Vent’anni fa – il primo McDonald’s a Mosca
Vent’anni fa – il primo McDonald’s a Mosca
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 15 gennaio 2010
Vent’anni fa, a due passi dal Cremlino, apriva a Mosca il primo McDonald’s russo, anzi sovietico. All’alba del 30 gennaio 1990, ben prima dell’orario di apertura, si era già formata una lunga coda calcolata in circa 5.000 persone.

Tralasciamo l’opinione degli antiglobalisti di professione, un’opinione non sempre sostenuta con mezzi leciti. I ristoranti McDonald’s spesso e volentieri sono vittime di attentati terroristici portati da antiglobalisti e antiamericanisti e i fast food russi non sono sfuggiti a questa triste logica.
E prendiamo invece le riflessioni seriose dei sociologi e degli antropologi, soprattutto di quelli che vedono tutto nero, i profeti dell’apocalisse del nostro tempo. Uno tra i tanti è George Ritzer, che proprio in quegli anni, precisamente nel 1993, dava alle stampe Il mondo alla McDonald.

Ora, secondo questi sociologici e antropologi non c’è niente di peggio della macdonaldizzazione.
Perché? Perché l’hamburger del McDonald’s richiede dei processi di standardizzazione e di razionalizzazione che priverebbero l’uomo della sua creatività. I quattro criteri che sarebbero alla base delle catene dei fast food - efficienza, prevedibilità, calcolabilità e controllo – sarebbero il paradigma di una nuova forma di disumanizzazione del lavoro, analogo a quello delle catene di montaggio di Henry Ford.
I Big Mac prevedibilmente uguali in tutte le città del mondo, il sorriso standardizzato sulla faccia di ogni inserviente accompagnato dalle stesse parole – “In cosa posso servirvi?”, lo stesso immancabile peso di ogni hamburger e lo stessissimo aspetto di ogni prodotto, replica perfetta di quello consumato il giorno prima, sarebbero il segnale minaccioso di una società diretta più verso la clonazione che verso la valorizzazione delle differenze.

«L’industria del fast food – scrive Ritzer – ha perfezionato aspetti come ambienti clonati, interazioni coi clienti secondo copione, comportamento prevedibile degli impiegati e prevedibilità dei prodotti».
Vero. Indubbiamente. McDonald’s è sinonimo di un sistema fondato sulla razionalizzazione e sull’efficienza a scapito della creatività, un mondo che «non offre più sorprese».
Sì, certo. Preferisco anch’io le trattorie romane o toscane o romagnole, tutte diverse una dall’altra, in cui il cameriere instaura con il cliente un rapporto ogni volta diverso – o, per lo meno, questo è quello che percepisce il cliente,
mentre il cliente del McDonald’s percepisce il medesimo trattamento rapido ed efficiente riservato al cliente precedente. Preferisco anch’io la pasta fatta nella cucina della trattoria, il vino “quello nostro, ma buono, si fidi di me”, pasta e vino diversi in ogni singola trattoria. E un pranzo senza fretta con caffè e ammacaffè compresi, se mai su una terrazza sui colli toscani, sotto un bel pergolato con lo zibibbo. Certo, preferisco anch’io.
E forse questo è il motivo della giusta fama della cucina italiana nel mondo e contemporaneamente il motivo per cui noi Italiani sembriamo incapaci di produrre una catena di prodotti alimentari capace di competere con McDonald’s, Burger King, KFC ecc.. Come dire? Le mille trattorie italiane contro la corporation del fast food americana.

Per la Russia del tempo, però, quel McDonald’s apriva un’era. Un’era di razionalizzazione ed efficienza, di controllo di qualità e di standardizzazione. In un paese in cui l’industria produceva coperchi tutti l’uno diverso dall’altro e quindi incapaci di chiudere barattoli tutti uno diverso dall’altro, la standardizzazione costituiva un passo avanti. Non a caso la joint venture russo-canadese che aprì il primo fast food nel 1990 dovette prepararsi la strada investendo una grande quantità di soldi in allevamenti di vitelloni, aziende agricole e, soprattutto, formazione del personale.

Sì, perché in un paese in cui camerieri e inservienti erano abituati a trattare i clienti a pesci in faccia, o a cercare di
vendergli sottobanco i prodotti rubati al ristorante, in un paese in cui neanche esisteva il concetto di cliente, il sentirsi rivolgere un’apparenza di domanda cortese – “In cosa posso servirla?” – da uno dei 600 dipendenti scelti tra 27.000 giovani sovietici che si erano presentati alla selezione era già una rivoluzione.Oggi nella sola Mosca ci sono più di 80 McDonald’s, e complessivamente quelli diffusi in ogni angolo della Russia servono ogni giorno più di 600.000 clienti. Il sindaco di Mosca, il potentissimo ed efficiente Luzhkov, ha premiato con un diploma onorifico l’azienda McDonald’s per i 20 anni di attività nella città.
Alla faccia dei sociologi apocalittici.
La monaca in Galleria
La monaca in Galleria
Giuseppe Ghini
"La Voce di Romagna", 2 gennaio 2010
Nelle sale delle Icone della Galleria Tret’jakovskaja di Mosca
incrociamo una giovane monaca ortodossa. Ha il vestito lungo e nero, il fazzoletto in testa sui capelli raccolti, e l’atteggiamento umile delle monache. Ma soprattutto, davanti ad ogni icona della Galleria, si fa ripetuti segni della croce, si inchina e mormora una serie di preghiere come se fosse in una chiesa ortodossa.
Siamo nel cuore di Mosca, nel quartiere dell’Oltrevolga, una parte della città nominata nei documenti già all’inizio del 1500. I nomi delle strade ricordano ancora i debiti che la città di Mosca nella sua ascesa contrasse con i Tatari: la via Ordynka, ad esempio, richiama l’Orda d’Oro dei Tatari che, dopo aver devastato la Russia, si stabilì nel Sud della Slavia orientale continuando ad esercitare sui principati di quelle terre un dominio di natura economica.
Periodicamente il Gran Principe di Mosca percorreva appunto questa strada per andare a depositare ai piedi del Khan tataro il prezzo della “pace”. Avendo elevato il parassitismo a sistema di vita i Tatari vivevano sui soldi estorti ai popoli che terrorizzavano con la minaccia di ritorsioni sanguinose: insomma, un “pizzo” ante litteram in grandissime proporzioni. Mosca si liberò di questo “pizzo” solo due secoli dopo la comparsa dei Tatari alle mura della città, e se ne liberò assoggettando gli altri principati russi: dal Cinquecento, appunto, le libere città-stato della Rus’ Kieviana vennero unificate nell’unico Regno della Zar di Mosca.
Qui, dunque, in questa parte di città che ha per lo più conservato le case a due-tre piani della Mosca pre-rivoluzionaria, si trova la principale collezione di arte russa, la straordinaria raccolta di quadri (oltre 1300) che il ricchissimo commerciante Pavel Tret’jakov 
(1832-1894) mise insieme e patrocinò durante tutta la sua vita e, nel 1892, donò infine alla città. Chissà, forse i ricchi borghesi non si occupavano solo di affamare il popolo russo, ma svolgevano una funzione socialmente utile, se è vero che l’intenzione di Tret’jakov, era - sono parole sue – “porre le basi di un deposito di belle arti pubblico accessibile a tutti, dato che i quadri appartengono a tutto il popolo”.
Se Tret’jakov si era dedicato a raccogliere e finanziare il meglio dell’arte russa non accademica, fu soprattutto dopo la sua morte che il curatore della Galleria – lo studioso dell’arte Il’ja Grabar’ – si preoccupò di salvare e restaurare il patrimonio artistico dell’arte russa antica, le icone, soprattutto. Riscoperte grazie ad altri grandi collezionisti privati e mecenati all’inizio del ‘900 – dunque dopo la morte di Tret’jakov – le icone furono qui collocate a partire dagli anni Dieci del XX secolo e qui sono rimaste quasi una sull’altra in un ridottissimo spazio della Galleria durante tutto il periodo sovietico.
Dopo la perestrojka e la ristrutturazione della Tret’jakovskaja, le icone hanno riottenuto lo spazio che loro spettava: ora si possono ammirare in tutto il loro splendore quelle bizantino-slave dell’XI-XII secolo, le icone dello straordinario Quattrocento moscovita – Teofane il Greco, Daniil, Andrei Rublev – le opere del grande maestro Dionisij del primo Cinquecento, i prodotti delle scuole di Novgorod, Pskov, e di quelle delle province più attardate rispetto ai centri principali.
E davanti a ognuna di queste icone – strappate alla furia distruttrice degli atei sovietici, ma strappate anche dalla loro sede naturale, l’iconostasi della chiesa russo-ortodossa – la giovane monaca si segnava, si inchinava e pregava. L’icona – a cui la ricollocazione museale aveva strappato il cordone ombelicale della vita liturgica – riacquistava la sua funzione naturale, quasi ricevesse nuovamente linfa vitale.
Una vita che, per riprendere la lezione del sociologo bolognese Pier Paolo Donati – è relazionale. E le relazioni di un’icona con il suo ambiente originario – il monaco iconografo, la chiesa e l’iconostasi, la comunità riunita in preghiera – è davvero unica e imprescindibile e non può essere in nessun modo sostituita dal custode, il museo, la parete bianca, il pubblico pagante.
Verrà un giorno, in parte è già venuto, in cui le icone russe verranno restituite nuovamente ai loro ambienti naturali, in cui si porrà fine alla violenza culturale di cui sono state e sono tuttora oggetto. Verrà un giorno in cui la giovane monaca ortodossa potrà nuovamente pregare senza destare stupore dinanzi all’icona della Trinità del monaco iconografo Andrei Rublev.

I comandamenti dell’ingegner Kalashnikov
I comandamenti dell’ingegner Kalashnikov
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna,
20 novembre 2009
Per i suoi novant’anni, il leggendario ingegner Michail Kalashnikov, l’inventore del “mitra” più famoso del mondo, l’AK 47 (letteralmente “Avtomat Kalashnikov”, mitragliatore Kalashnikov) ha rilasciato alcune interviste. «Spesso mi domandano – ha detto l’ingegnere, sotto la cui guida sono stati elaborati più di 150 tipi diversi di armi – se mi rendo conto che, se fossi vissuto all’estero, sarei da tempo multimiliardario. Ormai cercano di trasformare tutto in biglietti verdi, come se non esistessero altri valori. Ma trovatemi un solo costruttore straniero a cui in vita abbiano costruito un busto di bronzo grande due volte la sua altezza. Non ce ne sono! Uno che il presidente e il primo ministro vanno a trovare per il suo compleanno. Da me vengono ogni anno.
