Quel sottile veleno contro il matrimonio…
Quel sottile veleno contro il matrimonio…
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 1 maggio 2009
Nel 1939 lo svizzero Denis de Rougemont pubblicava un libro di straordinaria acutezza, L’amore e l’Occidente.
Partendo da Tristano e Isotta, l’autore ripercorreva il mito dell’amore-passione nella letteratura europea. «Se l’Occidente venisse giudicato solo dalla sua letteratura – scriveva de Rougemont – apparirebbe dedito solo all’adulterio». Se dovessimo dar retta ai testi della letteratura europea, infatti, sembrerebbe che l’amore per essere vero, autentico dovesse essere costitutivamente e pregiudizialmente CONTRO il matrimonio, al di fuori del matrimonio. Dovesse cioè essere - questa la tesi dello scrittore – legato a una passione autodistruttiva.
«Questo mito – affermava ancora il pensatore svizzero – si intravede nella maggior parte dei nostri romanzi e film, nel loro successo, nella compiacenza che si risveglia nel cuore dei borghesi, dei poeti, dei mal accoppiati, delle signorine che sognano amori miracolosi. Il mito agisce ovunque la passione d’amore è sognata come un ideale, non già temuta come una febbre maligna; ovunque la sua fatalità sia immaginata come una bella e desiderabile catastrofe, e non già temuta come una catastrofe».
È vero. Non è difficile dimostrare come la maggior parte delle storie d’amore nella letteratura europea riguardi un amore passionale che distrugge matrimoni, famiglie, vite. E che, laddove invece conduce al matrimonio, si ferma al nastro di partenza, si chiude con la festa di nozze. Così, da un lato, non si contano i romanzi di passioni adulterine, da Madame Bovary all’Amante di Lady Chatterley, da Anna Karenina 
all’Ulysses di Joyce, mentre I promessi sposi, straordinario romanzo d’amore, si chiudono proprio quando il matrimonio è finalmente possibile. Con tutto ciò, evidentemente, l’amore matrimoniale rimane un tabù.
Dalla letteratura alle serie televisive. Chi ha dato anche solo un’occhiata alle serie televisive americane che inondano i nostri palinsesti avrà notato che non ce n’è una che non presenti professionisti di altissima qualità che hanno situazioni familiari e relazionali terrificanti. Sembra anzi che il modello antropologico diffuso da queste serie abbia proprio questa doppia caratteristica: ottimo nella professione, pessimo nelle relazioni.
Qualche esempio.
Il dr. House, geniale primario di diagnostica, misantropo al punto da non visitare quasi mai i suoi pazienti, tratta malissimo i suoi collaboratori e allievi, ha relazioni affettive solo occasionali dopo i 5 anni passati con Stacy, è un asociale, dipendente da oppiacei, in compenso è grande appassionato di videogiochi e di siti porno su internet.
L’agente Gibbs di NCIS, da quanto sappiamo, ha avuto almeno 4 
mogli, tutte rosse di capelli e altrettante importanti relazioni sentimentali. Jack Malone, l’ottimo capo della squadra di Senza traccia, ha divorziato dalla moglie avvocato che non vedeva mai a causa dei ritmi di lavoro, ragion per cui le due figlie sono state affidate alla madre; ha avuto una relazione con un’agente, poi con la vedova di un altro agente, con cui ha avuto un figlio morto per aborto spontaneo, si è di nuovo messo con la prima agente bionda, ecc. Non è necessario soffermarsi su E.R. dove tutti, medici e infermieri, sembrano vivere letteralmente solo dentro l’Ospedale, senz’altra relazione affettiva e sociale, e dove cambiano periodicamente partner fino ad esaurimento dei rappresentanti dell’altro sesso (ma non solo). Alla fine, tutti vanno con tutti.
Curiosamente, nella vita reale i protagonisti di queste serie hanno una vita sentimentale molto più regolare. Naturalmente, mi rendo conto dei limiti di un confronto tra la “vita” di questi personaggi e la vita reale degli attori che li impersonano, e che avrebbe più senso confrontarli statisticamente con i medici, i detective ecc.. Probabilmente è vero. Tuttavia, dato che il mondo del cinema ha fama di essere perfino più disastrato di quello dei medici e degli agenti di polizia da questo punto di vista, anche un confronto con gli attori reali può essere interessante.
Dunque, Hugh Laurie – il dr. House – è felicemente e tranquillamente sposato con una sola moglie e tre figli. Mark Harmon – l’agente Gibbs – è sposato una sola volta e ha due figli; in passato si è preso cura dei figli della sorella drogata, e, dopo che questa ebbe divorziato, ha cercato di ottenere la custodia del figlio di lei, Sam, per assicurargli un migliore ambiente familiare. 
Kerry Weaver la dottoressa lesbica di E.R., che nella fiction dopo una prima relazione con una dottoressa inglese, si accompagna ad una vigilessa del fuoco, cerca di avere un bambino con inseminazione artificiale, soffre per un aborto spontaneo, poi convince la compagna ad avere un bambino, è tranquillamente sposata con una marito, da cui ha avuto un bambino e ne ha adottato un altro. Neanche le altre due donne sono lesbiche: sono entrambe sposate e hanno figli. Insomma famiglie normali. Famiglie normali in un ambiente difficile come quello del cinema dove la normalità sembra non essere di casa.
Dalla letteratura ottocentesca alle fiction televisive americane, questo sembra essere il modello che ci viene proposto: eroi in cerca di una vita autentica, splendidi professionisti, pessimi nelle relazioni umane e affettive. Quasi che per essere un vero eroe e uno splendido professionista si dovesse necessariamente essere pessimi nelle relazioni umane e affettive. Come se l’uomo ricco di umanità e il genio nel lavoro dovesse necessariamente essere uno sregolato nella vita affettiva.
