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Badanti, le schiere ucraìne degli angeli

di ghinetto (26/09/2009 - 16:47)


Le schiere ucraìne degli angeli
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 25 settembre 2009

Sono coppie assortite, inconfondibili. Le vedi passare per il Corso nella tarda mattinata o a metà pomeriggio, per una sobria spesa quotidiana o per la messa feriale delle 5 e mezzo a Santa Lucia. Il vecchio rag. Casadei e la rossa Tanja, la maestra Ricci e Irina, la signorina Monti e Julija. I primi sono figure che a Forlì hai incontrato migliaia di volte, personaggi che hanno conosciuto i tuoi nonni e i tuoi genitori. Le seconde sono signore ucraine di mezza età, zigomi alti, pelle bianchissima, occhi trasparenti, ma soprattutto donne “solide” e “premurose”.
Sono le badanti.
Un esercito di due milioni di signore che popola silenziosamente le nostre città, che “cura”
i nostri anziani. Le abbiamo viste tutti aiutare un’anziana signora a contare gli spiccioli alla cassa della Conad, con una pazienza che ci fa meraviglia. Fosse per noi, per noi figli e nipoti di quell’anziana signora, la pazienza l’avremmo persa in due minuti, dopo due passeggiate e due spese.
Noi – abbiamo altro da fare.
Loro no. Loro – le badanti – sono qui in Italia per questo.
Si dirà: “È il loro lavoro”. Sì, ma come lo fanno! Con che cura, con che spirito! E poi, diciamolo francamente, non è un lavoro come un altro. È un lavoro di “applicazione” a una persona, spesso a una persona un po’ persa, che ripete da anni le stesse cose. Una persona

che ha bisogno di un sostegno, di una figura solida a cui appoggiarsi fisicamente e spiritualmente.
E quel sostegno lo trovano in Tanja, Irina, Julija. In quelle ucraine metà dame di compagnia e metà infermiere, che hanno lasciato la loro famiglia a Kiev, a Karkhov, a Lviv dove mandano, mese dopo mese, i loro euro.
Un geriatra di Brescia, il prof. Marco Trabucchi, ha scritto recentemente delle parole significative sulle badanti che assistono i malati di Alzheimer: «Il lavoro di cura svolto dalle donne di famiglia e dalle badanti è tipico del genio femminile; troppe volte però la disponibilità è diventato un servizio non pagato e non stimato, quasi fosse un dovere naturale. La donna che presta assistenza spesso vive nella più completa solitudine, abbandonata da parenti ed amici, dedita alla persona ammalata che nelle fasi moderate e avanzate della malattia non è in grado di avere un minimo di rapporto con chi le vive attorno. In questi casi, la donna non solo esercita il lavoro pratico della cura, faticoso e continuo, ma esprime sensibilità profondissime, perché coglie in un atteggiamento del volto o del corpo significati che spesso sono incomprensibili a che non vive un rapporto di servizio intenso e amorevole».
In quello stesso articolo, il geriatra si scusa per l’uso di un termine – “badante”, appunto – che ritiene «poco rispettoso della generosità e dell’impegno che tante persone venute da lontano esprimono verso i nostri vecchi».
Mah, non saprei. Mi pare che nel mondo della politically correctness, pieno di “operatori ecologici” e di “non-vedenti”, il termine “badante” esprima chiaramente, in modo diretto e popolare, proprio quel lavoro di cura tipico del genio femminile, quell’intelligenza empatica e relazionale che gli uomini spesso non sanno neanche cosa sia. Che esprima tutto quell’impegno che consiste nel “curare”, nel “badare qualcuno”: un impegno non certo inferiore al raggiungimento degli obiettivi di budget a cui molti uomini (e donne) in carriera si dedicano anima e corpo, incuranti degli altri, tutti presi dalla loro intelligenza monodirezionale. E nella «fine della materializzazione del lavoro svolta dalla modernità», nell’espandersi «della vera attività umana che è relazionale» – secondo l’opinione del sociologo Pierpaolo Donati – Tanja, Irina e Julija con la loro dedizione hanno qualcosa da insegnarci.
Badanti, le schiere ucraine degli angeli.
                                  (Il coro delle badanti ucraine)


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La sfida delle 100 cose. Povertà volontaria e anticonsumista

di ghinetto (20/09/2009 - 17:15)

Povertà volontaria e anticonsumista
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 4 settembre 2009

Tra un paio di mesi finirà la scommessa che Dave Bruno ha fatto pubblicamente tramite il suo blog, la “Sfida delle 100 cose”. La cosa è nota, dopo che anche Repubblica ne ha scritto qualche mese fa. Così l’ha presentata il giornale fondato da Scalfari: «365 giorni da trascorrere con solo cento oggetti a disposizione, dal 12 novembre 2008 al 12 novembre 2009. 100 Thing Challenge, letteralmente la sfida delle cento cose, si chiama così l'impresa che Dave Bruno, 37 anni, imprenditore di San Diego ha deciso di compiere».
L’articolo di Repubblica si sofferma brevemente sulla filosofia anticonsumista di Dave Bruno, ricorda i precedenti dei monaci buddisti e di Albert Einstein, per passare direttamente alle cento cose scelte dall’imprenditore (una Bibbia, un MacBook Pro, una penna a sfera, un paio di occhiali da sole, un portafoglio, ecc.). Una scelta dura e anticonformista trasformata in curiosità da questionario da spiaggia, nella nuova moda che viene dagli Stati Uniti. Del tipo: “Se potessi portarti su un’isola deserta 5 libri quali prenderesti? Se dovessi vivere con 100 cose, cosa sceglieresti?”.
Che Dave Bruno sia fondatore della ChristianAudio, che la sua scelta anticonsumista venga da una radicata convinzione cristiana, che insegni alla Point Loma Nazarene University di San Diego, una Università Cristiana di Arti Liberali (come si autodefinisce nel sito web): tutto questo è ininfluente per Repubblica.
Ma non vale neanche la pena di farsi il sangue cattivo con certi giornali, e dunque veniamo a noi.
Dave Bruno e la sua cristiana “Sfida delle 100 cose” è solo un esempio di un largo movimento di protesta contro il consumismo e a favore del «vivere semplicemente» (Simple living), della «semplicità volontaria» (Voluntary simplicity): una vita che si oppone al “more is better» (Di più è meglio) e abbraccia invece una filosofia che valorizza la famiglia, le relazioni amicali, la frugalità, la spiritualità.
Non a caso tra i suoi ispiratori viene segnalato E.F. Schumacher, quello di «piccolo è bello» (un libro e uno slogan vincente, almeno negli anni Settanta): «Ogni pazzo intelligente è capace di rendere le cose più grandi, più complicate e più violente. – Scriveva Schumacher. – Ci vuole un tocco di genio e un grande coraggio per andare nella direzione opposta».
“Semplicità volontaria” è quella di un ex-avvocato lautamente pagato che gliel’ha data su a una vita di benessere materiale ed ha abbracciato la bellezza e la libertà della semplice felicità, come recita il blog “Avventure nella Semplicità volontaria”. Naturalmente, possiamo liquidare questo ex-avvocato come uno scoppiato che non ce la faceva più a reggere lo stress di una professione che i romanzi di Grisham ci hanno fatto conoscere a dovere.
E tuttavia, se andiamo fino in fondo, abbiamo il dovere di capire come il rappresentante della categoria
professionale meglio pagata della società più schifosamente benestante abbia potuto mettere in discussione una «casa grande, un lavoro ormai privo di senso, un sacco di cose che si accumulavano, un mutuo che determinava la mia vita, la necessità di soldi extra di cui non avevo reale bisogno».
Dobbiamo cercare di capire come dalla messa in discussione dei “nemici” materiali, l’avvocato che ora si avventura nella Semplicità volontaria sia potuto giungere a combattere i “demoni interni” e a rivalutare il matrimonio e la cura dei figli.
No, mi spiace. C’è molto più qui di 100 cose da portarsi dietro. C’è forse la riscoperta di una nuova “sorella povertà”. Forse, dietro qualche ex-avvocato americano, c’è un nuovo san Francesco.

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Se la sinistra dice no alla cultura popolare

di ghinetto (20/09/2009 - 09:30)

Scuola: il pensiero unico degli intellettuali snob
Se la sinistra dice no alla cultura popolare
Giuseppe Ghini, La Voce di Romagna, 18 settembre 2009


È bastato che l’idea la tirasse fuori la Lega e subito il Centro Sinistra è saltato su come un gatto quando gli butti l’acqua addosso. «Esami di dialetto per i professori» – ha detto Bossi a metà estate. E subito si è alzata la cagnara. Mariangela Bastico, responsabile scuola del Partito Democratico, ha commentato che quella sul era una «boutade». Mariapia Garavaglia, la senatrice del PD, ha aggiunto che in questo modo «la Lega vuole sospingere indietro il Paese, innalzando continui steccati che, in un mondo aperto come quello attuale, finiscono per svolgere una sola funzione: quella di allontanare i nostri ragazzi dall'Europa, dall'innovazione e dunque dal futuro». Il Pd di Milano e della Lombardia, tramite i suoi responsabili della Formazione e della Scuola Marco Campione e Sara Valmaggi, ha espresso «sdegno e preoccupazione» e si è augurata «un sussulto d'orgoglio da parte del Parlamento che ha il dovere di dare l'unica risposta possibile di fronte a tanta abiezione». Addirittura…
Naturalmente non poteva mancare un riferimento alla Costituzione, la nuova Tavola della Legge della sinistra. Così la capogruppo del PD nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, ha tuonato che la proposta «è l'ennesimo tentativo di inserire nel nostro ordinamento norme incostituzionali che discriminano sulla base del territorio di provenienza».
La Gelmini ha provato a chiarire che, senza circoscrivere la questione al dialetto «la scuola deve occuparsi di trasmettere ai ragazzi la conoscenza dell'identità, della storia dei luoghi, della cultura di un determinato territorio».
Niente da fare. In odio alla Lega, la Sinistra ha perso anche quest’altro pezzo della sua storia, la difesa del dialetto e degli umili che quel dialetto parlavano.
D’altronde, che ci azzecca l’elettore odierno del PD con il cinema neorealista di Zavattini e Lizzani che promosse contemporaneamente gli “sciuscià” e il dialetto?
Cosa ne sa il lettore di Repubblica di Pasolini, della sua difesa del dialetto come lingua della cultura popolare, della scuola di poesia in italiano e dialetto che egli aprì nel 1943, dell’«Academiuta di Lenga Furlana» da lui fondata nel 1945, del suo lavoro di dialettologo, del suo progetto, una volta trasferitosi a Roma, dei romanzi “di borgata”, «Ragazzi di vita», «Una vita violenta» e «Accattone»?
Qualcuno potrebbe pensare che l’intellettuale di Sinistra sia almeno sulle posizioni di Antonello Trombadori, accademico e poeta in romanesco, ma a sentire la Garavaglia e la Bastico – neanche questo: sono semplicemente contro il dialetto in tutte le sue forme.
D’altronde Pasolini, proprio per i suoi interessi “dialettali” si avvicinò alle posizioni dell’autonomia friulana, un’autonomia approvata dalla Democrazia Cristiana, ma avversata dal Partito Comunista. E se si iscrisse al PCI proprio per l’ideale della giustizia nei confronti degli “ultimi”, fu prontamente cacciato dai dirigenti del PCI di Udine per il suo non-conformismo (non solo sessuale).
E Trombadori, se militò tra le file del PCI fin dalla Resistenza, ne uscì negli anni Novanta dichiarandosi «non più comunista».
A guardar bene, forse hanno ragione la Garavaglia e la Bastico: dato il suo statalismo, la sinistra di derivazione comunista non ha nulla a che fare con il dialetto e la cultura popolare. Quello di Pasolini e di Trombadori è stato un equivoco: i sostenitori della Scuola Unica Statale non possono che sostenere una Lingua Unica Statale, senza inflessioni localistiche.
Mito della Costituzione, Scuola Unica Statale, Lingua Unica: questa la triade dello statalismo che caratterizza la Sinistra di cultura comunista.
Con questa triade, è il desiderio dei sostenitori della cultura unica, saremo finalmente tutti uguali, impareremo tutti le stesse cose da educatori apparentemente oggettivi e parleremo tutti la stessa lingua.
Sono questi intellettuali snob della sinistra statalista i più acerrimi avversari della cultura popolare, delle tradizioni locali di questo popolo reale, del dialetto in cui questo popolo continua a parlare nonostante l’imposizione illuminista della Lingua Unica.
Sono i “sacerdoti” e i “seguaci” di Repubblica i veri nemici del popolo.

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Passerina da viaggio

di ghinetto (29/08/2009 - 14:57)

Passerina da viaggio
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 28 agosto 2009

La scena: uno dei pochi “quattro stelle” non lontano dal Passo del Brennero, con una bellissima piscina interna ed esterna utilizzabile anche da chi prende solo un caffé al bar dell’albergo. Un sacco di gente, famiglie, bambini di tutte le età che passano dal prato alla piscina, dal minigolf al campo di beach volley. Intorno – lo splendido panorama delle Alpi Breonie, confine con l’Austria.
Nel bagno degli uomini (e perciò anche dei bambini) – la sorpresa. Oltre al solito distributore di profilattici, ce n’è un altro, mai visto. La scritta sulla macchina, però, lascia poco spazio ai dubbi: «Travel pussy» - «Passerina da viaggio». E per i germanofoni c’è un surplus di spiegazione: «die künstliche Vagina» - «vagina artificiale».
Misericordia! Dove siamo finiti…
Ma le donne – mi chiedo – come fanno a sopportare degli uomini così?!? Come fanno a tollerare questi uomini incontinenti, che lontano dalla moglie o dalla compagna, si «devono» consolare con una «passerina da viaggio»?
Che cosa spiegheranno i babbi che frequentano il lussuoso “quattro stelle” ai figlioletti che accompagnano nella toilette? Gli diranno forse: «Sai, quando la mamma è lontana…».
Non so, non voglio sapere nulla di più di questa ennesima autogiustificazione maschile, di questo sdoganamento anglo-tedesco della masturbazione.
Qualcuno dirà: ma è un fenomeno che è sempre esistito, è una cosa molto diffusa.
E allora?
Anche fumare le sigarette è fenomeno antico e diffuso; questo non ci impedisce di fare addirittura leggi che ne impediscono la vendita a chi ha meno di 16 anni.
Bere alcol è un fenomeno anche più antico e anche più diffuso; questo non ci impedisce di sanzionarlo con una legislazione che in alcuni stati è particolarmente severa e con una riprovazione sociale che con un certo allarme si vede attenuarsi.
E invece la ricerca del piacere sessuale al di fuori di una relazione sessuale passa così, allegramente, come qualcosa di diffuso e dunque di giustificabile. Nessuno ha niente da ridire, nessuno ne indica la contraddizione con la finalità della sessualità umana. Anzi, ti mettono la passerina da viaggio nei bagni dell’albergo, dell’aeroporto.
Ma voi, donne, non avete niente da dire? Vi va bene così? È questa la sessualità a cui aspirate?

Non pensate, almeno voi, che la sessualità debba essere vissuta in un contesto di vero amore, dove si attua un’autentica donazione reciproca?
Non credete che sia il caso di fare un’incursione nei bagni dei maschi e di buttare via i distributori di «travel pussy»?

Non credete che sia il caso di obbligare questi autentici animali che a volte sanno essere gli uomini ad un uso della sessualità più umano, capace di attendere quando si deve attendere, capace di rinunciare quando è il caso, capace amare con verità e intensità sempre?
Non credete, almeno voi, che amare significhi volere il bene dell’altro e che la sessualità sia da vivere all’interno di questo amore e non da soli, in patetica compagnia di una passerina da viaggio?
Mi appello a voi, donne: ribellatevi, ribellatevi, ribellatevi.

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Woodstock, la grande bufala del Peace and Love

di ghinetto (09/08/2009 - 10:48)


Woodstock, la grande bufala del Peace and Love
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 7 agosto 2009

Ebbene sì: il quarantesimo anniversario del concerto di Woodstock no si farà. Peace and Love questa volta non ha funzionato. O meglio: il guadagno nascosto sotto il motto Peace and Love non è risultato essere sufficiente per gli organizzatori, anzi per l’organizzatore Michael Lang, lo stesso del concerto del 1969.



La storia del concerto di Woodstock è interessante. Passò alla storia come un evento hippie in cui 500.000 persone per 3 giorni ascoltarono alcune tra le più applaudite rock star del momento, si drogarono abbondantemente e vissero una libertà sessuale pressoché completa. Peace and Love, anno 1969, appunto.
Meno rumore fecero le vibranti proteste degli abitanti del luogo (i loro diritti, evidentemente, valevano meno di
quelli degli hippie), i due morti (almeno) provocati da overdose e imprudenza, le condizioni igieniche dei partecipanti, la montagna di dollari pagata dagli organizzatori alle rock star, i guadagni della Woodstock Ventures, la società creata per lucrare sul concerto.
Già, perché, Peace and Love a parte, il concerto fu concepito e realizzato come una gigantesca macchina da soldi. I biglietti venduti furono circa 186.000 a costi variabili dai 18$ ai 24$, ciò che, calcolando l’inflazione di questi quarant’anni, corrisponde a circa 20 milioni di dollari.
Peace, Love and Dollars.
Il dibattito scaturito dall’evento Woodstock fu uno dei più stucchevoli dell’intero secolo XX. La società perbenista statunitense intendeva dimostrare che, sotto sotto, i 500.000 hippie di Woodstock erano dei violenti, dei trasgressori della quieta America degli anni Sessanta. I simpatizzanti del nuovo movimento hippie, al contrario, fecero di tutto per dimostrare che l’evento fu sostanzialmente una vera e propria affermazione del motto Peace and Love.
Che scoperta! Dei ragazzi in piena tempesta ormonale fatti di canne e con una musica di sottofondo scopano per tre giorni senza farsi del male. Ah, che successo!
Cosa dimostrerebbe la cosa? Tre giorni di vacanza scopereccia potrebbero davvero suggerire una qualche soluzione per la vita reale, quella di tutti i giorni, dove i problemi non si dribblano con sesso, droga e rock ‘n roll, ma vanno affrontati e risolti?
Woodstock rappresentò mai per qualcuno al mondo una soluzione al problema dei conflitti bellici? Forse riunire in Cisgiordania Israeliani e Palestinesi, riempirli di hashish e spingerli al libero amore sarebbe di una qualche soluzione al conflitto in Medio Oriente?
Woodstock fu forse il prototipo di una convivenza seria tra persone, la convivenza in cui ci si sostiene a vicenda nella buona e nella cattiva sorte, quando si è felici e quando si diventa malinconici, quando si ha successo nel lavoro e quando si viene licenziati?
Woodstock, questa mitica convivenza pacifica di tre giorni, ha qualcosa da dire sui rapporti tra genitori e figli, sui rapporti tra marito e moglie, tra persone che si vogliono bene, tra colleghi di lavoro leali e sleali?
In definitiva: ma che cavolo è Woodstock?
Diciamolo sinceramente. Woodstock e il suo modello “peace and love”, sono una grottesca bufala. Il paradigma dei rapporti reali, quelli tra genitori e figli, ma più in generale quello tra persone che si vogliono bene, è l’esigere dall’altro, il volere il bene dell’altro, un bene che normalmente costa impegno, sacrificio. Peace and love non funziona mai, forse neanche in una vacanza di tre giorni, deposta ogni e qualunque responsabilità. Non a caso il trentennale di Woodstock, nel 1999, finì in violenze e denunce di stupri, almeno quattro. E qualcuno dice che, con la sensibilità di oggi, anche Woodstock 1969 sarebbe finito con denunce analoghe.
Evviva, evviva. Il quarantennale di Woodstock non si farà.
In questo agosto del 2009, qualche ragazza americana non verrà stuprata.