A quale dei costruttori stranieri hanno dedicato un museo? Forse che queste cose non valgono?
Certo, non avrebbe guastato se anche da noi ci fosse stata la possibilità legale di registrare i brevetti. Ma sotto l’Unione Sovietica questo non era possibile. Anche per questo il mio mitra si è diffuso in tutto il mondo. Al momento attuale ci sono più di 10 milioni di esemplari sulla faccia della terra. Di questi, il 10-15% al massimo sono dei Kalashnikov originali: tutti gli altri sono
imitazioni, un vero e proprio furto. Ai tempi del Patto di Varsavia tutta la documentazione veniva diffusa gratuitamente, i nostri ingegneri aiutavano perfino a organizzare le fabbriche straniere di
Kalashnikov…».
Il giornalista lascia parlare il vecchio ingegnere a ruota libera, tanto ha già detto tutto lui. È chiaro a tutti che, se fosse vissuto in un paese normale, non solo avrebbe ricevuto la visita del presidente, non solo avrebbe avuto un museo e un busto mentre era ancora in vita, ma avrebbe
anche nuotato nell’oro. E forse una qualche legge avrebbe difeso il frutto del suo ingegno. Ma tant’è: il vecchio ingegner Kalashnikov che ancora adesso passa regolarmente in fabbrica a seguire i suoi progetti non si lamenta più di tanto. Anzi, presenta il suo “disinteresse”, il suo “idealismo” come uno degli elementi dell’unico ethos che abbia mai conosciuto, l’ethos sovietico. Non a caso, nella stessa intervista, si lamenta della perdita di tutti i valori: «Mi è insopportabile vedere che in autobus sale un anziano o una vecchietta e nessuno le dà una mano. Questa è la nostra disgrazia. Da noi sta crescendo un atteggiamento di disprezzo nei confronti degli anziani, forse legato al disprezzo nei confronti del passato in generale. Ma senza il passato non c’è il presente. Quando hanno fatto crollare l’URSS hanno cominciato a deridere tutto quello che i suoi cittadini consideravano importante. Per questo i giovani non sanno cosa è bene e cosa è male».
Lasciamo da parte ogni considerazione sul conflitto generazionale in corso nella Russia contemporanea, lasciamo da parte il rimpianto per l’URSS che risuona nella parole di Kalashnikov come in quelle di molti altri ex-sovietici. La cosa più interessante è che, qui come sempre, tutti i valori vengono vengono ricondotti a un ethos, a un atteggiamento morale che si presume indiscutibile. A una distinzione “naturale” tra bene e male. E tra gli atteggiamenti propri di questo ethos il vecchio sovietico indica almeno due “norme” che si ritrovano pari pari nel Decalogo dell’Antico Testamento, nei Comandamenti dettati da Dio a Mosè. La sua condanna del modo in cui in giovani russi trattano gli anziani è infatti un’applicazione all’oggi del Quarto Comandamento “Onora il padre e la madre” (anche il Catechismo della Chiesa Cattolica include in questo comando del
Signore il dovere di tributare onore e affetto ai nonni, agli antenati, agli insegnanti, ai superiori ecc.). Quanto al suo “disinteresse”, alla sua affermazione che esistono valori superiori ai soldi,
siamo qui di fronte ad una palese e radicale riformulazione del “Non desiderare la roba d’altri”, e dell’affermazione di Cristo tentato nel deserto “Non di solo pane vive l’uomo”. E sono convinto che un giornalista un po’ più “aggressivo” avrebbe potuto scoprire sotto la scorza dell’inventore di mitra sovietici anche gli altri Comandamenti: non rubare, non dire il falso, non desiderare la donna del tuo prossimo, non ammazzare…
Perché in effetti non esiste società senza quei Comandamenti e “naturalmente” anche i sovietici li hanno dovuti riscoprire per poter vivere un una società appena appena umana.
Il buco nell'anima russa
Il buco nell’anima russa
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna,
30 ottobre 2009
Stanotte, qui a Mosca, è attesa la prima neve. 
Domani la seconda, e poi la terza, la quarta e via andare…
Ma non è tanto questo a influenzare negativamente l’umore dei Russi, e neppure l’inevitabile fango che queste prime nevicate schizzeranno dappertutto, sui vestiti, le macchine e le case, quanto piuttosto un sentimento misto di dispetto, compassione e risentimento rivolto al proprio recente passato.
Dispetto per quanto si è perso, compassione verso tutte le persone ne hanno sofferto e risentimento verso i politici che hanno reso possibile questa perdita.
E cos’è che ha perso la Russia?, si chiederà il lettore. Non è forse ancora la più estesa nazione del globo, non è il paese con le maggiori risorse naturali?
La Russia ha perso l’Unione Sovietica.
La perdita è anzitutto una questione di status: la Russia non è più quella grande potenza che era l’Unione Sovietica. Questo è chiaro ed evidente anche dall’Italia. Quello che è meno evidente è come, insieme all’URSS, siano crollate tutte le strutture su cui si reggeva la vita del cittadino sovietico. È questa non è più solo una questione di immagine, ma ha a che fare con la vita concreta delle persone.
In questi giorni sui giornali locali si susseguono le reazioni alla lettera che 2000 “cervelli” russi hanno scritto ai vertici della politica nazionale. Il senso è chiaro: se in Italia il problema della fuga dei cervelli riguarda forse qualche migliaio di persone, gli studiosi e i tecnici russi emigrati si calcolano in un milione. Andrej Nomerotskij, fisico dell’Università di Oxford, avverte: “Se continua così, tra 20 anni possiamo trovarci al livello scientifico dei paesi del Terzo Mondo”. 
Ma non si tratta, come avviene per l’Italia, di una fuga di singoli studiosi. Il problema, come nota ancora Nomerotskij, è che la fuga dei cervelli ha di fatto smantellato il sistema scientifico che aveva permesso all’URSS di raggiungere risultati di alto livello. Detto con un’immagine, è come se la fuga dei cervelli italiani avesse portato alla chiusura del CNR. Analogamente, infatti, per mancanza di personale sono stati chiusi o ridotti molti Centri di Ricerca dipendenti dall’Accademia delle Scienze. Puf!. Scomparsi.
Il crollo dell’URSS ha avuto drammatiche conseguenze sociali. Tutti gli “enti intermedi” che rendono possibile la vita di una persona negli stati moderni o sono in crisi o sono semplicemente scomparsi. La famiglia versa in gravissima crisi, così che qualche anno fa Putin ha intrapreso un programma per la sua stabilità e l’incremento demografico. Le associazioni partitiche, prima fra tutte il Komsomol, sono state smantellate, e niente sembra aver preso il loro posto. Se la vita del cittadino sovietico era fortemente condizionata da queste organizzazioni, la vita del cittadino russo è oggi praticamente priva di appoggi. Il Russo è solo davanti allo Stato.
Ma la perdita riguarda anche i “popoli fratelli”. L’Unione Sovietica è crollata e la CSI non ha preso il suo posto. Di fatto, a sentire la gente, lo spazio economico che l’URSS occupava non è stato ricreato su altre basi dalla CSI. Semplicemente, il crollo ha gettato milioni di cittadini dell’ex-URSS nella povertà. Sono quegli stessi Ucraini e Moldavi che vengono in Italia, e quelli che si accalcano a centinaia di migliaia, forse milioni nelle periferie di Mosca, una città di cui nessuno sa dire con esattezza la popolazione. E i Moscoviti vedono e compatiscono le donne ucraine e moldave che vendono pomodori e mele alle stazioni della metropolitana,
Turcmeni, Tagichi, Uzbechi che dormono ovunque in attesa di presentarsi al lavoro, da qualche parte, la mattina dopo. Compatiscono e il senso di perdita si allarga.
Da ultimo c’è il risentimento, così bene sfruttato da Putin, il risentimento verso i politici che hanno reso possible questa situazione. Primo fra tutti Gorbaciov. Che se da noi è un personaggio circondato da un’aureola di libertà, in Russia è visto sostanzialmente come colui che ha affossato l’Unione Sovietica perdendo la possibilità di dare la Russia ai Russi.
Con questo “buco” nell’anima, i Russi aspettano la prima neve.
Gennaio 1918: finisce la democrazia in Russia
Gennaio 1918: finisce la democrazia in Russia
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 21 gennaio 2008
Era il gennaio 1918, precisamente il 5/18 gennaio 1918 (il 5 secondo il calendario giuliano allora in vigore in Russia e il 18 secondo il calendario gregoriano del resto dell’Europa; pochi giorni più tardi Lenin avrebbe annullato per decreto i 13 giorni di ritardo e la Russia avrebbe adeguato le sue date alla maggioranza delle nazioni progredite; di conseguenza, a partire dal 1918 l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre sarebbe stato celebrato il 6 di novembre).
Il Governo Bolscevico aveva già emanato i primi decreti: quello sulla pace unilaterale con cui si era cavato dal grande impiccio della I Guerra Mondiale e aveva sconfessato il debito estero del governo, estraniandosi così dall’economia del mondo occidentale; il decreto in cui sposava strumentalmente le tesi dei socialisti rivoluzionari sulla terra ai contadini, sfruttando la popolarità di questa posizione demagogica presso i soldati-contadini che disertavano ormai a centinaia di migliaia; quello sul monopolio della stampa con cui si assicurò l’esclusiva dell’informazione chiudendo quasi 150 giornali dell’opposizione; infine, il decreto con cui sanciva la legittimità della lotta ai controrivoluzionari, istituendo su espressa iniziativa di Lenin, già nel dicembre del 1917 il primo organo addetto alla repressione politica, la Commissione straordinaria panrussa (la famosa Ceka) con a capo Feliks Dzerzhinskij.
I Bolscevichi non avevato però osato annullare le elezioni dell’Assemblea Costituente, la cosiddetta IV Duma che avrebbe dovuto disegnare il progetto della Russia democratica post-zarista. La situazione che si venne a creare dopo le elezioni superava la più sfrenata immaginazione politica: il Governo Bolscevico che aveva realizzato il Rivolgimento dell’Ottobre – come ora viene chiamata la Rivoluzione nei manuali russi di storia– aveva ottenuto una sonora sconfitta: dei 707 eletti, ben 410 appartenevano ai Socialisti Rivoluzionari (un partito assai più moderato dei Bolscevichi, nonostante il nome), oltre 100 ai partiti nazionalisti e moderati, una ventina ai menscevichi e ai bolscevichi solo 175. 
