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Quel legame di sangue che abbiamo con Dio

di ghinetto (26/12/2008 - 11:32)

Quel legame di sangue che abbiamo con Dio
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 21 marzo 2008

Emile Benveniste è un grandissimo studioso delle nostre origini più antiche, in particolare di ciò che ci accomuna agli altri popoli indoeuropei. Ora, nella sua poderosa ricerca sulle Istituzioni indoeuropee, egli cerca di giungere alla radice del termine “religione”. Che cos’è – egli si chiede – la religione per il popolo latino, greco, per le tribù germaniche, slave, celtiche, per le genti dell’India e dell’Europa?
In latino, una delle lingue che più ha conservato traccia delle origini indoeuropee, “religio” viene dal verbo “religere”: in principio non sta ad indicare un insieme di riti e di pratiche religiose, quello che poi sarà il culto dei Romani; no, all’inizio segnala piuttosto una disposizione soggettiva, un atteggiamento individuale della persona religiosa che si “mette degli scrupoli”. È solo con gli scrittori cristiani di lingua latina che la parola “religio” viene riferita al verbo “religare” per sottolineare il “legame” che Dio istituisce con i suoi fedeli. Dio, affermano questi scrittori cristiani, ha scelto di “legare” il suo destino con il nostro, e lo ha fatto con “vincoli” di sangue e di eternità. Noi, instabili e ballerini, facciamo patti che sciogliamo dopo un minuto, un giorno, un anno: Lui, si è legato per sempre.
Quel vicolo eterno che gli Ebrei indicavano con il termine “alleanza”, la lingua latina reinterpretata dagli scrittori cristiani ha reso con il termine “religione”.
E, dietro al latino, le altre lingue indoeuropee hanno registrato questo nuovo termine: inglese, francese, spagnolo, tedesco, russo ecc. hanno tutte preso in prestito questo termine dal latino e ne hanno mutuato il significato.
Lattanzio è uno dei primi scrittori cristiani che, a cavallo del 300 d.C., presenta questa nuova etimologia del termine “religione”. Oggi, in questo Venerdì Santo, vale la pena di ascoltare cosa dice questo nobile romano convertito: “So che molti – si riferisce ai suoi amici romani - aborrendo il nome stesso della croce, si allontanano dalla verità; eppure vi è in essa un significato profondo e una grande potenza. Cristo fu mandato per spalancare la via della salvezza agli uomini più umili; perciò si fece umile per liberarli. Accettò il genere di morte riservato di solito ai più umili, perché a tutti fosse dato di imitarlo. A ciò si aggiunga che, accettando la passione e la morte, doveva essere innalzato. E la croce lo innalzò realmente e simbolicamente, perché con la sua passione a tutti si rivelasse chiara la sua potenza e la sua maestà. Estendendo sul patibolo le mani, dilatò anche le ali verso Oriente e verso Occidente, affinché sotto di esse si raccogliessero tutte le genti da ogni parte del mondo a trovar pace”.
La croce. Il legame di Dio con ogni singolo uomo. Non con l’astratta umanità, non con il genere umano, il quale di per sé non esiste se non nei vocabolari e nei testi di antropologia, ma con ogni uomo e ogni donna che calpesta questa nostra terra.
La croce, legame di sangue, perché non c’è vincolo più forte di quello di chi dà la sua vita per un amico. E per quello che amico ancora non è. E per quello che crede di non essere amico. Dio non si è vergognato di legarsi con tutti, anche con quelli che noi giudichiamo “i peggiori” e con cui non vorremmo avere niente a che fare: pedofili, torturatori, Hitler, Stalin, i traditori degli amici… Per ognuno di loro Cristo è morto oggi. Per ognuno di loro Cristo ha dato tutto il suo sangue. Se la terra fosse stata popolata di una sola persona e questa persona fosse stata un essere spregevole, Cristo avrebbe fatto lo stesso quello che ha fatto. Perché Lui è capace davvero di un’apertura infinita di credito, non si rimangia la sua promessa. Vincoli, vincoli, sanciti con il sangue di Dio.

Tag: Religione

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Comunicazione non verbale, di Jerry Scott e Jim Borgman (Los Angeles Times, 17 agosto 2008)

di ghinetto (23/12/2008 - 16:38)

                              Comunicazione non verbale tra donne


                               Comunicazione non verbale tra uomini



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Il brindisi di papa Ratzinger alla cultura europea

di ghinetto (19/09/2008 - 16:22)

Il brindisi di papa Ratzinger alla cultura europea
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 19 settembre 2008

Nel suo recente incontro con il mondo della cultura francese al Collège des Bernardins, papa Benedetto ha parlato delle radici della cultura europea. E ha così “necessariamente” fatto riferimento al monachesimo. Se l’obiettivo dei monaci – ha spiegato il papa – era la ricerca

dell’unica cosa essenziale, la ricerca di Dio, tuttavia il fatto che Dio stesso si fosse espresso con parole, li obbligò a coltivare e sviluppare le scienze profane, in particolare la cultura dell’interpretazione della parola, l’esegesi.
Di qui, a cascata, nacque l’esigenza di scuole per trasmettere le conoscenze acquisite e di scrittorii dove copiare i libri, come pure di biblioteche dove conservare i testi fondamentali della cultura europea.
Ma non era sufficiente. Sorse infatti l’esigenza di esprimere quella stessa “parola di Dio” in forma cantata, ciò che portò a gettare le basi della musica occidentale.
D’altro lato, il fatto che il Dio cristiano – come quello del popolo ebraico e a differenza dell’essere supremo greco-romano – fosse un Dio Creatore, portò “naturalmente” i monaci ad elaborare una cultura del lavoro come partecipazione dell’uomo all’atto creativo, dell’azione perfetta di Dio. Ora et labora: questo il sintetico programma di san Benedetto, il fondatore del monachesimo occidentale.
Parlando della musica, papa Benedetto cita san Bernardo di Chiaravalle – fondatore dell’ordine cistercense – il quale condanna in un modo che a noi sembrerebbe eccessivo i monaci che cantano male. “I monaci con il loro pregare e cantare devono corrispondere alla grandezza della Parola di Dio loro affidata, alla sua esigenza di vera bellezza” – spiega il papa. Esigenza alta, da cui nasce la scala naturale scoperta dal monaco Guido D’Arezzo, la perfezione del canto Gregoriano, ma anche il canto delle chiese della Baviera di papa Ratzinger, chiese in cui tutti, ma proprio tutti, sanno cantare, cantare in coro, pregare cantando. Nel mezzo di un’Europa sconvolta dalle invasioni barbariche, i monasteri mantennero accesa la luce della civiltà, della cultura della parola, della cultura del lavoro, della musica, della bellezza.
Sono appena tornato dalla Grecia. La Grecia – chi la conosce, lo sa – non è propriamente un gioiello di ordine e di efficienza. Vai nel principale museo della civiltà minoica a Creta e trovi chiuse venti stanze su ventuno; il Museo dell’Arte bizantina è in una chiesa in restauro da anni; a Santorini i siti archeologici sono inaccessibili a causa di un vecchio terremoto; le condizioni di Eleusi lasciano a desiderare… Dovunque, poi, in Grecia le case presentano un che di non finito, di disadorno: dai tetti a terrazza delle case spuntano come antenne barre di ferro per agganciarvi il cemento armato di un possibile ulteriore piano; da ogni parte scheletri di case al grezzo deturpano panorami bellissimi in attesa di improbabili compratori.
Poi, in qualche angolo di questa Grecia trascurata e un po’ sfigurata ti imbatti in un monastero. Te ne accorgi qualche chilometro prima di vederlo, te ne accorgi dall’ordine dei campi, dalla pulizia che li circonda. Non è un caso. Come nel caso dei monasteri occidentali, anche nella Chiesa ortodossa i monasteri costituirono una luce in secoli di buio. Ne fanno fede i giardini che – nella Chiesa latina come in quella ortodossa – abbelliscono il chiostro monastico: generazioni di monaci hanno qui raccolto alberi ornamentali e fiori, riservando ai frutteti e agli orti di erbe officinali e aromatiche spazi ordinati appena fuori delle mura.
In occidente il giardino per essenze aromatiche – il cosiddetto viridarium – è da secoli un vanto di monaci e padri che ne traggono spesso ottimi liquori di erbe.