 

Tag: Woodstock

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«Di’ pure, cara, ti sto ascoltando…»

di ghinetto (24/07/2009 - 09:01)

«Di’ pure, cara, ti sto ascoltando…»
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 26 giugno 2009


La scena è piuttosto abituale nelle nostre case. La moglie parla, racconta cose della giornata, se mai dei figli, cercando l’attenzione del marito. Il quale, mentre ascolta, sfoglia il giornale, oppure guarda la televisione. Lei, dubbiosa, gli chiede “Ma mi stai ascoltando?”. Lui pensando di rassicurarla, risponde. “Di’ pure, cara, ti sto ascoltando…”.
E lei si arrabbia.
Oppure, lui cerca di leggerle un articolo interessante che ha appena trovato sul giornale. Lei continua a girare per la cucina, a preparare questo, spostare quest’altro, fa rumore di stoviglie, lui prova ad alzare il tono di voce, poi si ferma e lei, precedendolo: “Di’ pure, caro, ti sto ascoltando…”. E lui si arrabbia.
Già, che fatica ascoltare!
In un fantastico libro che compie vent’anni proprio in questo 2009, Stephen Covey sviscerava il problema dell’ascolto tra le persone. Il libro, intitolato in inglese The Seven Habits of Highly Effective People, e malamente tradotto in italiano I sette pilastri del successo o Le sette regole per avere successo
è un  manuale obbligatorio per tutti i consulenti aziendali, quelli a cui i manager si rivolgono per acquisire o migliorare le loro competenze. Libro di grande successo, ha venduto in questi vent’anni oltre 15 milioni di copie, pur essendo snobbato dai programmi universitari che puntano a informare non a formare.
E siccome puntano a informare, nessuno in università insegna il Quinto comportamento abituale di Covey, il quinto abito-competenza che contribuisce alla formazione del leader, del manager: «Cerca prima di capire e poi di essere capito».
Ora, nota Covey, molto spesso noi ascoltiamo una persona non perché siamo desiderosi di sentire cosa ci dice, ma con un
atteggiamento che varia dall’ignorare, al fingere di ascoltarla, fino a quello che si chiama ascolto selettivo. Il marito che ascolta facendo il Sudoku, probabilmente, si colloca tra la finzione e l’ascolto selettivo. E così pure tutti i nostri “Di’ pure, che ti ascolto”, con un orecchio rivolto all’interlocutore e la mente a tutt’altro. Siccome capita anche a noi di essere ascoltati in questa maniera, sappiamo bene quanto sia irritante, quanto ci faccia arrabbiare questo “ascolto-non ascolto”, questa comunicazione a metà.
Sappiamo anche quanto sia poco soddisfacente l’ascolto di chi, in realtà, sta già pensando a cosa risponderci.
Non ci capisce pienamente, non ci sta neanche ad ascoltare, sta semplicemente aspettando il momento di intervenire nel nostro discorso con la sua argomentazione. È un ascolto molto vicino al monologo. Odioso!

L’unico vero modo di ascoltare – dice Covey, - è l’ascolto attento di chi vuole ascoltare, di chi vuole comprendere. È l’ascolto empatico di chi cerca di mettersi realmente nei nostri panni. Invece di prestare attenzione con un orecchio solo, quando ascoltiamo così siamo coinvolti con tutta la nostra persona, intelletto e volontà, mente e corpo: parole, sguardi, atteggiamento del corpo, se mai contatto fisico con le mani a comunicare la nostra vicinanza, la nostra partecipazione. L’altro sente che siamo vicini emotivamente, che seguiamo la logica del suo ragionamento, che teniamo a lui.
Covey aggiunge anche alcuni comportamenti tipici dei questo tipo di ascolto, il ripetere le parole di chi ascoltiamo se mai riformulandole, oppure l’esprimere ciò che l’altro prova: tutti atteggiamenti che richiedono, di partenza, la volontà di uscire dal nostro “io” e di immergerci almeno temporaneamente nella persona del nostro interlocutore. Altro che il distratto, lontano e irritante “Di’ pure, cara, ti sto ascoltando…”!
Solo a questo punto, sostiene Covey, il manager, il leader, il marito, la moglie, possono cercare di farsi capire. E, di nuovo, possono farlo guardandosi dal punto di vista altrui, deautomatizzando la percezione di ciò che propongono. Perché, anche qui, siamo talmente immersi nel nostro “io” che diamo per scontato che gli altri sappiano tutto ciò che noi sappiamo. Conseguentemente, capita spesso che non ci facciamo capire.
E invece, sarebbe semplice, per farsi capire, cominciare dal soggetto, mettere verbo e predicato al posto giusto e poi disporre gli argomenti in modo logico, semplice. Se mai riscoprendo i vecchi pregi della Retorica antica: inventio, dispositio, elocutio. L’arte del cercare gli argomenti, di come disporli e di come presentarli, arti spesso ignote anche a chi della scrittura ha fatto il suo mestiere.

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La minaccia dei centri storici: il global kakking

di ghinetto (06/03/2009 - 19:32)

Global kakking
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 27 febbraio 2009



La signora che da un po’ di tempo porta a passeggio il suo bassotto davanti a casa mia ha deciso, evidentemente, che raccogliere le cacche del suo cane non è affare che la riguardi. Altrettanto evidentemente, il suo cane, che è dotato di un formidabile apparato gastrointestinale, trova di suo gradimento questa tranquilla strada di Forlì, con poco viavai e un’illuminazione molto discreta. Il risultato è quello del titolo: global kakking.
Mi rendo conto che il tema è un po’ antipatico, anzi, diciamolo pure, “schifoso”. E tuttavia è un problema reale, sentito, quotidiano. Anzitutto occorre chiarire che non tutti i padroni dei cani sono come la signora di cui parlavo. No, tutt’altro: molti portano in giro il cane armati di sacchetto appropriato alla bisogna, vincendo un certo imbarazzo e una certa repulsione, perfettamente consapevoli che il grado di civiltà di un paese si misura anche da queste piccole-grandi forme di rispetto.
Certo, molti di loro si chiederanno perché devono pagare una tassa aggiuntiva per la proprietà di un cane, se poi devono loro stessi provvedere ai vaccini, alle cure – tutte a pagamento – nonché alla pulizia delle strade. Non so, bisognerebbe chiedere ai sindaci: a me pare che sia una tassa come molte altre, priva di un riferimento concreto alla realtà. L’hanno messa sui cani, ma potevano metterla sui forni a microonde o sulle cravatte, è un modo come un altro per spremere i cittadini senza assicurare nessun servizio. Ma tant’è: il bravo padrone del cane conosce le conseguenze della sua scelta e, con grande civiltà, non scarica sulle spalle altrui il compito di pulire i marciapiedi delle cacche del suo amico a quattro zampe.
Poi ci sono quelli come la gentile signora che porta a spasso il suo bassotto davanti a casa mia che invece pensano che il loro quadrupede debba essere “a carico” della comunità. È una mentalità piuttosto diffusa in Italia: privatizzazione dei guadagni (in questo caso l’affetto del cane), socializzazione delle perdite (in senso letterale).
Bologna, ad esempio, da questo punto di vista è una città straordinariamente incivile: da anni, infatti, il centro storico è infestato di cacche di cane, anche sotto i portici giustamente famosi. Se non si sta più che attenti, se non si cammina con lo sguardo perennemente rivolto a terra, si rischia di portare a casa ricordi assai sgradevoli. Tempo fa, a metà di via Indipendenza, fu approntato addirittura un “gabinetto per cani”, un piccolo quadrato di sabbia con ovvia destinazione d’uso. Naturalmente, però, chi era convinto che il cane fosse “a carico della comunità” non si prendeva la briga di portarlo fino al suo “gabinetto”. Risultato: tutto come prima, global kakking.
L’inciviltà più grande è, naturalmente, nei confronti dei ciechi. All’università ero in appartamento con uno studente cieco di nome Ugo. Non vi dico quanto era schifato per quella che per noi è una mancanza di rispetto, ma che nel suo caso si rivelava essere una continua minaccia: camminare senza sapere cosa pesterai, perché qualche tuo concittadino incivile non si preoccupa di tirar su le cacche del suo cane. Era un ragazzo mite, molto realista, che aveva in odio le false forme di rispetto. “Che sciocchezza – diceva – tutta questa storia di chiamarci ‘non vedenti’. Io sono cieco. Non mi vergogno di esserlo e non mi offendo se qualcuno mi definisce cieco. Ho frequentato l’Istituto per ciechi ‘Cavazza’, all’università posso dare solo esami orali perché sono cieco, sono perfettamente consapevole dei miei limiti fisici. Ma, per favore, evitate almeno di riempire i marciapiedi di cacche di cane. Questo sì che sarebbe un modo di rispettare i ciechi. Altro che chiamarci ‘non vedenti’!”.
Ci lamentiamo della classe politica distante dal mondo reale, della burocrazia che tiranneggia il cittadino con ritardi inconcepibili, ci lamentiamo dei magistrati che impiegano anni per scrivere una sentenza: tutto vero, per carità, sono cose che rendono la nostra Italia un paese di cui è talvolta difficile non vergognarsi, storture di cui è difficile vedere una possibile soluzione. Ma raccogliere le cacche del nostro cane è una cosa possibile, facile. Un piccolo contributo ad una società più civile.

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«Ho ringraziato di essere la moglie dell'ucciso»

di ghinetto (19/10/2008 - 10:21)

«Ho ringraziato di essere la moglie dell'ucciso»
Il perdono di Gemma Capra, vedova del commissario Calabresi
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 3 ottobre 2008

L’unico applauso c’è stato prima, prima che Gemma Capra parlasse. Dopo, dopo le sue parole dirette e commoventi, ognuna delle duecento persone raccolte nella sala della Fondazione ha trovato più naturale e opportuno rimanere in silenzio. Un applauso sarebbe stato troppo superficiale e chiassoso. Come tutto ciò che comunica la vita profonda di una persona, anche le parole di Gemma Capra avevano bisogno di silenzio, di spazio interiore.
La vedova del commissario Calabresi è stata invitata a Forlì dall’Associazione La Nave ad un incontro a cui ha partecipato anche Mario Dupuis. Martedì sera, Auditorium della Fondazione Cassa dei Risparmi, presente il sindaco Nadia Masini: la quale nel saluto iniziale aveva annunciato che se ne sarebbe dovuta andare presto, ma poi è restata fino all’ultimo. Tema della serata, “Cosa lasciamo ai nostri figli”.
“Avevo sempre vissuto in un ambiente religioso, nella mia famiglia siamo venuti su a latte e religione – ha detto la vedova del Commissario Calabresi -. Ma la fede l’ho ricevuta come un dono quando hanno ucciso Gigi. Ricordo benissimo quel momento: ero lì sul divano, subito dopo che mi avevano detto che mio marito era stato ucciso e mi sono sentita avvolgere da un caldo abbraccio, da un grande calore. Vedevo la gente che si agitava intorno a me e io sentivo invece una grande pace. In quel momento ho ricevuto la fede come un dono. E ho ringraziato di essere la moglie dell’ucciso e non la moglie dell’assassino”.
La signora Gemma va dritto al cuore, senza giri di parole, senza sovrastrutture retoriche. Ascoltiamo con un brivido. “Non ho mai neanche pensato alla vendetta. La vendetta è rancore, mancanza di pace, la vendetta avrebbe avvelenato la vita mia e dei miei figli”. E dunque il perdono. “Sì, il perdono. Ma il perdono è un cammino. Sul necrologio di Gigi mia mamma ha fatto mettere le parole del Vangelo di Luca: ‘Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno’. Io allora non ero in grado di comprendere questa frase. Poi, però, ci ho pensato a lungo, ho pensato a cos’è il perdono di Cristo. Cristo perdona attraverso il Padre. Cristo passa dal Padre per perdonare. Mi sono chiesta perché e la risposta che ho trovato è questa. Cristo soffre in croce, soffre tutto ciò che soffriamo noi. Il perdono che viene dal Padre è immediato. Ma poi c’è tutta la nostra fatica di uomini di aderire a quel perdono voluto da Dio Padre. Così, per essere sincero, il perdono non deve essere un ragionamento, ma deve sgorgare dal cuore. E perché sgorghi questo perdono dal cuore ci vuole tempo. Il tempo degli uomini”.
Altro brivido, altro silenzio.
“Già è difficile perdonare chi ti chiede perdono e desidera questo tuo perdono. Come Leonardo Marino, l’unico che ha confessato di aver ucciso mio marito. Ma perdonare chi non ti chiede perdono, chi non vuole il tuo perdono è ancora più difficile”. Il riferimento, naturalmente, è per Sofri e per gli altri imputato del delitto Calabresi condannati definitivamente in ogni ordine e grado di tribunale, ma che tutt’oggi si rifiutano di ammettere l’omicidio. Conseguentemente, ritenendosi innocenti, non possono chiedere né la grazia al Capo delle Stato, né domandare perdono alla signora Gemma. Non so neanche se hanno chiesto perdono per l’immonda campagna accusatoria che strillarono dal giornale Lotta Continua, per i macabri brindisi con cui festeggiarono l’annuncio dell’omicidio.
Interessante cosa scrisse Giovanni Papini sul perdono di Cristo dalla croce. “Perché non sanno quello che fanno. La motivazione limita l’ampiezza del perdono ma è postulata dalla necessità di non assolvere, senza la guarentigia del pentimento, il male pienamente voluto”. Già, il perdono richiede il pentimento del colpevole.
Senza non si può fare, anche se spesso il “non sapere quello che si fa” costituisce un’attenuante. Come scrive ancora Papini, nella sua ricca lingua toscana. “L’ignoranza degli uomini è così smisurata che i meno son quelli che sanno veramente quello che fanno. La pravità originale, l’imitazione, l’abitudine, le passioni che nascono e si soddisfano nell’oscurità del sangue, danno le mosse all’azioni nostre.  La volontà ubbidisce anche nella finzione del comando; la coscienza appare all’ultimo, quando non restano che ceneri e vergogne”.
La signora Gemma, però, va oltre la lettura di Papini.
Non si ferma a considerare se chi ha ucciso era vittima di una ignoranza invincibile, se non sapeva quello che faceva. Lei fa leva sul perdono di Dio Padre. E come meta del suo cammino pone il perdono anche per chi non si è pentito.

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Vecchi, Viagra e prostitutke

di ghinetto (19/10/2008 - 09:22)

Vecchi, Viagra e prostitutke
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 10 ottobre 2008

Entro in un Ortofrutta, a Faenza, giusto in tempo per sentire la conclusione del dialogo tra un vecchio e la negoziante. Lei – bei tratti, viso aperto da imprenditrice romagnola – gli fa: “È pur ancora una bella donna, tua moglie…”. Lui – vecchio, tarchiato, capello rossiccio tinto – storce il naso e con aria che vuol essere birichina, tira fuori il cellulare e glielo apre davanti: “Qvesta sì cl’ è ‘na bela dona!” (Questa sì che è una bella donna). La fruttivendola guarda lo schermo  del telefonino sorpresa: “Ma se avrà vent’anni!”. “Venticinque” – replica lui orgoglioso; prende su il resto e se ne va. La negoziante mi guarda ancora incredula, scuote la testa e si rivolge a me: “Con ‘sto viagra, ‘sti vecc gli a tott pers la testa” (Con questo Viagra, questi vecchi hanno tutti perso la testa).
È vero. Nel momento in cui, come spiegano gli psicologi, i rapporti tra marito e moglie dovrebbero fare un salto di qualità, perdendo anche quell’ultima punta di egoismo, di interesse personale che è insita nell’attrazione sessuale, ‘sti uomini passano al Viagra.
Invece di lasciarsi guidare dai ritmi della natura ed elevare il loro rapporto d’amore a un livello basato più sulla tenerezza che sul sesso, regrediscono a una psicologia adolescenziale: tornano come quando avevano sedici anni a guardarsi allo specchio, si tingono i capelli, si profumano, si impomatano. Tornano, come adolescenti in calore, a ragionare con la patta dei pantaloni.
Poi arriva una supertopolona dall’Europa dell’Est, una di quelle che le donne definiscono “volgari” e gli uomini invece “appariscente”; gli fa due giri intorno sculettando e quelli perdono la testa, lasciano moglie e figli e scoprono una nuova gioventù.
“Non sono poi da buttare, se piaccio alla topolona” – dice tra sé il gonzo. I titolari dei centri di estetica li aspettano al varco, questi vecchi ingenui. Il romagnolo ruvido che per tutta la vita ha questionato con la moglie per i prezzi della parrucchiera entra un po’ titubante nel Centro Estetico. Dopo pochi minuti, però, è già steso su un lettino, con gli occhi chiusi e una musica rilassante in sottofondo. Il programma di ringiovanimento che gli è costato una fortuna prevede, nell’ordine: massaggio ayurvedico per levigare e dare tonicità alla pelle, epilazione di schiena e spalle, tintura di capelli, sopracciglia e peli del petto, pulizia viso, manicure, pedicure e una leggera doccia abbronzante. “Uscirai come nuovo” – dice il suo nuovo amico, il simpatico estetista. Fuori, la topolona attende impaziente.
Passano un  po’ di mesi, neanche troppi. Lui spende una fortuna per il Centro Estetico, per la vecchia famiglia, ma soprattutto per la topolona. Se va bene, lei si fa intestare qualcosa e lo lascia per coetanei che non hanno bisogno del Viagra. E lui, se ha senno in zucca e riesce a vincere l’orgoglio e la vergogna, torna dalla moglie, chiede scusa alla famiglia, salda l’estetista e butta il Viagra.
Se va male, altro che epilazione: ci pensa la topolona a fargli pelo e contropelo! Lui divorzia, si risposa, intesta casa e proprietà alla nuova fiamma, e dopo un po’ il gonzo romagnolo si ritrova solo e al verde.
Un mio collega mi ha presentato una volta la sua “fidanzata”: lui, filologo appassito sui libri, 1.60, a due anni dalla pensione (i professori universitari vanno in pensione a 70 anni); lei, trentenne, 1.80, bionda prorompente. Bella coppia, indubbiamente… Lui - l’innamorato patetico tutte premure e regalini; lei – l’amata bellissima, capricciosa e dispotica. Considerate le premesse, è durata molto: due anni. Quando la bionda l’ha lasciato, lui era pulito come un bambino appena nato. Adesso la pensione non gli basta per pagarle gli alimenti ed è tornato a lavorare.
Qual è la definizione giusta per queste supertopolone che vengono dall’Est?
Calma. Non dobbiamo generalizzare, naturalmente. Dall’Europa dell’Est vengono in Italia ottime persone, carpentieri con una grande esperienza, badanti di assoluta affidabilità, idraulici onesti. Vengono anche persone con un livello di istruzione superiore, costrette ad accettare lavori modesti semplicemente perché non viene riconosciuto il loro titolo di studio: dottori che fanno i camerieri, ingegneri che fanno gli operai. Non possiamo però dimenticare che nell’Europa dell’Est, se il comunismo ha perso, il materialismo ha vinto. Ed incastrare un vecchio che ragiona a Viagra è uno scherzo per una topolona senza scrupoli, per una che sa sfruttare senza remore il suo corpo, per una “prostitutka”.