Gli ottimi attori che impersonano il dr. House e l’agente Gibbs e i medici di E.R. testimoniano che siamo di fronte a una versione del mito dell’amore antimatrimonialista e che invece si può essere contemporamente grandi professionisti e mariti fedeli, donne impegnate nel lavoro e splendide mogli.
Quando il coniuge non vuole…
Quando il coniuge non vuole…
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 3 aprile 2009
Sempre che non sia un pesce d’aprile, è arrivata la notizia che il presidente dell’Afghanistan
Hamid Karzai starebbe per firmare una legge che regola, tra le altre cose, il cosiddetto “debito coniugale” tra le famiglie appartenenti all’etnia Hazara, una consistente minoranza di ascendenza mongola. La ricetta di Karzai, contenuta nell’art. 132 del nuovo “Diritto di famiglia Shia” stabilisce che il marito ha il diritto di pretendere rapporti sessuali con la moglie anche senza il suo consenso almeno una volta ogni 4 notti, tranne in caso di malattia.
L’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei diritti delle donne, pur in assenza del testo del decreto, ha protestato, bollandola come “legge pro-stupro”. Parlamentari di tutti il mondo si sono associati alla protesta, anche perché la legge sembrerebbe prevedere anche l’obbligo della moglie di ottenere il permesso del marito per uscire di casa, per farsi visitare da un medico, per andare a scuola e al lavoro.
Una legge orribile, retrograda, maschilista, peggiore di quella dei talebani… 
Noi Italiani, com’è noto, abbiamo tutte le carte in regola per insegnare come si risolve giuridicamente alla radice la questione del “debito coniugale”. Anzitutto la Cassazione ha stabilito che la sfera sessuale dei coniugi ha una valenza giuridica, e che “il congiungimento fra coniugi concretizza la soddisfazione delle esigenze fisico-morali dei coniugi, per cui l’ingiustificato diniego del rapporto sessuale cagiona un venir meno all’obbligo di assistenza”. Non credo sia necessario tradurre dal “giuridichese” all’italiano: ognuno sa meglio degli impacciati giudici della Cassazione ciò di cui si parla. Recentemente la stessa Cassazione ha condannato il marito che si era rifiutato “di intrattenere per ben sette anni normali rapporti affettivi e sessuali con il coniuge, con gravissima offesa alla dignità e alla personalità del partner e provocando in lui frustrazione e disagio”. La condanna è motivata dal fatto che “ove volontariamente posto in essere, il rifiuto alla assistenza affettiva ovvero alla prestazione sessuale rende impossibile all’altro il soddisfacimento delle proprie esigenze di vita dal punto di vista affettivo e l’esplicarsi della comunione di vita nel suo profondo significato”. Purtroppo i giornali non hanno pubblicato le fotografie del marito che per sette anni si “è rifiutato di intrattenere rapporti sessuali con la moglie”, e neppure quelle della moglie che il marito ha eluso per sette lunghissimi anni: forse avrebbero potuto spiegare qualcosa…
D’altro canto, spiega la nostra giurisprudenza, esistono dei limiti alla “pretesa coniugale”. “Quando risulti che il cosiddetto debito coniugale sia normalmente soddisfatto da un coniuge nei confronti dell’altro, – ha stabilito la Cassazione – è legittimo il rifiuto che, una volta tanto, il coniuge adempiente opponga all’amplesso sessuale richiesto dall’altro coniuge, specie quando esso trovi giustificazione nelle particolari condizioni fisiche e psichiche di quel momento”. Stando alle sentenze della Cassazione, tuttavia, il rifiuto alla prestazione sessuale, non può essere pretestuoso. Così, nel 2005, è stato condannato un marito che si negava alla moglie per il fatto che questa di era schierata contro di lui in una controversia familiare.
Con grande gioia dei giornali scandalistici, ogni tanto i tribunali si devono occupare anche dell’altro eccesso, di quando cioè uno dei due coniugi “pretende dall’altro un’irragionevole frequenza di rapporti”. Due condanne simmetriche dei tribunali di Venezia e Milano hanno chiarito anche “quanto spesso” marito e moglie possono esigersi l’un l’altra.
Naturalmente, nel caso in cui uno dei due coniugi venga obbligato ad un rapporto sessuale contro la sua volontà, il diritto italiano ha previsto che si applichino le norme sulla violenza sessuale: non c’è nessuna differenza se chi compie la violenza è il marito o un estraneo. “Il coniuge – spiega ancora la Cassazione – non si priva incondizionatamente nei confronti dell’altro coniuge del potere di disporre del proprio corpo, né perde la naturale libertà di negare la prestazione sessuale”.
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Com’è evidente dalla stessa goffaggine lessicale e dall’incongruenza logica, il diritto sembra davvero “incompetente” su tali questioni. Lasciando doverosamente da parte gli atti di violenza che possono aver luogo anche all’interno del matrimonio, e pure i sette anni di astinenza forzata, come si fa a giudicare a colpi di codice l’amore e il bisticcio tra due coniugi?
E inoltre, come si può dire che un coniuge “non perde la naturale libertà di negare la prestazione sessuale” e contemporaneamente sostenere che esiste una ragionevole aspettativa di “intrattenere normali rapporti sessuali”? Un coniuge è libero di dire di no, oppure non è libero? È una libertà condizionata?
Da ultimo: quando i Tribunali hanno condannato un coniuge nei casi precedenti cosa hanno fatto? Hanno consentito all’altro la separazione e poi il divorzio. In altre parole, per sanare il torto di un coniuge, hanno distrutto il matrimonio. Geniale, no?
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Una certa linea femminista taglia la testa (e non solo quella)
al toro e afferma più decisamente che “la nozione di ‘debito
coniugale’ è servita per secoli a ‘custodire’ lo stupro da parte del marito nel mondo Occidentale. Il debito coniugale implica un diritto di proprietà che l’uomo come soggetto ha sulla donna in quanto oggetto” (Diane Elam).
