Tag

Ultimi commenti

Ultimi post

Diffondi i contenuti

Condividi i contenuti

De.licio.us

Il traduttore che rinnegò il Pci per Živago

di ghinetto (08/05/2008 - 23:46)

Il traduttore che rinnegò il Pci per Živago
di Giuseppe Ghini
"Libero", 16.4.2008

Si terrà a Messina, presso l’università in cui insegnò per quasi vent’ anni, il primo Convegno
dedicato a Pietro Zveteremich, il cui nome è indissolubilmente legato al caso Živago e alla traduzione italiana del romanzo di Boris Pasternak. Ma è l’intera vicenda di Zveteremich che merita di essere ricostruita, perché esemplifica la situazione intellettuale del nostro paese nel secondo Dopoguerra.
Nato nel 1922 da famiglia triestina trasferitasi a Milano, Zveteremich si appassiona ben presto alla cultura e all’ideologia sovietica: «Avevo fatto la mia scelta politica e ideologica – scriverà poi – e in ciò mettevo una passione esclusiva. Studiai il russo come la via preliminare per diventare comunista». Durante gli anni della Guerra entra in contatto con il mondo antifascista, con Vittorini ed Einaudi, emigra in Svizzera dove redige i giornali del CLN «L’Appello» e «Italia all’armi!».
Dopo la fine della guerra, a poco più di vent’anni, approda alla casa editrice Einaudi, e alle sue riviste di punta, «Società» e «Il Politecnico». Il suo incarico all’Einaudi – come scrive Vittorini – consisteva nel fornire «informazioni continue sull’attività culturale nell’URSS e sul modo in cui nell’URSS si impostano e si risolvono i problemi della ricostruzione.
Bisogna che la Casa Einaudi si faccia conoscere come casa legata al PC, che “Il Politecnico” sia riconosciuto come settimanale di cultura legato al PC». Per il giovane Zveteremich il PCI e l’Einaudi si identificano: «La mia attività – scrive in una lettera del 1945 all’editore – intendo impostarla su due punti fondamentali. Partito e la tua casa. E vedo con grande soddisfazione che questi due campi non solo permettono il lavoro nella medesima direzione, ma si integrano, in modo che uno mi permette di aiutare l’altro».
Erano quelli anni infausti per la cultura italiana, gli anni in cui stava prendendo forma l'egemonia culturale comunista progettata da Gramsci e realizzata da Togliatti. Gli strumenti di quell’egemonia sono case editrici come l’Einaudi e le Edizioni di cultura sociale, riviste come «Il Politecnico», «Società», «Pattuglia», «Il Pioniere» e «Rassegna sovietica», organi di partito come «L’Unità», associazioni culturali come «Italia-URSS». Sotto la guida di Togliatti, il Partito Comunista realizza una grande opera di “recupero” degli intellettuali fascisti, quegli intellettuali che Mirella Serri ha acutamente definito «i redenti»: sono gli intellettuali che, già fascisti sotto il fascismo, divennero comunisti nell'Italia repubblicana.
Il PCI di quegli anni – l’analogia è di Paolo Mieli – svolgeva «il compito di fonte battesimale. Si autoassegnava l’onere e l’onore di ‘assolvere’, senza quarantene o rieducazioni, solo con la semplice accoglienza nelle sue file, dai peccati commessi nella vita precedente», quella del Ventennio fascista.
Zveteremich non appartiene alla categoria dei «redenti». È un giovane sinceramente innamorato degli ideali del comunismo e, come tanti altri, lavora per una trasformazione della società italiana nella direzione additata dal Partito Comunista Italiano sotto la “guida illuminata” del PCUS e di Stalin. Collabora attivamente con l’Einaudi e le Edizioni di cultura sociale, dal 1948 dirige «Rassegna sovietica», scrive per «Il Politecnico», «Società», «Pattuglia», «Il Pioniere», nonché per «L’Unità», è attivissimo nella associazione «Italia-URSS». È il clima dell’egemonia. «Società», su cui Zveteremich pubblica i suoi più importanti contributi scientifici, è diretta da due intellettuali ex-fascisti “redenti” come Mario Alicata e Carlo Muscetta, ospita pedanti discussioni sulla politica culturale sovietica e su Andrej Ždanov, apre il fascicolo di giugno 1953 con un articolo di Gastone Manacorda intitolato Umanesimo di Stalin.
I consigli editoriali e i giudizi estetici di Zveteremich rivelano in questo periodo un conformismo intellettuale disarmante e verranno da lui  stessi successivamente ripudiati per la “troppo pedissequa aderenza a certi schemi storico-ideologici d’origine sovietica”: consiglia di tradurre una biografia celebrativa di Stalin a firma dello stalinista Henri Barbusse, propone Come fu temprato l’acciaio di Nikolaj Ostrovskij ed Energia di Gladkov, due pilastri della “prosa agiografica”  del realismo socialista; scarta invece Isaak Babel’, che annovera tra gli “artefici del bello scrivere che, provenienti dalla scuola borghese, non hanno niente di nuovo da dirci”. Nel 1949, quasi facendo eco alle condanne sovietiche del “formalismo”, Zveteremich definisce l’Età d’argento della  letteratura russa – cioè i primi vent’anni del ‘900 – come “il più triste ed obbrobrioso periodo della loro storia”, periodo di “decadenza, stagione della decomposizione dei contenuti e dell’anarchia delle forme”, prodotto inevitabile della fase imperialistica della società russa. Riferendosi poi alle scuole poetiche di quegli anni afferma che “gli acmeisti, gli immaginisti, tutti quegli ‘ismi’ riuscirono soltanto ad essere una variante più o meno originale della degenerazione della poesia borghese”. Definisce Gumilev “un piccolo retore dell’esotismo”, l’Achmatova “limitata poetessa da salotto”, Dostoevskij “l’ideologo di quella parte delle masse socialmente indifferenziate e fluttuanti, che si considera vinta dalla vita, che ripiega su se stessa, che dà ai problemi una soluzione mistica, individualistica, reazionaria”, la geniale rivista della filosofia spiritualista «Vechi» “almanacco dell’agnosticismo reazionario”.
Nel 1956, Zveteremich fa l’incontro che dovette cambiargli la vita, quello con il Dottor Živago.