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Dio è morto

di ghinetto (30/09/2008 - 12:38)

C'è una cosa buona del Sessantotto, una canzone di Guccini
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 25 settembre 2008


“Ho visto/ la gente della mia età andare via/ lungo le strade che non portano mai a niente,/ cercare il sogno che conduce alla pazzia/ alla ricerca di qualcosa che non trovano/
nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnate…”.
Probabilmente è una delle più belle canzoni di quegli anni, meno intimista di “Like a rolling stone” di Bob Dylan e meno qualunquista di “I can't get no satisfaction” dei Rolling Stones. Come le altre due, “Dio è morto” fu scritta nel 1965; incisa nel 1967 dai Nomadi, fu la prima canzone depositata alla SIAE da Francesco Guccini. Meglio delle altre due canzoni, a me pare, testimonia l’insoddisfazione radicale degli anni Sessanta, quell’essere inappagati, esistenzialmente irrequieti che probabilmente fu il più autentico e diffuso sentimento del tempo.
Guccini stesso ha ammesso che, com’è ovvio, il titolo riprende lo stolto aforisma tratto dalla “Gaia scienza” di Nietzsche (del quale sarebbe interessante conoscere le brillanti giustificazioni quando si è incontrato faccia a faccia con quel Dio che sosteneva morto…), ed ha aggiunto che il testo è ispirato altresì alla poesia l’”Urlo” (“Howl”) di Allen Ginsberg. In realtà va ben oltre quell’aforisma e quella poesia: anzitutto, perché l’ultimo ritornello “supera” quelli precedenti e Nietzsche affermando che “se Dio muore è per tre giorni e poi risorge”. In secondo luogo, perché se Ginsberg intravede il superamento dell’insoddisfazione negli allucinogeni e si limita ad una critica generica nei confronti dello stato americano, Guccini dimostra la vanità della fuga nella droga (“dentro alle stanze da pastiglie trasformate … è un Dio che è morto”) e soprattutto va più fondo nell’analisi dell’inappagamento esistenziale, dell’incontentabilità dell’uomo:

“Dio è morto” – afferma Guccini – “nelle auto prese a rate,/ nei miti dell'estate/ nei campi di sterminio/nei miti della razza/ con gli odi di partito” e aggiunge che la sua “generazione ormai non crede/ in ciò che spesso ha mascherato con la fede,/ nei miti eterni della patria o dell' eroe/ in tutto ciò che è falsità,/ le fedi fatte di abitudine e paura,/ una politica che è solo far carriera,/ il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto,/ l' ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto.
La canzone suona viva, vibrante, genuina. “Ho visto”, dlang, dlang, “la gente della mia età andare via…”. Quante volte l’abbiamo cantata percependo tutta la sua verità, la giusta indignazione contro le stanche convenzioni sociali, i miti indotti dal consumismo, dall’ideologia… E quanti, ancora più in profondità, hanno avvertito che quella giusta indignazione era in definitiva da rivolgere contro i falsi fini che il materialismo impone a tutti noi (“le auto prese a rate”), contro il carrierismo che si cela negli ideali (“gli odi di partito”), perfino contro una fede resa inautentica dall’abitudine o dalla paura. L’alienazione – parola chiave del Sessantotto – non è nello Stato e nelle Multinazionali, ma è in agguato dentro di noi, è qualcosa che produciamo noi.
E tuttavia, come è spietata nell’analisi, questa canzone vive ancora della speranza precedente al Sessantotto. Non è l’utopia che prevale, non è la violenza: “Io penso” – dlang, dlang – “che questa mia generazione è preparata/ a un mondo nuovo e a una speranza appena nata,/ ad un futuro che ha già in mano,/ a una rivolta senza armi”. Quello che prevale ancora, ma sarà per poco, è la certezza che qualcun altro, anzi Qualcun Altro, ha rimediato alla precarietà esistenziale dell’uomo: “Perchè noi tutti ormai sappiamo/ che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge,/ in ciò che noi crediamo Dio è risorto,/ in ciò che noi vogliamo Dio è risorto,/ nel mondo che faremo Dio è risorto...”.
Censurata dalla Rai ipocrita e bacchettona specchio della società del tempo, la prima versione cantata dai Nomadi venne mandata in onda dalla Radio Vaticana, i cui responsabili non potevano che condividere la speranza di Guccini: “In ciò che noi crediamo Dio è risorto/ …Dio è risorto/ …Dio è risorto”.

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Lo scontro culturale in condominio

di ghinetto (20/07/2008 - 06:34)

Lo scontro culturale in condominio
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 18 luglio 2008

Habib viene dal Bangladesh. Da qualche anno vive a Forlì, in un condominio del centro storico. Alle due del pomeriggio, ogni santo giorno, dal suo appartamento cominciano a diffondersi i forti effluvi della cucina del Bangladesh: curry, cumino, chiodi di garofano, zenzero, curcuma, pepe nero, cannella, noce moscata, peperoncino, pepe di cayenna e coriandolo, con cui condire primi piatti, secondi e anche frutta (la famosa chutney diffusa anche in Inghilterra). Per Habib e per la sua famiglia, ovviamente, sono gli odori della loro terra, i profumi della loro cucina. Ricordate la pubblicità della Barilla, quella che faceva vedere gli Italiani nel mondo che si scioglievano davanti a un piatto di pastasciutta col ragù? Bene, se per noi “Dove c’è la pastasciutta, c’è casa”, come diceva lo slogan della Barilla, per Habib “Dove c’è il curry, c’è casa”.
Sarà, ma se per Habib curry, cumino e zenzero resuscitano la patria lontana, sugli altri condòmini hanno un effetto opposto. “Ma cosa cucinano, tutti i giorni?” – mi chiede un vicino di casa. “Noi tappiamo porte e finestre, ma l’odore delle spezie è fortissimo. Non ne possiamo più” – aggiunge un altro.
Naturalmente, guardando i prodotti di una cultura stando ben chiusi all’interno della propria, possiamo sempre cavarcela dicendo che la pastasciutta col ragù fa molto meno odore del pollo al curry. Forse è così, però possiamo immaginare che l’odore del macinato di manzo e maiale lasciato sobbollire per un paio d’ore possa suscitare nel musulmano della porta accanto un ribrezzo gastronomico-religioso addiritura più marcato degli effetti delle ricette indiane su di noi.
Non c’è niente da fare. Gli odori sono uno degli aspetti più invasivi delle diverse culture, tra i più difficili a sottomettere ad una razionale tolleranza. Gli odori degli altri ci assalgono in treno, entrano nelle nostre case colpendoci direttamente allo stomaco. Una cosa è scrivere in un manuale universitario:
“L’odore di sudore ha un valore più delicato: assolutamente bandito in culture come quella italiana, in altre culture è considerato normale: nel mondo arabo un maschio deodorato comunica una ‘demascolinizzazione’ e se è sensibilmente profumato è un pervertito” (P.E. Balboni, La comunicazione interculturale). Altra cosa, invece, è capitare in pullman fianco a fianco con un maschio arabo seriamente intenzionato a comunicare agli involontari compagni di viaggio la sua “non demascolinizzazione”. Una cosa è annotare con asettica eleganza che “il ruttare dopo un pasto, sebbene stia lentamente declinando come uso, è ancora permesso (ma era richiesto, per comunicare sazietà e piacere, fino a una generazione fa) in Scandinavia, in Russia, ne Sud Est asiatico” (sempre dal libro di Balboni). Tutt’altra cosa è avere per commensali una decina di Scandinavi o Russi decisi a non perdere le buone tradizioni del tempo andato.
Da qualche tempo, l’appartamento di fianco ad Habib è stato occupato da Vladimir, detto Volodja, quarantenne ucraino palestrato e da sua moglie Lena. Un po’ per il caldo del centro, un po’ per vanità tutta maschile, quando è in casa Volodja sta perennemente in mutande.
Habib ha protestato. Dalle finestre del suo appartamento, sua moglie è costretta a sorbirsi tutto il giorno la visione quanto meno inappropriata di un estraneo seminudo. Non è questione di gelosia. La sua molle pancetta bengalese non vale meno dell’addome a tartaruga del muscoloso ucraino. È un problema di cultura e di decenza. A casa sua, in Bangladesh, queste cose non si fanno. Dato però che Volodja non ne ha voluto sapere, Habib ha deciso di oscurare tutte le finestre del suo appartamento. Lontano dagli occhi…
Come gli odori, anche le immagini entrano nelle nostre case, non meno invasive e contundenti, e ci portano costumi e sensibilità di mondi lontani. Qui la cultura cessa di essere un fatto accademico e diventa materia di convivenza quotidiana, argomento per le assemblee condominiali. Per ora il bengalese inonda il condominio di spezie, l’ucraino va in giro seminudo. Le culture devono ancora trovare un punto di incontro nei condomini del centro, a Forlì.

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Il colonnello igienista e le pappardelle al sugo di lepre

di ghinetto (16/06/2008 - 17:00)

Il colonnello igienista e le pappardelle al sugo di lepre
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 13 giugno 2008

L’editore Marcos y Marcos mi manda un libro, un libro un po’ strano. Si intitola Un’altra voce ed è un’antologia della poesia italiana contemporanea con traduzione a fronte in russo. Quaranta poeti italiani, una breve presentazione di ogni poeta, una poesia a testa – si suppone la migliore – la traduzione russa nella pagina accanto. Nomi noti, nomi diventati famosi scrivendo poesie, in un libro che sembrerebbe voler essere una specie di biglietto da visita della poesia italiana di oggi.
Non so, non so proprio. Con la poesia contemporanea mi sono sempre trovato imbarazzato, come con l’arte contemporanea. Sarà che non la capisco, sarà che è cervellotica, che è più la conclusione di un ragionamento che qualcosa da gustare con l’occhio e l’orecchio, sarà che Raffaello e Dante sono un’altra cosa, ma me ne sono sempre tenuto fuori. Nei musei d’arte contemporanea mi sento spesso come il fruttarolo Alberto Sordi alla Biennale di Venezia nel film Vacanze intelligenti.

 


Non sono il solo. Ascolto i giudizi della gente: non saranno tutti fruttaroli, ma i giudizi sono simili a quelli di Alberto Sordi. Tante persone “intimorite” da questa arte cervellotica, che si aggirano da un quadro all’altro cercando di dare un senso al biglietto pagato, cercando di capire e rischiando di sedersi su cosiddette “opere d’arte”.
E che se ne escono da quei musei con la convinzione che ci sono in giro un mucchio di ciarlatani e di imbroglioni, persone che spacciano per arte tutto quello che vogliono.
Che so, andate alla Tate Modern Gallery di Londra e trovate il Barattolo n. 4 dei novanta in cui l’artista italiano Piero Manzoni racchiuse la sua Merda d’artista nel 1961. I visitatori si affollano davanti a questo pezzo di merda - pardon, davanti a questo oggetto artistico – con espressioni quanto meno incerte. Nessuno di noi fruttaroli spenderebbe un euro per mettersi in casa un simile capolavoro artistico. E se poi si apre? Brrrrr, cacca di 50 anni fa, chissà come puzza!
A
ncor più certo è che non è tra noi fruttaroli che troverete il genio che ha speso 124.000 mila euro nel 2007 per comprare l’inimitabile Barattolo n. 18. Noi abbiamo il mutuo, i ragazzi all’università: la merda d’artista la lasciamo a chi se la può permettere…

Alcune poesie di questo libro ricordano quei barattoli.
Edoardo Sanguineti è forse più noto per la sua attività politica nel Pci che per le sue poesie sperimentali. Qui è presente con una poesia – ripeto, sarà la migliore della sua cinquantennale produzione se è stata scelta dal critico Franco Buffoni per rappresentarlo in terra russa – in cui compaiono versi memorabili: “tra poco atterro a Madrid:/ (in coda qui all’aereo, selezionati miei connazionali,/ gente d’affari, dicono numeri e numeri, mentre bevono e fumano, eccitati,/ agitatamente ridendo):/ vivo ancora per te, se vivo ancora:”.
Fine. Mah. Sconcerto.
La poesia di Flavio Santi la riporto tutta, per i lettori di stomaco forte.

Caro Gianni
- così inizia ogni lettera –
abbiamo battagliato come soldatini,
tanti sassolini,
le ragioni della poetica,
non auto-archiviamoci, non indulgiamo
alle magre vanità
chiudendoci in granai
mentre la realtà lei l’infame mietitrebbia
si lancia sulle messi…
l’acqua dei cessi sarà sempre più netta
di quella dei bei lavelli liberty…
dove si sciacqua il cazzo il colonnello,
la recluta ha le muffe e i pidocchi, ma
la carta su cui disegnate i piani di battaglia – pensa –
frollerà, mai il mio cuore di recluta
cinghia e scarpe rotte.
Rimbaud, fucile in spalla,
cacciava leopardi e rapaci mentre Verlaine
bagnava le labbra in un po’ d’assenzio
un’Europa assente nei bistrot serali.
Chi Rimbaud? Chi Verlaine?
Io pronome individualista darwiniano…
Ma questa domenica è così dolce
i colombacci sul tetto d’ardesia
le foglie pendono a una minaccia d’aria,
possiamo lasciar perdere, tirare fino a sera,
per una volta nelle planimetrie della battaglia
le ragioni dei colonnelli cedono ai pidocchi
delle reclute…

Boh. Che altro dire?! Che altro direbbe il fruttarolo Alberto Sordi costretto dai figli laureati a sorbirsi la merda d’artista?! Me lo immagino, con la sua risata contagiosa, dopo essere uscito dalla Biennale ed aver buttato a mare la dieta cui l’hanno costretto i figli colti: “Che dici Augusta? – dice alla moglie fruttarola al tavolo del ristorante veneziano – Ce le facciamo artre du’ pappardelle ar sugo de lepre?” Ma certo – risponde lei -. Sono a fine de’ monno. Cameriere! Artre du’ pappardelle. Se non artro, pe’ fa’ dispetto a nostri figli che ce vonno fa’ impara’ l’inglese, che manco sappiamo l’italiano”. “Bisognerebbe fargli un monumento a quei due” – riconosce la principessa seduta al tavolo di fianco ad Alberto Sordi, dopo aver rinunciato al prosciuttino magro e aver affondato per la prima volta la forchetta nelle pappardelle. Che la poesia italiana dopo le “magre vanità”, l’”assenzio” e i “pidocchi della recluta” – per non parlar del colonnello - aspetti le sue pappardelle al sugo di lepre?
 


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Sessantotto/ Perversioni per allargare la coscienza

di ghinetto (08/03/2008 - 11:09)

Perversioni per allargare la coscienza
di Giuseppe Ghini
"La Voce di Romagna", 21.II.2008


Tra le interviste pubblicate dalla giornalista Emina Cevro Vukovic sotto il titolo “Vivere a sinistra. Vita quotidiana e impegno politico nell’Italia degli anni ‘70”, ce n’è una particolarmente rivelatrice del ribaltamento di valori del Sessantotto. È l’intervista ad un attivista del FUORI, il Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, la prima organizzazione gay italiana. Orfeo – questo è il suo nome – parla della scoperta della sua nuova identità sessuale.
“Nel momento in cui ho preso coscienza della mia omosessualità mi sono reso conto che delle mie identificazioni veramente non mi importava niente, che erano false identificazioni. [Questo] ha significato l’allargamento della mia coscienza anche a tutta una serie di altri ambiti. Mi drogo, faccio tutta una serie di cose che prima, quando mi identificavo con il cittadino, con il compagno perfetto non facevo. Mi sono messo a fare ciò che mi interessava veramente fare. Agire la mia omosessualità, le mie contraddizioni e comprendere, anche se al momento non le agisco, tutte le altre forme di maggiore emarginazione: necrofili, coprofaghi, zoofili, travestiti, drogati, ecc.”.
Quando sentiamo parlare di un Sessantotto “buono”, quando sentiamo discorsi sui Sessantottini come “bravi ragazzi politicamente un po’ esuberanti”, è bene andarsi a rileggere interviste come questa. La “necrofilia”, stando al Dizionario del prof. Tullio De Mauro, è una “perversione sessuale consistente nel provare attrazione per i cadaveri”, la “zoofilia” – in questa accezione – è una “perversione sessuale per cui si prova attrazione per gli animali”, mentre la “coprofagia” è l’ “impulso a ingerire escrementi, osservabile in persone con gravi malattie mentali”.
Tullio De Mauro, si noti, non è un polveroso barone universitario, conservatore e reazionario.
No, De Mauro è uno di quei professori che nel 1971 si autodenunciò con tanti altri intellettuali, politici, sindacalisti, registi e giornalisti italiani per solidarietà con il giornale “Lotta Continua” indagato per istigazione a delinquere. De Mauro, cioè, è uno di quelli che scrisse al Procuratore della Repubblica di Torino: “Testimoniamo che, quando i cittadini da lei imputati affermano che in questa società ‘l’esercito è strumento del capitalismo, mezzo di repressione della lotta di classe’, noi lo affermiamo con loro. Quando essi dicono ‘se è vero che i padroni sono dei ladri, è giusto andare a riprendere quello che hanno rubato’, lo diciamo con loro. Quando essi gridano ‘lotta di classe, amiamo le masse’, lo gridiamo con loro. Quando essi si impegnano a ‘combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento’, ci impegniamo con loro”.
Pur con tutta la solidarietà dell’aspirante terrorista, il linguista Tullio De Mauro non può nascondere che la necrofilia e la zoofilia sono perversioni sessuali e il mangiare merda è proprio di persone con gravi malattie mentali (di alcune; altre preferiscono i bignè). Che non tutti i modi di “allargare la propria coscienza” sono degni dell’uomo.
E noi non possiamo nasconderci che la perdita di un qualunque orientamento morale, l’equiparazione di ogni “allargamento della coscienza” conduce proprio a questo: al povero Orfeo che osserva un compagno che se la fa con morti e bestie e un altro che si mangia la merda e non può ribellarsi, non gli può dire: “No, non è così che si deve vivere”. La dittatura del relativismo cominciò allora: era il 1968.