Il modello di questi giardini è niente meno che il Giardino terrestre, il Paradiso. Conseguentemente, non può mancare il melo, tradizionalmente associato ad Adamo ed Eva. Nel monastero Jur’ev di Novgorod, vicino a San Pietroburgo, le varietà di melo erano centinaia e l’abilità dei monaci di coltivare piante da frutto a quella infausta latitudine era proverbiale. Non a caso, già in un testo russo del XIII secolo si parla di “frutteti monastici”. La lista potrebbe continuare a lungo, dai giardini interni dei college di Oxford e Cambridge – che originariamente erano dei monasteri accademici – alle straordinarie soluzioni idrauliche del Monastero delle Isole Solovki che consentirono di abitare una zona ai limiti del disumano. Ovunque, monasteri e conventi hanno portato la parola di Dio e insieme un’altissima cultura umanistica e tecnica. La lista che potrebbe esemplificare il bellissimo intervento del papa bavarese sarebbe troppo lunga. Non si può però passare sotto silenzio la cultura della birra. Le migliori birre del mondo vengono da sette monasteri Trappisti (sei in Belgio, uno in Olanda), la preziosa denominazione “birra d’abbazia” è tutelata da regole rigorose, e mastri birrai monaci e frati hanno creato per la gioia dei tedeschi le famose Paulaner, Augustiner, Franziskaner, Weihenstephaner.
Prosit, papa Ratzinger. Un brindisi alla cultura europea!   

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A t’ voj ben

di ghinetto (02/06/2008 - 17:01)

A t’ voj ben
di Giuseppe Ghini
"La Voce di Romagna", 8.2.2008

Qualche tempo fa scrivevo dello “spagogn”, il tipo di romagnolo rustico, scontroso, quello che rifiuta i complimenti e gira l’angolo non appena il discorso diventa troppo sentimentale e sdolcinato. Ora trovo una nuova conferma di questo tratto romagnolo in un libro di “modi di dire” e indovinelli in dialetto raccolti da Libero Ercolani, laddove tratta il vocabolo “moglie”. Scrive Ercolani:
“ ‘Su mê’: Sua (o loro) madre. La moglie. Il vecchio romagnolo difficilmente diceva: ‘mia moglie’; altrettanto difficilmente la indicava con il nome di battesimo. Ricorreva all’espressione ‘su mê’, indicandola indirettamente come la madre dei propri figli.
‘Cla dòna ch’a j ho a ca’: Quella donna che ho a casa. Un altro giro di parole con il quale il vecchio romagnolo evitava di dire: ‘mia moglie’. Così come per non dire ‘ti amo’ (‘amare’ non esiste nel dialetto romagnolo) diceva ‘a t’ voj ben’, ti voglio bene. Forse perché ‘ti amo’ per il suo carattere era troppo raffinato”.
Fin qui Ercolani, il quale, conseguentemente, nel suo “Nuovo Vocabolario Italiano Romagnolo” non riporta il verbo “amare”, traduce “amante” con “amig” e “amoreggiare” con “smurusêr”.
Fa riflettere questa nostra natura scontrosa di romagnoli, questo rivoltare la lingua per evitare di dire “ti amo”, quasi fosse l’ammissione di un’imperdonabile debolezza, una resa disonorevole, per giunta a beneficio di una donna. Si sente qui l’eco dello spirito romagnolo indipendente (e un po’ misogino) che rifiuta di mostrarsi incatenato, aggiogato. Poi – è facile immaginare – una volta chiusa la porta e lasciata la curiosità dei vicini fuori di casa, le presunte indipendenze venivano probabilmente chiarite, le gerarchie ristabilite. Sia chiaro: non senza pagar pegno, non senza lotta. Oggi diremmo che il matrimonio romagnolo doveva essere “challenging”, per dire che era anche una sfida, una contesa d’amore, che non era il magico incastro raccontato dalla letteratura romantica. No; come tutte le relazioni autentiche richiedeva un paziente lavoro di lima e di pialla per smussare gli spigoli e addolcire i caratteri. Il matrimonio non era una telenovela e “ti amo” non era una frase banale, che si può dire a chiunque, più volte.
In compenso, in questo “a t’ voj ben” era implicito l’amore come frutto della volontà, come il “volere il bene” dell’altro. In un mondo dove i genitori hanno rinunciato a indicare ai figli qual è il loro bene e i politici non si vergognano di nulla e tutto giustificano perché “non è penalmente perseguibile”; in una società in cui la massima fondativa della morale “Amicus Plato, sed magis amica veritas” (Mi è amico Platone, ma mi è più amica la verità) viene regolarmente rovesciata nel suo opposto (“Prima gli amici indipendentemente dal loro valore”) e in cui la volontà sembra che non abbia a che fare con il matrimonio (“Cosa ci potevo fare? Mi sono innamorato”), il vecchio romagnolo che a fatica tira fuori un onesto “ti voglio bene” ci sta davvero simpatico.
Pensa che il bene esista, ha di mira il bene, il bene suo e della moglie. È riservato, non si svende, ha una sua interiorità, non è a disposizione della prima sventola che passa. E un giorno, ormai da vecchio, vincendo infine il proprio pudore, si avvicinerà a sua moglie, e quando ormai lei non ci conterà più, le sussurrerà all’orecchio: “Ti amo”. E lei, con il sorriso di chi la sa lunga gli risponderà: “Al saveva nêca prêma” (Lo sapevo già).