Così racconta in una lettera del 1991, in cui si avverte tutto il cambiamento che è sopravvenuto nell’uomo e nell’intellettuale. «Già nella tarda primavera del ’56, convocato a Milano dal Feltrinelli per leggere i malloppi maldattiloscritti giunti da Mosca, il mio giudizio dopo 4 ore fu entusiasticamente positivo, mentre non solo il mondo intellettuale comunista dell’epoca (il PCI, il povero Diemoz [funzionario della Feltrinelli] erano ferocemente contro), ma anche l’illustre prof. Ripellino che, poco dopo, poté leggere il libro in Polonia, sconsigliò Einaudi dal pubblicarlo con una delle classiche formule dell’italica ipocrisia (“non è la cosa migliore di Pasternak”). Ero comunista iscritto a quell’epoca, ma nessuno mi poteva impedire di dire che “non pubblicare un libro simile era un delitto contro la cultura”. [Ne parlo] affinché sia chiaro quanto quel libro sia dentro di me in quanto mi affascinò fin dalla prima rapida lettura (e, devo dire, mi fece cambiare il corso dei pensieri in letteratura come in politica dopo anni di lezioni di feroce stupidità sovietica)». Il lavoro intorno a Živago dette origine alla grande conversione intellettuale di Zveteremich. Nella stessa lettera il traduttore ricorda come la «vicenda [del Dottor Živago ] non fu secondaria per la mia uscita non molto dopo dal Pci dopo tanti anni di immersione nella fogna letteraria sovietica e nel provincialismo italiano».
In seguito ad essa, Zveteremich riconoscerà Babel’ come “uno dei più interessanti scrittori europei fra le due guerre”, e ne tradurrà I racconti di Odessa. Ridimensionerà i pregi di Energia di Gladkov affermando che possiede “una grezza autenticità che gli viene dal fatto di partire dalla fabbrica e dall’operaio”. Riconoscerà il valore della “Età d’argento della letteratura russa [la cui] grande novità rispetto al passato fu l’elaborazione simbiotica d’un linguaggio nuovo da parte di scrittori, poeti, musicisti, pittori e critici”. E, tra gli artisti di questa Età che “superarono il tempo e l’immane tragedia della Russia”, Zveteremich comprenderà, per il suo “precoce magistero stilistico”, Anna Achmatova, come pure Gumilev.
L’abbandono dell’ideologia sovietica e del PCI, a partire da Živago e dall’invasione dell’Ungheria, conferisce a Zveteremich una nuova personalità intellettuale.
Se l’Unione Sovietica a partire dagli anni Sessanta gli nega il visto, egli allarga invece i propri interessi di studioso e traduttore alla cultura del dissenso (traduce Solženicyn, Grossman, le Canzoni russe di protesta), si apre al filone fantastico, grottesco e assurdo della letteratura russa, dedica una straordinaria ricerca a Parvus, colui che finanziò il ritorno in Russia di Lenin. Entra poi a suo modo nelle fila della letteratura del dissenso, pubblicando una satira della realtà russa, Le notti di Mosca, dapprima sotto pseudonimo, poi venendo allo scoperto nel 1986. Le sue ultime energie – muore nel 1992 – Zveteremich le profonde in una completa revisione della traduzione di Živago, mai pubblicata dalla Mondadori, e nella ricostruzione dell’affaire Živago completa dei materiali rivenuti negli archivi sovietici dopo il crollo dell’URSS. Neanche questa sua ultima opera è stata pubblicata. L’egemonia, divenuto conformismo intellettuale, fa ancora valere i suoi diritti.

Vota questo post


Commenta




(Inserisci qui l'indirizzo del tuo blog o del tuo sito personale)

Scrivi le cifre che leggi nel box

(In questo modo si prevengono gli invii automatici)