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A differenza dei giudici della Corte di Cassazione e delle femministe, le autorità della tradizione cristiana da san Paolo fino al recente Catechismo della Chiesa Cattolica insistono in modo esplicito sulla “donazione reciproca definitiva” (CCC 1643). 
“Il marito renda alla moglie il debito coniugale e lo stesso faccia la moglie col marito. La moglie non è più padrona del proprio corpo, bensì il marito; allo stesso modo non è più padrone del proprio corpo nemmeno il marito, ma la moglie. Non privatevi l'uno dell'altro se non di mutuo accordo e temporaneamente per dedicarvi alla preghiera ma di nuovo riunitevi insieme” (1 Lettera ai Corinzi).
Con saggezza antica, commentando le parole di san Paolo, così consigliava San Giovanni Crisostomo ai giovani cristiani di Costantinopoli per la prima notte coniugale: “Dopo che avrai celebrato le nozze, avendo eliminato da esse tutti canti turpi, satanici e i ritornelli volgari, accostando a te tua moglie, plasmala sapientemente, lasciando durare per lungo tempo il suo senso del pudore, senza infrangerlo bruscamente. Tu quindi non violare bruscamente questo senso del pudore come fanno gli uomini dissoluti, ma fallo durare per lungo tempo”. E, più recentemente, il Dizionario di teologia morale diretto dal card. Palazzini, consigliava: “Quando uno dei due coniugi non è disposto a compiere l’atto sessuale, l’altro dovrà evitare, in omaggio alla carità, di esigerlo”. 
Questo è (era?) il nostro matrimonio, luogo in cui sommergere il coniuge di amore, di premure, di “facciamo quello che vuoi tu”, non luogo in cui accampare diritti col codice alla mano e la verità in tasca, aspettando nel buio della tenda afgana lo scoccare della quinta notte.
Tutto è lecito se il matrimonio non è “naturale”
La figlia ceduta in sposa per onorare un debito
Tutto è lecito se il matrimonio non è “naturale”
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 12 settembre 2008
La notizia è di due giorni fa e riguarda un fatto avvenuto qui, a casa nostra, nella nostra regione.
Un uomo, a quanto pare un indiano, aveva promesso la figlia in matrimonio a un suo creditore come pagamento di un vecchio debito; la figlia, da quello che riferisce il giornale “L’informazione” di Reggio Emilia, non era d’accordo e i parenti del futuro marito hanno deciso di sequestrare la nubenda per portarla a casa dello sposo. A questo punto è intervenuta la polizia che ha liberato la giovane e, probabilmente, sventato il matrimonio. Il debito si dovrà saldare in qualche altro modo…
Da molto tempo, in Italia, i matrimoni forzati sono un reato. Non chiedono forse il sacerdote e gli ufficiali di stato civile di manifestare chiara e forte la libera volontà di sposarsi?
È stato un percorso durato parecchio tempo, parecchi secoli. Il matrimonio romano, che il giurista Modestino, e dopo di lui il Digesto di Giustiniano, definiva “l'unione di un uomo e di una donna, un consorzio per tutta la vita, una comunione fra diritto divino e quello umano” (Nuptiae sunt coniunctio maris et feminae, consortium omnis vitae, divini et humani iuris communicatio),
era deciso dai genitori ed era permesso solamente ai cittadini romani. Consorzio e contratto, questo matrimonio lasciava ampi spazi di relazione soprattutto agli uomini: concubinato, unioni extraconiugali, amori omo ed eterosessuali, prostituzione ecc..
Il cristianesimo raccolse l’eredità romana, la purificò, innalzò il matrimonio a rapporto d’amore tra uguali di sesso diverso, chiarì i caratteri del matrimonio che poi furono accolti nei Codici civili moderni. Noi che veniamo da una cultura in cui si contrappongono matrimonio civile e matrimonio religioso non dobbiamo infatti dimenticare che per oltre mille anni ci fu in Europa un solo matrimonio, il matrimonio-sacramento cristiano. Il matrimonio – l’unico matrimonio – tra battezzati era automaticamente sacramento, riassunse definitivamente il Concilio di Trento a metà del 1500.
Ma già trecento anni prima, nel Concilio Lateranense IV del 1215, la Chiesa cattolica aveva regolamentato ufficialmente il matrimonio imponendo l'uso delle pubblicazioni e richiedendo esplicitamente il consenso libero e pubblico degli sposi, da dichiarare a viva voce in un luogo aperto (contro i rapimenti e le unioni combinate). Durante il Medioevo non fu cioè istituito un nuovo tipo di matrimonio cristiano, ma furono chiariti i principi “naturali” del matrimonio.
Sostanzialmente vennero applicati al matrimonio romano in modo più conseguente i principi di uguaglianza tra i coniugi e di libertà. Si diede anche spazio ad una lunga riflessione sugli “impedimenti”, sviluppando nuovamente la legislazione romana: fu imposta un'età minima per gli sposi (per evitare il matrimonio di bambini), fu sanzionata la nullità del matrimonio in caso di violenze, rapimento, non consumazione ecc., regole che poi sono passate direttamente nel Codice Napoleonico.
In definitiva la Chiesa lottò per secoli in difesa dei nubendi, della loro libertà di contrarre matrimonio. Al punto che, lo sappiamo tutti dai “Promessi sposi”, era sufficiente presentarsi davanti al sacerdote e pronunciare davanti a due testimoni la propria libera volontà di sposarsi e si era ipso facto marito e moglie. Il tentativo di Renzo e Lucia di sposarsi addirittura organizzando una trappola a don Abbondio si basa proprio su questo principio: che don Abbondio sia d’accordo o meno, una volta che i promessi sposi hanno espresso pubblicamente – cioè davanti a Tonio e Gervaso – la loro libera volontà matrimoniale, sono ufficialmente marito e moglie.