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Sessantotto. Meglio una rapina di un lavoro alienato

di ghinetto (04/02/2008 - 15:19)

Meglio una rapina di un lavoro alienato
di Giuseppe Ghini
"La Voce di Romagna", 31.I.2008

Più mi immergo nel Sessantotto, più leggo le testimonianze di quegli anni e più mi viene il magone.
Il magone e la frustrazione per una generazione che si è illusa e si è tagliata le gambe. E ha consegnato alle generazioni successive una società ingombra di falsi miti e di macerie. In un libro, intitolato Vivere a sinistra, la giornalista Emina Cevro-Vukovic raccolse nel 1976 una trentina di interviste a personaggi della galassia extraparlamentare, marginali, femministe, attivisti del Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, cani sciolti, anarchici, Autonomi ecc.: argomento – la vita politica quotidiana, i valori concretamente vissuti, quello che oggi si chiamerebbe l’ethos del Sessantotto.
A uno che dice di essersi licenziato, la giornalista chiede:
“Come si fa a sopravvivere non lavorando?”. La risposta dell’intervistato è un tuffo nel linguaggio e nelle idee di quei tempi. “Quattordici anni di esperienze mi hanno permesso di sviluppare una ‘certa creatività’. Mi sono reso conto che nell’ambiente dove lavoravo avevo anche la possibilità di farmi i soldi in maniera considerata illegale da parte del sistema, però per me legalissima”. In traduzione italiana, l’intervistato sta dicendo che “ruba”. Dal momento però che il sessantottino rifiuta il sistema, si chiama fuori dai “valori borghesi”, questo non è un “furto”, bensì una “riappropriazione” di quanto gli è stato sottratto.
Così infatti spiega un altro intervistato: “Il lavoro io l’ho lasciato. Mi sto organizzando sul piano della ‘riappropriazione’. La cosa che mi sconcerta è che mi provoca una tale perdita di tempo, una tale tensione. È un’altra forma di alienazione”. “Però – obietta il primo - è un’alienazione da sinistra.
Se io penso l’alienazione che provavo quando dovevo lavorare otto ore al giorno per prendere 200.000 lire, dico no. Mi va bene così, questo tipo di alienazione.
Per me, a questo punto, l’ideale è fare una rapina che mi assicuri un dieci anni della mia vita o anche più. Comunque a lavorare non ci torno, non si sono santi, piuttosto vivo di furti giornalieri, alienanti fin che vuoi, perché fin tanto che esiste questa situazione di merda, forme liberate non esistono”.
Meglio rubare che lavorare in una condizione non liberata, meglio una rapina di un lavoro alienato. Anche questo è Sessantotto.

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Sessantotto. Lavorare come in paradiso

di ghinetto (30/01/2008 - 07:41)

Reduci del Sessantotto
Stesi sul divano ad aspettare la Rivoluzione
"La Voce di Romagna", 24.I.2008

Scrive Claudio Magris in Utopia e disincanto: “In un mondo che sempre più chiama a fare, produrre, parlare, scrivere, commentare, partecipare, intraprendere – in una mobilitazione generale sempre più coatta, in cui sembra spesso di non sapere quando si vive, l’indolenza di Oblomov può essere un’estrema difesa della libertà”.
Oblomov, il protagonista dell’omonimo romanzo dello scrittore russo Ivan Goncharov, è un nobile paralizzato da una malattia della volontà, qualcosa di simile a ciò che la morale classica ha definito “accidia”. Vuole trasformare il mondo, non si accontenta di riforme limitate ma possibili; no, lui vuole una trasformazione radicale. E passa tutta la vita steso su di un divano, in vestaglia e pantofole a disegnare il suo progetto utopistico di trasformazione della società russa. Le persone che lo circondano gli vogliono bene, lo ammirano per i suoi ideali nobilissimi; Oblomov trova sempre una donna-mamma che gli consente di vivere la sua esistenza da fanciullo innocente, mentre le entrate delle sue proprietà gli permettono di vivere di rendita. Questo è Oblomov, l’indolenza del quale Magris addita come valore positivo contro l’attivismo volgare e mercantile della nostra società.
Se l’Oblomov descritto da Goncharov è un costretto all’utopia dallo stallo in cui versava la società russa dell’Ottocento, gli “Oblomov” di oggi sono invece i reduci del Sessantotto, l’ultimo grande movimento utopistico di massa che l’Italia ha conosciuto. Essi rappresentano un “tipo ideale” di ex-sessantottino, quello il cui motto è “Noi ci abbiamo creduto!”.
Sì, ci hanno creduto, hanno davvero prestato fede alle parole di Marx: “Nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera al levare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia” (L’ideologia tedesca).
Hanno creduto che il Sessantotto annunciasse l’estinzione dello stato, la fine della divisione del lavoro, della proprietà esclusiva. Che le “comuni” degli anni settanta (e i Centri sociali degli anni successivi) segnassero davvero l’inizio della società comunista in cui l’egoismo umano, fonte di ogni male, sarà finalmente superato. Scrive Lenin in Stato e rivoluzione: “Lo Stato potrà estinguersi completamente quando la società avrà realizzato il principio: ‘ognuno contribuisce secondo le sue capacità; ognuno riceve secondo i suoi bisogni’, cioè quando gli uomini si saranno talmente abituati a osservare le regole fondamentali della convivenza sociale e il lavoro sarà diventato talmente produttivo ch'essi lavoreranno volontariamente secondo le loro capacità. Allora, l'angusto orizzonte giuridico borghese, che costringe a calcolare con la durezza di uno Shylock: - non avrò per caso lavorato mezz'ora più di un altro, non avrò guadagnato un salario inferiore a un altro? -, questo ristretto orizzonte sarà sorpassato”.
Ci hanno creduto, i sessantottini. Ma, dato che il lavoro promesso da Marx e Lenin non si è mai realizzato, quando hanno potuto hanno fatto come Oblomov: si sono rifugiati nell’accidia esistenziale, nel “non lavoro” assistito. T.P. è uno di questi.
Negli anni Settanta era capace di infiammare migliaia di dipendenti di una fabbrica bolognese, di provocarne la chiusura per giorni interi; oggi, incapace di un lavoro serio, vive di rendita delle azioni che gli ha lasciato il padre; dopo essersi sposato e separato con una prima donna, vive in casa con due donne-amanti-madri. Incerto tra le due donne, è altresì incapace di pensare a se stesso come a un padre. Come molti altri ex-sessantottini non ha figli. La sua è un’esistenza “bloccata” dal punto di vista degli affetti e del lavoro. È malato di “angelismo”: attendeva il lavoro gioioso promesso da Marx, mentre quello che è arrivato è un lavoro “normale”, che ha la sua parte di fatica, di limite. No, molto meglio stendersi sul divano e sognare la trasformazione radicale della società. Come Oblomov.

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Andiamo verso una scuola di donne per donne?

di ghinetto (21/12/2007 - 18:16)

Andiamo verso una scuola di donne per donne?
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 7.XII.2007

Ho un ricordo vivido di certe mattine al liceo: la professoressa che leggeva il brano di un poeta, un delicato lirico greco oppure Catullo, e poi chiedeva, quasi implorava da noi una reazione sentita, partecipata. Cercava in noi studenti un segno che quella poesia aveva toccato le corde più intime della nostra persona, ci aveva detto qualcosa di importante. Era una specie di “lezione empatica”, la ricerca di una comunione di anime sensibili (e lo dico in tutta serietà, senza nessuna ironia).
Ricordo anche la nostra reazione, intendo di noi studenti maschi: una specie di impossibilità di manifestare quello che sentivamo davvero. Perché sì, dentro di noi la poesia dei lirici greci aveva fatto breccia, eppure una sorta di pudore ci impediva nel modo più assoluto di esprimere quel sentimento in parole, e ancor meno di metterlo per iscritto su una pagina, di farne oggetto di un tema. Si creava pertanto un muro di incomprensione: la professoressa usciva dalle lezioni scoraggiata, non più certa della universalità del messaggio della lirica greca e di Catullo; noi uscivamo liberati dall’incubo del “dover esprimere i nostri sentimenti”, ma col dubbio che la professoressa avesse capito che, sotto l’apparenza scostante, anche noi provavamo ciò che lei descriveva con tanta partecipazione. Spesso, era una nostra compagna di classe che risolveva la situazione rispondendo alle sollecitazioni della professoressa di greco e dando espressione ai sentimenti. Noi, intendo sempre noi studenti maschi, stavamo a sentire, a volte prendevamo perfino in giro la compagna di classe che aveva avuto l’ardire di esprimere i suoi sentimenti.

                                                                    * * *

Capisco solo ora il malinteso tra la sensibile professoressa di greco e noi studenti maschi. Lo capisco leggendo un pezzo di Michael Gilbert sulle scuole “single sex”.

Il giornalista americano scrive un articolo allarmato sull’insuccesso degli studenti maschi nel sistema scolastico americano: i maschi che ripetono l’anno alle elementari negli Stati Uniti sono il 50% più delle femmine, quelli che soffrono di disturbi dell’apprendimento sono 3 o 4 volte in più, i ragazzi dislessici sono il doppio delle ragazze dislessiche. Moltissimi i casi di disattenzione cronica, quella che gli americani chiamano Disturbo da deficit dell'attenzione (ADHD): a tal punto che 1 ragazzo su 5 prende il Ritalin, un analogo delle anfetamine che serve a stimolare l’attenzione. Il risultato è che all’università le ragazze americane sono più del doppio dei maschi.
All’origine di questa situazione, stando a Gilbert, c’è anche la scuola mista (in inglese si chiama “co-ed”, cioè coeducational) a cui il sistema americano ha dato la sua larghissima preferenza a partire dagli anni Settanta. Perché? Perché la scuola mista è fatta per la maggior di professoresse donne, le quali privilegiano “naturalmente” le abilità proprie delle ragazze: “a questa età le studentesse leggono più velocemente – scrive il giornalista - controllano meglio le loro emozioni e il loro corpo, trovano congeniale l’attuale enfasi sullo studio di gruppo e sull’espressione dei sentimenti.
I ragazzi preferiscono i processi visivi, l’azione fisica, la competizione, fanno fatica a stare seduti in un banco per 5 ore”. Poco a poco, insensibilmente, la scuola americana si è modellata sulle studentesse femmine, ha assunto come “studente standard” la studentessa femmina più calma a matura e ha giudicato come “fuori norma” il comportamento più “fisico” e gli atteggiamenti più riservati degli studenti maschi. L’allarme non è soltanto di Gilbert, giornalista che scrive sul “Christian monitor”, ma è tanto generalizzato che Hillary Clinton ne ha fatto uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale.

Riassumo l’articolo di Gilbert a una professoressa di lettere di un liceo italiano. E quando arrivo all’incapacità/impossibilità dei maschi adolescenti di dare espressione ai loro sentimenti, la professoressa esplode: “Esatto, quei deficienti! Stanno lì muti e sordi, come dei tronchi di legno”. Perfetto. Come controprova, non c’è male.
Non è che stiamo creando anche noi, in Italia, una scuola di donne per donne? E se fino ad ora questo può comportare al massimo un brutto voto, soprattutto nel tema di italiano, la cui valutazione è spesso tanto decisiva, quanto arbitraria, cosa succederà quando, secondo gli auspici del Ministro Mussi, il voto della maturità sarà fondamentale per l’ammissione all’Università? Avremo anche noi studenti maschi penalizzati perché non vogliono e non possono esprimere i loro sentimenti di adolescenti nei temi di italiano e nell’interrogazione su Catullo?

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Dall’orgoglio intellettuale alla fede cattolica

di ghinetto (22/11/2007 - 22:47)

Dall’orgoglio intellettuale alla fede cattolica
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 10.VIII.2007

La storia che vi racconto non è forse da ombrellone, ma è di quelle capaci di dare un senso all’intera estate. Sì, perché è la storia di una grande persona, una grande intellettuale, una grande femminista che, passando attraverso i dubbi delle più aspre questioni morali del nostro tempo, decise di convertirsi al cattolicesimo. E poi, dopo un certo tempo, incontrò Dio.
Elizabeth Fox-Genovese, la persona di cui stiamo parlando, è morta all’inizio di questo 2007 all’età di 66 anni.
Docente alla Emory University di Atlanta, vi aveva fondato il Dipartimento di Studi Femminili, e proprio una ricerca sulla condizione femminile americana intitolata “Il femminismo non è la storia della mia vita” (1996) è stato forse il suo libro più noto. Mi decido solo oggi a parlare di lei e della sua conversione al cattolicesimo, per quella sorta di pudore che, mi pare, deve circondare le decisioni intime di una persona. E lo faccio riprendendo un articolo che lei stessa pubblicò sulla rivista “First things” qualche anno fa in cui si analizzavano le tappe della sua conversione e le difficoltà dovute alla sua mentalità di intellettuale.
Perché un intellettuale americano – dice Elizabeth Fox-Genovese - può essere forse accettato se si converte alla religione Ebraica o Islamica, ad una delle innumerevoli Chiese Riformate; ma farsi Cattolica proprio no! Non a caso la prima reazione dei colleghi fu quella di evitare ogni commento, addebitando la trasformazione ad un brutto periodo. Ai loro occhi, infatti, una conversione semplicemente non poteva essere frutto di un comportamento razionale. “Per gli accademici secolarizzati – scrive Elizabeth - il linguaggio e la pratica della fede appartengono ad un mondo altro”, e di conseguenza una conversione rimane al di fuori della loro comprensione.
Nel suo caso, la conversione non avviene in completa rottura con il passato; certo, naturalmente, essa provoca un notevole cambiamento di vita, ma nel segno di una certa continuità. Elizabeth era cresciuta in una famiglia dalla mentalità moderna, quella mentalità che separa nettamente la fede dalla morale e che basa quest’ultima sull’integrità dell’individuo. Tuttavia il linguaggio e i principi basilari del cristianesimo non le erano ignoti, ed aveva sempre nutrito un grande rispetto per i profeti ebrei, per alcuni leader religiosi protestanti e santi cattolici, mentre sullo sfondo Gesù Cristo si stagliava come un esemplare eminente del sacrificio di sé per amore.

La filosofia materialista di cui si imbeve durante gli anni universitari non mina tuttavia la certezza alla base della sua riflessione morale: certezza che una linea divide inequivocabilmente il bene dal male. Nel contempo invece il secolarismo di cui è impregnato il mondo accademico va rapidamente promuovendo l’idea che le convinzioni morali rappresentano solo il punto di vista della persona che le enuncia, che, cioè, ci sono tante morali quante sono le persone: ed è pertanto scorretto cercare di imporre la propria morale ad un altro la cui situazione non si può comprendere pienamente.
Questo relativismo morale non la lascia tranquilla, anche perché si rende conto che il conflitto tra le morali e le persone che le sostengono non può che finire nella violenza. Ma l’interessarsi e lo scrivere di aborto la conduce al problema ancora più grande dei diritti della vita seppelliti e nascosti sotto i cosiddetti “diritti della donna” e la sua autodeterminazione. Le si affaccia alla mente l’insuperabile problema dei diritti del nascituro, anche se la sua disposizione è a favore del diritto ad abortire. Un’altra questione morale  - il suicidio assistito – le procura crisi ancora maggiori. “Come può – si chiede - una persona decidere se la vita di un altro è degna di essere vissuta?”. Successivamente le diverrà chiaro che questi suoi dubbi nascevano da una rivolta contro la concezione utilitaristica e strumentale della vita umana.

Tutto rimane però nell’ambito di una concezione secolare, “laica” diremmo noi; tutto rimane una sorta di “preambolo” alla sua nuova vita che si apre con la conversione. La quale non si situa in un singolo momento: al contrario, impercettibilmente nel corso del tempo si fa strada in lei la decisione di entrare nella Chiesa Cattolica. È il 1995. La domenica successiva a questa decisione, all’insaputa del marito – l’allora storico marxista Eugene Genovese poi convertitosi anch’egli – e di ogni altro conoscente va a messa nella Cattedrale di Atlanta. “Davanti a me – confesserà anni dopo – c’era il crocifisso, quel Signore che mi ero impegnata a servire; per il resto non sapevo nulla, non sapevo cosa aspettarmi”.
Un sacerdote si incaricherà successivamente di iniziarla alla dottrina, ai riti, alle devozioni di un buon cattolico: dirà poi la Fox-Genovese che era impressionante quanto avesse imparato e quanto poco avesse compreso. Anche perché la full professor della Emory University deve superare la mentalità razionalistica tipica dell’intellettuale come pure i pregiudizi materialistici dovuti alla sua formazione. “Il giorno della mia accoglienza nella Chiesa cattolica, giorno che incluse battesimo, cresima, confessione, matrimonio e comunione una gioia trasformante confermò comunque una decisione che sembrava presa con la mente ma anche col cuore”.
Era solo l’inizio. La conversione vera e propria, l’incontro autentico con Dio doveva ancora avvenire. “Mi ci vollero due o tre anni per cominciare a comprendere che l’azione decisiva non era stata mia ma di Dio”: glielo impediva l’orgoglio accademico ma anche il suo orgoglio personale, quello che le faceva chiedere “Chi sono io per aspirare alla santità?”.
“Il momento decisivo del mio cammino nella fede giunse quando, un certo giorno, apparentemente germogliato dal nulla, mi colpì il pensiero che Gesù era morto per i miei peccati. E immediatamente dopo seguì la devastante convinzione che io non valgo questo sacrificio. Solo gradualmente compresi pienamente che la decisione che io valgo non dipende da me, ma da Lui”. Per tutto questo, grazie, Elizabeth.

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Il lavoro dello schiavo (e quello del bancario)

di ghinetto (25/04/2007 - 10:03)

Il lavoro dello schiavo (e quello del bancario)
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 10.XI.2006