Gli oltre 40 milioni di Russi che avevano avuto la possibilità di votare avevano pertanto sconfessato il partito di Lenin. Ma, come sarebbe poi accaduto molte altre volte, la sinistra comunista non si arrese alla realtà, non prese atto della sconfessione da parte del paese: al contrario, si costruì una legittimità alternativa, non più fondata sul consenso democratico, ma su di una presunta “verità rivoluzionaria”.
Non solo. Come spiegano gli storici – da ultimo Andrea Graziosi, nel suo informatissimo L’Urss di Lenin e di Stalin. Storia dell’Unione Sovietica, 1914-1945, Bologna, Il Mulino, 2007 – i bolscevichi erano caratterizzati dalla “pochezza della visione della società futura ereditata dal marxismo” e dal “primitivismo della concezione marxista dello stato”; la loro teoria faceva acqua dal punto di visto economico, dato che sognavano semplicemente una società senza mercato e senza moneta. E tuttavia vinsero. 
Vinsero grazie alla loro aggressività, alla loro spregiudicatezza morale, ad una spietata disciplina di partito. Come scrive nuovamente Graziosi, “al contrario dei loro nemici, essi furono pronti a utilizzare tutti i materiali disponibili e a cogliere la maggior parte delle possibilità offerte dagli eventi. […] Malgrado la loro forza elettorale, i partiti della sinistra antibolscevica e i liberali scontarono anche la loro incapacità di usare la forza, vale a dire di costruire e mettere in campo eserciti e organi repressivi efficaci anche perché spietati. Nella guerra civile i loro pregi – l’umanesimo, il rispetto per i diritti e la libertà si rivelarono altrettanti limiti, e socialisti rivoluzionari di ‘destra’, menscevichi e cadetti si trovarono inadatti alle circostanza, cadendo vittima delle repressioni di gruppi più piccoli e feroci”.
Questi gruppi piccoli e feroci, cioè i gruppi dei bolscevichi, agirono instancabilmente nella repressione feroce di ogni libertà, di ogni residuo di democrazia. I contadini che avevano creduto nella distribuzione della terra e nel pane, si videro nuovamente spossessati di entrambi in favore del monopolio statale sulla terra e sui cereali. La struttura stessa dello stato abbandonò la forma semi-anarchica dei “soviet dei contadini e degli operai” per approdare ad una forma paramilitare, retta con disciplina marziale dai Commissariati del Popolo. Il partito-stato dichiarò guerra al popolo contadino, al popolo russo, ucraino, alle libere comunità cosacche, alla nobiltà, ai commercianti, al piccolo nucleo di borghesia delle città, ai sacerdoti e ai monaci.
Ma tutto cominciò, appunto, il 5/18 gennaio 1918, quando l’Assemblea Costituente – che Lenin
aveva già definito come composta di “elementi tutti senza eccezione controrivoluzionari” – si riunì per la prima volta nel Palazzo di Tauride di Pietrogrado sfidando il potere dei Bolscevichi incarnato nel Comitato esecutivo centrale panrusso (VCIK). Preceduta dall’arresto dei suoi leader antibolscevichi più rappresentativi, la direzione dell’Assemblea fu immediatamente presa in mano dal braccio destro di Lenin, Sverdlov, che dichiarò aperta la riunione e chiese ai rappresentanti del popolo di adottare la Dichiarazione dei Diritti già approvata dal VCIK. Per dodici inutili ore i padri costituenti della Russia discussero di socialismo, di universalità e uguaglianza del suffragio. A mezzanotte la Dichiarazione dei Diritti bolscevica fu respinta in favore di una mozione della destra in cui si chiedeva di discutere gli affari di ordinaria amministrazione. Alle prime ore del mattino i bolscevichi abbandonarono la seduta, lamentando il fatto che era in mano ad una “maggioranza controrivoluzionaria”. 
Alle cinque del 6/19 gennaio 1918, il Comitato centrale del partito bolscevico, che era in seduta in un altro locale dell’edificio, entrò nell’aula dell’Assemblea Costituente e dichiarò conclusa la riunione “perché la guardia è stanca”. Un’Assemblea Costituente regolarmente eletta dovette aspettare il 1993, il crollo dell’Unione Sovietica e la fine del comunismo per riunirsi nuovamente.
Anche i comunisti hanno una fede
Anche i comunisti hanno una fede
da "La Voce di Romagna", 5 ottobre 2007
Cent’anni fa, nell’inferno di Capri, e precisamente in una catapecchia che si affaccia sulla Marina Piccola e che aveva nome Villa Blaesus (o Villa Settanni, dal nome del proprietario),
lo scrittore proletario Maxim Gor’kij dava forma compiuta allo strano movimento politico-culturale dei “Costruttori di dio” (“dio” rigorosamente con la minuscola).
Gor’kij era a quel tempo un affermato scrittore e viveva a Capri con una corte di intellettuali russi e la compagna Marija Andreeva (una stupenda attrice. Quando si dice la sfortuna!). Di lì a poco avrebbe cambiato abituro (la Marina Piccola viene facilmente a noia e Villa Blaesus era un vero cubicolo) e, con grande spirito di sacrificio si sarebbe trasferito a Villa Spinola che affaccia sulla Marina Grande e
poi a Villa Serafina (si sa: la vita di uno scrittore comunista è un perenne calvario…). Il suo durissimo esilio (volontario) in quella specie di chiavica grigia e deprimente che doveva essere Capri all’inizio del secolo scorso, sarebbe durato 7 lunghi, penosissimi anni…
Ma aldilà della commozione sincera che la condizione del povero Gor’kij può suscitare nel lettore sentimentale, interessa qui riprendere l’intuizione che caratterizzò appunto i “Costruttori di dio”, Gor’kij e il futuro ministro dell’istruzione sovietica Anatolij Lunacharskij. L’idea si andò sviluppando appunto tra la fine del 1907 e il 1908 era che il comunismo fosse nient’altro che una religione, la “religione del popolo”. Gor’kij la espresse soprattutto nei suoi romanzi tra cui “Confessione” pubblicato in tutta Europa – ma non in Russia – nel 1908; Lunacharskij, dal canto suo, in opere più filosofiche come “Religione e socialismo” (1907) e in pièce teatrali come “Faust e la città” (completato nel 1908, vide la luce dopo molte revisioni dieci anni dopo).
La potente scena finale di “Confessione” spiega bene questo mito del popolo che diventa esso stesso “dio”, anzi che “si costruisce come dio”. Il protagonista che per tutto il lungo romanzo ha cercato “la fusione con la forza divina” viene infine trascinato da un fiume di folla che si attende il miracolo di una paralitica. “Provavo – racconta il protagonista in prima persona - all’unisono con tutti, un’indicibile brama che lei si alzasse, non già per me stesso, e neanche propriamente per lei, ma per qualcosa d’altro, di diverso, di fronte al quale tanto lei che io eravamo semplici piume nella vampa d’un incendio. […] La folla sussultò, barcollò e, con mille voci confuse, esclamò: - Dritta sulle gambe! Aiutatela! […] Cammina, - le urlava il popolo – cammina! Ricordo quel viso impolverato, tutto in sudore e in lacrime, sul quale, imperiosamente, attraverso il pianto che lo inondava, sfavillava una forza misteriosa: quella fede nella propria potenza, che crea i miracoli. […] L’emozione l’agitava, le fremeva la persona, ma le mani le restavano ben protese in avanti, e con esse si sorreggeva all’aria, a quell’aria così satura della gran forza del popolo: e d’ogni parte, contemporaneamente, centinaia d’occhi splendenti la sostenevano”.
L’anelito di comunione, il desiderio di non essere solo che ognuno di noi sente in modo più o meno forte diventa qui la passione fondamentale dell’uomo. In questa “religione sostitutiva” la “fusione con Dio” di cui parlano i mistici cristiani in pagine infiammate è rimpiazzata dalla “fusione con il popolo” raffigurata in una pagina altrettanto incandescente. Coerentemente, la contemplazione della natura ormai non è più contemplazione di un’opera del Creatore, ma del popolo.
“A notte alta, me ne restavo seduto nel bosco a specchio del lago, di nuovo solo, ma ormai per sempre e indissolubilmente legato con tutta l’anima al popolo, dominatore e demiurgo della terra. […] La vidi così, la madre mia, [la terra], nello spazio fra gli astri, guardare orgogliosa dagli occhi dei suoi oceani verso le profondità e le lontananze; la vidi simile a una coppa ricolma di rosso, inesauribilmente ribollente, vivo sangue umano; e vidi, insieme, il dominatore di essa: il popolo onnipossente, immortale”. Al protagonista del romanzo non resta altro che sciogliersi in un nuovo Credo che ha al suo centro il popolo: “Tu sei il mio Dio e il creatore di tutti gli dei, tu che li tessi traendoli dalle bellezze del tuo spirito, nella fatica e nel tumulto delle tue ricerche. E che non vi sia al mondo altro Dio fuori di te, giacché tu sei l’unico Dio, quello che compie miracoli. Così, io credo e confesso”.
Lenin, che era in stretto contatto con Gor’kij, criticò aspramente lo scrittore e decise poi di andarlo a trovare a Capri l’anno successivo.
Lenin, rigido e arido rappresentante in terra russa del “comunismo scientifico”, non poteva infatti tollerare questo strano connubio tra religione e marxismo. Non poteva tollerare che venissero rivelate in modo così aperto le motivazioni religiose di tanti comunisti.
Non si aspettava certo che, contro la sua volontà, il suo corpo fosse imbalsamato e conservato in un mausoleo al centro di Mosca nel 2007. Proprio come una reliquia cristiana.
Vivere senza menzogna. La lezione di Solzhenitsyn
Vivere senza menzogna. La lezione di Solzhenitsyn
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 8 agosto 2008
Trent’anni fa, nell’estate del 1978, dopo due anni improbabili passati nei laboratori della Facoltà di “Chimica pura” – così si chiama a Bologna, per distinguerla da “Chimica industriale” – decisi di iscrivermi a “Russo”, cioè a Lingua e letteratura russa. Da allora, con costanza implacabile, la
gente mi chiede: “Ma perché proprio ‘Russo’?”. (Talvolta, per la verità, mi imbatto in qualche genio che ambisce a dimostrare tutta la sua acutezza: “Ah, ‘Russo’, un romagnolo che studia ‘Russo’. Ho capito!”. “Ma, veramente, non so se hai indovinato. – è la mia replica. – Io mi sono iscritto a ‘Russo’ per Dostoevskij e Solzhenitsyn”).