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Dostoevskij e le cosce della ragioniera

di ghinetto (18/01/2008 - 10:28)

Dostoevskij e le cosce della ragioniera
di Giuseppe Ghini
"La Voce di Romagna", 27.IV.2007


Un amico giornalista mi invita a una trasmissione in una tv locale di Faenza. Ci rincorriamo per alcuni mesi, poi, finalmente, troviamo il momento conveniente per entrambi. La trasmissione si chiama “A cup of tea with…” e questa volta l’ospite invitato a bere la tazza di tè sono io. Il tè, naturalmente, è un pretesto per fare quattro chiacchiere (anche perché la tazza è la stessa che l’ospite precedente ha lasciato sul tavolo e il tè è gelido…). Argomento – la letteratura russa, materia che insegno all’Università di Urbino.
Come nelle migliori tradizioni della televisione italiana, l’amico giornalista è accompagnato da una valletta: è una studentessa di ragioneria, si chiama Barbara, ma soprattutto ha una minigonna di quelle che non cominciano mai e finiscono subito e due gambe che sparano “ad altezza uomo”. Mi concentro sulla letteratura russa e cominciamo la registrazione. Tutto va come previsto: l’amico giornalista domanda, io rispondo, la valletta, seduta non casualmente su un alto trespolo, interviene ogni tanto leggendo frasi dai classici russi con robusto accento faentino. Finisce la trasmissione e, mentre noi ci attardiamo a fare le ultime chiacchiere, Barbara “Gambe” si cambia la minigonna, che si rivela così nient’altro che un abito di scena.
A quanto mi dicono, la trasmissione va in onda qualche tempo dopo, con tanto di replica. Non riesco a vederla, ma diversi conoscenti mi fermano per il classico “ti ho visto, l’altra sera, in tv”. Mi spiegano che, mentre io e l’intervistatore volteggiavamo da veri intellettuali tra le rarefatte altezze della letteratura, il regista della trasmissione faceva lunghe riprese delle gambe dell’aspirante ragioniera, cominciando dalle caviglie e salendo via via fino alle cosce.
 Meraviglioso! Straordinario! Già, perché la letteratura russa dell’Ottocento e soprattutto Dostoevskij su cui noi ci siamo soffermati a lungo, trattano proprio di questa straordinaria mescolanza di “alto” e “basso”, di nobili ideali e di passione carnale in quella contraddittoria creatura che è l’uomo. Spiega Erich Auerbach, forse il maggiore critico letterario del secolo XX, che la letteratura dell’Ottocento, soprattutto quella russa, rinnova la straordinaria invenzione che il realismo cristiano ha attuato con la scrittura dei Vangeli: non era infatti previsto dalle regole della retorica antica che una narrazione presentasse un Dio fatto uomo intento agli umili lavori dell’artigiano, che una prostituta rivolgesse la parola a Dio stesso, che dei rozzi pescatori ignoranti ragionassero in concilio della salvezza degli uomini.
Tutto ciò lo ritroviamo in Dostoevskij: i fratelli Karamazov che discutono di “questioni maledette” nella taverna fumosa e puzzolente, la prostituta Sonja Marmeladova che legge
all’assassino Raskol’nikov la pagina evangelica della resurrezione di Lazzaro (“Delitto e castigo”), Dio stesso che compare in visione ad Aljosha Karamazov e lo invita al banchetto della vita eterna.
Non più “separazione degli stili” come nella letteratura classica, dove un dio poteva comparire solo nella tragedia e una prostituta o un pescatore solo nella commedia; non più differenziazione degli argomenti e del linguaggio a seconda dei generi letterari. I Vangeli rompono questa regola retorica e introducono quella che Auerbach chiama la “mescolanza degli stili”: è il riflesso della nostra vita, dove le altezze ideali si mescolano con le passioni più carnali, dove il sacro va a braccetto col profano, e le raffinatezze della critica letteraria coesistono con le cosce della ragioneria.

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Se la scimmia è una persona come noi

di ghinetto (01/07/2007 - 11:42)


Se la scimmia è una persona come noi
di Giuseppe Ghini
Libero, 6.V.2007


La rivista Science ha pubblicato uno studio dal quale risulta che il genoma del macaco è per il 97,5% uguale a quello umano. E in questi giorni, in Austria, gli animalisti hanno lanciato una causa legale per far dichiarare “una persona” lo scimpanzè Hiasl diretto a un laboratorio scientifico come cavia. La motivazione: il suo DNA è uguale a quello dell’uomo per il 99.4%.

La straordinaria collaborazione di 170 scienziati di 35 istituzioni ha finalmente consentito di appurare che il 97.5% del genoma del macaco è identico a quello dell’uomo. La notizia sarebbe in sé interessante soprattutto per le conseguenze di tipo medico e farmacologico, se non venisse letta con la consueta chiave ideologica animalista e anti-umana. Già, cosa significa che abbiamo il 97.5% in comune con un macaco o il 99% con uno scimpanzè? Per restare nell’ambito puramente quantitativo, i testicoli di un uomo adulto pesano 30 grammi l’uno: in un uomo di 80 kg costituiscono meno dello 0.1%. Eppure nessuno dubita che avere o non avere questi 60 gr. faccia una certa differenza! (90 gr. nel caso di Bartolomeo Colleoni...)

Il peso del cervello umano (ca. 1400 gr.) rappresenta meno del 2% del corpo: ciò significa che un uomo decerebrato è più simile ad un uomo normale di quanto lo sia un macaco.
E poi, chiediamoci, come viene calcolato questa percentuale? Il genoma umano, cioè il patrimonio genetico, è costituito da un numero non ancora stabilito di geni (da 25.000 a 37.000) presenti nel nucleo di ciascuna cellula. Ne consegue che la “piccola” differenza dell’1% faccia sì che ogni cellula umana sia differente da ogni cellula del macaco. Per tirare le somme in altro modo: percentuale delle cellule differenti = 100%. Siamo sicuri che i titoli dei giornali che annunciano la sensazionale somiglianza tra uomo e macaco siano davvero neutrali?

                                                                 * * *

Ma c’è un’altra differenza, più sottile e sfuggente, quella qualitativa. Qualche tifoso ricorderà Hugo Maradona, detto “el Turco”, uno dei più colossali bidoni che sia stato mai rifilato ad una squadra di calcio italiana.
A metà degli anni Ottanta fu acquistato dall’Ascoli, pare dietro forti pressioni del fratello Diego Armando. Giocò una dozzina di partite, poi fu ceduto ad una squadra austriaca: concluse la sua carriera di calciatore in Giappone, campionato di brocchi e giocatori spompati. Il pibe de oro, in verità, ha anche un altro fratello, Lalo Maradona, ex giocatore di calcio indoor in Canada, quella che si dice una carriera non propriamente prestigiosa. A differenza del grandissimo Diego Armando,
Lalo sembra il fratello con la testa a posto: niente alcool, né droga, vita tranquilla, sposato con tre figli, gestisce una scuola di football per ragazzini di strada a Buenos Aires.
Ora, la parentela genetica tra Diego, Hugo e Lalo è acclarata, in ogni caso assai maggiore del 97.5% che unisce uomini e macachi. Eppure nessun tifoso del Napoli avrebbe fatto cambio, negli anni Ottanta, tra Diego e Hugo e la moglie e i figli di Lalo probabilmente non farebbero cambio, oggi. Dunque? Cosa significa realmente che il 97.5% del macaco è uguale a quello dell’uomo?
I geni di un uomo normale e dello stesso uomo lobotomizzato sono identici, quelli di una moglie depressa e della stessa moglie allegra e
soddisfatta pure, tra un padre presente e lo stesso padre assenteista non corre nessuna differenza genetica. Dunque?
L’ideologia anti-umana implicita nell’equiparazione quantitativa tra macaco e uomo è oggi straordinariamente pervasiva.