Questo ha fatto per secoli la Chiesa, contrastando apertamente, ad esempio, le pressioni delle famiglie, dei clan, le disposizioni dinastiche nobiliari. Il cosiddetto “regio assenso” alle nozze dei Principi della Casa Reali, ad esempio fu introdotto dal Codice Napoleonico e poi, in Italia, ribadito da tutti i Codici Civili (1829, 1836, 1865 ecc.). Ma fu una disposizione che regolamentò il matrimonio moderno, quello successivo all’Illuminismo e alla Rivoluzione francese. Quello che introdusse il matrimonio civile accanto a quello religioso. Quello che non si fonda sul fondamento “naturale” del matrimonio, come pretendevano di fare i giuristi romani e poi quelli cristiani, ma che mette il matrimonio in balia delle diverse culture, dei parlamenti, dei legislatori.
E se a un parlamento va bene che il matrimonio sia combinato dai genitori contro il volere dei nubendi, il parlamento approva una legge in questo senso. Alla fine, è solo una questione di maggioranza, di numeri in parlamento. Una volta introdotto il principio del matrimonio sganciato dal fondamento “naturale”, può accadere qualunque cosa: anche che un parlamento decida che si può cedere in sposa la figlia in cambio di un debito.
La famiglia nella geografia interiore dell'uomo
Nel luglio del 2007 la Fondazione Sublacense "Vita e famiglia"
(http://www.fondazionevitaefamiglia.org/) mi ha invitato a un Laboratorio. Tema del mio intervento "La famiglia nella letteratura". Ora, com'è noto, nella letteratura c'è poca, pochissima famiglia, molto moltissimo adulterio, originato dal mito antifamiliare dell'amore infelice, legato inevitabilmente alla morte (Denis de Rougemont).
E dunque ho scelto di tralasciare la letteratura e di presentare una mia riflessione sul matrimonio.
La prima parte di questa riflessione l'ho anche letta al Venticinquesimo anniversario del mio marimonio. 
Don Ugo Borghello ne ha citato un pezzo nel suo libro Il sogno dell 'amore per sempre, che è un libro da non perdere. Stefano Borselli, un amico, l'ha messa nel suo blog: Si intitola La famiglia nella geografia interiore dell'uomo. Comincia così: C’è, tra le regioni della nostra geografia interiore, un luogo del tutto speciale. Entrando in questo luogo, stanchi o arrabbiati, felici oppure incupiti dalle vicende della vita sociale o professionale, possiamo essere infine noi stessi... Ecco il testo (naturalmente, o perché io non so fare, o perché il Beta Blog gratuito di Register è scadente, non riesco a rendere cliccabile la stringa seguente: dunque non vi resta che fare un taglia e incolla ;-) http://www.stefanoborselli.elios.net/news/archivio/00000459.html).
La moglie-amica
di Giuseppe Ghini
Nel suo libro Le crisi dell’amore, Ugo Borghello ha svolto un’analisi dettagliata dell’egoismo narcisistico che mina il rapporto uomo-donna nel mondo contemporaneo. Si tratta di un egoismo che va ad impiantarsi sul “rapporto significativo” dell’essere umano, quello su cui egli gioca la sua fede o la sua idolatria. Questo rapporto significativo rivolto ad un essere che non sia Dio trasforma l’uomo e la donna in idolatri dipendenti da un consenso esistenziale radicale. La donna contemporanea, la “seconda donna”, nota Borghello, ha l’obbligo, imposto dalla cultura femminile attuale, di non subire più alcuna sottomissione da parte dell’uomo. È lei, ora, che lascia il marito, il fidanzato; è lei che decide quando l’amore “non funziona”. Non solo: «perdendo l’integrità fisica si trova in possesso di un’arma potentissima: il suo corpo, per avere un uomo quando vuole» (Le crisi dell’amore, Milano, Ares, 2000, p. 73).
La sua apparente forza e sicurezza nascondono però una nuova fragilità. «La persona che si dimentica di Dio – scrive Cormak Burke – avrà la tendenza a “deificare” l’amore umano e, così facendo, avvierà al fallimento quell’unione. Se si spera troppo dall’amore e dal matrimonio, necessariamente si rimarrà delusi. Tanti divorzi dei nostri giorni si possono spiegare così» (La felicità coniugale, Milano, Ares, 1990, p.13). La femminista più arrabbiata che vuole prescindere dagli altri e dalla natura, come pure la giovane romantica che spera tutto da un rapporto d’amore spesso adolescenziale, non hanno eliminato l’esigenza di quel rapporto significativo di cui parla Borghello; hanno solo spostato il centro da cui ricevere il consenso esistenziale.
* * *
Né la prima donna fotografata da Solov’ev e da Boylan, né la seconda donna descritta dalla Burggraf e da Borghello, salvo rarissime eccezioni, potevano aspirare ad un’amicizia con il marito. Perché l’amicizia è dono di sé, ed è solo da sé che si può esigere questo dono. Il sospetto e la sfiducia che inquinano il rapporto uomo donna nel mondo contemporaneo impediscono il dono di sé, il salto nel buio, il libero affidarsi e fidarsi tipico degli amici. «Se la radice della falsità dell’esistenza – scrive ancora Solov’ev – sta nell’impenetrabilità cioè nell’escludersi vicendevole degli esseri, la vera vita consiste nel vivere nell’altro come in se stessi, o nel trovare nell’altro un complemento positivo e assoluto del proprio essere. L’amore […] coniugale resta e resterà sempre il fondamento e l’archetipo di questa vera vita» (Solov'ev, op. cit., p. 104. In realtà il filosofo russo, per i motivi sopra esposti, scrive «l’amore sessuale o coniugale resta ecc.»).