Ecco, l’ho detto: ho studiato russo soprattutto per la grande letteratura, per Dostoevskij e Solzhenicyn. È ben vero che in trent’anni i miei interessi si sono allargati, che Pushkin, Gogol’, Turgenev, Tolstoj, Bulgakov, Pasternak, Grossman, Shalamov e tanti altri sono entrati nel mio personale pantheon letterario. Però l’inizio fu quello. Chi, in quella estate di crisi di trent’anni fa, mi convinse a “buttare” due anni di Chimica e a rischiare il mio futuro sul Russo furono soprattutto loro, Dostoevskij e Solzhenitsyn.
E quando tre giorni fa il grande dissidente russo è morto e alcuni giornali mi hanno chiesto di scrivere un articolo su di lui, per me si è trattato di cominciare ad onorare un debito. Di dare il mio piccolo contributo alla conoscenza di Solzhenitsyn in Italia.
La letteratura russa, di cui conoscevo appena qualcosa, era per me una letteratura dall’inconfondibile statura morale, erano scrittori che avevano sfidato un regime dispotico (quello zarista) e che ora sfidavano la dittatura comunista, che andavano in galera, al confino, nel terribile Gulag. In Italia la letteratura era il fatuo e amorale Moravia, il fazioso Dario Fo, il commerciale Umberto Eco, l’incomprensibile Sanguineti, il Premio Campiello era dominato da nomi indimenticabili come Gaetano Tumiati e Saverio Strati… In Russia la letteratura era Solzhenitsyn, Brodskij, Sinjavskij, Shalamov, Grossman, tutta gente che aveva pagato con l’esilio, il confino, il Gulag, la pubblicazione delle proprie opere.
E io sentivo che questi uomini veri, che questi scrittori “morali” avevano qualcosa di grande da dirmi, rappresentavano qualcosa per cui valeva la pena spendere la vita. Li sentivo miei fratelli, dall’altra parte del Muro di Berlino. Per questa sorta di fratellanza spirituale ero ansioso di leggere i loro libri, di studiare il russo per attingere anche a quello che gli editori italiani colpevolmente non traducevano, o che pubblicavano in pochissime copie (come i volumi II e III dell’Arcipelago Gulag). Per questa stessa fratellanza, mi sforzavo di vivere all’insegna della sobrietà, di rifiutare il consumismo che Solzhenicyn aveva denunciato dalla cattedra del Premio Nobel.
Intorno, mi accorgevo, nessuno apprezzava il grido di libertà che proveniva dai dissidenti russi. L’egemonia culturale comunista, come ha notato perfino Occhetto, era troppo pervasiva, troppo totalizzante. Solzhenitsyn era un pugno nello stomaco che gli Eurocomunisti non riuscivano ad assorbire, l’Arcipelago Gulag un lutto che non potevano elaborare. Più vicino a me, nell’ambito degli studi di slavistica, il suo nome era praticamente tabù: mai pronunciarlo davanti alle lettrici madrelingua russe, mai ricordarlo agli ampi settori filosovietici della Slavistica italiana, mai inserirlo nella tesi…
E invece per me e per gli altri studenti non conformisti, per chi aveva il coraggio di rispondere al suo appello di “vivere senza menzogna”, Solzhenitsyn splendeva come un faro. Niente è cambiato in questi giorni, in occasione della sua morte: a sinistra un silenzio di tomba, tanti distinguo, la medesima intervista a Glucksmann (ma giornalisticamente, che il Corriere e Repubblica pubblichino la stessa intervista non è un topica marchiana?), l’ipocrisia del “Ma si era avvicinato a Putin!”, la sentenza di morte civile pronunciata dai soliti soloni: “Era un Sopravvissuto, non come Mann, Moravia, Bellow, Grass o Saramago”.
Su Libero, invece, abbiamo tradotto un’intervista inedita in cui Solzhenitsyn critica la Russia di Putin, dato la parola a lui invece che ai suoi disinformati critici, reso omaggio al suo talento di scrittore. Soprattutto, abbiamo chiarito il suo punto di vista che è morale e non politico. A differenza di quello che pensano gli stantii intellettuali di Repubblica Solzhenitsyn non s’era sbagliato come non s’era sbagliato Karol Woityla. Nessuno dei due aveva mai pensato che “le sofferenze del comunismo avrebbero condotto i popoli usciti dall' oppressione verso una più intensa vita spirituale”. Da autentici conoscitori del cuore dell’uomo e non solo delle redazioni dei giornali di sinistra, “l'uno e l'altro avevano perfettamente messo in conto che la risposta più prevedibile al crollo del comunismo sarebbe stata una corsa a perdifiato verso il benessere”. Sapevano però che “militia est vita hominis super terram”, la vita dell’uomo sulla terra è una battaglia. Fino alla fine. Fino all’ultimo respiro, alla soglia dei 90 anni.
Carelia russa
Carelia russa
di Giuseppe Ghini
da "Studi cattolici”, 1996
Ah, le notti bianche, quelle della Carelia russa, di Petrozavodsk. Un sole rosseggiante splende ancora a mezzanotte, impedisce di dormire, sconvolge completamente i normali ritmi veglia-sonno (e le finestre senza persiane o tapparelle certo non aiutano): alla luce della notte ci si trova a girare per la città, mentre i bambini giocano, e tutti si imbevono di quel sole che poi in inverno farà crudelmente sentire la sua mancanza.
Visito questa provincia russa a metà giugno, a ridosso del solstizio, in occasione di un Convegno internazionale. Alla fine, ci organizzano una gita a Kizhi, un'isoletta sul Lago Onega raggiungibile con un'ora di battello. Da lontano, sul lago, si staglia l'ardita silhouette della Chiesa della Trasfigurazione (1714), con le 22 guglie argentee disposte simmetricamente. Avvicinandosi, si scopre che l'argento delle guglie è in realtà una copertura a lastre di tremolo, il quale non si deforma e acquista appunto coi decenni un colore argentato; che le pareti sono di robusto pino e che la Chiesa è tutta di legno, costruita con sapienza antica addirittura con chiodi anch'essi di legno. Intorno alla Chiesa che serviva una comunità di contadini-pescatori e commercianti sono state radunate e disposte in un museo all'aperto le costruzioni in legno tipiche della Russia settentrionale, una regione che non ha conosciuto la servitù della gleba: case ricche e case povere — ma non come quelle dei Russi attuali, osservano i miei accompagnatori — saune, granai, cappelline.
Da non molto tempo in quest'isola collegata con la terraferma solo d'estate sono tornati a vivere dei pescatori. Domando: «Come si fa a vivere qui d'inverno?».
Mi risponde uno studente universitario: «Si vive, semplicemente. Come nei secoli scorsi con l'aggiunta della televisione».
Vladimir, un giornalista originario di queste isole mi racconta. «Tu chiedi come si fa a vivere in queste isole. Vedi, è il mio sogno: andare in pensione e tornare a vivere qui. Ci sono le persone più semplici e più sagge che abbia mai conosciuto. Giro spesso da queste parti, per funghi, frutti di bosco. Un giorno capito in un abitato: quattro case di legno, case povere, vecchie vedove i cui figli si sono trasferiti in città. Busso a una porta. Da dentro mi risponde una vocina indaffarata, con tutta una sequenza di vezzeggiativi che ormai nella lingua russa non esistono più. Mi invita subito in casa, mi mette a tavola senza sapere ancora chi sono e come mi chiamo. Mi rimpinza di quello che ha, e che ha fatto lei: marmellata di lamponi, frittelle di ricotta, pasticcini coi funghi.
In una parola: vuota la cantina per me, un ospite che vede adesso per la prima volta. Mi racconta della sua povera vita, del marito morto durante la Guerra Civile, delle difficoltà durante la collettivizzazione forzata, quando non avevano il permesso di tenere una stalla, dei figli che non la vanno mai a trovare. Quando me ne vado, mi rincorre. Ha cinque fiammiferi in mano.
Mi dice: "Non sta bene che un ospite vada via senza un regalo. Accetta questi fiammiferi. Siamo poveri ma prendi almeno questi". Le dico: "Grazie. Non ne ho bisogno. Abito in città. Abbiamo il gas". Ma lei a forza, quasi, mi costringe a prenderne almeno uno. "Grazie, caro. Così va bene. Dio ti benedica". Vedi — conclude Vladimir — in città questa saggezza non c'è più».
Viene in mente Matrjona, la protagonista del racconto di Solzhenitsyn, «il Giusto senza il quale, come dice il proverbio, non esiste il villaggio. Né la città. Né tutta la terra nostra».
Le carte che risolvono il caso Živago
Le carte che risolvono il caso Živago
di Giuseppe Ghini
"Libero", 17.4.2008
Quello che avrà luogo domani all’Università di Messina, con l’inaugurazione del “Fondo Pietro A. Zveteremich”, è senza dubbio un “evento” culturale. I pochi documenti dell’archivio di Zveteremich che in questi anni sono stati resi pubblici basterebbero a includere il fondo tra le collezioni più significative addirittura a livello mondiale.
Non è un’esagerazione. Basti pensare alle carte relative al Dottor Živago, la cui pubblicazione
Zveteremich raccomandò a Feltrinelli – contro il parere di non pochi altri intellettuali – e che poi tradusse con perizia e con estrema rapidità. Il Fondo contiene infatti le numerose lettere che si scambiarono Zveteremich, i consulenti della Feltrinelli, lo stesso “editore rosso” Giangiacomo Feltrinelli, lo scrittore Boris Pasternak. L’apertura del Fondo permetterà perciò di ricostruire definitivamente la vicenda della pubblicazione del romanzo, grazie ai documenti del “versante italiano” del caso Živago, documenti in larghissima parte assenti dal Dossier de l’affaire Pasternak che l’amante di Pasternak, Ol’ga Ivinskaja, pubblicò presso Gallimard nel 1994.
Tra le carte di Zveteremich c’è l’originale del meraviglioso expertise con cui convinse definitivamente l’editore – che era iscritto al Partito Comunista, ma di cui si diceva anche che avesse il cuore a sinistra e il portafoglio a destra – dell’opportunità di pubblicare il romanzo a dispetto delle pressioni del PCUS, del PCI, di Togliatti, dell’Unione degli Scrittori Sovietici. L’expertise, solo in parte anticipato nel 1987 dal Corriere della Sera a cui Zveteremich aveva aperto l’archivio, può essere considerato una recensione esemplare.