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In un libro di qualche anno fa dedicato ai Fratelli Karamazov , Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale, è riuscito ad iscrivere nei ranghi degli animalisti anche il grande romanziere russo Fedor Dostoevskij. “Nel preparare il terreno per l’esposizione della “Leggenda” – scrive Zagrebelsky  nella Leggenda del Grande Inquisitore, Morcelliana 2003 – appare lo scoglio contro il quale naufraga lo spirito di Ivan: per l’appunto il male ingiustificato. Gli esempi che vengono portati, per mezzo di un’esposizione di grande forza drammatica, riguardano il dolore inferto consapevolmente agli innocenti. Sono innocenti i bimbi e gli animali. Essi sono completamente innocenti perché non conoscono il bene e il male. Gli esseri umani adulti, no. A me non interessa il male fatto agli adulti – dice Ivan. Essi hanno mangiato il frutto maledetto che li rende colpevoli. In fondo, se lo meritano. Ma i bimbi e gli animali, no”. In realtà, se andiamo a leggere i Fratelli Karamazov, troveremo che l’argomentazione di Ivan si riferisce solo ai bambini: “Intorno ai bambini – afferma Ivan – ho ancora di meglio, Alesha, riguardo ai bambini russi ho raccolto molte, moltissime cose. Una piccola bimbetta di cinque anni era stata presa in odio da padre e madre, ‘persone stimatissime del ceto burocratico, istruite e bene educate’. Vedi […] esiste in molti uomini un’inclinazione speciale: l’amore delle torture inflitte ai bambini, ma ai bambini soltanto […] Quegli istruiti genitori sottoponevano dunque la povera bimba di cinque anni a tutte le torture possibili. La battevano, la frustavano […] Tutta la scienza del mondo non vale le lacrime di quella bimba. […] Non parlo delle sofferenze dei grandi, essi hanno mangiato il frutto proibito e vadano al diavolo, che il diavolo li porti tutti quanti, ma i bambini, i bambini!”.
L’argomentazione di Dostoevskij è chiara: come Giobbe nell’Antico Testamento, i bambini che appaiono nei quadretti che Ivan desume dalla cronaca del tempo sono i “giusti sofferenti” che mettono in crisi la tesi di un Dio buono e provvidente. Se esistono degli innocenti che soffrono – questo afferma il secondogenito dei Karamazov – com’è possibile che esista un Dio che ama l’uomo? Domanda che Alesha “risolverà” additando lo spettacolo scandaloso del Dio-uomo che, perfetto innocente, muore in croce.
E gli animali di cui parla Zagrebelsky che c’entrano? All’inizio dell’ampia introduzione alla Leggenda del grande Inquisitore, effettivamente Ivan Karamazov cita una scena del poeta Nekrasov in cui compare un contadino russo che con la frusta percuote un cavallo sui “miti occhi”. E afferma che il lasciarsi prendere dalla furia insensata fino a picchiare alla morte il proprio cavallo è un tipico tratto russo. “Ma non si tratta che di un cavallo – conclude Ivan – e i cavalli Dio ce li ha dati per frustarli. Così ci hanno spiegato i tartari, e come ricordo ci hanno regalato il knut, la frusta del vetturale. Ma si possono frustare anche gli uomini”. Di qui parte l’argomentazione che ha per centro i bambini innocenti e il Dio provvidente.


Dunque, nei Fratelli Karamazov la crudeltà contro gli animali non entra affatto nell’argomentazione di Ivan sul male ingiustificato, ne è semplicemente un’introduzione. Ci voleva un giudice della Corte Costituzionale italiana per stabilire che bambini e animali sono la stessa cosa e trasformare Dostoevskij in un animalista.

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Lo shampoo e l'anima

di ghinetto (12/03/2007 - 18:08)

Lo shampoo e l’anima
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 18.11.2005

Un rubinetto rotto mi costringe a usare la doccia del bagno di mia figlia. E ne ricavo un’esperienza antropologica. Anzitutto il sapone, strumento troppo rozzo e scivoloso, adatto a un antimoderno come me, è sostituito da sei o sette flaconi di tutti i colori, girati in su e in giù: shampoo, bagnoschiuma, balsamo, olio per il corpo. Mi fermo sotto il getto d’acqua a leggere la descrizione del contenuto e la pubblicità riassunta sulla confezione. Alcuni aggettivi collocano curiosamente questi prodotti al confine tra anima e corpo, anzi tra “body and soul”, come recita un’etichetta: noir rinvigorente, essenze rinfrescanti, energia vitale, freschezza rigenerante, balsamo riparatore (“antirottura”, strilla un’etichetta piuttosto interessante: forse varrebbe la pena provarlo, certe mattine…).
Altre pubblicità abbandonano gli indugi e indicano risolutamente gli effetti di questi prodotti miracolosi sulla psiche. Un balsamo si segnala per la presenza di un’essenza floreale che “aiuta l’anima in momenti di nervosismo, agitazione e irritabilità e le consente di trovare l’equilibrio emotivo”. Uno shampoo predice un “benefico effetto rilassante per il corpo e per la mente”. Un olio per il corpo assicura che “riuscirà a trasmettere una sensazione di vitalità e giovinezza. Le sue note di bergamotto, lavanda, geranio ecc. creano un senso di armonia e benessere che giova all'anima ed al corpo”. Un prodotto all’essenza di Fucsia promette di “scavare nell’interiorità e lasciare emergere i contenuti sepolti”.
Provo alcuni di questi flaconi senza avvertire differenze straordinarie con il mio sapone marca “Supermercato” e il mio shampoo “quello-antiforfora-che-costa-poco”. Dopo un quarto d’ora esco dalla doccia profumato come prostituta sacra babilonese ma ancora certo dei confini mente-corpo.
Il dubbio investe invece la nuova pubblicità e i creativi che la producono. Dicono che la pubblicità degli ultimi dieci anni è passata dal prodotto al “territorio” del prodotto, dall’oggetto che si compra ai valori simbolici e intangibili che quel prodotto veicola. Così che quando si compra un’automobile, la si compra non tanto per le sue prestazioni, quanto piuttosto perché esprime uno stile di vita, quello stile che il pubblicitario condensa, ad esempio, nella frase “bellezza interiore” .
Sarà… Tuttavia, che il valore simbolico di uno shampoo – il suo “territorio” – corrisponda all’interiorità dell’uomo è il segno certo di una terribile confusione. Un uomo che si aspetta la rigenerazione da uno shampoo è un “edonista ideologico” che scambia il benessere fisico per la felicità. Una persona che affida la propria interiorità a un’essenza floreale e la propria anima a un balsamo ha schiacciato la sua umanità sulla sua “pelle”. Sì, gli è rimasta evidentemente la nostalgia per una certa rigenerazione, diciamo pure: per la felicità. Ma è una felicità di serie C, la felicità della saponetta quando non viene dimenticata sotto il rubinetto che gocciola…
Non sarà casuale che in un sondaggio del Corriere della Sera su “che cosa vi renderebbe più felici”, la scelta più gettonata dagli oltre 9000 lettori è stata: “apprezzare ciò che si ha” (26%), seguita da “farsi una bella risata ogni giorno” (24%). La risposta “fare qualcosa di buono per qualcuno tutti i giorni” è stata scelta solo dall’11%, mentre quasi il 6% dei lettori del Corriere sarebbe reso felice da “un piccolo regalo fatto a se stessi (un bagno caldo, un cioccolatino, ecc.)”. Ecco la dimensione etica di questi lettori del Corriere: persone in fuga da ogni ideale, che si limitano ad apprezzare ciò che hanno, felici con una barzelletta, un bagno caldo, un cioccolatino.
Occorrerebbe forse rileggere le pagine vibranti che s. Agostino ha dedicato alla felicità. Pagine di chi ha conosciuto gioie, piaceri e felicità e che alla fine sceglie: “Gode l’empio nella taverna, gode il martire alla catena: misero è quello, anche quando si ubriaca; felice è questo, anche quando ha fame e sete”.