Treno, lunedì mattina. In una carrozza “a salone” sto leggendo un libro che devo recensire, “Non dimenticatemi” di Pavel Florenskij. Il libro è bellissimo, la ressa è scomparsa con la gente scesa a Cesena, leggo avvolto nel tepore e nel ritmo del treno: se poi non avessero inventato i cellulari e i pendolari non smaniassero di mettere in piazza la loro vita intima, sarei davvero in paradiso. “Non dimenticatemi” raccoglie le lettere che padre Pavel Florenskij inviò dal Gulag sovietico ai cinque figli, alla moglie Anna e alla madre. Condannato a 10 anni di lavori forzati dopo un processo falso e senza prove, come dimostrò la commissione che lo riabilitò nel 1958, il grande matematico, filosofo e fisico russo venne internato nel 1933 e fucilato nel 1937. Sballottato da un campo all’altro della Siberia orientale e infine nell’ancor più terribile lager delle isole Solovkì (Mar Bianco), Florenskij non rinunciò tuttavia ad applicare la sua mente straordinaria ai diversi campi dell’industria degli schiavi del gulag: dette inizio allo studio scientifico della fisica del gelo, inaugurò una fabbrica per l’estrazione dello iodio dalle alghe. Al di là delle relazioni familiari, che sono il vero centro del libro, colpisce ciò che l’epistolario sottende, e cioè la dedizione di questo genio verso un lavoro non scelto, anzi verso un lavoro “forzato”. Mentre lo stato sovietico, andando contro i suoi stessi egoistici interessi, dilapidava la ricchezza umana e intellettuale di colui che è stato definito il “Leonardo russo”, Florenskij inventava nuove ardite soluzioni tecniche ripercorrendo la storia della scienza applicata nell’isolamento frustrante del Gulag. Lo schiavo si inventò un lavoro creativo nonostante lo stato-schiavista.
Sul treno salgono due impiegati, forse bancari. “Come va?” – chiede uno. “Come vuoi che vada – risponde l’altro. – Va da lunedì”. Le occhiaie e la voce da caverna segnalano la faticosa ripresa del bancario, che certo non deve aver trascorso il week-end accanto al caminetto. Passano un paio di stazioni e i due sono già a progettare nel dettaglio il prossimo fine settimana, saltando a piè pari una settimana di lavoro come sbiadita, priva di spessore. Mi colpisce il contrasto tra il galeotto Florenskij capace di dare un significato al lavoro forzato e il bancario romagnolo che vive solo per il week-end. E penso a tutte le discussioni dei marxisti degli anni Settanta sul “lavoro alienato”: era un tema interessante, almeno come punto di partenza, com’è che non ne parla più nessuno?
Florenskij col suo lavoro creativo mi fa venire in mente altri galeotti dei campi di concentramento. Anzitutto Solzhenitsyn, che in “Una giornata di Ivan Denisovich”, descrive un galeotto-muratore del Gulag che disubbidisce al caposquadra per finire il lavoro iniziato rischiando un ulteriore inasprimento della pena. “Calcina! Mattone! Schiacciato! Controllato! Calcina. Mattone. Calcina. Mattone... Ma non aveva detto il caposquadra di non aver riguardi per la calcina: di buttarla di là dal muro e di… filare? Ma Suchov era fatto in quel modo cretino e in nessun modo potevano fargli perdere quell'abitudine: di ogni cosa e di ogni lavoro aveva riguardo, ché non si rovinassero inutilmente. Calcina! Mattone! Calcina! Mattone! “Abbiamo finito, porco diavolo! — urlò il suo amico. – Filiamo”. Afferrò il cassone e corse sulla passerella. Ma Suchov, che provasse pure la scorta ad aizzare i cani contro di lui, si allontanò correndo indietro sullo spiazzo. Guardò. Non male. Poi si avvicinò di corsa — sopra il muro, a sinistra, a destra. Ehi, aveva un occhio ch'era una bolla! Perfetto. La mano non era invecchiata”.
Alcuni anni più tardi, l’ex-galeotto Aleksandr Solzhenitsyn spiegò in un'intervista: “Devo dire che l'intelligencija sovietica mi ha molto rimproverato perché Ivan Denisovich, nel mio libro, lavora con piacere: come può uno schiavo provare piacere per il suo lavoro? - obiettavano. È sorprendente, ma è così; io stesso, in certi momenti, provavo soddisfazione a fare bene il mio lavoro. Ivan Denisovich, che non ha altri interessi all'infuori del lavoro, morirebbe se non vi trovasse piacere, questa è l'unica sua difesa spirituale. Quella scena fu la ragione per cui Khruscev permise la pubblicazione del romanzo: l'aveva interpretata come la glorificazione del lavoro socialista”.
Anche Viktor Frankl, psichiatra ebreo internato nel campo di Auschwitz, scoprì questo segreto inaudito. Nel momento in cui il campo di concentramento "non offre più nessuna prospettiva di realizzare dei valori (come quello del lavoro o della famiglia), creandoli o godendone, resta però la possibilità di un comportamento moralmente valido, proprio nel modo in cui un uomo si atteggia di fronte alla limitazione del suo essere imposta con violenza dall'esterno. La vita creativa e quella ricettiva gli sono negate, ma non il suo mondo interiore”. Chi si trova nella condizione del lavoratore forzato può trovare una forma di autodifesa nell'apatia, e tale fu la psicopatologia della maggior parte degli internati, compreso Primo Levi. Oppure può resistere alla prova morale essendo, nell'intimo, più forte del destino. Per Frankl tale resistenza si espresse concretamente nel sentimento verso la moglie (sempre presente nei suoi pensieri), nel ripiegamento sul passato, attraverso il ricordo dei piccoli gesti quotidiani, ma soprattutto nella "capacità intuitiva di scoprire il significato unico e singolare nascosto in ogni situazione". È grazie a questa forza interiore che colui che è condannato al lager nazista può “riuscire a trovare in una sofferenza autentica ancora l'ultima, eppure la più alta, possibilità di significato. Bisogna far capire che la nostra vita nella misura del possibile è piena di significato e tale rimane fino alla fine".
Davvero occorre portare l’uomo al suo limite estremo per comprenderne la natura. Una natura grazie alla quale siamo capaci di dare significato al lavoro. C’è speranza anche per i bancari romagnoli.


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Elogio della Modestia

di ghinetto (27/03/2007 - 07:56)

Elogio della Modestia, virtù della tolleranza
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 12.8.2005

“Molte donne giocano con il fuoco nel modo di vestirsi. Vestirsi come una prostituta è un modo per dire al mondo
‘Guardami, vienimi dietro, desiderami. Sono una donna facile e mi puoi avere’. Esporre parti intime del corpo è una forma di pubblicità sessuale. Se vi vestite per attirare attenzioni di tipo sessuale, poi è difficile che possiate biasimare qualcun altro se vi viene riservata quel tipo di attenzione. Vestire con modestia è come proclamare al mondo: ‘Io mi rispetto e pretendo di essere trattata con rispetto’”.
Chi dice così non è, come qualcuno può immaginare, un anziano eremita ritiratosi in cima a un monte, e neppure una zitella invidiosa ormai passata d’età, né, tanto meno, un maniaco sessuale in cerca di un facile alibi. No, chi proclama questa verità semplice e cruda è la signora che occhieggia dalla copertina di Vogue riprodotta a fianco e che è comparsa su oltre 500 copertine di riviste di moda. Il suo nome, Kim Alexis, forse non dirà molto ai nostri lettori. Il suo viso, tuttavia, è assai noto e ancor più lo era prima che si ritirasse dalla lucrosa attività di top model. Oggi, a quarantacinque anni, Kim Alexis scrive libri e dispensa collaborazioni su come mantenersi belle e ammirate con cinque figli e un marito ex star dell’hockey su ghiaccio.
Da notare che la bella Kim non proviene dall’America che si è soliti considerare arretrata e bacchettona, non è stata Miss Iowa e non è cresciuta nella cosiddetta Bible belt, la “fascia della Bibbia”, gli stati meridionali e centrali dove fiorisce un certo fondamentalismo cristiano. No, Kim proviene dallo Stato di New York e, dopo essere stata selezionata a diciott’anni dalla famosa agenzia Elite, si trasferì nella città della Grande Mela.
Certo, in tanti anni di servizi fotografici, qualche sua immagine non propriamente “modesta” è pure uscita sui giornali. Ma niente a confronto dei quotidiani ombelichi, tanga, glutei, seni (con contorno obbligato di cellulite, larderelli e smagliature varie) che vanno in onda in spiaggia e in città nell’Italia di questi tempi. La cosa non stupisca. Un rapido confronto con un qualunque “motore di ricerca” mostra che su Internet la voce “dress modestly” batte la voce “vestire con modestia” 28.200 a 14.

E allora permettimi, lettore, al seguito di Kim Alexis di elevare proprio in questa settimana di ferragosto, settimana forse di massima esibizione corporea, maschile e femminile, un elogio alla “modestia nell’abbigliamento”.
Tradizionalmente la modestia ha due finalità. La prima è indicata chiaramente dalla nostra top model. Maggie, la ventenne editorialista della rivista americana per adolescenti “Seventeen”, ha puntualizzato ulteriormente questo punto di vista nel numero di giugno:
“Non è facile costringere i ragazzi a prestare attenzione ai tuoi valori e a ciò in cui credi. Ma se io non permetto loro di vedere molto di quello ch’è “fuori”, sono “costretti” a prestare attenzione a quello ch’è dentro di me. Questo è il motivo per cui io mi vesto con modestia: indosso sottane al ginocchio e camicette abbottonate perché voglio comunicare il messaggio che io sono molto di più del mio corpo”. La prima finalità, dunque, è insita nel linguaggio del corpo e dei vestiti: con la modestia o con l’esibizione, io comunico quello che sono, i miei valori, il mio ethos.
Paradosso: nella società della comunicazione, in pieno fiorire di studi semiologici dove tutto viene interpretato come “segno”, si rimuove costantemente il messaggio insito in vestiti attillati, trasparenti, corti e inesistenti: “Io sono il mio corpo”. Poi, come dice Kim Alexis, è difficile spiegare che si è qualcosa di completamente diverso da ciò che si è comunicato, che c’è stato un errore di interpretazione!
Il secondo fine della modestia è ancor più legato alla convivenza sociale e dovrebbe essere preso in considerazione da chi, come tanti occidentali, vive concentrato narcisisticamente su di sé, da chi afferma “Io mi vesto così perché mi piace!”. Viviamo in una società in cui la presenza di altre culture e sensibilità è sempre più evidente. Ora, se seguiamo i suggerimenti dei tour operator che ci invitano a vestirci con modestia in Tailandia, in Egitto, nei paesi sub-sahariani, possiamo permetterci di offendere e provocare con il nostro modo di vestire e di atteggiarci i tailandesi, gli egiziani e i nigeriani che calcano le nostre spiagge e le nostre strade? Dobbiamo imporre giacca e cravatta ai musulmani, obbligare gli africani ad adeguarsi al tanga, oppure la tolleranza sociale, cioè il rispetto della cultura altrui, impone di rivalutare la virtù della modestia? Senza cadere, ovviamente, negli eccessi antiumani e ipocriti del Vittorianesimo, è forse necessario tornare a ragionare serenamente, senza preclusioni ideologiche, sui vantaggi della modestia.

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"Il potere delle tette"

di ghinetto (22/03/2007 - 22:50)

“Il potere delle tette”
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 24.11.2006

Anzitutto, mi scuso. Mi scuso perché un titolo così proprio non si dovrebbe fare e, inoltre, non è nel mio stile. Mi scuso con le lettrici della Voce e spero che non mi vengano date patenti di maschilismo. Semplicemente, la definizione non è mia e per questo ho chiesto e ottenuto dal Direttore di mettere il titolo – peraltro irrinunciabile – tra virgolette.
La definizione, infatti, è di un anonimo ragazzo con cui ho fatto il viaggio in corriera da Urbino a Pesaro qualche tempo fa. Sapete come capita in corriera: uno si siede volendo sonnecchiare e dietro vi si piazzano due che parlano a voce alta, e le loro vicende diventano immancabilmente le vostre. Se anche uno non vuole ascoltare, non può non sentire. È così che ho sentito la storia del “potere delle tette”. Ve la riporto.

I miei due compagni di viaggio erano un ragazzo e una ragazza, entrambi studenti universitari. Come tanti altri studenti, almeno quelli iscritti all’Università di Urbino, anche questi arrotondano i soldi dei genitori con qualche lavoretto. È vero che questo fa sì che gli appelli d’esame soprattutto di settembre, quelli dopo la “stagione”, siano poco frequentati e che gli anni d’iscrizione si allunghino inevitabilmente, ma tant’è: anche gli anni di vita studentesca si allungano e questo può avere i suoi lati positivi…
Insomma, i due parlano e scoprono che fanno lo stesso lavoro: il barman (e la barwoman, direbbe qualche anglofono politically correct). Ancora un paio di frasi e il ragazzo assume un tono risentito, quasi di sfida. Dal momento che lavorano a giornata e solo le sere che i bar ne hanno necessità, lui si lamenta del fatto che subisce la “concorrenza sleale” della ragazze. La chiama proprio così: concorrenza sleale. Dice che se il titolare di un bar ha la possibilità di scegliere, le ragazze vengono sempre preferite ai ragazzi. “Per questo i ragazzi devono diventare molto professionali, se vogliono lavorare in questo campo. Devono diventare dei veri professionisti. Sai anche tu com’è” – conclude enigmaticamente. A differenza della ragazza, io, per la verità, non so com’è, ma questo è un altro handicap della corriera: una volta che senti un discorso interessante, non è che puoi intrometterti disinvoltamente e chiedere spiegazioni (“No, scusi. Io non ho capito. Non è che potrebbe spiegarmi…”).
Il dialogo prosegue serrato. Parlano della vita dura del barman, concordano sull’impossibilità di fare questo lavoro per molti anni, soprattutto se si vuole finire l’università. Poi passano a confrontare le retribuzioni e le trovano analoghe. “Bene – penso tra me. – Almeno in questo campo non c’è discriminazione”. Ma il ragazzo incalza. “E le mance?”. Già, non ci avevo pensato: ci sono anche le mance. “Dai - insiste lui. – Dimmi quanto prendi di mancia in una sera?”. La ragazza spara una cifra sostanziosa e io mi perdo a confrontarla con il mio stipendio diviso per i giorni del mese. Quando riemergo dalla deprimente esperienza del confronto, scopro che lei ha fatto una specie di classifica. “Dunque – dice lei – ho notato che le mance dipendono da come sono vestita. Ma non è come tu pensi!”. Ah, per fortuna, non è come pensa lui. Sicuramente è una brava ragazza e una studentessa modello. “Ah, sì. E com’è?” – fa lui.
“Vedi – fa lei -, è sbagliato pensare che più ti svesti e più ti danno di mancia. Non c’è una proporzione così diretta. Ad esempio, io ho notato che l’abbigliamento con cui tiro su più mance non sono le camicie scollate: è una maglia attillata che lascia scoperte le spalle. Quando ho bisogno di soldi, mi metto quella maglia e torno a casa con il borsellino gonfio”.
“Lo so – dice lui. – È quello che io chiamo ‘il potere delle tette’. Non solo vi danno il lavoro anche se siete meno professionali di noi, ma guadagnate anche di più. Non lo sopporto questo potere delle tette”. La ragazza non si scompone. La sua replica, però, è tagliente. “E a chi vuoi darne la colpa? Sono gli uomini che guardano e che sborsano”.
Lui si prende l’ultima parola, mentre già ci prepariamo a scendere: “Dimmi solo una cosa. Tra te e una prostituta che si vende per soldi che differenza c’è? Ovvio che c’è una differenza, lo vedo anch’io. Ma credo che sia una differenza solo ‘di grado’, non una differenza qualitativa”.
Scendo con un brivido, anche se è una giornata tiepida.

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E la Coca Cola si e' bevuta il Che

di ghinetto (18/03/2007 - 08:39)

E la Coca Cola si è bevuta il Che
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 15.9.2005

A Marsiglia, da qualche mese, si produce la “El Che Cola”, versione meno zuccherata della famosa Coca Cola. Sulla bottiglia un’etichetta che riproduce l’icona di Che Guevara da intendersi come “figura emblematica di una persona che ha lottato contro le disuguaglianze e per un mondo più giusto”, spiega il direttore dell’azienda. Il quale aggiunge che verserà il 50% degli utili netti a favore di organizzazioni non governative e associazioni umanitarie che lottano contro la fame nel mondo.
Certo è difficile affiancare Che Guevara alle associazioni umanitarie. La sua lotta alle disuguaglianze si basava, come scrisse lui stesso, sull’ “odio come fattore di lotta - l'odio intransigente contro il nemico - che spinge oltre i limiti naturali dell'essere umano e lo trasforma in una reale, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere”. “I nostri soldati – continuava – devono essere così: un popolo senza odio non può vincere un nemico brutale”. Ernesto Guevara, detto “el Che”: uno degli “irriducibili” della lotta senza quartiere contro l’imperialismo americano e uno degli artefici della svolta filo-sovietica della rivoluzione castrista. In linea con la concezione monopartitica di Lenin, Guevara teorizzò la necessità di un’unica monolitica linea strategica, cioè, in pratica, la necessità della soppressione di coloro che dopo la Rivoluzione cubana erano rimasti democratici. Nominato Procuratore, era il “Che”, infatti, a decidere sulle domande di grazia, e fu per sua iniziativa che nel 1960 venne creato, nella penisola di Guanaha, il primo campo di lavoro forzato cubano. Nominato Ministro dell’Industria fu tra i fautori della rigida applicazione del modello sovietico: eliminazione dei diritti civili, soppressione della libertà religiosa, della libertà di stampa, nazionalizzazione dell’industria, istituzione di uno stato di polizia, di una “giustizia popolare”.
“El Che Cola”: hasta la bebida siempre!
L’invenzione della “El Che Cola” sembrerebbe l’ennesima vittoria del capitalismo sui suoi nemici più acerrimi, vittoria ottenuta con le armi proprie del capitalismo: i soldi, il mercato, il marketing, la pubblicità. La Coca Cola, uno dei simboli più smaccati dell’imperialismo economico-culturale americano si è “bevuta” il campione dell’antimperialismo, colui che morì nell’impresa di creare “due, tre, cento Vietnam”. E tuttavia quanto accaduto obbliga ad una considerazione ulteriore. Ci deve essere una ragione per cui l’imperialismo economico riesce ad assimilare i suoi nemici, perché tanti rivoluzionari si sono svenduti al dio quattrino, perché hanno smesso l’eskimo e si sono messi la giacca del capitalista sfruttatore. Ci deve essere una ragione per cui la più alta percentuale di “comunisti nell’anima” risiede nelle campagne romagnole, dove abitano i contadini più ricchi del mondo. Il fatto è che tra rivoluzionari marxisti e capitalisti senza scrupoli c’è una linea di continuità: la mentalità materialista. L’intransigente Che Guevara, che non a caso non disdegnava la Coca Cola, era probabilmente pronto a trasformarsi in un capitalista duro e spietato, com’è successo a tanti nella Russia post-sovietica. La sua aspirazione verso una giustizia economica basata sull’odio e sulla negazione di ogni tipo di libertà era perfettamente compatibile con una vita volta al proprio egoistico arricchimento e incline, per massimizzare il profitto, allo sfruttamento più completo dei lavoratori. La differenza, che pure non è di poco conto, è più quantitativa che qualitativa. Entrambe queste ideologie economicistiche, se si considera il capitalismo nella sua variante più spregiudicata, quella che dominava nell’Europa dell’800 e che imperversa nei paesi in via di sviluppo, misconoscono l’uomo nella sua interezza e complessità, sfruttano e sacrificano interi gruppi sociali. Entrambe riducono l’uomo alla sua pura dimensione economica. Se non si considera “indisponibile” il valore della libertà si finisce, con Che Guevara, con l’aprire i gulag; se non si riconosce il primato dell’uomo di fronte alle cose, il primato del lavoratore rispetto al capitale e ai mezzi di produzione si finisce con lo sfruttamento.

