristiana. Qualche mese dopo una studentessa sostiene l’esame, risponde bene, poi, ormai dopo
aver ricevuto il voto sul libretto universitario mi racconta una storia. Seguendo l’esempio di Turgenev, aveva cominciato a scrivere anche lei un diario, come se le fosse stata diagnosticata una malattia incurabile. E aggiunge: “Un anno fa avevo chiesto ai miei genitori di regalarmi una chitarra: niente da fare. Poi, il mese scorso, la svolta. Mi prendono delicatamente da parte, mi chiedono se voglio ancora quella chitarra, in un battibaleno me la regalano. Poi capisco: hanno trovato il mio diario, hanno paura che mi tolga la vita. Insomma, non mi hanno mai trattato così bene. E allora, non gliel’ho ancora detto che era un tentativo di immedesimarmi nel personaggio di Turgenev”. Che fare? Io l’ho rimproverata, l’ho esortata a spiegare tutto ai suoi genitori che per la contentezza avrebbero probabilmente continuato a trattarla bene.
Già, la morte. Anche quest’anno – ne sono sicuro – per i miei studenti sarà una rivelazione. Anche gli studenti di quest’anno scopriranno che vivono nel tabù della morte. Scopriranno quello che per primi hanno descritto gli studiosi francesi Ariés e Vovelle, lavorando anche su testi letterari (sulla “Morte di Ivan Il’ich” di L. Tolstoj, per esempio). E cioè, che alla morte vissuta in casa (addomesticata in senso letterale), gestita dal moribondo, consapevolmente attesa e incontrata, si è sostituita una morte paurosa, tabuizzata, gestita da tutti tranne che da chi sta per morire, una morte fuggita e negata fino all’ultimo istante. Una morte, soprattutto, a cui è stato tolto il significato di passaggio a “miglior vita” e a cui è stato così riconsegnato il malefico pungiglione.
Piccola mano di speranza
Piccola mano di speranza
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 3.2.2006
Lo so, la maggior parte di voi saprà già la storia e avrà già visto le foto. Dunque, scrivo per i 25 lettori che ancora ne sono all’oscuro. Gli altri si commuovano ancora una volta.
Si commuovano davanti a Samuel Armas, “feto” di 21 settimane che allunga la sua piccola mano dall’utero e stringe il dito del chirurgo che l’ha appena operato e gli ha ridato la salute. 21 settimane dal concepimento: un’età in cui in Italia, come negli Stati Uniti si può abortire, si può far fuori un bambino come questo che sporge la sua “piccola mano di speranza”.

Ecco dunque la storia che non conoscevo, e che mi ha segnalato Alessandra Nucci, valida collaboratrice delle Ragioni dell’Occidente.
Nel 1999, Julie Armas, una giovane infermiera di Atlanta scoprì che il bambino che portava in grembo, il “feto”, era affetto da spina bifida, un lesione congenita delle vertebre che provoca gravi disturbi motori fino alla paraplegia, nonché problemi alla vescica e allo sfintere anale. In questi casi, solitamente, si interveniva nelle prime ore dopo la nascita del bambino, riducendo le deformità della colonna vertebrale e avviando poi i pazienti verso una lunga riabilitazione che, grazie a tutori, grucce e sedie a rotelle consentiva ai malati di spina bifida di pervenire ad un certo livello di autonomia. Con le ecografie, la malattia poteva essere diagnosticata abbastanza presto, già a 12-14 settimane dal concepimento; poi, fino a pochi anni fa, genitori e medici non potevano far altro che osservare l’aggravarsi della malattia man mano che la gravidanza procedeva.
Ora, la giovane infermiera di Atlanta venne a sapere che il dott. Joseph Bruner della clinica della Vanderbilt University di Nashville, invece di aspettare la nascita dei bambini affetti da spina bifida, li operava mentre erano ancora dentro l’utero. Estratto temporaneamente l’utero e posato sull’addome della madre, grazie ad una piccola incisione, i piccoli venivano operati rimanendo dentro la loro comoda “casa”.
E qui avvenne il fatto straordinario documentato dalle foto di Michael Clancy, un fotoreporter di USA Today, inviato dal giornale per riprendere la tecnica innovativa del dott. Bruner. “Terminata l’operazione – ha poi testimoniato il fotografo – vidi che l’utero si scuoteva ma non c’era nessuna mano vicino. Qualcosa lo scuoteva dall’interno. Improvvisamente un braccio intero si sporse fuori dall’apertura, quindi si ritirò fino a mostrare solo una piccola mano. Il medico lo toccò e sollevò la mano, che reagì e strinse il dito del dottore. Come se volesse testare la sua forza, il dottore scosse il piccolo pugno. Samuel – così si sarebbe chiamato il bambino - strinse il dito. Scattai la foto!”.
La madre confessò: “Io e mio marito abbiamo pianto per giorni, guardando quelle fotografie. Ci ricordavano che la mia gravidanza non riguardava una malattia o un handicap, ma una piccola persona”. Le foto dicono tutto, raccontano la lotta per la vita del piccolo Samuel, il cucciolo d’uomo a cui appartengono la piccola mano e il piccolo braccio, minuscoli ma perfettamente formati.
La storia sembrerebbe di quelle indiscutibili, da magone nel petto. E invece no. Dopo la pubblicazione degli scatti di M. Clancy cominciò l’interpretazione “politica” delle foto, con due versioni nettamente contrapposte. Le foto e il racconto del fotografo sembrano documentare la prima “interazione” di un “feto” di 21 settimane con l’esterno. Tralasciamo le letture “romanzate” del fatto, quelle che vedono nell’allungarsi della mano di Samuel una sorta di ringraziamento nei confronti del chirurgo. Se certamente è forzato parlare di un’espressione di “ringraziamento”, è altrettanto certo che una “interazione” è avvenuta, è qui, indubitabile, sotto i nostri occhi. Ora, è evidente che se si parla di interazione di un “feto” di 21 settimane sono da rivedere tutte le legislazioni in materia di aborto. Di più: sono da dichiarare omicidi legalizzati tutti gli aborti avvenuti a partire dalle 21 settimane. E questo è un bel problema politico e morale.
Qui venne in soccorso la seconda versione, data niente meno che dal dott. Bruner. Questi negò anzitutto tutte le versioni circolanti che descrivevano il suo stupore davanti alla straordinaria “interazione”; anzi, il chirurgo negò che il piccolo bambino avesse allungato autonomamente il braccio fuori dall’utero e dette la sua interpretazione delle foto: “A seconda del punto di vista politico di ognuno, questo può essere Samuel Armas che stende il braccio fuori dall’utero e tocca il dito di un suo simile, oppure sono io che tiro fuori dall’utero la sua mano… ed è questo in effetti quello che io feci”. Conclusione del dott. Bruner: si tratta di foto “in posa”; madre e bambino era anestetizzati, non potevano interagire; il resto è inventato dal fotografo.
Rapida conclusione: il fotografo, messo in dubbio nella sua professionalità, invece di vincere il Pulitzer, ha di fatto perso il lavoro. Il medico, se Dio vuole, ha ulteriormente affinato la tecnica di chirurgia intrauterina. Samuel Armas è un vivace bambino pieno di salute. Ma osservate la sequenza di immagini che il fotografo ha messo in linea sul suo sito (www.michaelclancy.com/story.html) e ditemi se non ha ragione lui: il bambino stringe chiaramente il pugno, un movimento che il chirurgo non può certo provocare. Sarà risveglio intraoperatorio, sarà qualcos’altro che i medici devono ancora spiegare, ma, per Giove, quella è la mano di Samuel che si muove e stringe il dito del dottore!



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