Tag: Corpo,psiche

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L'ultimo padre

di ghinetto (09/03/2007 - 19:29)

L’ultimo padre
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 8.4.2005


Oggi, nel momento stesso in cui state leggendo queste righe, ha luogo il più grande funerale della storia, quello di Giovanni Paolo II. Ora la domanda è: perché tanta gente? Perché giovani e anziani hanno affrontato ore di coda e sacrifici per andare a Roma a vedere il papa per l’ultima volta?  Perché tutti, letteralmente tutti, hanno modificato in questi giorni programmi e agende per partecipare in qualche modo a questo “lutto festoso”, a questa “nascita al cielo”? (Qualche eccezione per la verità c’è. Due giorni fa, a Bologna, ho colto al volo il seguente commento fine e umanamente elegante: “Oooohoo, finalmente è morto ‘sto papa. Soppa! Non se ne poteva più”).
Aldilà del conformismo, che pure è presente, e che spinge le persone a incolonnarsi senza pensarci su; aldilà del protagonismo mediatico, che induce tanti a trasformarsi da spettatori in spettacolo e che richiede di essere presenti dove sono accese le telecamere, non i televisori; aldilà dell’effetto domino che si è indubbiamente creato, per cui il governante che non va ai funerali va contro la storia; aldilà della curiosità molto terrena che come sempre circonda testamenti e morti eccellenti: aldilà di tutto questo, resta la commozione tenera e sincera di milioni di persone.
La ragione di questo sentimento universale è stata ben condensata, mi pare, dal presidente Ciampi: “Nonostante fossimo coetanei, lo sentivo come un fratello maggiore. Anzi, quasi un padre”. Ecco: la morte del papa, viene sentita da tanti, Ciampi in testa, come la morte di un papà. E tutti coloro che hanno sperimentato la sua paternità oggi lo piangono, sentono un vuoto, una “mutilazione”, come ha detto ancora il Presidente della Repubblica. Occorre aggiungere che, evidentemente, la paternità del papa non è sentimento esclusivo di coloro che lo hanno riconosciuto come “dolce Cristo in terra” nella Chiesa cattolica.

I cattolici, certo, piangono il papa morto, si commuovono pensando ai ricordi umanissimi e sublimi che Giovanni Paolo II ha lasciato nei loro cuori. Ma le loro lacrime si mescolano al sorriso, alla gioia di saperlo in cielo (e uno dei veggenti di Medjugorie l’ha già “visto” accanto alla Madonna). La sorpresa è forse nel constatare come anche tanti non cattolici e non cristiani sembrano accomunati in questa perdita dell’ultimo padre.

Se consideriamo, infatti, la paternità in senso non puramente biologico, ma piuttosto in senso educativo e relazionale, la paternità che forgia per la vita adulta quell’opera vivente che sono i figli, che li aiuta a realizzarsi come persone complete, Giovanni Paolo II è stato padre per milioni di uomini. In quella società che ha respinto il padre – quasi sempre con la sua stessa complicità – nel mondo del lavoro riducendolo a fonte di sostentamento materiale, che lo ha escluso dalla prassi dell’affidamento e perfino dalla scelta dell’aborto di suo figlio, in quella società che nella mamma e nella sua onnipotente protezione ha il suo esclusivo punto di riferimento, il papa è stato “il padre”.
Padre che ha sostituito i tanti padri assenti (si veda il libro dello psicoanalista Claudio Risé “Il padre, assente inaccettabile”), e pure i loro opposti solo apparenti, i cosiddetti padri materni o “mammi”, bravissimi nel coccolare i lattanti ma incapaci di educare gli adolescenti e di lanciare i giovani nel mondo. Padre di cui tutti testimoniano la capacità di instaurare immediatamente rapporti significativi ed esigenti in una società di padri-compagnoni, di padri-Peter Pan, di padri-mozzarella, infantili, deboli, incostanti. Giovanni Paolo, padre dotato di autorità perché per ventisei anni ha reso conto dei valori, delle norme morali, come dovrebbe fare un buon padre di famiglia con i suoi figli (e come oggi non fanno i padri giocherelloni, zuzzurelloni, in continua fuga dalla paternità e dalle sue responsabilità). Laddove tanti padri si “chiamano fuori” dal loro ruolo insostituibile, quello di iniziare i figli al vivere civile, fatto di norme, sacrifici, autodisciplina, rispetto degli impegni, di apertura rischiosa al nuovo, di responsabilità, il papa si è mostrato a tutti con i suoi sacrifici, la sua abnegazone per la Chiesa, il suo impegno senza riposo, l’autorità della verità, dell’umiltà, con il suo grido: “Aprite le porte a Cristo”.
In un mondo di successi facili e di scorciatoie amorali, si è sobbarcato il compito di insegnarci che la crescita umana e spirituale passa attraverso perdite e sofferenze. Anzi, facendosi tramite giorno dopo giorno della stessa paternità del Padre, ci ha insegnato che soprattutto in quei momenti Dio si china sulle nostre piaghe, le cura, le fascia, e ci conforta con la Sua presenza amorosa, anche se questo lascia perdite e sofferenze non meno oscure e misteriose.
Così, alla fine della sua vita, milioni e milioni di persone si ritrovano al capezzale di questo vecchio papa: milioni di figli amati che hanno riconosciuto e amato in lui la guida, e milioni di figli dimentichi o ribelli, che tornano con il rimpianto di non essersi goduta fino in fondo quella paternità. Ma con la certezza che quel padre, come ogni padre vero, li amati uno per uno: “Vi ho cercato. Adesso siete venuti da me e per questo vi ringrazio”, sono state le sue ultime parole di padre.