Tag: Che,Guevara

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E dopo Carosello, tutti a letto!

di ghinetto (14/03/2007 - 20:36)

E dopo Carosello, tutti a letto!
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 5.1.2007

Il 1 gennaio del 1977, esattamente trentant'anni fa, andava in onda per l'ultima volta “Carosello”, un programma iniziato vent'anni prima. “Carosello”, sia detto per i giovani nati sotto il segno di Mediaset e di MTV, era lo spazio pubblicitario RAI che separava la cena delle famiglie italiane dai programmi della serata. Per molti bambini, poi, l'allegra tarantella che faceva da sigla al Carosello era anche il capolinea della giornata. Come si diceva allora: “Guardate Carosello, e poi a letto!”
Ricordare oggi il Carosello, tuttavia, non significa solo aprire le porte alla nostalgia di chi ha più di trent'anni, ma anche rievocare un'altra epoca televisiva e pubblicitaria, un'altra cultura, un'altra Italia. La RAI del Carosello era una televisione di stato che si prefiggeva finalità educative: lo testiniano programmi come “Non è mai troppo tardi” dedicato agli analfabeti che intendevano imparare a leggere e scrivere attraverso il mezzo televisivo (antesignano ben più nobile delle odierne università telematiche); oppure, a un diverso livello, il fine educativo della tivù di stato si manifestava nei magnifici sceneggiati tratti dai migliori testi letterari dell'Ottocento (Guerra e pace, I promessi sposi, I fratelli Karamazov ecc.). Era una televisione che aveva una sua moralità, in certi casi addirittura bacchettona, se un programma satirico come “Un, due, tre” poteva venire oscurato per la semplice allusione di Tognazzi e Vianello ad una caduta dalla sedia del Presidente della Repubblica Gronchi.
I cinque comunicati pubblicitari da 1 minuto e 45 secondi di cui Carosello era costituito facevano parte a pieno titolo di quella cultura televisiva. La televisione di stato nella sua prima contrattazione con le aziende aveva imposto di produrre pubblicità sotto forma di minifilm, di scenetta, di breve racconto: solo gli ultimi 30 secondi potevano pubblicizzare esplicitamente il prodotto, il cui nome non poteva tuttavia essere ripetuto più di tre volte. Non vi potevano essere allusioni all'ambito sessuale, all'amoralità, alla violenza. Erano tassativamente escluse pubblicità di biancheria intima, e perfino parole di cattivo gusto come “sudore” e “forfora” (in compenso la scenetta della “Brillantina Linetti” era una delle più gustose!).
L'Italia che cantilenava con Calimero “solo perché sono piccolo e nero”, che canticchiava “la stella di Negro-oni, vuol dire qualità”, che intimava “Chiudi il gas e vieni via” veniva da una cultura del racconto, spesso del racconto orale. La televisione del Carosello era una televisione che “raccontava” una storia, proseguendo un rito familiare dell'Italia priva di televisione. Nei comunicati pubblicitari del Carosello – la parola “spot” non esisteva ancora – la pubblicità appariva solo alla fine, mostrandosi pudicamente a chi aveva pagato un servizio pubblico attraverso il canone.
Nel 1977, quando Carosello smise di andare in onda, la funzione educativa della televisione di stato, come pure l'oscuramento di un programma per un'allusione satirica erano ormai decisamente impensabili. L'Italia monoculturale (o supposta tale), l'Italia del Testo unico e del Sussidiario per le scuole elementari, l'Italia della moralità condivisa da Peppone e don Camillo era ormai tramontata.
C'erano già stati il Referendum sul divorzio, il femminismo e il Sessantotto, gli Indiani metropolitani e gli Autonomi scorrazzavano per le città, le BR facevano stragi... “Non è mai troppo tardi” era stato chiuso nel 1968, “Un, due, tre” addirittura nel 1959, dopo la scenetta su Gronchi. L'idea stessa di educazione era in crisi, dopo l'affermarsi più o meno subdolo dello spontaneismo pedagogico.
Soprattutto, la televisione commerciale aveva ottenuto – e giustamente – diritto di cittadinanza in Italia. Meno giustamente la RAI si era accodata in modo supino alla logica della tivù commerciale: nessun limite, nessuna regola, nessuna morale, solo soldi, forfora e sudore. Biancheria intima in tutte le salse e un canone che impudicamente raddoppia spazi pubblicitari sempre più invadenti. E nessuno più che osi dire ai ragazzi “È ora di andare a letto!”.

Tag: Carosello

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Bologna, 11 marzo 1977

di ghinetto (11/03/2007 - 17:24)

Bologna, 1977.
1. Dietro l’allegria il volto oscuro della violenza
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 9.3.2007


Ci sono anni diversi dagli altri, anni che segnano non la nostra individuale biografia, ma la storia di un intero paese. Il 1977 è uno di questi, come il 1968 e, prima ancora, il 1946 e il 1948. Non è un caso che nel trentennale escano a raffica libri su quell’anno particolare e che il sito web di Repubblica, ad esempio, abbia una sezione intitolata “1977, un anno della nostra storia”. Se si passano a considerare i sottotitoli, anche i più giovani potranno farsi un’idea di cosa sia stato quell’anno: “La stagione in cui tutto bruciò”, spiega Repubblica; “Rose e pistole. 1977: cronache di un anno vissuto con rabbia” – così Stefano Cappellini ha intitolato il suo libro pubblicato da Sperling & Kupfer (€ 14.00); “1977. L’ultima foto di famiglia” – è la scelta di Lucia Annunziata (Einaudi, € 14.50).
Per me, come per molti romagnoli che in quegli anni frequentavano l’università, il 1977 è legato all’11 marzo, a Francesco Lorusso, all’Aula di Anatomia di Bologna. Certo, a Roma c’erano già state le sparatorie alla Facoltà di Magistero (2 febbraio), con un agente colpito alla testa e due “autonomi” vicini al Collettivo di via dei Volsci feriti e arrestati (manifestavano con la pistola in mano: sarà stato un caso?). C’era stata anche la contestazione di Luciano Lama alla Sapienza, la frattura a sinistra causata dalle randellate tra il servizio d’ordine del PCI e gli Autonomi. Ma fu l’11 marzo nella città “rossa”, fu lo sfregio alla Bologna del sindaco Zangheri a dare il via all’anno vissuto con rabbia, a scattare impietoso l’ultima foto di famiglia.
Non intendo azzardare una sintesi di quell’anno, soltanto chiarire alcuni, pochi dettagli, anche perché, a differenza di Lucia Annunziata, io, a Bologna, l’11 marzo del 1977, c’ero, ed ero nell’Aula di Anatomia. “Che bolgia era Bologna nella primavera del 1977” – scrive Cappellini che, pur essendo nato nel 1974, si è documentato a dovere, togliendo pertanto ogni alibi all’Annunziata disinformata ed einaudiana (i due aggettivi vanno volentieri insieme). “Il capoluogo emiliano, la roccaforte del PCI, il fiore all’occhiello della buona amministrazione rossa, ha assistito da lontano allo scoppio del 1968 e alle fiammate di piazza degli anni successivi. Nove anni dopo, è tutta un’altra storia. Bologna è il cuore della rivolta”. Una rivolta che ha un volto creativo, ironico, colorato come i muri delle Facoltà ridipinti dagli Indiani metropolitani (una creatività, comunque, sempre a spese di chi paga le tasse…); e un lato violento, intollerante, scuro come il legno bruciato della libreria bolognese di CL, “Terra promessa”, a pochi metri da via Zamboni. Cappellini riporta la testimonianza del’avvocato Marco Masi, che apparteneva a CL oggi come allora: “Oggi è impensabile che io ti picchi o ti dia dei calci perché tu dai un volantino diverso dal mio. Invece allora era normale per noi essere aggrediti”. Certo, oggi è impensabile, i nostri figli fanno davvero fatica a immaginarlo. Ma i lettori di Repubblica, quei coraggiosi anticonformisti che partecipano al Festival fotografico intitolato “Il nostro 1977”, loro se lo dovrebbero ricordare quel clima di violenza non solo verbale. Dovrebbero ricordare che non ci voleva un grande coraggio a farsi fare la foto di classe al liceo con il pugno levato, ad aggregarsi ai “compagni” che nelle assemblee berciavano e impedivano di parlare a chi veniva tacciato di essere “fascista”. Loro, i comunisti al caviale di Repubblica (e anche i loro cugini al salmone del Corriere) che mescolano affabilmente Marx e Capitale, sanno bene che dietro la loro descrizione del 1977, dietro la Festa di Radio Alice, dietro alle fotografie delle allegre occupazioni di Facoltà, dietro all’immagine con la didascalia “Eravamo proprio belli: Bologna, settembre 1977” ci sta un lato oscuro di violenza. Una violenza che, sempre Masi, descrive così: “Quella che oggi non appare altro che un’ingiustizia, era considerata tollerabile. Quando i nostri amici venivano espulsi dalle lezioni dagli autonomi nessuno dei professori aveva il coraggio di opporsi. Solo il professor Roversi Monaco ebbe questo coraggio”.
Gianni Varani, oggi Consigliere della Regione Emilia-Romagna, ricorda bene quella stagione: “In piazza Verdi c’era la battaglia dei manifesti. Noi – intende “noi di Comunione e Liberazione" – attaccavamo tutte le mattine, ma poi i nostri manifesti venivan staccati o coperti. Ricordo infinite battaglie notturne: coprire, strappare, coprire, per anni siamo andati avanti così. A via Zamboni c’era la nostra libreria, si chiamava “La terra promessa”, e poco più avanti c’era la facoltà di Giurisprudenza, che oggi non è più lì e che fu uno dei punti più caldi dell’estate del ’77.
La libreria fu bruciata tre volte con le molotov. Quando facemmo mettere i vetri blindati, le protezioni furono divelte a piccolate”.
Nello scaffale dietro la scrivania ho un bel simbolo di quella stagione: è un libro intitolato “La fabbrica della strategia. 33 lezioni su Lenin”. L’autore è Antonio (Toni) Negri, ed è stato pubblicato nel gennaio 1977 dalla Cooperativa Universitaria degli Studenti dell’Università di Padova (nel frontespizio è tutto rigorosamente minuscolo, in verità) e dal Collettivo Editoriale Librirossi. Il libro era nel programma del corso di Storia dei Paesi Slavi. È mezzo bruciato. L’ho comprato a prezzo di svendita alla libreria “Terra promessa”, dopo uno dei tre incendi provocati dagli Autonomi.




2.  L’assemblea di Comunione e Liberazione
La
Voce di Romagna, 12.3.2007

Bologna, marzo 1977: il clima è surriscaldato dalla violenza, una violenza targata in massima parte Autonomia operaia, Collettivi vari, Potere Operaio, Lotta continua (il movimento si è sciolto alla fine del ‘76, dopo il Congresso di Rimini; il giornale continuerà a uscire fino al 1982). La ricostruzione di questi avvenimenti è importante, dato che ancor oggi, a trent’anni di distanza, la verità è spesso travisata e manipolata allo scopo di assegnare le responsabilità di quei giorni in modo fazioso e ideologico (come scrive ancora Cappellini “dall’11 marzo 1977 sui giovani di Cl grava la pesante accusa di aver provocato la morte di Francesco Lorusso”; una provocazione indiretta, sia ben inteso, dovuta all’aver organizzato un’assemblea in quel clima rovente). Lucia Annunziata (“1977. L’ultima foto di famiglia”) scrive: “All’Università di Bologna, l’11 marzo, una cinquantina di autonomi fanno irruzione in un’assemblea di qualche centinaio di studenti (400 secondo la polizia) di Comunione e Liberazione, cui partecipavano anche due uomini che negli anni successivi diverranno molto famosi, Roberto Formigoni e Rocco Buttiglione. Il rettore chiama la polizia, c’è lo sgombero, l’inseguimento nelle viuzze del centro storico, colpi di pistola. Un colpo raggiunge alla gola, di fianco - non c’è dunque scontro frontale – Francesco Lorusso, in Via Mascarella. Radio Alice nel giro di qualche minuto dà la notizia”.
Formigoni e Buttiglione nell’Aula di Anatomia di via Irnerio? Ma non scherziamo! Attenzione: quello di Lucia Annunziata potrebbe sembrare un errore di poco conto: e tuttavia, va notato che sono proprio piccoli errori di questo genere a giustificare l’interpretazione complessiva “assemblea di CL = provocazione”. Ipotizzare la presenza a Bologna di Formigoni, che all’epoca era Presidente del Movimento Popolare e che solo qualche anno dopo avrebbe ricevuto 450.000 preferenze al Parlamento Europeo, significa deformare vistosamente gli avvenimenti. In realtà, come detto, si tratta di un’assemblea che non è stata neanche pubblicizzata, un’assemblea di riflessione “interna” rivolta ad amici e simpatizzanti di Comunione e Liberazione.
La deformazione della realtà, tuttavia, non è appannaggio solo dei giornalisti del “Manifesto” (giornale per cui scriveva allora l’Annunziata). Un documento del 12 marzo distribuito dal Collettivo di controinformazione dell’area dell’Autonomia ricostruisce a suo modo i fatti:
“Alle 10, assemblea di Comunione e Liberazione: circa 400 persone. Cinque compagni di Medicina, presentatisi all'entrata, vengono malmenati e scaraventati fuori dall'aula. La notizia si sparge nell'università e accorrono una trentina di compagni che vengono dapprima fronteggiati da un centinaio di squadristi ciellini. L'aggressione da parte dei cosiddetti "autonomi" consiste nel lancio di slogans e scambi verbali (ad esempio: "Barabba libero", "Seveso, Seveso"). Scatta la provocazione preordinata: i ciellini si barricano all'interno dell'aula; uno di loro, d'accordo con il prof. Cattaneo, che intanto aveva interpellato il rettore Rizzoli, chiede l'intervento della polizia e dell'ambulanza, prima ancora che succedesse qualcosa. Nel frattempo, fuori dall'Istituto di Anatomia, si raggruppa un centinaio di compagni; quelli rimasti dentro, dopo aver cercato di sfondare la porta dell'aula, chiedono l'individuazione dei responsabili dell'aggressione, invitando gli estranei al fatto ad uscire. Vista l'inutilità di questi tentativi, i compagni si ricongiungono agli altri che fuori dall'istituto di Anatomia lanciavano slogans contro CL. Dopo appena mezz'ora, arrivano polizia e carabinieri con cellulari, gipponi e camion, in numero certamente spropositato. I compagni escono allora dal giardino antistante l'istituto e si raccolgono sul marciapiede nei pressi del cancello; un primo gruppo di carabinieri entra e si schiera nel giardino, un secondo gruppo esegue la stessa manovra: sta per entrare, si scaraventa contro i compagni, manganellandoli senza alcuna motivazione”. Pur con tutta la faziosità, l’astio e il vero e proprio odio nei confronti di CL, questa ricostruzione rivela alcune cose interessanti e, soprattutto, vere, come conferma Cappellini: “Alle 10.30 dal fondo dell’aula arrivano voci e trambusto. Tutti si girano: in sala sono entrati un pugno di militanti del movimento [il movimento di sinistra, ovviamente. GG], qualcuno di Lotta continua, qualcuno dell’Autonomia, qualche cane sciolto di quelli che a Bologna non mancano certo. Sono cinque o sei, non di più. Cosa vogliono fare? Di certo, disturbare l’assemblea. Che cosa ottengono? Di essere spintonati fuori. Volano manate, qualche pugno preso e dato. Difficile dire chi ha picchiato per primo. Fatto sta che i giovani di sinistra vengono cacciati. La porta dell’aula richiusa. Ma la voce dello scontro rimbalza veloce. Ai cinque si aggiungono decine di studenti di sinistra. Parte l’assedio ai ciellini che si barricano all’interno, chiudendo tutte le tapparelle e puntellando la porta con banchi e sedie. Da fuori arrivano slogan irridenti (‘Barabba, Barabba’) ma soprattutto colpi per sfondare la porta”.
Ecco, fermiamoci. Dunque, arrivano alcuni “compagni” irrompono nell’assemblea di CL. Il quadro è quello consueto, la reazione è diversa. Invece di lasciarsi interrompere l’assemblea secondo una prassi di violenza e prepotenza consolidata, per la prima volta – almeno a Bologna – i ciellini rispondono spintonando fuori i “compagni”. Ma non finisce lì. Nessuna delle ricostruzioni chiarisce che, prima di riuscire a chiudere la porta ci fu un fronteggiamento tra i due “picchetti”. Da una parte, una decina di ragazzotti di Cl (il numero massimo che può contenere l’angusta entrata di Anatomia, altro che “un centinaio di squadristi ciellini”!), robusti e in forma, ma incapaci di violenza che impedivano ai “compagni” di entrare e di interrompere per l’ennesima volta la “loro” assemblea (per giunta “interna”, come si è detto). Dall’altra, una decina di “compagni” dell’Autonomia, di Lotta continua e cani sciolti determinati e organizzati per picchiare. Perché dico così? Chiedetelo a F.S., allora studente di medicina cesenate, uno dei ragazzi di Cl in prima linea a fronteggiare gli esagitati di sinistra, ferito alla base del cranio da un pugno di ferro nascosto da un “compagno” sotto i guanti neri (commise lo sbaglio di abbassare la testa), e poi costretto a cambiare università per evitare la caccia all’uomo dei mesi successivi!
Tute le ricostruzioni – a parte quella decisamente sommaria dell’Annunziata – concordano tuttavia nel descrivere il tentativo dei “compagni” di “sfondare la porta dell’aula”. Già, è la cosa più naturale: uno organizza un’assemblea, tu la vuoi interrompere, ti spintonano fuori (senza ferirti, ovviamente), e, magicamente, tu ti ritrovi in mano un piccone per sfondare l’aula. Sono i “compagni” stessi a dichiararlo (insieme a una certa quantità di falsità)!
Dunque, immaginiamo la scena: l’aula chiusa si va surriscaldando, i “compagni” fuori gridano, insultano e, soprattutto, cercano di sfondare l’aula con picconi e mazze di ferro improvvisamente comparsi nelle loro mani. Quattrocento ragazzi e ragazze di Cl e simpatizzanti chiusi dentro con la prospettiva di fare la fine del topo. Cosa fanno? Decidono di difendersi. Come? Con l’unico materiale a disposizione dentro l’aula: il legno delle sedie (non a caso l’aula fu ritrovata assai danneggiata internamente).

Infine, dopo tanto, troppo tempo, qualcuno uscito dall’aula riesce ad avvertire i responsabili dell’Università della situazione pericolosissima che si è venuta a creare e a convincerli della necessità di far intervenire la forza pubblica. Il Rettore, dopo tanto, troppo tempo dà il permesso per intervenire. I ciellini vengono “liberati” dalla polizia. Ecco, questa sarebbe la “provocazione preordinata”.
I poliziotti, me li ricordo. Ragazzi giovani come me e come gli Autonomi. Lividi di tensione, ma determinati a fare il loro dovere. Mi ricordo soprattutto la loro, come dire?, “imponenza”: con il casco antisommossa e lo scudo mi sembrarono alti, imponenti.  Dei liberatori.