"La vicenda del romanzo – scriveva Zveteremich a Feltrinelli nel giugno del 1956, quando il dattiloscritto era stato appena portato in Italia – si svolge dal principio del secolo alla fine della seconda guerra mondiale: trascorre la Russia attraverso le tre rivoluzioni, la guerra civile e le vicissitudini, il travaglio crudele del riassetto del paese, il suo dramma nel periodo del terrore di Ezov (stalinismo), le sue speranze e il suo affacciarsi a un’epoca nuova nelle ultime pagine di ripensamento sui destini dei personaggi. […]
Nel romanzo colpisce innanzi tutto la presenza della Russia, così come nessuno scrittore sovietico sinora ci aveva data, la coscienza della Russia, della sua natura, della sua anima, della sua essenza morale. In questo il libro fa pensare fortemente ai classici, ne ha la visione ampia e pacata, la serenità e l’oggettività davanti agli accadimenti. […]

Tra le carte, ancora, le lettere con cui Feltrinelli, Zveteremich e Pasternak recitarono una sorta di “commedia” per arrivare a quella pubblicazione che l’autore giudicò fin da principio impossibile in Unione Sovietica. La pantomima mirava a salvaguardare Pasternak senza fermare tuttavia la pubblicazione del romanzo. Venne pertanto concordato che solo le lettere dello scrittore in francese dovessero essere prese in considerazione; le comunicazioni in russo si sarebbero invece dovute scartare, in quanto estorte a Pasternak dalle onnipotenti autorità russe. Per quanto possa sembrare strano, alcune di queste lettere – per esempio quella del 9.9.1957, con cui Feltrinelli rifiuta il telegramma in russo con cui Pasternak lo invitava a sospendere la pubblicazione del romanzo – non compaiono nel Dossier pubblicato in francese da Gallimard. Ciò che, se da un lato aumenta il valore del Fondo Zveteremich, dall’altro dimostra l’inaffidabilità di Ol’ga Ivinskaja,
all’insaputa della quale, non a caso, Pasternak aveva consegnato il dattiloscritto di Živago all’inviato della neonata editrice Feltrinelli, Sergio D’Angelo. E a conferma di ciò, tra le carte del Fondo compare anche la lettera che Zveteremich inviò a Feltrinelli di ritorno dalla Russia nell’ottobre del 1957, un mese prima della pubblicazione del romanzo: “Si è indotto P[asternak] a mandare il noto telegramma e lo si indurrà a mandare altre smentite e lettere. P[asternak] ti raccomanda di non tenerne conto e non vede l’ora che il libro esca. Ciò benché minaccino di affamarlo e già gli abbiano tolto lavori già commissionati”.Grazie a queste preziose carte, integrate con i relativi materiali rinvenuti negli archivi sovietici dopo il crollo dell’URSS, Pietro Zveteremich, con l’ausilio del giornalista Valerio Riva, preparò a sua volta un ampio dossier intitolato Come fu pubblicato il Dottor Živago. Il testo, già pronto per la stampa, non venne mai pubblicato e riposa ora tra le carte del Fondo Zveteremich in attesa che un editore decida di darlo alle stampe. Da notare che la ricostruzione qui fornita corregge in molte parti e in modo decisivo quanto finora si sapeva della pubblicazione del romanzo: rettifica le informazioni fornite al proposito da Ol’ga Ivinskaja nella sua biografia di Pasternak, mostra il ruolo svolto da Togliatti, da suo cognato Paolo Robotti, dallo storico comunista Ambrogio Donini e dall’ex vicesegretario del PCI Pietro Secchia. Chiarisce, inoltre, i dettagli del contratto di pubblicazione tra Pasternak – che, in quanto scrittore sovietico, non poteva intrattenere rapporti ufficiali con editori stranieri – e l’editore “capitalista” Feltrinelli che pure ne aveva acquisito i diritti per tutto il mondo: “P[asternak] – scriveva Zveteremich a Feltrinelli

– ti prega di non far trapelare che tu hai con lui un contratto in base al quale gli assegni una certa cifra. Questo aggraverebbe in modo imprevedibile la sua posizione. La sua salvezza è che si creda che lui non percepisce nulla”. La ricostruzione di Zveteremich e Riva permette inoltre di stabilire la “definitività” del testo su cui venne condotta la traduzione italiana nel 1957: tutti i successivi tentativi di screditare il testo pubblicato da Feltrinelli – prima in italiano e poi in russo – ed avvalorare come editio princeps quella che finalmente venne pubblicata nell’URSS di Gorbacëv nel 1988 vengono smentiti dai due studiosi italiani.
Sullo sfondo, limpida e serena, superiore, emerge la figura di Pasternak, lo scrittore “puro” nello stato del materialismo storico: “Le loro case e i loro abiti sono opulenti, – aveva spiegato all’amante riferendosi agli agi in cui viveva la nomenklatura sovietica che cercava di impedire la pubblicazione del romanzo – ma la loro vita è vana e povera. Bisogna farsi forza, e respingere queste incursioni amichevoli, anche se fossero davvero disinteressate; anche i regali, bisogna respingere”.
Ma le carte contengono anche la traduzione di Živago completamente riveduta da Zveteremich e che la Mondadori non recepì nell’edizione dei Meridiani. Libero l’editore di accettare o meno il lavoro di un grande traduttore come Zveteremich, dal punto di visto scientifico sarà di grande interesse vedere come il “traduttore storico” del romanzo revisionò la versione del 1957 e quella successiva del 1963: “Ora – scriveva il traduttore al termine della sua fatica, nel 1992 – il ritmo narrativo esce chiaro”. Pasternak e Zveteremich: valgono per entrambi le parole del poeta e romanziere russo, che proprio per il Dottor Živago avrebbe ricevuto nel 1958 il Premio Nobel per la letteratura: “Bisogna scrivere cose inaudite, compiere scoperte e vivere momenti straordinari, questa è la vita, tutto il resto è sciocchezza”.
Il traduttore che rinnegò il Pci per Živago
Il traduttore che rinnegò il Pci per Živago
di Giuseppe Ghini
"Libero", 16.4.2008
Si terrà a Messina, presso l’università in cui insegnò per quasi vent’ anni, il primo Convegno
dedicato a Pietro Zveteremich, il cui nome è indissolubilmente legato al caso Živago e alla traduzione italiana del romanzo di Boris Pasternak. Ma è l’intera vicenda di Zveteremich che merita di essere ricostruita, perché esemplifica la situazione intellettuale del nostro paese nel secondo Dopoguerra.
Nato nel 1922 da famiglia triestina trasferitasi a Milano, Zveteremich si appassiona ben presto alla cultura e all’ideologia sovietica: «Avevo fatto la mia scelta politica e ideologica – scriverà poi – e in ciò mettevo una passione esclusiva. Studiai il russo come la via preliminare per diventare comunista». Durante gli anni della Guerra entra in contatto con il mondo antifascista, con Vittorini ed Einaudi, emigra in Svizzera dove redige i giornali del CLN «L’Appello» e «Italia all’armi!».
Dopo la fine della guerra, a poco più di vent’anni, approda alla casa editrice Einaudi, e alle sue riviste di punta, «Società» e «Il Politecnico». Il suo incarico all’Einaudi – come scrive Vittorini – consisteva nel fornire «informazioni continue sull’attività culturale nell’URSS e sul modo in cui nell’URSS si impostano e si risolvono i problemi della ricostruzione.
Bisogna che la Casa Einaudi si faccia conoscere come casa legata al PC, che “Il Politecnico” sia riconosciuto come settimanale di cultura legato al PC». Per il giovane Zveteremich il PCI e l’Einaudi si identificano: «La mia attività – scrive in una lettera del 1945 all’editore – intendo impostarla su due punti fondamentali. Partito e la tua casa. E vedo con grande soddisfazione che questi due campi non solo permettono il lavoro nella medesima direzione, ma si integrano, in modo che uno mi permette di aiutare l’altro».
Erano quelli anni infausti per la cultura italiana, gli anni in cui stava prendendo forma l'egemonia culturale comunista progettata da Gramsci e realizzata da Togliatti. Gli strumenti di quell’egemonia sono case editrici come l’Einaudi e le Edizioni di cultura sociale, riviste come «Il Politecnico», «Società», «Pattuglia», «Il Pioniere» e «Rassegna sovietica», organi di partito come «L’Unità», associazioni culturali come «Italia-URSS». Sotto la guida di Togliatti, il Partito Comunista realizza una grande opera di “recupero” degli intellettuali fascisti, quegli intellettuali che Mirella Serri ha acutamente definito «i redenti»: sono gli intellettuali che, già fascisti sotto il fascismo, divennero comunisti nell'Italia repubblicana. 
Il PCI di quegli anni – l’analogia è di Paolo Mieli – svolgeva «il compito di fonte battesimale. Si autoassegnava l’onere e l’onore di ‘assolvere’, senza quarantene o rieducazioni, solo con la semplice accoglienza nelle sue file, dai peccati commessi nella vita precedente», quella del Ventennio fascista.
Zveteremich non appartiene alla categoria dei «redenti». È un giovane sinceramente innamorato degli ideali del comunismo e, come tanti altri, lavora per una trasformazione della società italiana nella direzione additata dal Partito Comunista Italiano sotto la “guida illuminata” del PCUS e di Stalin. Collabora attivamente con l’Einaudi e le Edizioni di cultura sociale, dal 1948 dirige «Rassegna sovietica», scrive per «Il Politecnico», «Società», «Pattuglia», «Il Pioniere», nonché per «L’Unità», è attivissimo nella associazione «Italia-URSS». È il clima dell’egemonia. «Società», su cui Zveteremich pubblica i suoi più importanti contributi scientifici, è diretta da due intellettuali ex-fascisti “redenti” come Mario Alicata e Carlo Muscetta, ospita pedanti discussioni sulla politica culturale sovietica e su Andrej Ždanov, apre il fascicolo di giugno 1953 con un articolo di Gastone Manacorda intitolato Umanesimo di Stalin. 