Tag: Giovanni,Paolo

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Pregare "no global"

di ghinetto (07/03/2007 - 17:20)

Pregare “no global”
di Giuseppe Ghini
Studi cattolici, dicembre 2002

Il 3 novembre, Domenica XXXI del Tempo Ordinario, in molte chiese italiane, si è pregato «per coloro che reggono le sorti del mondo: perché sappiano estirpare la mala erba dell’egoismo e del profitto personale». La preghiera proviene dall’orazione comune dei fedeli che conclude la Liturgia della Parola quale è contenuta in un pieghevole di 4 paginette con le letture della messa, le orazioni cosiddette «mobili», alcuni brevi commenti, nonché, appunto, la preghiera dei fedeli. A causa della sua praticità, il pieghevole, com’è noto, è estremamente diffuso e si può trovare in quasi tutte le chiese italiane; i parroci, infatti, sottoscrivono abbonamenti multipli al pieghevole che è pubblicato in forma di periodico col titolo «La domenica» dalle Edizioni Paoline.
La preghiera contenuta nel pieghevole, ovviamente, non ha più autorità di un’orazione inventata dal parroco o da un qualunque fedele. Tuttavia, per il fatto di trovarsi su di uno stampato di un’editrice religiosa e per la sua diffusione, essa rappresenta una sorta di «standard di fatto». In pratica, in una buona parte delle chiese italiane, nella domenica precedente al Social Forum di Firenze, ci si è associati all’anatema che il periodico dei Paolini ha scagliato contro il profitto personale.
Tra l’altro occorre notare che le letture della Messa (Malachia, 1:14, 2:1-2, 8-10; Salmo 130 1-3; Lettera ai Tessalonicesi 2:7-9, 13; Matteo 23:1-12) non presentavano riferimenti all’avarizia o all’egoismo, non contenevano la parabola del giovane ricco, o del ricco epulone, o quella cosiddetta del ricco insensato. Al contrario, se un riferimento economico si voleva trovare nelle letture era l’ affermazione giustamente orgogliosa di san Paolo a proposito della sua indipendenza economica, del suo non voler pesare economicamente sulla comunità dei primi cristiani pur avendone diritto.
Ora, al di là della strana coincidenza con le date del Social Forum, svoltosi una volta tanto senza la violenza che tanti paventavano, ci si chiede: davvero secondo la dottrina della Chiesa il profitto personale è una mala erba da estirpare?
La concezione che sta dietro alla preghiera del foglietto così formulata sembra ignorare una riflessione secolare sulla vita dei cristiani nel mondo, ed in particolare nel mondo economico. Sembra sposare cioè una sorta di utopia sociale ed economica, un mondo perfetto in cui l’uomo lavori per puro disinteresse e spirito di servizio. Ogni altra prospettiva, sembra suggerire l’intenzione di preghiera proclamata a gran voce dai cattolici italiani, è da combattere. «Miri al profitto personale, vergogna!» - sembra dire questa prospettiva pauperista e antieconomica. E se ne possono immaginare i corollari: «Vivi in una villa acquistata con i frutti della tua attività non puramente disinteressata? Vergogna!» ecc. ecc.
Tale prospettiva, però, non è corretta, e neppure sembra in linea con una secolare tradizione di pensiero economico cristiano. Se infatti già nell’XI secolo s. Pier Damiani inaugurò un’aspra critica, da un punto di vista evangelico, al mercante incapace di far fruttare il denaro, fu nel XIII secolo, che Pietro di Giovanni Olivi, un frate seguace di s. Francesco, il poverello di Assisi, elaborò una vera e propria “scienza economica francescana” in cui si riconosceva il diritto all’interesse. Peraltro anche il pensiero di s. Alberto Magno e di s. Tommaso d’Aquino, come hanno mostrato Salvioli, Fanfani e Sapori, grandi studiosi dell’economia medievale, si conciliava perfettamente con una dottrina “favorevole all’interesse” (ma ad un interesse “personalizzato” e frutto del lavoro ‘stipendium laboris’) e pervenne al concetto di “giusto prezzo”. Dottrine queste che, pur elaborate da religiosi che avevano optato per il distacco dal mondo, gettavano il fondamento di un’economia morale, laica non laicista. Di recente, poi, Giacomo Todeschini ha pubblicato per Il Mulino il volume I mercanti e il tempio che dà conto accuratamente di una questione – quella del rapporto tra spirito capitalistico e Chiesa cattolica – dominata in gran parte da una vulgata mitica e malevola. La conclusione dell’interessante saggio di Todeschini è che le premesse logiche e le radici linguistiche della razionalità economica occidentale risiedono non fuori del pensiero cattolico, ma al suo interno.
E il recente Catechismo della Chiesa Cattolica cosa dice al riguardo? Il Catechismo, al riguardo, è assai esplicito e «boccia» l’intenzione di preghiera pronunciata Domenica 3 novembre. Al paragrafo 2424 giudica come moralmente inaccettabile «una teoria che fa del profitto la regola esclusiva e il fine ultimo dell’attività economica» (giudica cioè come moralmente inaccettabile una teoria basata sull’egoismo). Chiarisce ulteriormente, al paragrafo 2432, che «i responsabili di imprese hanno il dovere di considerare il bene delle persone e non soltanto l’aumento dei profitti. Questi – prosegue il Catechismo – comunque, sono necessari. Permettono di realizzare gli investimenti che assicurano l’avvenire delle imprese. Garantiscono l’occupazione».
Si tratta d’altronde di una ripresa di temi più e più volte affrontati da Giovanni Paolo II nel corso del suo pontificato. Nella Lettera Enciclica Centesimus annus, del 1991, il Papa scriveva: «La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon andamento dell’azienda: quando un’azienda produce profitto, ciò significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati ed i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti. Tuttavia, il profitto non è l’unico indice delle condizioni dell’azienda. È possibile che i conti economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell’azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignità. Oltre ad essere moralmente inammissibile, ciò non può non avere in prospettiva riflessi negativi anche per l’efficienza economica dell’azienda. Scopo dell’impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del profitto, bensì l’esistenza stessa dell’impresa come comunità di uomini. [...] Il profitto è un regolatore della vita dell’azienda, ma non è l’unico».
Dunque, riassumendo, la dottrina sociale della Chiesa Cattolica riconosce la necessità di un mercato che guardi al profitto (anche al profitto personale). Stabilisce contestualmente che per il bene integrale (anche economico) dell’uomo e delle sue opere (anche delle aziende, dunque) si tenga conto di tutti i fattori che rendono umana la vita sulla terra. Non solo del profitto. Ecco, questa è la visione del profitto in un’ottica che, essendo umana, è anche cristiana. Altro che «mala erba del profitto personale».