Naturalmente, trattandosi di scrittori spirituali, ma non per questo meno esperti di cose dell’uomo, anzi!, sia Solov’ev, sia Borghello si dilungano in consigli anche pratici su come “vincere l’egoismo e vivere felici, veramente felici”. Per questo rimandiamo direttamente ai loro scritti, ricordando che entrambi indicano nel sostegno della fede, della comunità ecclesiale e in un certo eroismo morale la via di possibile soluzione alle inevitabili crisi dell’amore. Entrambi, inoltre, mettono in relazione i due fenomeni sociali che abbiamo ricordato in apertura, la castità e l’amor d’amicizia tra i coniugi. Così scrive il concettoso Solov’ev: «Non appena si inizia a trasportare la sfera vitale dell’unione amorosa nella realtà materiale, di cui pure fa parte, subito incomincia a deformarsi a sua immagine anche lo stesso ordine secondo cui si realizza questa unione. Il suo fondamento mistico e “ultraterreno”, che era parso così chiaramente visibile nella passione iniziale, viene dimenticato come un’esaltazione passeggera e quella che dovrebbe essere soltanto la sua ultima e ben giustificata manifestazione viene considerata come la cosa più desiderabile, come lo scopo essenziale e insieme la condizione prima dell’amore. Questa unione fisica, che dovrebbe essere l’ultima e che invece è stata messa al posto della prima ed è stata in tal modo privata del suo significato umano e ridotta a quello animale, non solo rende l’amore impotente di fronte alla morte, ma diventa essa stessa inevitabilmente la tomba morale dell’amore molto prima che la tomba reale inghiotta i corpi degli amanti nella loro fisicità» (Solov’ev, op. cit., p. 97).
E Borghello: «Nella prospettiva matrimoniale, se la ragazza si muove in una realtà significativa forte, può giustamente emanciparsi dalla sua paura di non aver un uomo non con l’uso spregiudicato del corpo, ma con vera libertà e personalità. […] Oggi, inoltre, il farsi rispettare fisicamente (anche per il ragazzo!) è l’unica vera prova che c’è un amore forte, con stabilità futura: se un ragazzo rimane con la ragazza nella purezza, vuol dire che vi ha trovato realmente qualcosa d’altro molto importante» (Borghello, op. cit., p. 86).
Già, trovare nella moglie e nel marito qualcosa di molto importante che oltrepassa, pur
assorbendola, anche la sfera corporea, la dimensione del piacere. È questo, in definitiva, che anche Aristotele dice dell’amicizia nell’ottavo libro dell’Etica Nicomachea. Anch’egli afferma che solo l’uomo che è capace di amare se stesso è capace di amare gli altri, perché amare se stessi significa coltivare in se stessi ciò che vi è di migliore e di perfetto. Enumera poi i diversi tipi di amicizia possibili, dipendenti dagli oggetti degni di essere amati: il bene, il piacevole e l’utile. La vera amicizia, conclude, non è né l’amicizia di piacere, né l’amicizia d’interesse, ma quella in cui l’amico è amato per se stesso. Questa amicizia, soggiunge Aristotele con grande realismo, non esclude ma anzi include le altre.
Ecco perché la moglie amica comprende e non esclude la moglie-amante, la moglie il cui riso ci dà piacere, le cui canzoni sono la nostra gioia, i cui racconti ci fanno ridere, di notte, nell’intimità del letto matrimoniale. Ecco perché “la vita più bella è quella di coniugi che sono amici, amici tra loro, con i loro figli, con i parenti» (Borghello, op. cit., p. 161).
La moglie femminista
di Giuseppe Ghini
In Italia le caratteristiche autentiche della “seconda donna”, la donna femminista, sono state a lungo oscurate da una sua versione mitigata, “all’acqua di rose” (come spesso avviene da noi, forse per l’incapacità di attuare un programma fino in fondo, forse per un rigurgito finale di buon senso). Il risultato è che il femminismo italiano, non quello teorico ma quello praticato, ha dovuto fare i conti con quel tanto di materno che il “mammismo” nostrano riserva al partner e si è spesso limitato ad una rivendicazione di parità. Jutta Burggraf, studiosa del fenomeno femminista nelle sue varianti
continentali ed americana, sostiene invece che il «movimento femminista contemporaneo non è affatto il legittimo erede del Movimento di Liberazione della Donna, [quello che] ebbe inizio intorno al 1789 come un’estensione delle richieste dei diritti civili, il cui obiettivo era “uguali diritti per uomini e donne”. […]. Le femministe non hanno per fine l’emancipazione legale e sociale delle donne, bensì la completa uguaglianza dei sessi. Esse richiedono la completa abolizione di ciò che definiscono la tradizionale divisione dei ruoli tra uomini e donne, e rigettano in modo veemente la maternità, il matrimonio e la famiglia. […] Una donna che ha un bambino è “legata” e non può competere con gli uomini nella carriera professionale. Conseguentemente le femministe richiedono alle donne di staccarsi dalle “catene della loro natura”. Il loro comportamento si dovrebbe basare sulla cosiddetta “nuova etica” […] dove ogni cosa è permessa, la tradizione è costantemente messa in discussione, perfino le più intime relazioni interpersonali, il matrimonio e la famiglia. I valori più stimati dalle femministe sono l’autonomia e l’indipendenza, [nonché] una radicale “autorealizzazione della donna”» (Women and evangelization, Chicago, Midwest Theological Forum, 1990, p.16).