I consigli editoriali e i giudizi estetici di Zveteremich rivelano in questo periodo un conformismo intellettuale disarmante e verranno da lui stessi successivamente ripudiati per la “troppo pedissequa aderenza a certi schemi storico-ideologici d’origine sovietica”: consiglia di tradurre una biografia celebrativa di Stalin a firma dello stalinista Henri Barbusse, propone Come fu temprato l’acciaio di Nikolaj Ostrovskij ed Energia di Gladkov, due pilastri della “prosa agiografica” del realismo socialista; scarta invece Isaak Babel’, che annovera tra gli “artefici del bello scrivere che, provenienti dalla scuola borghese, non hanno niente di nuovo da dirci”. Nel 1949, quasi facendo eco alle condanne sovietiche del “formalismo”, Zveteremich definisce l’Età d’argento della letteratura russa – cioè i primi vent’anni del ‘900 – come “il più triste ed obbrobrioso periodo della loro storia”, periodo di “decadenza, stagione della decomposizione dei contenuti e dell’anarchia delle forme”, prodotto inevitabile della fase imperialistica della società russa. Riferendosi poi alle scuole poetiche di quegli anni afferma che “gli acmeisti, gli immaginisti, tutti quegli ‘ismi’ riuscirono soltanto ad essere una variante più o meno originale della degenerazione della poesia borghese”. Definisce Gumilev “un piccolo retore dell’esotismo”, l’Achmatova “limitata poetessa da salotto”, Dostoevskij “l’ideologo di quella parte delle masse socialmente indifferenziate e fluttuanti, che si considera vinta dalla vita, che ripiega su se stessa, che dà ai problemi una soluzione mistica, individualistica, reazionaria”, la geniale rivista della filosofia spiritualista «Vechi» “almanacco dell’agnosticismo reazionario”.
Nel 1956, Zveteremich fa l’incontro che dovette cambiargli la vita, quello con il Dottor Živago.
Così racconta in una lettera del 1991, in cui si avverte tutto il cambiamento che è sopravvenuto nell’uomo e nell’intellettuale. «Già nella tarda primavera del ’56, convocato a Milano dal Feltrinelli per leggere i malloppi maldattiloscritti giunti da Mosca, il mio giudizio dopo 4 ore fu entusiasticamente positivo, mentre non solo il mondo intellettuale comunista dell’epoca (il PCI, il povero Diemoz [funzionario della Feltrinelli] erano ferocemente contro), ma anche l’illustre prof. Ripellino che, poco dopo, poté leggere il libro in Polonia, sconsigliò Einaudi dal pubblicarlo con una delle classiche formule dell’italica ipocrisia (“non è la cosa migliore di Pasternak”). Ero comunista iscritto a quell’epoca, ma nessuno mi poteva impedire di dire che “non pubblicare un libro simile era un delitto contro la cultura”. [Ne parlo] affinché sia chiaro quanto quel libro sia dentro di me in quanto mi affascinò fin dalla prima rapida lettura (e, devo dire, mi fece cambiare il corso dei pensieri in letteratura come in politica dopo anni di lezioni di feroce stupidità sovietica)». Il lavoro intorno a Živago dette origine alla grande conversione intellettuale di Zveteremich. Nella stessa lettera il traduttore ricorda come la «vicenda [del Dottor Živago ] non fu secondaria per la mia uscita non molto dopo dal Pci dopo tanti anni di immersione nella fogna letteraria sovietica e nel provincialismo italiano».
In seguito ad essa, Zveteremich riconoscerà Babel’ come “uno dei più interessanti scrittori europei fra le due guerre”, e ne tradurrà I racconti di Odessa. Ridimensionerà i pregi di Energia di Gladkov affermando che possiede “una grezza autenticità che gli viene dal fatto di partire dalla fabbrica e dall’operaio”. Riconoscerà il valore della “Età d’argento della letteratura russa [la cui] grande novità rispetto al passato fu l’elaborazione simbiotica d’un linguaggio nuovo da parte di scrittori, poeti, musicisti, pittori e critici”. E, tra gli artisti di questa Età che “superarono il tempo e l’immane tragedia della Russia”, Zveteremich comprenderà, per il suo “precoce magistero stilistico”, Anna Achmatova, come pure Gumilev.
L’abbandono dell’ideologia sovietica e del PCI, a partire da Živago e dall’invasione dell’Ungheria, conferisce a Zveteremich una nuova personalità intellettuale. 
Se l’Unione Sovietica a partire dagli anni Sessanta gli nega il visto, egli allarga invece i propri interessi di studioso e traduttore alla cultura del dissenso (traduce Solženicyn, Grossman, le Canzoni russe di protesta), si apre al filone fantastico, grottesco e assurdo della letteratura russa, dedica una straordinaria ricerca a Parvus, colui che finanziò il ritorno in Russia di Lenin. Entra poi a suo modo nelle fila della letteratura del dissenso, pubblicando una satira della realtà russa, Le notti di Mosca, dapprima sotto pseudonimo, poi venendo allo scoperto nel 1986. Le sue ultime energie – muore nel 1992 – Zveteremich le profonde in una completa revisione della traduzione di Živago, mai pubblicata dalla Mondadori, e nella ricostruzione dell’affaire Živago completa dei materiali rivenuti negli archivi sovietici dopo il crollo dell’URSS. Neanche questa sua ultima opera è stata pubblicata. L’egemonia, divenuto conformismo intellettuale, fa ancora valere i suoi diritti.
Julio Iglesias e' un fascista
Julio Iglesias è un fascista. Il pop secondo il Cremlino
di Giuseppe Ghini
Libero, 1.7.2005
Verso il 1980, anche grazie alle Olimpiadi di Mosca, la “degenerata” musica occidentale derivata dal rock and roll – punk, heavy metal, hard rock ecc. – si affacciò alle frontiere dell’URSS. La risposta delle autorità sovietiche combinò la tradizionale azione repressiva e censoria con un’innovativa politica di prevenzione: infatti, se i dinosauri della generazione staliniana (Brezhnev, Andropov e Chernenko)
si illudevano ancora di avere saldamente in mano il potere, gli Organi sovietici più a contatto con il mondo libero (tra questi, paradossalmente, il KGB) sapevano che il confronto non era più evitabile. Emblematica di tale confronto fu la risposta dei due campioni di scacchi degli anni 80, Anatolij Karpov e Garry Kasparov, alla domanda di un giornalista sui loro musicisti preferiti: il comunista ortodosso Karpov indicò lo sconosciuto “Alexandr Pajmutov, vincitore del Premio Lenin”, mentre il libero pensatore Kasparov rispose “John Lennon”, il Beatle a lungo proibito in URSS.
Questa politica preventiva spiega i legami mai smentiti tra il KGB e i fondatori del rock-club di Leningrado, il primo del suo genere in Unione Sovietica. Qui, come in altri rock-club, KGB, Partito Comunista e Komsomol, l’Unione della Gioventù Comunista sovietica, non si limitavano al controllo artistico-ideologico dei giovani, ma promuovevano le attività, sceglievano i gruppi, in una parola, incanalavano la musica nel solco dell’ortodossia sovietica. Come osserva Gian Piero Piretto in un recente libro dedicato alle
Mitologie culturali sovietiche, per contrastare le nascenti rock band di ispirazione occidentale, il potere organizzò i cosiddetti VIA (Complessi vocal-strumentali), gruppi conservatori, autorizzati, appoggiati e promossi, edificanti nella musica come nel look. Naturalmente, quando la luna di miele con il potere finiva e i giovani musicisti russi cercavano di scrollarsi di dosso le redini degli apparati sovietici, i rock-club venivano chiusi, le band venivano sciolte, gli strumenti confiscati, come avvenne al rock-club di Tjumen’ e al gruppo punk “Istruzioni per la sopravvivenza”.
Una prova documentale della “politica musicale” sovietica sotto Chernenko viene ora alla luce dagli archivi dell’ex-Unione Sovietica, e precisamente dagli archivi del Komsomol della regione di Nikolaev, nel sud dell’Ucraina. Si tratta di un documento del gennaio del 1985 intitolato “Lista provvisoria dei gruppi musicali e dei cantanti stranieri il cui repertorio contiene opere ideologicamente dannose”. Redatto dal Segretario Locale del Komsomol, P. Grishin, il documento contiene una lista dei “gruppi ideologicamente dannosi”, con raccomandazione di “intensificare il controllo sulle attività delle discoteche e dei gruppi vocal-strumentali”. Nonostante la loro dichiarata fede politica marxista, il documento condanna i Clash perché propagandano punk e violenza. Accusa analoga è formulata nei confronti di Sex Pistols, B-52, Madness e Stranglers, alcuni tra i principali gruppi musicali occidentali degli anni Settanta. Diverse band heavy metal, come Black Sabbath, Nazareth, Iron Maiden vengono incolpati di violenza, oscurantismo e misticismo religioso, Alice Cooper di violenza e vandalismo, mentre le cantanti Donna Summer e Tina Turner vanno tenute lontane dal bravo ragazzo sovietico perché propagandano rispettivamente erotismo e sesso.
Ancor più interessanti sono i giudizi politici della lista del Komsomol. I gruppi hard rock Kiss, AC/DC e Van Halen vengono tacciati di neofascismo e propaganda antisovietica, i Judas Priest di anticomunismo, mentre i Talking Heads vanno banditi a causa del loro mito dell’aggressione militare sovietica. I Pink Floyd, che in una loro canzone avevano affermato “Brezhnev si è preso l’Afganistan”, vengono bollati per il loro travisamento della politica estera sovietica in Afganistan.
La scomunica più singolare del funzionario della Gioventù Comunista Ucraina ricade però su Julio Iglesias.
Diciamolo pure: probabilmente solo un nuovo Dante Alighieri sarebbe in grado di formulare la giusta pena per il belloccio ex-portiere di riserva del Real Madrid, autore di alcune tra le più mielose e attaccaticce canzoni degli ultimi vent’anni.
“Se mi lasci non vale” da sola merita un ergastolo di quelli seri, senza riduzioni di pena, ergastolo da cumularsi con quello assicuratogli dalla canzone “Manuela” (“Solo io ho capito/l’importanza dei suoi baci/e l’amore immenso che mi dà, Manuela”). Ergastolo strameritato anche per le ovvietà insopportabili che Julio ci ha propinato per decenni: “Il tempo perso non ritorna, è andato via”; “Mi trovo sempre a pensar/che il denaro ci fa cambiar/e il sesso ci può stancar/ma l’arte di conquistar/è il miele in corpo che fa sognar”; “se un uomo tradisce, tradisce a metà”; “quello che conta tra il dire e il fare/è saper andar via ma saper ritornare”; “la vita è un gioco che nessuno sa”).
Non era dunque necessario, come fa il documento del Komsomol, aggiungere ai capi di imputazione di Julio Iglesias l’addebito di propagandare il neofascismo.