Tag: Profitto

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Quanti danni ha fatto Imagine

di ghinetto (05/03/2007 - 18:02)


Quanti danni ha fatto Imagine
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 15.12.2005

Celebrato l’anniversario della morte, possiamo ora calcolarne i danni. Mi riferisco a “Imagine”, la canzone “culto” di John Lennon. Il sogno del Beatle dagli occhi mandorla era un mondo senza cielo soprannaturale e senza inferno, ma solo con un cielo meteorologico (Imagine there's no heaven, No hell below us, Above us only sky); un mondo dove non ci siano non solo motivi per uccidere, ma neanche motivi per cui valga la pena vivere (Nothing to kill or die for); un mondo fatto di persone che vivono solo per l’oggi e che condividono paritariamente i beni della terra (Imagine all the people Living for today; Imagine all the people Sharing all the world); una fratellanza di persone (A brotherhood of man), insomma, che ha rimosso tutti i pretesti di divisione: patria, fede, proprietà personali (Imagine there's no countries, And no religion too, Imagine no possessions).
Sogno compiuto di chi vuole sostituirsi al Creatore, “Imagine” rappresenta perfettamente lo stato di confusione mentale del “sessantottino” di ieri e di oggi: un utopista che rifiuta il Cielo di Dio ma che lotta per creare il cielo dell’uomo sulla terra; uno che vive di diritti d’autore e che canta l’auspicabile fine della proprietà privata; un idealista che ripudia compromessi e mezze misure ma che esalta l’assenza di motivazioni per cui vivere; un uomo tutto proteso verso un domani migliore e che però si riconosce in “gente che vive solo per l’oggi”; una persona che ha fatto del suo credo una vera e propria religione ma che nega diritto d’esistenza ad ogni fede particolare; una persona che ha fatto della memoria di John Lennon e del ’68 la sua patria ideale e che inneggia all’assenza di ogni patria reale.
Con la sua accattivante musichetta, “Immagine” è in realtà una delle versioni moderne della Gnosi, il secolare nemico del realismo cristiano. Il realismo cristiano afferma l’intrinseco limite dell’uomo e dei suoi prodotti, compresa la società; afferma inoltre che, nonostante tutti i nostri sforzi di riformarlo, questo mondo resterà imperfetto fino alla sua consumazione finale e che, ancora, la salvezza da questa imperfezione, di cui la morte è parte integrante, avviene mediante l’adesione al limpido messaggio del Vangelo ed alla Chiesa di Cristo, una comunità di peccatori resa santa dalla presenza dello Spirito Santo.
Il pensiero gnostico nelle sue varie versioni, soprattutto moderne, afferma che, se il mondo è difettoso, l’uomo è invece potenzialmente perfetto; che il male dell’universo è frutto di un’errata programmazione, e che un’élite di persone straordinarie è in possesso della misteriosa ricetta capace di rivoluzionare il mondo, di ri-crearlo.
La lotta irriducibile tra le antinomie Uomo limitato-Uomo perfetto, Mentalità riformista-Progetto di ri-creazione del mondo, Messaggio universale-Messaggio misterioso, Paradiso in Cielo-Paradiso in terra, Salvezza di tutti mediante le opere-Salvezza di un’élite mediante una certa conoscenza, ebbene la lotta tra questa serie di opposizioni segna l’intera storia dell’Occidente.
Al termine di questa lunga storia, dunque, chiamiamo qualcuno e ci risponde una segreteria telefonica con la musichetta di “Imagine”. E l’innocente segreteria ci ammannisce l’ennesima ricetta infallibile di questa Gnosi e del suo Profeta John Lennon: basta rinunciare alla fede, alla patria e alla proprietà, immergersi nell’amore libero della comune hippy, basta lasciarsi guidare da un guru che sa come gestire le droghe sintetiche ed ecco finirà il limite, la finitezza umana, la sofferenza.

L’Umanità si trasformerà in una Fratellanza universale capace di amore, fiori e bontà: forse il Beatle sembrerebbe un sognatore, ma invero sono in molti (You may say I’m a dreamer, But I’m not the only one). Davvero è così semplice? E davvero dobbiamo andare da John Lennon per farci dire com’è fatto l’uomo? E, soprattutto, lui ne sapeva qualcosa? O viveva in uno stato di perenne confusione mentale?


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Basta con la favola dell'uomo "cattivo"

di ghinetto (04/03/2007 - 18:00)

Basta con la favola dell’uomo “cattivo”
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 27.8.2005