Questa donna femminista, insofferente ai legami ma intrappolata dalla mentalità carrieristica non meno del frustrato uomo contemporaneo, si nutre di un risentimento maturato nel corso di secoli, sfugge allo sguardo amoroso, diffida del marito come di ogni altro rappresentante del genere maschile. Non si dona, non si può donare, perché donarsi vorrebbe dire arrendersi al nemico, abbandonare il sospetto nei confronti del maschio, deporre le armi di un’indipendenza assoluta che vuole affermare anche a costo di cambiare la natura. Così facendo nega a se stessa la possibilità dell’amicizia che esige proprio il salto nel buio della fiducia.
Il significato dell’amore
di Giuseppe Ghini
Il significato dell’amore è un saggio che il filosofo russo Vladimir Solov’ev scrisse nel 1892-1894 e che intende riassumere ciò che di meglio il pensiero occidentale ha espresso sull’amore umano.
Prende l’avvio, verrebbe da dire “ovviamente”, dall’egoismo. «La menzogna e il male dell’egoismo – chiarisce il filosofo russo – non consistono assolutamente nel fatto che determinata persona si attribuisca un’importanza eccessiva e pretenda di aver un significato assoluto e una dignità illimitata: in questo ha ragione, perché ogni soggetto umano […] ha in quanto tale un valore e una dignità incondizionati. […] Non ammettere dentro di sé questo valore assoluto equivale a rinunciare alla dignità umana. […] La menzogna fondamentale e il male dell’egoismo non stanno in questa autocoscienza assoluta e in questa autovalutazione del soggetto ma nel fatto che costui, attribuendosi giustamente un valore assoluto, finisce con il rifiutarlo agli altri; riconoscendosi come centro della vita, e avendo in questo pienamente ragione, finisce però con il confinare gli altri alla periferia del proprio essere e riconosce loro un valore esclusivamente esteriore e relativo» (Il significato dell’amore e altri scritti, Milano, La casa di Matriona, 1988, p. 67).
Ora esiste un’unica forza, prosegue Solov’ev, capace di opporsi in modo efficace, non teorico all’egoismo, ed «è l’amore. […] La ragione ci mostra che [l’egoismo] non ha alcun fondamento ed è ingiusto, ma è solo l’amore che elimina concretamente questo atteggiamento ingiusto, costringendoci a riconoscere il valore assoluto degli altri non solo nella nostra coscienza astratta ma anche nell’interiorità dei nostri sentimenti e nella nostra volontà vitale» (Ivi, p. 68). Solov’ev scriveva nella Russia di fine Ottocento, in un’epoca in cui l’incipiente decadentismo portava ad una morbosa fusione di erotismo e spiritualità: di conseguenza, quando parla di amore egli intende esplicitamente l’amore sessuale, che ritiene superiore ad ogni altro tipo: quello mistico, quello paterno e materno, quello fraterno, le varie forme di simpatia. Qui, per la verità, Solov’ev abbandona l’asciutta via del pensiero occidentale per impelagarsi in una melassa erotico-teologica difficilmente accettabile. La sua analisi del conflitto uomo-donna e del possibile rimedio è tuttavia importante, anche se un po’ astratta e riferita ad un modello, la prima donna, la donna-massaia della tradizione, che ora si stenta a ritrovare nei paesi avanzati.
La moglie americana
di Giuseppe Ghini
Tra i fenomeni della società americana contemporanea due risultano particolarmente incomprensibili alla mentalità italiana d’oggi: l’esplosione delle associazioni che propugnano la castità prematrimoniale e la percezione della moglie come migliore amica del marito. Se la prima è testimoniata da centinaia di organizzazioni e da manifestazioni pubbliche dalla sobrietà tipicamente statunitense, della seconda è un esempio eclatante il successo editoriale di libri come How to be your wife’s best friend (Come essere il migliore amico di tua moglie) di Dan Bolin e John Trent. Alcuni psicologi riconducono quest’ultimo fenomeno alla competitività e alla mobilità tipici della società statunitense: se i continui spostamenti e la concorrenza professionale rendono sempre più difficile farsi degli amici, la moglie diventa anche l’amico più intimo e sincero. Tuttavia sembra esserci sotto qualcosa di più, qualcosa che, forse, lega i due fenomeni sociali.
Per molti Italiani la “moglie come migliore amico del marito” è un controsenso: la moglie è la moglie, pensano, gli amici sono un’altra cosa. Anzi, nella mentalità vetero-romagnola, la moglie è proprio al capo opposto rispetto agli amici: gli amici sono quelli con cui si va a vedere la partita, con cui si fa tardi, con cui ci si vanta di cose da uomini. La moglie è quella contro cui occorre lottare per andare con gli amici a vedere la partita, è quella che vuole andare a vedere le vetrine a Milano Marittima quando c’è la finale di Wimbledon, è quella che dice di rincasare presto, è quella a cui si nascondono vanterie e bravate da uomini.
Già, è vero. Ma è vero anche che la “terza donna”, la moglie non sottomessa né ribelle, non tradizionalista né femminista forse è attesa proprio da questo futuro: diventare amica di suo marito!
Così Eugene Boylan scriveva nel 1955, riferendosi evidentemente alla “prima donna”. «Vi sono mariti che considerano le loro mogli come massaie o segretarie, come un ornamento della loro casa e un ospite alla loro tavola, una conquista sociale, un semplice strumento di piacere e di soddisfazione, insomma tutto fuorché quello che una moglie è veramente: un altro io migliore, una compagna nella vita […]. Quanti pochi uomini comprendono che le proprie mogli sono i loro migliori amici […] Essi lavorano per la propria “promozione”, hanno una loro “carriera” e ritengono che tutto il resto debba venir subordinato ad essa» (Questo tremendo amore, Milano, Ares, 1994, p. 314). Boylan fotografa il fenomeno 50 anni or sono. La moglie-massaia o segretaria, la moglie strumento di piacere viene mantenuta dal marito in uno stato di inferiorità, quasi di minorità. Nel rapporto “verticale” che si instaura, non le è consentito di raggiungere il livello del coniuge, o, quanto meno, non le viene riconosciuta la possibilità di guardarlo faccia a faccia, alla stessa altezza. È costretta, per così dire, a guardarlo dal basso verso l’alto. Per questo il marito “non comprende che sua moglie è la sua migliore amica”. A questo rapporto manca un requisito fondamentale dell’amicizia, la parità. Il loro camminare è zoppo, non potrà mai essere quel “pariter ambulare” (camminare alla pari) con cui sant’Agostino descrive il percorso dei coniugi (De bono coniugali, 1).