3. E poi si scatenò l'inferno. Guerriglia in via Zamboni
La Voce di Romagna, 16.3.2007

Poi fu l’inferno. I partecipanti all’assemblea di Comunione e liberazione di quel fatidico 11 marzo ’77 uscirono scortati dai poliziotti in tenuta antisommossa, mentre un cordone di forze dell’ordine sospingeva gli autonomi verso Porta Zamboni. Ricordo i cubetti di porfido contro il cordone di poliziotti, l’aria resa acre dai lacrimogeni lanciati dai poliziotti. Ecco ancora la testimonianza di Varani raccolta da Stefano Cappellini (“Rose e pistole”): “Grazie al cordone della polizia potemmo disperderci su via Irnerio mentre volavano sampietrini. Mentre andavamo scortati verso la stazione ricordo che alcuni nostri capi tornarono indietro gridando: ‘Via, via, c’è pericolo’”.
Verso la stazione: era infatti un venerdì e tanti studenti avevano già programmato la partenza in treno dopo la conclusione dell’assemblea. Arrivammo in stazione letteralmente annichiliti, incapaci di comprendere pienamente cosa ci era successo, privi delle categorie per dare un nome agli avvenimenti vissuti.
E mentre noi andavamo verso la stazione, continuavano i lanci di sampietrini e di lacrimogeni. E di molotov. Così spiega un documento del Collettivo di controinformazione del movimento del 12/3/1977: “I/le compagni/e scappano verso Porta Zamboni; parte la prima carica di candelotti… ritornando verso Via Irnerio i compagni/e vengono bloccati da una autocolonna di PS e carabinieri, ed è a questo punto che un carabiniere spara ripetutamente. Per difendersi viene lanciata una molotov contro la jeep”. E già, più che naturale, per difendersi dai colpi di un carabiniere niente di più comune che lanciare contro la sua jeep una bomba molotov! Naturalmente, niente di preordinato!
Non è dato di sapere con certezza se il carabiniere Tramontani abbia sparato una prima volta per difendersi dal lancio di molotov che proveniva da un gruppo di autonomi all’incrocio con via Bertoloni (a cento metri dall’Aula di Anatomia), o se il gruppo di autonomi abbia usato le molotov a scopo “difensivo”. Il carabiniere, comunque sia, spara. Anche un testimone dell’ufficio politico della Polizia lo descrive mentre scarica 12 colpi di Winchester ad altezza uomo contro un gruppo di autonomi le cui molotov hanno incendiato una Fiat 127 della Questura.
La guerriglia procede lungo via Irnerio: altri lacrimogeni e altre molotov contro camionette dei carabinieri e macchine di privati. Il carabiniere Massimo Tramontani affermerà poi di essersi trovato nuovamente in una situazione di estremo pericolo, in piena azione di guerriglia e di aver esploso sei colpi in aria con la sua Beretta di ordinanza. All’incrocio tra via Mascarella e via Irnerio, le pallottole, rimbalzando nel portico, avrebbero colpito Francesco Lorusso, provocandone la morte. Sette mesi dopo, la magistratura proscioglierà Tramontani, affermando addirittura l’impossibilità di dimostrare che all’origine della morte di Lorusso ci sarebbero state pallottole provenienti dalla Beretta del carabiniere (le pallottole trapassarono il corpo di Lorusso).
Scrive Michele Brambilla (“Dieci anni di illusioni. Storia del Sessantotto). “Cominciò così il «sacco» del centro di Bologna. Gli autonomi, che oltre alle molotov avevano già le famigerate pistole «P38», ingaggiarono sparatorie ovunque; distrussero decine di negozi, innalzarono barricate, appiccarono incendi. Fu occupata la stazione ferroviaria; furono assaltati due commissariati di polizia, la redazione del «Resto del Carlino» e la sede provinciale della Dc; fu devastata la libreria di CL «Terra Promessa». I guerriglieri si sfamarono, ed evidentemente non male, al «Cantunzein», uno dei più noti ristoranti della città, le cui riserve furono ripulite con un «esproprio» proletario. Anche qui gli incidenti furono coordinati via etere: e la magistratura ordinò l'arresto di Francesco Berardi detto «Bifo», il ventottenne insegnante di lettere animatore di Radio Alice. Era stato lui, attraverso i microfoni, a guidare assalti e distruzioni, sosteneva la procura della Repubblica. Radio Alice venne chiusa, ma Bifo riuscì a sfuggire all'arresto e a rifugiarsi a Parigi. Il saccheggio di Bologna durò tre giorni, e per ristabilire l'ordine dovettero intervenire - cosa mai successa neppure nel '68 - i mezzi blindati, con tremila uomini a presidiare il centro. Alla fine di quei tre giorni di guerra si contarono 131 arresti. Fu uno smacco storico per il Pci, che vantava la «sua» Bologna come fiore all'occhiello, come dimostrazione di città comunista, efficiente, ordinata e felice”.
Seguirono giorni e mesi di caccia all’uomo, di violenza rabbiosa nelle aule dell’università di Bologna. E chi non ebbe a patire direttamente quella violenza, provò ugualmente quello che oggi chiameremmo stress post-traumatico: avevamo visto in faccia una grande violenza, avevamo sentito i colpi di piccone contro i portoni dell’Aula di Anatomia, avevamo improvvisato dei bastoni preparandoci a difenderci contro gli autonomi armati di spranghe, avevamo sentito il lancio dei sampietrini, ed era morto uno studente di Medicina di nome Francesco Lorusso. Per me, per molti, furono giorni e mesi di lutto. Non solo si chiudeva un’era nella sinistra italiana con “L’ultima foto di famiglia” (è il titolo del libro di Lucia Annunziata dedicato al “suo” settantasette).
Di più: si chiudeva la strada al possibile incontro tra giovani animati da un’identica sete di autenticità, di verità, di felicità. Da quel punto in poi, il discrimine sarebbe stata la violenza. Da una parte, chi era disposto a lanciare molotov per raggiungere una parvenza di vita autentica e rabbiosamente felice, dall’altra chi avrebbe cercato l’autenticità della vita senza rinunciare alla verità.



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Le mie lotte contro i vigili

di ghinetto (10/03/2007 - 17:29)


Le mie lotte con i vigili
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 25.11.2005



Come ogni romagnolo, ce l’ho con i vigili urbani. Anzi, per meglio dire, ce l’ho con l’ampia categoria dei “tutori della legge”: vigili, poliziotti, finanzieri, guardie forestali, ausiliari del traffico… Neanche i carabinieri, nonostante che migliaia di barzellette me li abbiano resi tutto sommato simpatici, sfuggono alla regola. Lo so, è un pregiudizio, dovuto in gran parte alle vicende storiche della Romagna e dell’Italia in generale. Ė qualcosa di irrazionale succhiato col latte materno, l’avversione nei confronti di un potere pubblico sentito come estraneo, ostile, parassitario, vessatorio. Lo so, e tuttavia, passando vicino a un ausiliario del traffico che sta facendo una raffica di multe mi devo frenare per non urlargli dietro il classico “ma va a lavorare!”.

La mia carriera di “don Chisciotte della Multa” è cominciata assai presto. A sedici anni pensai bene di verificare la regolarità del parcheggio di una gazzella dei carabinieri misurandone la distanza dall’incrocio. Guai mai! Mi presero le generalità e qualche giorno dopo venni convocato in Caserma per una ramanzina coi fiocchi, previa minaccia telefonica del comandante dell’Arma ai miei genitori. Ciò che non era esattamente quello che ci voleva per riconciliare con le forze dell’ordine un adolescente col motorino mai perfettamente in regola.
Di lì è cominciata la mia sfida con i tutori della legge, sfida che ogni tanto rinnovo. Qualche anno fa segnalai premurosamente al vicecomandante dei vigili urbani di Forlì che aveva svoltato senza mettere la freccia: mi obbligò a fermare la macchina, chiamò via radio un sottoposto, dato che non aveva il blocchetto delle multe, e insieme mi diedero una ripassata che ancora ricordo: macchina bloccata, qualche centinaio di migliaia di lire di contravvenzione, obbligo di ripassare il collaudo... Qualche tempo dopo mi fermai a chiedere un’informazione a una vigilessa che stava multando una sfilza di auto: parlando risultò che stava facendo le multe a macchine parcheggiate da due giorni per un divieto di sosta posto durante la notte. Come ogni persona di coscienza, naturalmente, mi inferocii per l’ingiustizia. Mi guardai intorno e notai la macchina di un altro vigile in divieto di sosta. Così, con la faccia più bella del mondo, richiesi alla vigilessa di multare il suo superiore. Non solo non lo fece, ma chiamò il superiore che mi multò per aver parcheggiato in divieto nonostante ne avessi chiesto il permesso alla vigilessa. Geniale!
Due anni fa, segnalai a una pattuglia della polizia stradale che stava entrando in senso vietato nella corsia di uscita dal casello autostradale di Pesaro: anche lì, bloccato, minacciato di un esame integrale della regolarità di auto, documenti, ecc., e infine rilasciato a condizione di ammettere che i poliziotti della stradale fanno un lavoro duro e che non possono certo stare a sottilizzare sulle norme del codice della strada. Qualche tempo dopo segnalai a un’altra pattuglia che non era esattamente regolare marciare in senso opposto alla marcia in una stazione di servizio autostradale. Piccola discussione troncata prima delle ovvie conseguenze…
Potrei continuare per qualche pagina senza troppe variazioni. Già, perché, a parte l’irrazionalità del pregiudizio nei confronti di chiunque abbia una divisa, eredità diretta dello spirito anarchico romagnolo (“anartico”, bisognerebbe scrivere), penso ci sia un fondo di verità nella protesta del cittadino che richiede ai rappresentanti delle forze dell’ordine di rispettare la legge. Di riconoscere che anch’essi sono soggetti a quella legge che fonda lo stato di diritto. Di smettere di considerarsi superiori alla legge. Una volta feci una scommessa con un vigile, una persona buona, semplicemente ignorante dei principi dello stato di diritto. Accostando l’auto della polizia municipale ad un semaforo, gli segnalai di allacciarsi le cinture: come sempre succede, invece di allacciarsele come prevede il Codice della strada, finì che lui fermò me e mi controllò auto, patente, libretto di circolazione. Poi mi chiese spiegazioni del mio gesto: risultò che semplicemente ignorava quanto diceva il Codice. Scommettemmo; finimmo davanti al suo Comandante che, dopo aver fatto uscire il suo sottoposto, mi dette ragione.
Diciamo, molto pacatamente: gli automobilisti italiani sarebbero aiutati a rispettare il Codice, se anche i vigili lo rispettassero, se parcheggiassero come si deve, se si allacciassero le cinture, se mettessero le frecce per svoltare. In una parola, se incontrassero dei tutori della legge coscienti che il fondamento dello stato di diritto è che tutti, ma proprio tutti, siamo soggetti alla stessa legge.

Tag: Vigili

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Ecco perche' la scuola non va

di ghinetto (08/03/2007 - 11:04)

Ecco perché la scuola non va
di
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 22.12.2006

Vengo nominato presidente di una Commissione di Concorso per futuri presidi dell'Emilia Romagna. Me lo ha chiesto un amico, dirigente dell'Ufficio Scolastico Regionale. Vincendo le ritrosie che da Petrarca in poi bloccano letterati e umanisti quando è il momento di parlare di soldi, già alla prima telefonata gli ho chiesto se era previsto un compenso. “Sì – mi ha risposto – ma, onestamente, non si partecipa alle commissioni di concorso per arricchirsi”. “Arricchirmi? A spese dei futuri presidi e del Ministero della Pubblica Istruzione? Non l'ho mai pensato”.
Ieri – la riunione di insediamento della Commissione. Una Commissione di persone interessanti, preparate, ben disposte. Lavoriamo sodo tutta la mattina per stabilire il calendario delle prove, un calendario strettissimo, fitto fitto, dato che il Ministro vorrebbe destinare questi presidi alle scuole già l'anno prossimo. Una delle difficoltà maggiori nel disporre il calendario è data dall'obbligo, previsto esplicitamente dal bando di concorso, di evitare che le prove coincidano “con i giorni festivi, con le festività religiose ebraiche e valdesi”. Fantastico! Significa che il Ministro vuole che lavoriamo sodo sbrigando tutto il concorso, comprensivo anche di un corso di formazione di 4 mesi, entro l'estate prossima, evitando domeniche, sabati, e festività varie. Strano che qualche musulmano non abbia reclamato il diritto al venerdì, ma sono sicuro che è solo una questione di tempo. Al prossimo concorso la Commissione potrà lavorare solo i primi quattro giorni della settimana, sempre che non cadano festività di altro tipo. È il multiculturalismo strisciante che, mentre gli intellettuali discutono, qualcuno al Ministero provvede a introdurre per legge. Non mi risulta che nessuno abbia mai chiesto esplicitamente agli Italiani se erano disposti a far sì che la minoranza ebrea (Quanti sono? Trentamila? Quarantamila?) imponesse la festività del sabato al funzionamento del Ministero, cioè allo Stato, a noi! Lungi da me, sia ben chiaro, una qualunque  critica nei confronti del popolo ebreo, che ammiro e amo, ma una cosa è l'appartenenza religiosa e un'altra è l'organizzazione dello Stato. In Turchia, ad esempio, per scelta laicissima si è voluto che il venerdì fosse giorno lavorativo, mentre il giorno di festa è la domenica. E questo nonostante che la stragrande maggioranza dei Turchi sia musulmana.
Capisco che l'affermazione suoni politicamente scorretta, ma la scelta del giorno di festa da parte dello Stato non può rispettare tutte le minoranze, pena l'impossibilità di lavorare! Tra l'altro, già solo a livello di Ministero della Pubblica Istruzione, come si può organizzare una scuola in cui professori e studenti chiedano il rispetto delle loro singole festività religiose? Perfino la Bozza d'intesa con lo Stato italiano redatta dall'Unione delle comunità islamiche in Italia è assai più elastica e ragionevole: “I musulmani dipendenti dallo Stato [...] - recita l'articolo 3 della Bozza - hanno diritto di partecipare, su loro richiesta, alla preghiera congregazionale del Venerdì nei luoghi di culto Islamici. Tale diritto è esercitato nel quadro della flessibilità dell'organizzazione del lavoro. Restano comunque salve le imprescindibili esigenze dei servizi essenziali previsti dall'ordine giuridico”. E ancora: “Nel fissare il diario di prove di concorso le autorità competenti terranno conto dell'esigenza di cui sopra. Nel fissare il diario degli esami, le autorità scolastiche adotteranno in ogni caso opportuni accorgimenti onde consentire ai candidati musulmani che ne facciano richiesta di sostenere in altro giorno le prove di esame fissate nel giorno di venerdì. Si considerano giustificate le assenze degli alunni musulmani dalla scuola nelle ore interessate dalla svolgimento della preghiera congregazionale nel giorno di venerdì, e ciò su richiesta dei genitori o dell'alunno se maggiorenne”.
Com'è evidente, si cerca qui di conciliare il diritto di culto del singolo con le imprescindibili esigenze della macchina statale. In ogni caso non si chiede di imporre per legge che tutti i candidati rispettino il calendario religioso islamico. A noi Commissari del concorso per futuri presidi, invece, è imposto per legge, cioè attraverso quanto scritto nel Bando di concorso, il rispetto del calendario religioso ebraico e valdese. Ha senso tutto questo? Non sarebbe sufficiente che, sulla falsariga di quanto previsto dall'UCOII, la Commissione “prendesse gli opportuni accorgimenti onde consentire ai candidati ebrei che ne facciano richiesta di sostenere in altro giorno le prove di esame fissate nel giorno di sabato”?
Concludiamo la mattinata organizzando le prove di concorso che prevedono, secondo quanto è scritto nel Bando, un primo colloquio di 45 minuti, la valutazione dei titoli, una prova scritta e un secondo colloquio per ogni singolo candidato. Tornato a casa, mia moglie – che deve aver saltato il corso su Petrarca, a suo tempo – mi chiede del compenso. Controllo nella cartellina predisposta dai solerti funzionari dell'Ufficio Scolastico Regionale: 258,23 euro come base per l'intero concorso, a cui va aggiunto il compenso di 0,62 euro per candidato. In tutto, si tratta di 357,43 euro. Ore  lavorative previste: 390. Paga oraria: 90 centesimi. Il tutto fuori sede, rimborso pasti solo se si superano le 8 ore di lavoro.
Mentre rifacciamo increduli i conti sulla tavola della cucina, i miei figli girano al largo: forse si vergognano un po' del loro babbo professore universitario di I fascia a 90 centesimi all'ora, forse hanno deciso nobilmente di non aggravare una situazione già di per sé deprimente, o forse, ancora, paventano un drastico ridimensionamento della loro paghetta... Cerco di difendere la mia scelta con argomenti nobili, la responsabilità dell'incarico, la necessità di persone affidabili, scagiono completamente il mio amico dirigente (ora capisco perché non trovava altri docenti disponibili). Ma sotto brucia. Più che per me, mi brucia per questa povera Italia in mutande, che pretende che un preside venga valutato da Commissari che lavorano per 90 centesimi all'ora.

                  

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La democrazia intollerante dei moderni stati etici

di ghinetto (06/03/2007 - 21:39)

La democrazia intollerante dei moderni stati etici
di Giuseppe Ghini
Libero, 1.3.2007

Cosa sta succedendo nel Parlamento britannico, culla della democrazia occidentale? Perché mai Tony Blair ha messo alle strette le agenzie che si occupano di adozione internazionale obbligandole a scegliere tra accettare le coppie gay oppure chiudere bottega?
Tutto nasce dall’Equality Act, un disegno di legge della Commissione Uguaglianza e Diritti Umani del Parlamento britannico che intende eliminare ogni residua discriminazione sulla base della religione e dell’orientamento sessuale attuando fino in fondo il rispetto dei Diritti umani e delle Uguali opportunità. Tuttavia, come spesso accade, nata per porre fine alle discriminazioni di un certo tipo, questa legge mette in atto altre discriminazioni. Il primo esito dell’Equality Act, infatti, sarà che le agenzie per l’adozione che si rifiutano di prestare i propri servizi anche alle coppie gay saranno costrette a chiudere. Lo Stato etico moderno creatore della morale non tollera che qualcuno si “chiami fuori” da quella morale, che invochi una sorta di obiezione di coscienza.
Breve riassunto della vicenda. La maggior parte delle coppie che decidono di intraprendere il lungo e complesso cammino dell’adozione vorrebbe un neonato; ma neonati adottabili, nei paesi occidentali, da tempo, in pratica, non ce ne sono. Per questo motivo, e fors’anche timidamente spinte dalla solidarietà verso popoli e bambini più disagiati, tante coppie si orientano verso l’adozione internazionale. In assenza di strutture statali adeguate si rivolgono a chi ha contatti con orfanotrofi e ospedali pediatrici all’estero; spesso le prime agenzie attive in questo settore sono istituti religiosi dalla specifica vocazione assistenziale (chi non conosce bambini indiani adottati in Italia grazie alle Suore Missionarie della Carità di Madre Teresa di Calcutta?). Accanto a persone oneste e affidabili, il vasto campo dell’adozione internazionale va presto popolandosi di figure ambigue, mediatori senza scrupoli mossi da fini di lucro: in pratica, commercio di bambini. È per evitare questo traffico vergognoso che, nel 1993, i rappresentanti di diversi stati si riuniscono all’Aja e adottano una Convenzione sui diritti dei minori (l’Italia mette in atto le misure della Convenzione nel 1998). Tra gli impegni assunti con la firma della Convenzione c’è l’obbligo di istituire una Commissione statale per il coordinamento con le autorità centrali degli altri Stati e il rilascio dell’autorizzazione alle agenzie che  gestiscono le pratiche di adozione internazionale. Dal 1998 la via per le adozioni internazionali (legali) in Italia passa attraverso agenzie autorizzate. Tra queste, ovviamente, ci sono anche le Suore Missionarie della Carità la cui attività a favore dell’adozione internazionale è iniziata ben prima che lo Stato italiano legiferasse in materia.
Ora l’Equality Act di Tony Blair vorrebbe imporre alle Suore Missionarie della Carità di accogliere come genitori adottivi anche le coppie gay. Per continuare a ricevere l’autorizzazione ad operare nell’ambito dell’adozione internazionale l’Equality Act prevede che un’agenzia non discrimini sulla base della religione e dell’orientamento sessuale. Non sono previste deroghe od eccezioni: tutti devono adeguarsi. L’unica concessione è che le agenzie “dissidenti” – si tratta in gran parte di agenzie di ispirazione cattolica - avranno tempo fino alla fine del 2008, prima di essere obbligate ad accogliere anche le coppie omosessuali come genitori adottivi. Fino ad allora potranno dirottare le coppie omosessuali alle altre agenzie disponibili ad accettarle. Dopo, è presumibile, queste agenzie “dissidenti” saranno costrette a chiudere per non venire meno ai loro valori. Ecco l’esito totalitario di una legge nata per evitare discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale e della scelta religiosa. Discriminazione che viene evitata per quanto riguarda le coppie gay, ma che viene anzi introdotta per le agenzie di ispirazione cattolica.
La soluzione transitoria, in effetti, solleva il velo sull’intera questione. Il punto nodale dell’intera questione non sta nel rispetto del diritto soggettivo delle coppie gay ad adottare bambini. Tale diritto – riconosciuto in Gran Bretagna – sarebbe già garantito dall’esistenza di agenzie disponibili a tale tipo di adozione. La questione è che lo stato democratico totalitario non ammette che qualcuno non si adegui alla sua visione etica. Le Suore Missionarie della Carità hanno l’obbligo di adeguarsi. Questo è il vero problema, l’omologazione alle norme stabilite dallo stato, non quello di garantire alle coppie gay il loro diritto. È talmente cogente, tale obbligo, che non si riconosce alle agenzie “dissidenti” un loro diritto a rifiutare l’adozione alle coppie gay, a “chiamarsi fuori” (to opt out, è il termine inglese utilizzato dalle agenzie). L’adozione gay deve essere obbligatoria per tutti!