Florenskij, restare uomo nonostante i lavori forzati
LETTERE DAL GULAG
Florenskij, restare uomo nonostante i lavori forzati
di Giuseppe Ghini
Libero, 7.11.2006
I diversi conteggi sui milioni di morti fatti dal comunismo sovietico sono assolutamente incompleti. Ci se ne rende conto in modo definitivo leggendo Non dimenticatemi, raccolta di lettere dal Gulag di Pavel Florenskij, matematico, filosofo e sacerdote russo fucilato nel 1937 dopo 4 anni di lavoro forzato. Sono incompleti, quei calcoli, perché la cruda riduzione di persone a numeri non documenta la perdita di ricchezza umana e spirituale che quella mattanza comportò. E allora ben venga questa raccolta di lettere che gli Oscar Saggi Mondadori ripropongono quale testimonianza di quell’umanità prostrata, mortificata, annientata.
Pavel Florenskij, grande scienziato che neanche dopo la Rivoluzione del 1917 aveva dismesso l’abito talare, venne condannato a 10 anni di lavori forzati nel 1933, al termine di un processo falso e senza prove, come scriveranno i giudici sovietici che lo riabiliteranno nel 1958. Via via che si compiva la sua peregrinazione nel sistema concentrazionario sovietico, egli non cessò tuttavia di applicare la sua straordinaria intelligenza ai diversi campi dell’industria degli schiavi del gulag: lo studio della fisica del gelo nella Siberia orientale, l’estrazione dello iodio dalle alghe nel terribile campo delle isole Solovkì. Ridotto a schiavo e galeotto, studiò e inventò nuove tecniche in favore di uno stato, quello sovietico, in cui era eretta a sistema “l’assurdità delle azioni umane che non trovano giustificazione nemmeno nell’egoismo, perché gli uomini agiscono a scapito anche dei propri interessi”.
Poi, in piena notte, dopo aver compiuto la “norma” di lavoro imposta dal regime carcerario,
sottraendo tempo al sonno, scriveva le poche lettere consentite alla moglie Anna, ai cinque figli, alla mamma. Non lettere generiche, rivolte a tutti, ma lettere indirizzate personalmente a ognuno dei suoi familiari, parti di un’unica grande lettera-contenitore. La cura e la preoccupazione per le singole persone, la ricchezza delle relazioni di Florenskij marito, padre e figlio sono il vero centro di questo epistolario duro, ma non dolente, privo comunque di qualsiasi segno di autocommiserazione. In questa cura della persona, padre Florenskij è guidato da una sorta di “orrore per la quantità”, da un pensiero qualitativo pronto a cogliere la personalità unitaria di ogni singolo figlio e quindi i suoi interessi unici. Le lettere fanno seguito, evidentemente, alle tenere conversazioni di questo babbo con i suoi figli; non è difficile immaginarlo alla scrivania, nella casa patriarcale, appoggiare temporaneamente la penna e parlare pacatamente con Vasja, Kira, Mik, Olja, Tika. Valga l’esempio delle lettere indirizzate all’ultima, amatissima figlia Tika, appena nove anni all’epoca della condanna definitiva del padre. Il padre le chiede delle bambole, delle letture, degli amici, racconta di quando lei era bambina e della sua stessa infanzia in Georgia, espone comprensibili osservazioni sulla natura, riferisce di messaggi trasmessi dai gabbiani e dai passerotti, richiede disegni. Diverso è il tono delle lettere indirizzate ai due figli maggiori, Vasja e Kira, nei quali vede i possibili continuatori della sua stessa opera. A loro Florenskij propone osservazioni da sviluppare, quesiti nel loro campo di ricerca: “Vorrei soprattutto aiutarvi – dice programmaticamente - con l’unica cosa che ho: le idee. Per introdurvi a queste opere, vi manderò a poco a poco delle informazioni, a partire dalle cose più facilmente realizzabili e più vicine alle vostre attività dirette”. Ma non mancano i consigli a Vasja sulla vita matrimoniale (”Devi fare in modo di partecipare alla vita interiore [di tua moglie], e che lei partecipi ai tuoi interessi”), misuratissime lettere alle nuora, pagine affettuosissime nei confronti del nipotino destinato a non vedere mai: “Voi, cioè tu, Anna e i figli – scrive alla madre - non vi rendete conto che solo attraverso di voi passa il filo che mi lega alla vita; tutto il resto mi interessa solo in relazione a voi”.
L’antologia riflette la cultura enciclopedica di Florenskij, le sue scoperte, il metodo di lavoro che cerca di trasmettere ai figli, la concezione organica della cultura che procede dall’osservazione diretta della natura; vi troviamo descrizioni minuziose delle notti bianche e delle aurore boreali, un breve corso di letteratura russa indirizzato alla figlia Olja, pagine di critica musicale e di geometria superiore, tutto ricondotto a una visione unitaria del mistero della vita presente dietro i fenomeni studiati dalle singole scienze. L’enciclopedismo spiega anche la difficoltà di curare un simile testo che richiederebbe traduttori e redattori altrettanto enciclopedici e che, invece, mostrano qua e là alcune lacune: la famosa Rivolta dei Decabristi (San Pietroburgo, 1825) non avviene in Piazza Sennaja (p. 180) ma nella piazza del Senato; Michajlovskij è affatto un pubblicista filo-liberale (p. 187), bensì il teorico del populismo; il verso di Puškin a lungo discusso a pagina 306 non viene dal poema Poltava ma dal Cavaliere di bronzo.
Ma tutto l’enciclopedismo di Florenskij e la formidabile attività con cui cerca di dimenticare – per quanto è possibile – le disumane condizioni di vita del Gulag non lo distolgono da un ripensamento sul nucleo più intimo dei suoi interessi, la famiglia in senso lato, compresa la stirpe e la casa: “Volgendomi indietro e rivedendo la mia vita – scrive con rammarico - non vedo in che cosa, in sostanza, dovrei cambiare la mia vita se dovessi ricominciarla da capo e nelle stesse condizioni di prima. Certo ho fatto molti singoli errori […] ma queste cose non mi hanno fatto deviare dalla direzione principale, e quanto ad essa non ho niente da rimproverarmi. Mi pento che, avendo un atteggiamento passionale rispetto al dovere, non mi sono consumato abbastanza a favore di me stesso; per “me stesso” intendo voi, che sento come una parte di me stesso: non ho saputo darvi gioia e rallegrarvi, non ho dato ai figli tutto ciò che avrei voluto dare loro”.
In questa antologia che aiuta a recuperare quella che Florenskij chiama “l’arte di leggere lentamente” manca completamente la presenza di Dio, che affiora soltanto in un poema scritto per il figlio Kirill. Se questo è facilmente spiegabile addebitandolo alla censura del campo, è opportuno completare l’immagine di padre Florenskij con il ricordo raccolto da Vitalij Šentalinskij, colui che ha ricostruito le vicende delle vittime del regime sovietico nel libro I manoscritti non bruciano. “Alle Solovkì, padre Pavel Florenskij riportò a Dio molte anime, anche di agnostici o di atei convinti: furono molti coloro che grazie a lui conobbero un risveglio spirituale. Sembra fosse la persona più rispettata e autorevole del lager. Secondo una leggenda, quando il suo corpo fu portato fuori dall’ospedale, tutti i reclusi, perfino i criminali più incalliti, si inginocchiarono e si tolsero il cappello”.
Forse è più che una leggenda, quella del “padre” di tutti i galeotti, e forse pensava a tutti loro quando scriveva: “In questi momenti, guardando le notti bianche, penso a voi e custodisco il vostro sonno”.
Da Bisanzio alla Russia cristiana: Averincev
Da Bisanzio alla Russia cristiana. Averincev (1937-2004)
di Giuseppe Ghini
Tuttolibri (1247) febbraio 2001
Il 13 febbraio prossimo, la Fondazione Agnelli consegnerà formalmente il suo prestigioso Premio allo studioso russo Sergej Sergeevic Averincev «protagonista del dialogo fra le diverse tradizioni che costituiscono l'identità culturale europea» – come recita la motivazione.
Di lui, del suo passato di bizantinista all'Università di Mosca e del suo presente di slavista presso l'Ateneo di Vienna hanno già parlato i giornali, i quali l'hanno anche intervistato sulla sua parentesi politica, allorché venne eletto deputato alle votazioni finalmente libere della Duma. Uno spazio più limitato è stato dedicato ai suoi libri, alla sua attività più propriamente scientifica, ciò che costituisce al contrario – come sa bene chi lo conosce personalmente – qualcosa di indissolubile dalla sua stessa vita.
Già, i suoi libri… Oggi è difficile perfino immaginare come un testo intitolato Poetica della letteratura antico-bizantina (edizione orig. 1977, tradotto in italiano L'anima e lo specchio. L'universo della poetica bizantina, Bologna, Il mulino, 1988) potesse essere un evento in Unione Sovietica. Anzi, un evento esplosivo, come esplosive erano le conferenze filosofiche che Averincev tenne tra il 1968 e il 1971 e che furono infine proibite come «propaganda religiosa», o come le voci dell'Enciclopedia filosofica giudicate sovversive e ideologicamente eterodosse dagli stessi Comunisti francesi! E invero c'era, e c'è ancor oggi, negli scritti di questo filologo quieto e apparentemente fuori dal mondo, una potenza eversiva, frutto di una cultura straordinariamente ampia e profonda, combinata ad una coscienza di sé inverosimilmente umile e ad una moralità ferma e irremovibile su ciò che non può essere oggetto di trattativa.
I suoi libri e i suoi articoli cadevano sulla steppa sovietica come una manna leggera, proveniente da un altro mondo. Erano percepiti dai russi come una specie di miracolo, e di miracolo doppio: anzitutto essi testimoniavano la sopravvivenza di una cultura che si credeva liquidata da 70 anni di comunismo, una cultura volta a comprendere e interpretare intelligentemente il proprio passato, a riscoprirne le radici, a riannodare i fili tagliati dalla Rivoluzione. In secondo luogo, i libri di Averincev attestavano che l'intelligencija russa – un gruppo socio-culturale che si pensava interamente asservito al potere – aveva ancora un margine di indipendenza. Citando con prudenza e saggezza autori citabili, lottando strenuamente per un aggettivo qualificante e cedendo su di un altro punto meno importante, soprattutto difendendosi con l'autorità di un'inattaccabile competenza scientifica, essi rappresentavano una concreta speranza per tutti coloro che, pur non essendo dissidenti attivi, non erano neanche filosovietici.