La moglie-massaia, se ancora esiste da qualche parte, è sottomessa, costretta a darsi al marito; al massimo, se il marito è gentile, può essere oggetto di gentilezze, di atteggiamenti cavallereschi. Non le viene riconosciuto invece un secondo requisito fondamentale su cui riposa l’amor d’amicizia, la libertà. Perché il rapporto d’amicizia non ammette costrizioni, richiede sempre il rischio assoluto della libertà dell’altro, della volontà di un altro io.
La risposta alla fatidica domanda “È tutto qui?”
La risposta alla fatidica domanda
“È tutto qui?”
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 28.IX.2007
Il film è da andare a vedere. Anzitutto perché c’è una Catherine Zeta-Jones splendida nella sua prosaica semplicità (oppure, il che poi è lo stesso, magnificamente truccata da persona normale da apparire in una splendida prosaica semplicità). 
E, sarà forse l’opinione di un irriducibile sentimentale, ma la bellezza quotidiana, struccata, la bellezza autentica della moglie appena sveglia tocca il cuore e commuove, mentre la bellezza costruita e artefatta da amante del sabato sera tocca corde sensibili, a volte anche più sensibili, ma alla fin fine è oggettivamente falsa (anche perché, a un certo punto, anche l’amante andrà a dormire, si sveglierà struccata e con le occhiaie, anche lei apparirà con le sue debolezze umane, fisiche e psicologiche, come tutti noi…).
In secondo luogo è da andare a vedere perché “Sapori e dissapori” – questo il titolo italiano del film che traduce l’americano “No reservations” – ha al centro una cucina e due chef (uno è Catherine Zeta-Jones, appunto, l’altro è Aaron Eckhart). E questo è inevitabilmente destinato a suscitare discussioni su “Eva contro Eva”*; e allora è bene essere ben informati di cosa succede alla bella Catherine vestita da Primo Chef del ristorante di New York. Con garbo e ironia, come nella migliore tradizione americana, il film affronta questioni spinose: il single alle prese con un bambino, in questo caso con un’attrice-bambina straordinaria che ha nome Zoe (impersonata da Abigail Breslin), la morte di un genitore e le sue conseguenze sull’affettività dei figli, l’equilibrio famiglia-lavoro, la lealtà professionale… 
Una commedia di questo genere dimostra come l’America sia anni luce avanti a noi, dal punto di vista del dibattito etico. La morte del genitore non è evitata, né è banalizzata, la difficile accoglienza in casa della zia (Catherine) è mostrata in tutta la sua umana complessità e con tutti i suoi insuccessi (“Non è vero che sbagli tutto”, dice a un certo punto la piccola Zoe); così pure è per il ruolo della scuola, che qui appare con tutti i limiti di una scuola del centro di New York ma con le sue giuste esigenze educative (quanti presidi italiani chiamerebbero una donna di successo per minacciarla di farle portare via la figlia adottiva se questa continuerà ad addormentarsi a scuola perché la nuova “madre” non sa “gestirla”?).
Ma il punto forse più interessante toccato dal film riguarda la femminilità, il dibattito sul ruolo della donna, sulla vita della casalinga. Catherine Zeta-Jones è primo chef in un ristorante di altissimo livello; Aaron Eckhart viene preso per affiancarla e forse sostituirla in un momento cruciale (be’, ovviamente, non diciamo tutto, per non togliervi il gusto di andarlo a vedere). Il dibattito mondiale intorno alla funzione della casalinga (o di chi comunque sta a casa a fare i “lavori”) è qui ricreato intorno alla cucina del ristorante. Nella patria del femminismo storico anche i film contribuiscono a questo dibattito. 
“L'amore, i bambini e la casa sono gran belle cose, ma non esauriscono il mondo – diceva la femminista Betty Friedan, morta un anno fa - : perché le donne dovrebbero esser disposte ad accettare quest'immagine di una vita dimezzata al posto di una partecipazione integrale al destino umano? Perché dovrebbero sforzarsi di caricare il lavoro domestico di significati che non ha, invece di spostarsi sulle frontiere del loro tempo? Il primo passo verso un nuovo programma di vita per le donne è quello di vedere il lavoro casalingo nella sua giusta prospettiva: non come una professione, ma come un compito da assolvere nel modo più rapido ed efficiente”.
La splendida cuoca Catherine Zeta-Jones va nella direzione opposta. Il riscatto della vita dimezzata della casalinga passa qui anzitutto per la professionalità. (Qualche anno fa abbiamo fatto un “home-exchange” con una famiglia del Midwest americano: noi siamo andati a casa loro e loro hanno preso la nostra casa e la nostra macchina per un mese. La famiglia americana era costituita da lui - cardiologo di successo, lei - medico part-time, e tre figli adolescenti. Ora, nell’impressionante cucina della villa sontuosa non solo trovavano posto decine e decine di libri di cucina, ma anche uno schedario con le ricette personali della dottoressa! E il pane fatto in casa, la baguette, in una cultura industrializzata come quella americana, è ormai lo status symbol della “casalinga” professionale).