Fine agosto: tempo di funghi, e di fungaioli. Per allargare i miei orizzonti oltre i classici porcini e finferli compro un best seller del settore, Funghi dei nostri boschi, di C. Mayr, giunto alla dodicesima edizione. Alle pagine 13-15 trovo una brillante “classificazione del fungaiolo”. Il primo tipo elencato è quello del fanatico-integrale, “il grande rastrellatore”, colui che raccoglie tutto ciò che non è velenoso e distrugge senza pietà ogni altro fungo.
Il secondo esemplare è quello del fungaiolo-ragioniere, il villeggiante che raccoglie, seleziona, pulisce, essica e stipa in attesa del ritorno in città. La vacanza viene trasformata in una raccolta indefessa che va a ripianare, nel bilancio familiare, le spese della villeggiatura. C’è poi il raccoglitore di minifunghi, specializzato nel cavare dal terreno microscopici esemplari di finferli, nonché il millantatore vanaglorioso che, anche in periodo di estrema penuria, sostiene di aver dovuto lasciar perdere dei bellissimi boleti per mancanza di posto nel paniere. Da queste specie di fungaioli si differenzia il cercatore serio e professionale, perennemente in competizione con l’altro cercatore, di cui soppesa con un’occhiata a volo la consistenza del paniere.
Ed eccoci al punto. “Infine, per fortuna, esiste ancora il tipo del micologo disinteressato e romantico. Egli non pensa affatto alla raccolta, ma trova uno squisito piacere nell’osservare le multiformi creature che spuntano dalla terra del bosco. Ogni tanto gli avviene di scoprire un vecchio, grosso porcino, ben celato tra le frasche e i mirtilli. Acciaccato dall’età e rosicchiato dalle lumache, esso pare volersi asciugare il cappello umidiccio al poco sole che passa tra i rami degli alberi. Un simile incontro, che al fungaiolo predatore ispira solo il rammarico di non essere passato di là in tempo utile, è invece motivo di soddisfazione per il romantico, lieto che almeno quell’esemplare sia potuto sfuggire alla caccia spietata dell’uomo”.
Nonostante la vacanza e l’intenzione iniziale, la lettura si fa seria. Perché una guida per cercatori di funghi deve dipingere quale fungaiolo ideale colui che non raccoglie i funghi? Perché l’unico fungaiolo buono sarebbe un fungaiolo romantico, uno che i funghi non li mangia ma li contempla soltanto? Perché il fungaiolo ha meno diritti della lumaca di godersi un risotto coi porcini?
Perché, in definitiva, questo luogo comune dell’uomo nemico dell’ambiente, sempre e comunque? Che senso ha questo doppio mito romantico della natura buona, e dell’uomo – che evidentemente non fa parte della natura – cattivo? Già e poi, per essere concreti, che cosa mangia il nostro fungaiolo romantico? Se deve privarsi di tutto ciò che, nella scala dell’essere, è pari o superiore al fungo, resta davvero ben poco…
Certo, c’è una parte di verità dietro a quanto scrive Mayr. Se siete stati in un bosco quando ha appena finito di piovere, gli alberi sgocciolano ancora e qualche raggio brillante si fa strada tra i rami, mentre tutto intorno a voi spiccano i funghi colorati di ogni specie buona e cattiva, sapete quale tristezza sia, per contro, il bosco calpestato e distrutto, i funghi scovati uno ad uno e mozzati senza pietà. Ma questo non significa che l’intervento dell’uomo nel bosco sia sempre negativo e che mangiare i funghi sia intrinsecamente un male! Personalmente amo il bosco e amo i funghi. Amo scoprire i porcini tra le pigne e le foglie, immersi nel muschio di un bosco così intricato che sembra non essere mai stato attraversato da creatura umana. E amo mangiarli con la polenta e il risotto e in una delle mille ricette italiane.
Dietro la condanna della raccolta c’è invece il ripudio della nostra tradizione italiana – e cattolica – della “cucina totale”, dell’inclusione di ogni animale e vegetale nella nostra gastronomia. Così, con il diffondersi di altre culture religiose – ebrei, musulmani, protestanti, orientali e orientaleggianti di vario tipo – stanno prendendo piede anche in Italia tradizioni culinarie piene di tabù: no al maiale, alle rane, alla vacca, no a certi piatti combinati.
A ciò si aggiunge una certa vulgata ambientalista romantica che, solo parzialmente conscia di ciò che è avvenuto in migliaia di anni di antropizzazione della terra, ritiene che OGNI intervento dell’uomo provochi un danno all’ambiente. Che l’uomo non possa che danneggiare il biotopo, depauperare la fauna, offendere l’ambiente. Che l’uomo non possa essere che un predatore nei confronti della natura. Meglio allora togliere tutti i denti a questo predatore, costringerlo solo a sorbire brodini. Dietro la condanna del “fungaiolo predatore” c’è infatti la condanna fondamentalista e assoluta dell’uomo che usa il mondo. Non si distingue qui, come fa invece una certa tradizione etica, tra un uso umano, rispettoso, tipico dell’amministratore di un bene che deve essere trasmesso ad altri e un uso disumano, utilitaristico, tipico dello sfruttatore che vuole spremere e gettare ciò che possiede in esclusiva. No, qui la condanna è totale, definitiva, assoluta.
Qualche settimana fa sono stato invitato a un convegno organizzato in Sicilia, in una cala vicino a Terrasini.
Il centro convegni, costruito a partire dagli anni Sessanta, ospitava oltre settanta persone, alloggiate in camere perlopiù singole, con molti locali spaziosi, un campo da calcetto, uno da tennis, uno da pallacanestro, un teatro all’aperto per quattrocento spettatori… Dal mare non si vedeva un solo mattone: solo palme, alberi di stelle di natale, oleandri, eucalipti, fichi d’india e fiori di ogni varietà. Mi hanno mostrato le foto di quarant’anni fa: al posto di questo paradiso terrestre continuamente irrigato c’era un deserto, con pochi arbusti seccati dal sole implacabile.
Ammettiamolo: quando vuole e quando viene disciplinato da regole ben fatte, l’uomo sa bene come trasformare il deserto in paradiso terrestre, la palude ravennate in pineta, i nostri calanchi appenninici in verdissime distese di conifere. L’uomo non sa solo cementificare, sa anche costruire. Sa cogliere i funghi, goderne, senza distruggere il bosco. L’intervento dell’uomo sull’ambiente, compresa la raccolta dei funghi, è da disciplinare, non da proibire. Evviva i funghi! E buon appetito.

Tag: Ambientalismo

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Il caso Follini. Fenomenologia di un trasformista

di ghinetto (02/03/2007 - 17:41)

Il caso Follini. Fenomenologia di un trasformista
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 2 marzo 2007

E così Follini ha rivoltato la gabbana! E dire che avevo anche votato per il suo partito in più d’una occasione. Prima di collocare nell’urna il voto decisivo per il Centro Sinistra, il nuovo prode dell’Italia di Mezzo ha letto un discorso ai colleghi senatori, una sorta di “Breve storia della politica italiana”. Ha detto: «Alle identità massicce e ingombranti della prima repubblica non siamo stati capaci di sostituire nuovi progetti».
Identità ingombranti? Per chi è stato dal 1977 al 1980 segretario nazionale del movimento giovanile DC, per poi passare direttamente alla Direzione Nazionale DC (1980-1985)? Che significa ingombranti, che è stato per 8 anni in un partito senza crederci? Che non condivideva l’identità democristiana? E allora perché è rimasto in quel partito se non ci credeva, per opportunismo?
Proseguendo nella sua personale interpretazione della politica italiana, ha così proseguito: «Abbiamo gonfiato di anabolizzanti la contesa bipolare e, in mancanza di meglio, i due poli, questi due poli, sono diventati il surrogato delle ideologie che non avevamo più».
Ah, ecco il problema. Dopo il periodo democristiano, Follini ha avuto una crisi ideologica. Cioè, se capiamo bene, mentre faceva parte della direzione nazionale CCD dal 1995 al 2001, sbandierava un’ideologia che non aveva più. E lo stesso mentre diventava Presidente del CCD nel 2001 e quando faceva nascere l’UDC nel 2002 diventandone segretario politico. Ma allora, se era in crisi ideologica perché presiedere un partito, perché prendersi la briga di fondarne un altro? Perché alimentarsi con un surrogato di ideologia?
«Non è un caso che proprio questo stato di cose renda così cruciali gli interessi particolari e soprattutto gli interessi forti». Cosa vorrà dire il nostro Marco Follini? Intenderà riferirsi alla RAI, di cui è stato Consigliere d’amministrazione dal 1986 al 1993, oppure alle società Stet Telecom, Finsiel o al Gruppo Recordati per i quali, stando al suo sito internet, ha diretto le relazioni esterne?
«La fatica maggiore oggi è quella di dare risposte […] a tanti cittadini che non hanno rappresentanza», ha detto ancora l’illustre senatore. Ora, c’è un piccolo problema: il popolo si sente rappresentato se può contare su di un rapporto leale con il proprio rappresentante. Il trasformismo politico mina le basi stesse della rappresentanza, le regole prime della vita politica. Chi non ha rappresentanza certo non viene avvicinato alla politica da senatori che passano da una sponda politica all’altra, sia pure spiegando questo passaggio come necessario “ponte” tra la cultura moderata e la cultura riformista.
Follini è Presidente di una Fondazione che raccoglie, come dice egli stesso in una breve presentazione, chi «rispetta le regole ma fa fatica a sopportare chi ha costruito (e costruisce) il proprio successo in spregio a quelle stesse regole». Regole? Quali regole? Quali sono le regole che Follini sta seguendo, quelle della coerenza con il mandato politico ricevuto dagli elettori?
“Ma il destino – ha concluso il senatore, con singolare citazione da ‘L’ombra del vento’ - si apposta dietro l’angolo, come un borsaiolo...”
Opps… E il borsaiolo che c’entra? Si riferisce alle identità ingombranti, alla crisi ideologica, agli interessi particolari, ai poteri forti o alle regole della politica?

Tag: Follini,trasformismo

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