Naturalmente, la soluzione Blair ha perso completamente di vista il bene dei bambini: anzi, non è neppure lecito chiedere se la chiusura delle agenzie di ispirazione cattolica è utile all’adozione internazionale dei bambini. Al contrario: è ben noto che le agenzie di adozione internazionale cattoliche sono spesso realmente spinte da fini morali e solidaristici, e che questo abbatte decisamente i costi dell’operazione. Come afferma nella sua storia di adozione internazionale un giornalista dell’Unità, «i costi delle Missionarie della Carità sono talmente contenuti da consentire anche a chi è meno abbiente di diventare genitore adottivo, un’impresa in genere piuttosto costosa». L’esito sarà dunque che, chiuse le agenzie di ispirazione cattolica, molti meno bambini saranno adottati e molte coppie “meno abbienti” si vedranno impedita l’adozione. Oltre alla discriminazione religiosa, l’Equality Act introdurrà pertanto di fatto una nuova discriminazione, questa volta su base economica. Molte meno coppie “non abbienti” potranno adottare bambini, molti meno bambini riceveranno una famiglia; in compenso, alcuni di quei fortunati andranno in famiglie gay.

Tag: Adozione,internazionale

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Il mostro ambientalista e l'Appennino romagnolo

di ghinetto (01/03/2007 - 16:00)

1. Il mostro ambientalista
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 2.12.2005

Immaginiamo un uomo di 45 anni che non sia mai andato dal barbiere, che non si sia mai pettinato, mai tagliato le unghie delle mani e dei piedi, che non si sia mai lavato né deodorato. Ecco, questo è davvero un “uomo naturale”, simile a ciò che l’ambientalismo estremo ha in mente anche per l’uomo del futuro.
Questo è il “mostro ambientalista”.
Mi spiego. Anzitutto voglio chiarire che non solo non ho nulla contro un corretto ambientalismo, contro un uso prudente e sostenibile del mondo che ci circonda. Di più: ritengo che la sconfitta della concezione utilitarista dell’ambiente sia uno dei meriti indiscussi della mentalità che si suole chiamare post-moderna. La modernità aveva svincolato le diverse discipline dall’obbligo di tendere al bene integrale dell’uomo: la Politica si era “liberata” dalla Morale, la Scienza moderna inseguiva (ed insegue tuttora) i suoi risultati, l’Economia moderna aveva affrancato il padrone delle ferriere e lo stato-capitalista dal rispetto del lavoratore. Queste discipline concepivano se stesse e tentavano di presentarsi come pure tecniche “neutrali”, a-morali (non immorali, ma a-morali, cioè al di là del bene e del male): la tecnica di mantenere il potere, le procedure tecnico-scientifiche atte ad ottenere un risultato scientifico ovvero un certo reddito. Il tipo di “ragione”, di intelletto utilizzato nella tecnica non è la ragione sapienziale capace di cogliere il problema dell’uomo nella sua totalità, ma è invece la ragione iperspecializzata, l’intelletto strumentale teso al raggiungimento del potere, del risultato, del profitto.
Il risultato dell’emancipazione di questi saperi dal bene integrale dell’uomo, cioè dalla morale, è sotto gli occhi di tutti: una politica che è solo affarismo, una scienza che produce i Frankenstein e i cloni, un’economia che inquina, disbosca e desertifica l’Occidente così come i paesi della pianificazione sovietica.
Il rispetto per l’ambiente post-moderno, a differenza di quanto pensa E. Severino, si ricollega alla mentalità pre-moderna, medievale di rispetto del mondo, quella del Cantico delle creature di san Francesco, tanto per intenderci. Non vi è qui l’idea di sfruttare il mondo, che è visto invece come Creazione da rispettare, come portatore di un disegno divino che trascende l’uomo. È invece presente l’idea che il mondo possa e debba essere usato a vantaggio dell’uomo. Da una parte lo sfruttamento, dall’altro l’uso del mondo, dell’ambiente. Da una parte la cinica irresponsabilità dell’utilitarista, dall’altra la prudente responsabilità dell’amministratore di un bene altrui.
Il problema è che l’ideologia ambientalista non ha sempre preso questa strada. Accanto a un ambientalismo corretto, teso a riparare gli indubbi disastri dovuti allo sfruttamento del mondo, esiste un ambientalismo estremo, quello che afferma che “la cosa migliore che gli uomini possano fare per creare un ecosistema sano è di lasciare la natura a se stessa” (dal volume Basic Ecology, di Naida Blevins, Miriam Koppel, Tammy Rease e Amber Shrum). Qui, com’è evidente, l’uomo è un ospite sgradito dell’ambiente, anzi un parassita, un nemico. Qui l’uomo è estraneo alla natura. Alessandra Nucci, una giornalista che tra le altre cose collabora alle Ragioni dell’Occidente, ha dedicato uno straordinario articolo ai “Risvolti panteistici e neo-pagani dell’ambientalismo estremista”.
Tra le cento cose incredibili riportate da questo articolo si menzionano alcune campagne animaliste di PETA, (People for the Ethical Treatment of Animals), un’associazione che riunisce 850.000 attivisti della lotta per il trattamento etico degli animali. Una di queste campagne è diretta a ottenere modi più gentili e meno violenti dell'insetticida spray per sopprimere le zanzare portatrici di virus letali.
Un’altra campagna che mirava a far sostituire il latte con la birra nei consumi dei giovani, con lo slogan “stappando una birra si salva la vita ad una mucca", pur essendo stata contestata da alcune associazioni di genitori, è stata ripresa ultimamente. Ricorda ancora Alessandra Nucci che nel 2000, la presidente di PETA, contestando l'idea che agli esseri umani spettino "diritti speciali" rispetto agli animali e agli insetti, affermò che "Sei milioni di persone morirono nei campi di concentramento, ma sei miliardi di polli da grigliata moriranno quest'anno nei macelli” (e il giorno del Ringraziamento viene esplicitamente paragonato all’Olocausto per i… tacchini americani). D’altronde il progetto Animal liberation di PETA sostiene che l’unica differenza tra le atrocità del passato (la schiavitù, il massacro degli Indiani d’America, il lavoro forzato dei bambini ecc.) e quelle di oggi, è che le vittime contemporanee sono “di altre specie”. Pensate che questo fondamentalismo ambientalista e animalista riguardi solo gli Americani? Che il “mostro ambientalista” irsuto e puzzolente non sia l’ideale di tanti nostri verdi? Che l’uomo non venga considerato il nemico n. 1 delle Foreste Casentinesi? Leggete la prossima puntata.


2. Il “mostro ambientalista” s’aggira in Appennino
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 4.12.2005

Scrivevo un paio di giorni fa che il fondamentalismo ambientalista produce anche in Romagna danni gravi e irreparabili, e paragonavo il frutto di questa ideologia ad un uomo di 45 anni che non abbia mai conosciuto pettine, né barbiere, né spazzolino da denti, né tronchesi per le unghie. Il bosco del medio e alto Appennino romagnolo, come lo vorrebbero alcuni ambientalisti nostrani è simile a questo “mostro”.
Partiamo da alcuni dati, seppur necessariamente incompleti. Il disboscamento dei nostri appennini, grazie soprattutto alla concezione “moderna” di sfruttamento dell’ambiente, si è prolungato per secoli interi. Intorno al 1850, G. Del Noce descriveva i monti delle valli forlivesi sino al Falterona come un “quadro di miserabile squallore e desolazione”. Il grande naturalista forlivese Pietro Zangheri prolungava queste osservazioni nel 1960 affermando che questi stessi monti “guardati dalla sommità dell’Appennino appaiono tutti, salvo i più alti, come una distesa di squallido biancore, con rare, piccole oasi di un po’ verdi”. E chiunque abbia più di quarant’anni può confermare queste considerazioni ripescando dalla memoria immagini di bianchi calanchi e piani e declivi completamente spogli.
Questo però era vero 40 anni fa. Secondo i dati fornitimi da un tecnico di una Comunità Montana, al momento attuale la superficie boschiva dell’Emilia-Romagna sarebbe pari ad un quarto del territorio, 5.500 kmq su 22.000 (i dati dell’Inventario Forestale Regionale – 9.000 kmq ad area boschiva – sono decisamente generosi, comprendendo anche l’ambiente edificato e coltivato); nella Provincia di Forlì-Cesena, questo rapporto sembrerebbe avvicinarsi a un terzo del territorio. Naturalmente sarebbe interessante un confronto storico con la situazione di cinquant’anni fa, o di un secolo addietro, sarebbe cioè interessante misurare il tasso di crescita della superficie forestale. Per la Regione Marche, ad esempio, sappiamo che all’inizio del 1900 la superficie a bosco non superava il 15%, mentre oggi supera il 30%. Ho provato a raccogliere dati analoghi per la nostra zona, ma questi rilevamenti non sono disponibili né in Provincia, né in Regione; il Corpo Forestale dello Stato ha da tempo ceduto la giurisdizione di queste aree alle Comunità Montane, le quali d’altronde possiedono solo la loro situazione parziale. Tutti i tecnici consultati, tuttavia, mi hanno confermato un tasso di crescita probabilmente analogo a quello marchigiano, se non superiore, ciò che è confermato dall’esperienza di ognuno di noi. Le “distese di squallido biancore” del nostro Appennino si sono trasformate in faggete, pinete, quercete, abetine in un vero tripudio di verde.

Il primo elemento da cui partire è dunque questo: l’ampio rimboschimento ottenuto negli ultimi 35-40 anni grazie all’intervento dell’uomo per ripristinare una situazione “naturale” ormai perduta. Se avessimo lasciato operare autonomamente la natura, infatti, non avremmo oggi i boschi che abbiamo.
Noi abitanti di città, ignari delle scienze naturalistiche, ci fermeremmo qui, felici di questo risultato, l’ampliamento delle superfici a bosco e foresta. La faccenda, però, è un po’ più complicata. L’ampliamento della superficie forestale è importantissimo e tuttavia il valore di un bosco è dovuto anche ad altri fattori: alla funzione Paesaggistico-Naturalistica del bosco, si affianca infatti quella Protettiva (da neve) e Preventiva (di rischi di dissesto idrogeologici), quella Turistico-ricreativa e infine quella Produttiva.
Quanto alla prima funzione, le scienze forestali hanno elaborato una “selvicoltura vicina alla natura”. I poderosi e affascinanti studi di Zangheri con cui sono stati ricostruiti i diversi biotipi delle nostre zone permettono di organizzare le fasi di rimboschimento, aiutando e “forzando”, come s’è detto, il ciclo naturale. Il rimboschimento dell’Alto Appennino con l’Abete rosso, una specie introdotta dai selvicoltori solo nel 1835, e del Medio Appennino con il Pino nero, dovrebbe lasciare il posto rispettivamente a Faggete e a boschi di Roverella, Carpino nero e Ornello. Non a caso, Zangheri parlava di Pino nero e Abete rosso come di “specie pioniere”. Nelle valli della provincia forlivese-cesenate, invece, le Pinete occupano circa il 7% contro la media regionale del 2%, mentre le Faggete – nonostante l’ampio apporto della Campigna – non arrivano al 15%, contro una media regionale del 25%. Una selvicoltura vicina alla natura richiederebbe una “cura” e una “gestione” del bosco che l’ambientalismo estremo di tipo “fissista” non contempla. Come l’uomo, infatti, il bosco necessita di impianto, di manutenzione, di eliminazione di alcune specie, dei cosiddetti tagli di rinnovazione effettuati su alberi di vecchia generazione e dei tagli intercalari per favorire gli individui migliori. Necessita cioè di essere trasformato da “mostro” in “essere vivente”. Naturalmente questo non significa che il bosco venga progettato, potato e tagliato come un giardino alla francese, secondo lo spirito di “dominio sulla natura” tipico di Le Nôtre, l’architetto di Versailles. Significa invece una cooperazione tra l’uomo e la natura in vista di uno sviluppo sostenibile delle aree montane.


Quanto alla funzione protettiva e preventiva, è noto che il bosco stabilizza direttamente il territorio di impianto evitando i fenomeni franosi a cui l’Appennino romagnolo è tanto esposto e al medesimo tempo coopera a mitigare gli effetti potenzialmente rovinosi delle forti precipitazioni. Dal 1966, anno dell’alluvione di Firenze, tutti gli Italiani sanno che una delle cause responsabili delle inondazioni delle nostre città e pianure è la mancata manutenzione di canali, fossi e scoli in montagna. Non trattenute dal bosco, non filtrate dalla rete di canali in montagna, le precipitazioni abbondanti diventano immediatamente  pericolose e i fiumi rischiano di uscire dagli argini. L’idea che l’uomo debba usare il bosco solo per visitarlo la domenica sotto l’occhio vigile e compiaciuto di una guida WWF qui si scontra con la possibilità di vivere nelle valli e nelle pianure italiane dalla Padana, alla valle del Savio, dal Basso Pinerolese alla valle del Tronto.
Trasformare l’Appennino in una riserva integrale vuol dire cacciare l’uomo dal bosco e costringerlo a vivere – e pericolosamente – solo in pianura. È questo che vogliamo? E qui veniamo al problema centrale: può l’uomo vivere in montagna? La selvicoltura dice di sì, quando alle prime due funzioni del bosco si affiancano quelle redditizie, Turistico-ricreativa e Produttiva; quando cioè invece di opporre l’uomo al bosco, invece di considerarlo un parassita da espellere da “un mondo naturale” mitico e astratto, si cercano di combinare i principi dell’ecologia forestale con le aspettative economiche e sociali (tema della prossima puntata).

3. L’estremismo ambientalista. Il caso Campigna
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 12.2005

Foresta della Campigna, 2005. Su 2 piste da sci distanti diversi km dalla Riserva naturale integrale di Sasso Fratino occorre fare alcuni, limitatissimi lavori di messa norma per il passaggio del gatto delle nevi. Non verrebbero create nuove piste, sia chiaro, ma solo messe a norma quelle esistenti. I lavori comportano il taglio di 1 ettaro di faggeta recentemente impiantata dall’uomo ed ottengono il nullaosta dalla Provincia di Forlì-Cesena (accordo quadro del 21.7.2005). Il WWF insorge inaugurando l’ennesima crociata ambientalista: inoltra ricorso al TAR per “rispondere, in modo assolutamente fermo, alla provocatoria azione degli amministratori locali volta a generare un flusso ingente di finanziamenti pubblici per opere distruttive dell’ambiente naturale del Parco Nazionale. Il WWF ritiene che nessun interesse economico possa giustificare la pesantissima manomissione di tale delicato equilibrio. Il WWF propone, a questo punto, la dismissione degli impianti sciistici esistenti e la sostituzione delle ipotesi di sci da discesa e da fondo con un circuito escursionistico. Tale ipotesi rappresenterebbe un modello finalmente più evoluto di fruizione turistica".
“Azione provocatoria; opere distruttive dell’ambiente naturale; pesantissima manomissione del delicato equilibrio”: questa è la traduzione nella lingua del WWF dell’abbattimento di 1 ettaro degli oltre 9.000 ettari di latifoglie ( mi riferisco al solo versante romagnolo ed escludo dal computo i boschi di conifere, i boschi misti di querceti e conifere, i castagneti ecc.). Capite: 1 ettaro su 9.000! Salviamo 1 ettaro di bosco che abbiamo piantato noi qualche anno fa, 1 ettaro che non compromette nulla dell’ecosistema della Campigna e riusciamo a …evitare “l’ingente flusso di finanziamenti” dell’Unione europea: geniale!
Siamo di fronte a un ennesimo esempio di “feticismo ambientalista”: non si tratta qui di salvare il Parco Nazionale, il bosco, l’ecosistema, ma di evitare la morte di quei singoli faggi, quasi avessero una personalità unica e irripetibile. Come è già successo altrove, se si proponesse di abbattere quei faggi e piantarne altrettanti altrove nel Parco, se mai recuperando aree abbandonate, per questi ambientalisti non sarebbe la stessa cosa. Un albero non vale l’altro, per loro. E non stiamo parlando delle fustaie mature della Riserva di Sasso Fratino ma di boschi di impianto recente.
Non solo. La proposta del WWF è ancora più drastica: “Chiudiamo tutte le attività sciistiche esistenti”. Perché? Evidentemente perché incompatibili con il Parco della Campigna. È vero questo? Non sembrerebbe proprio. Come è evidente dalle foto, tra gli Anni ’60 (foto invernale)
e il 2005 (foto estiva)
il tratto interessato dalle piste da sci è stato densamente rimboschito e l’attività sciistica non ha affatto impedito lo sviluppo del Parco delle Foreste Casentinesi.
Sull’argomento si sviluppa un piccolo dibattito sul blog di Alessandro Ronchi, capogruppo dei Verdi nel Consiglio Comunale di Forlì. Chi interviene spiega la situazione della Campigna e delle piste al Verde Ronchi, il quale, ringraziando un corrispondente per i chiarimenti, risponde onestamente: “Prima di quello che hai scritto sapevo solo quanto scritto dal WWF, su questo tema ho peccato di ingenuità. Grazie a quello che hai scritto mi hai spinto ad approfondire di più il problema”. Beata ingenuità…
Con ciò riprendiamo il discorso già iniziato su queste colonne sulle funzioni del bosco. Accanto alle funzioni Paesaggistica e Protettiva, il bosco possiede una dimensione Turistica ed una Produttiva. I boschi, anche il Parco della Campigna, contemplano aree di promozione economica e sociale. Un bosco non ha solo una valore paesaggistico, ecologico, ma ha pure un valore economico (hoplà, abbiamo detto la parolaccia!). Già, se è gestito e attrezzato, anche con piste da sci, il bosco attira turisti e i turisti consentono all’uomo di vivere in montagna. E l’uomo che vive in montagna  garantisce la manutenzione del bosco, della rete di canali che svolge un’azione protettiva ed evita le inondazioni a valle ecc. ecc.
Funzione Produttiva. L’Italia produce circa 9 milioni di metri cubi di legname e ne importa circa 15 milioni. Esiste un’economia, dunque, legata al legname da opera e alla legna da ardere. Questa legna o la produciamo noi, in modo controllato, ecologicamente sostenibile, oppure la importiamo da altri paesi, dall’Est europeo, dalla Russia dove viene prodotta in un modo che noi non possiamo controllare. Anche l’attività produttiva esercitata sui nostri Appennini, permette il mantenimento dell’uomo in montagna. Questa attività, doverosamente regolamentata e controllata, va tuttavia favorita, non impedita da lacci e lacciuoli burocratici, se vogliamo incentivare la vita sui nostri Appennini. Vivere in montagna, in un ambiente che l’uomo ha in gran parte ripristinato ecologicamente, deve essere possibile. Oppure vogliamo fare di tutto l’Appennino una riserva integrale e cacciare tutti a vivere in pianura? (con l’esclusione, ovviamente, delle preziosissime zone umide). E perché poi limitarsi alla pianura? Cosa ha fatto di male la pianura per meritarsi questo parassita che è l’uomo? Cacciamolo via, in mare, su una zattera, a patto che non faccia la pipì in acqua…





Tag: Ambientalismo,Romagna

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