I suoi libri tracciavano una via, allargavano il manto sotto cui ripararsi, gettavano un nuovo pilone per quel ponte che un giorno sarebbe stato ricostruito (e che ancora attende di essere ricostruito). Ponevano intanto, fin dall'inizio, un cuneo di ferro nella breccia aperta nel monolite dell'ideologia ufficiale marxista-leninista: che tante espressioni culturali non fossero affatto il prodotto di una certa situazione economico-sociale, ma, al contrario, che esse fossero anteriori e cause di quella situazione. Che la cultura, cioè, interagisse liberamente con la realtà (a dispetto di quella massima marxiana riportata con deprimente costanza da tutti i dizionari sovietici secondo cui «il reale determina la coscienza»).
Quella stessa prudenza e quella stessa saggezza, d'altronde, Averincev aveva fatto oggetto di studi appassionati e illuminanti. Lo studio della condizione dell'intellettuale nelle situazioni di illibertà politica del Vicino Oriente Antico, dell'Egitto, dell'Impero Bizantino, della Russia e – si leggeva tra le righe – dell'URSS, compare infatti in uno dei capitoli più appassionati del suo L'anima e lo specchio. E con esso compare un metodo di studio autenticamente comparativo, capace di combinare l'acuta analisi semiotica dei fenomeni culturali all'attenta valutazione della loro dimensione storica.
E' questa la costante degli scritti di Averincev. Egli tratta del «principio greco» della letteratura europea, rifiutandone gli aspetti romantici, ideologici e astorici e lo ricostruisce invece come una poetica, con una sua concezione dell'autore, del rapporto con la realtà, della riflessione filosofica e letteraria, del dialogo (nel libro Atene e Gerusalemme, Firenze, Donzelli, 1994). Analizza, nello stesso libro, con altrettanta profodità e vastità l'altro principio originario della cultura letteraria europea, quello ebraico, con la sua differente idea del rapporto vita-letteratura, la sua opposta concezione dell'autore, col suo specifico coinvolgimento del lettore.
Studia, nel già citato L'anima e lo specchio dedicato alla cultura bizantina ma non in modo esclusivo, le diverse concezioni del riso, la cultura del corpo e l'opposto principio della cultura ascetica; analizza la funzione del simbolo, della parola, del libro, dell'alfabeto, il mondo come scuola, come enigma e soluzione. Ricostruisce, in definitiva, una poetica della cultura che poi segue nel suo sviluppo storico, nel suo modificarsi dalle rive dell'Eufrate a quelle del Bosforo, da quelle del Baltico fino al Mediterraneo (cfr. l'antologia Dalle sponde del Bosforo alle sponde dell'Eufrate, Mosca, 1987, o anche L'aristotelismo cristiano come forma interiore della tradizione occidentale, in «Nuova civiltà delle macchine» 1, 1994).
E questo fa senza superficiali pacifismi culturali, mantenendo e anzi valorizzando per empatia le caratteristiche proprie di ogni singola espressione, da uomo realmente europeo, dunque aperto alle altre culture. Questo fa senza debolismi morali, da cristiano colto, dunque realmente ecumenico, certo com'è che «il relativismo è nemico della pace».
Grossman: La Madonna Sistina consola le vittime dei lager nazisti
Grossman: La Madonna Sistina consola le vittime dei lager nazisti
di Giuseppe Ghini
Libero, 27.1.2007
A partire dal 1941 Vasilij Grossman divenne noto ai Russi come il migliore corrispondente dal terribile fronte che opponeva l'esercito tedesco a quello sovietico, che lo scrittore seguì da Stalingrado fino a Berlino. I suoi resoconti di prima mano, lontani dalla retorica di regime, a metà tra l'articolo di giornale e il racconto artistico, venivano letti fino a consumare le pagine. In quegli anni, oltre a raccogliere le testimonianze sulle atrocità commesse dai nazisti in territorio sovietico, Grossman cominciò a scrivere un romanzo in due volumi sulle vicende belliche. La prima parte, dal titolo Per la giusta causa, venne pubblicata nel 1952 dalla rivista “Novyj mir” dopo anni di battaglie su ogni singola pagina (esistono 12 redazioni del testo). La seconda parte, presentata alla rivista “Znamja” nel 1960 col titolo Vita e destino, venne respinta in quanto “ideologicamente erronea” e segnalata al Comitato Centrale del PCUS. Il KGB provvide immediatamente a requisire tutte le copie, compresa la carta carbone e i nastri della macchina da scrivere dello scrittore. Se ne salvò fortunosamente un esemplare che, grazie ad Andrej Sacharov e alla moglie Elena Bonner, venne fatta pervenire in Occidente e data alle stampe quando ormai lo scrittore era morto. In pratica Vasilij Grossman, che pure aveva iniziato come autore ossequiente ai canoni del realismo socialista, dedicò gli ultimi dieci anni (morì nel 1964) a scrivere “per il cassetto”. Solo con la perestrojka gorbacioviana le sue opere, compreso il bellissimo Tutto scorre, videro la luce anche in patria e il lettore russo poté vedere l'intero cammino spirituale e artistico compiuto da Grossman.

Anche il breve racconto recentemente pubblicato da Medusa, "La Madonna a Treblinka" (il titolo originale è in realtà "La Madonna Sistina") seguì la sorte della produzione postbellica dello scrittore e vide la luce in Russia solo nel 1989. Grossman era entrato nel campo di Treblinka insieme all'esercito sovietico e ne aveva fatto partecipi i lettori con un articolo-racconto del 1944, L'inferno di Treblinka. Per lui, che proveniva da una famiglia ebrea assimilata, l'esperienza dovette essere particolarmente straziante. E tuttavia questo non gli impedì di rievocare l'esperienza nella Madonna Sistina modificandone radicalmente il tono.
"La Madonna Sistina" prende lo spunto dalla mostra delle opere della Galleria di Dresda che le autorità sovietiche organizzarono a Mosca nel 1955, prima di restituire ai tedeschi le tele razziate nella vittoriosa avanzata verso Berlino. Grossman riprende qui le fila di una riflessione che aveva già lunga storia tra gli Slavi orientali: dal momento che la Galleria di Dresda costituiva una tappa obbligatoria per tutti coloro che adempivano all'obbligo del grand tour in Occidente, il quadro di Raffaello era divenuto un “luogo comune”, un topos della cultura russa. Pushkin, Belinskij, Herzen, Turgenev, Tolstoj, Dostoevskij, Goncharov, Solov'ev, Florenskij, tutti ne avevano scritto direttamente o mettendo in bocca ai loro personaggi l'impressione destata da quella magnifica Donna col Bambino in braccio. Nell'arsenale simbolico degli scrittori russi dell'Ottocento, la Madonna Sistina era rapidamente divenuta l'emblema della “bellezza pura”, della bellezza disinteressata, “inutile” e come tale era stata contrapposta, a mo' di sfida, ai simboli agitati dagli utilitaristi. “Vale più la Madonna Sistina e Raffaello o lo spurgo dei pozzi neri, un paio di stivali, un barile di petrolio?”, si chiedono i personaggi di Herzen e Dostoevskij.
Grossman vede la Madonna Sistina dopo Treblinka e dopo la Kolyma, dopo i lager e dopo i gulag. E, a differenza di altri, guardando il quadro della Galleria di Dresda, non rimuove Treblinka e la Kolyma. Al contrario, guardando gli inferni creati dall'uomo nel corso del Novecento rivede la Madre e il Bambino dipinti da Raffaello. “Il ricordo di Treblinka aveva invaso la mia anima, e in principio non riuscii a capire... Era lei [la Madonna] che camminava scalza con passo leggero sul suolo pulsante di Treblinka, dal punto di scarico dei convogli alla camera a gas. La riconobbi dall'espressione del viso e degli occhi. Vidi suo figlio, e lo riconobbi dall'espressione straordinaria, non infantile. Così erano le madri e i bambini a Treblinka (...) Quante volte osservai attraverso la nebbia i deportati che scendevano dal treno, ma non era mai possibile vederli in modo distinto: spesso i loro volti apparivano deformati da un terrore smisurato (...) Infine vidi il segreto di quei volti: li aveva dipinti Raffaello quattro secoli prima (...) La giovane madre ha dato alla luce il suo bambino nel nostro tempo. È terribile tenere sul cuore il proprio figlio e udire l'ululato della folla che saluta Adolf Hitler. (...) Nella primavera del 1945 la Madonna vide il cielo del Nord. Non venne da noi come un'ospite, come una straniera di passaggio, ma con i soldati e gli autisti calcò le strade dissestate dalla guerra; lei è parte della nostra vita, è una nostra contemporanea. Conosce tutto: la nostra neve, il fango gelato dell'autunno, la gavetta ammaccata dei soldati piena di sbobba scura (...) È contemporanea della collettivizzazione totale. Eccola che va, scalza, col suo piccolo bambino, viene caricata sul treno. Che lunga strada l'attende, da Obojan', vicino a Kursk (...) fino alla tajga, alle paludi boscose oltre gli Urali (...) Sì, è proprio lei.
La vidi nel 1930 alla stazione di Konotop: si avvicinò al vagone del treno rapido, scura dalla sofferenza, sollevò i suoi occhi straordinari e disse senza voce, con le sole labbra: “Pane...”. La incontrammo nel 1937: stava in piedi nella sua camera, teneva in braccio il figlio per l'ultima volta, gli diceva addio, lo guardava attentamente in volto, poi scendeva le scale deserte di un palazzone muto... Sulla porta della camera era stato posto un sigillo di ceralacca, giù l'aspettava un'automobile di Stato”.Grossman non fugge davanti agli orrori del Novecento, non fugge davanti a Treblinka, alla Kolyma, alla carestia conseguente alla collettivizzazione sovietica degli anni Trenta. Il suo percorso è opposto a quello della romana damnatio memoriae. Grossman ricorda, vuole ricordare. Perché la “sua” Madonna Sistina non è fuggita. Non c'è più opposizione tra ciò che è utile e ciò che è bello. Dopo Treblinka e la Kolyma, l'unica bellezza possibile è una bellezza incarnata, non astratta. È quella bellezza che, seguendo la strada che parte da Dostoevskij, Grossman chiama “l'umano nell'uomo”.
“Guardando la Madonna Sistina noi conserviamo la fede che la vita e la libertà sono una cosa sola e non c'è niente di più alto dell'umano dell'uomo. Che vivrà in eterno, e vincerà”.



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