Ma ancor più il film contraddice la seconda affermazione di Betty Friedan. Entrambi chef di successo, Catherine e Aaron dichiarano di aver appreso ciò che più conta per la loro professione non da rinomate scuole francesi, ma dai propri familiari: l’una dalla madre, l’altro dalla nonna italiana. (Ah, sì, perché molto è giocato all’insegna della cucina italiana, e chiunque sia stato negli Stati Uniti sa che cucina buona - solamente, forse, un po’ troppo calabrese e siciliana per i nostri gusti - è sinonimo di italianità, aldilà dell’oceano). Il vero problema della casalinga, del programmatore, del bigliettaio, del bancario e del professore non è tanto quello di fare un lavoro non ripetitivo, di non riprodurre mai due volte le stesse azioni. Il problema più urgente è dare al lavoro domestico, come al mestiere del programmatore e del bigliettaio un significato.
La domanda decisiva che muoveva Betty Friedan era infatti una domanda di significato: “C'è un problema che per molti anni è rimasto sepolto, inespresso, nella mente delle donne americane. È una strana inquietudine, un senso d’insoddisfazione che la donna americana ha cominciato a provare intorno alla metà del ventesimo secolo. Ogni casalinga di provincia ha lottato da sola contro questa inquietudine.
Mentre rassettava i letti, faceva la spesa, pareggiava le foderine del divano, mangiava pane e burro d’arachidi con i figli, li scarrozzava agli Scout e alle Guide, riposava accanto al marito di notte, aveva paura di fare a sé stessa la domanda inespressa: ‘È tutto qui?’”.
Eccolo il problema di senso. “È tutto qui?”. No, se Dio vuole, non è tutto qui. Ma non è fuggendo da casa che si scopre il senso dei lavori di casa, come non è fuggendo dal lavoro che si trova il senso del lavoro. Occorre una dimensione soprannaturale, l’unica veramente umana, per poter dare un senso al nostro lavoro quotidiano, alle nostre inquietudini. Perfino al pareggiare le foderine del divano, la quintessenza dell’atteggiamento casalingo provinciale, nella concezione della Friedan. Se è fatto per amore e con un significato soprannaturale, anche pareggiare le foderine ha senso.
* "Eva contro Eva" è una rubrica della Voce di Romagna dedicata alle donne.
Tecniche per sopravvivere al vuoto
Tecniche per sopravvivere al vuoto
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 10.2.2006
Libby Rees è una ragazzina inglese di V elementare, i cui genitori hanno divorziato 3 anni fa. Straordinariamente matura per la sua età, Libby ha “elaborato” il dolore provocato da quell’avvenimento annotando col tempo degli “appunti di sopravvivenza”. A un certo punto, strappato uno scettico consenso alla madre, la ragazzina ha raccolto i suoi appunti e li ha spediti ad alcuni editori. Pochi giorni dopo la spedizione, la Aultbea Publishing, una casa editrice scozzese, ha contattato Libby e le ha offerto un viaggio in aereo a Inverness per farle sottoscrivere un contratto. Il libro di Libby Rees, stampato pochi mesi fa col titolo “Help, Hope and Happiness” (Aiuto, Speranza e Felicità), è ora sulla mia scrivania.
È diviso in brevi capitoletti che riassumono le “tecniche” di sopravvivenza sperimentate e consigliate dalla ragazzina: “Prenditi una pausa”; “Aiutati con una frase divertente”; “Pensa positivo anche nella situazione peggiore. Guardati allo specchio di mattina e ripeti per 5 volte: ‘Ogni giorno va meglio!’. Fa’ così e comincerai a essere più positivo riguardo alla tua vita”; “Cerca qualcosa che temi e supera questa piccola paura: ti aiuterà nelle sfide più grandi e ti farà capire che sei dotato di forza interiore”; “Riesamina la tua settimana e programma quella successiva sulla base di questo riesame”; “Cerca un posto solitario e tira fuori tutta la tua rabbia: urla, batti i piedi, getta lontano delle pietre. Dopo, ti sentirai molto più calmo”; “Iscriviti a un club”; “Dedicati a un progetto”; “Fai sport”; “Metti ordine nella tua camera, nella tua cartella e nel tuo astuccio: sarai pronto per un nuovo inizio”; “Fai uno sforzo per essere gentile con le persone che ti stanno accanto”; “Adotta un cane o un gatto; se non puoi farlo da solo, condividilo con qualcun altro”; “Impara a cucinare qualcosa di buono”; “Cerca nella tua collezione musicale e trova qualche canzone associata a bei ricordi”; “Cerca conforto negli amici”; “Guarda un film commovente”…
Una nota dell’editore sottolinea “la straordinaria profondità che l’autore dimostra nel confrontarsi con i problemi del bambino medio di oggigiorno”; e, analogamente, gli articoli che hanno accompagnato l’uscita del libro hanno sottolineato la maturità di Libby, la sua avventura di scrittore in erba, i suoi programmi futuri (ha già contratti per altri due testi).
Che tristezza… Noi adulti creiamo un mondo di sofferenze per i nostri figli, li obblighiamo ad adottare delle tecniche che suppliscano al vuoto prodotto dalle nostre mancanze di fedeltà, di lealtà, ai nostri divorzi. E poi ci mettiamo a posto la coscienza considerando quanto sono bravi questi nostri figli a sopravvivere! Quanto sono bravi e maturi: riescono addirittura a trasformare il dolore in fonte di guadagno!
Invece di trovare in noi il sostegno per dare un senso alla loro vita, i nostri figli si trovano a scimmiottare le tecniche con cui noi nascondiamo la nostra incapacità di dare un senso alla nostra vita: vuoti noi e vuoti loro.
Aveva ragione Thomas S. Eliot: Noi siamo gli uomini vuoti/ Siamo gli uomini impagliati / Che appoggiano l'un l'altro / La testa piena di paglia. Ahimè! / Le nostre voci secche, quando noi / Bisbigliamo insieme / Sono quiete e senza senso / Come vento nell'erba rinsecchita.



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