Dio è morto
C'è una cosa buona del Sessantotto, una canzone di Guccini
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 25 settembre 2008
“Ho visto/ la gente della mia età andare via/ lungo le strade che non portano mai a niente,/ cercare il sogno che conduce alla pazzia/ alla ricerca di qualcosa che non trovano/ nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnate…”.
Probabilmente è una delle più belle canzoni di quegli anni, meno intimista di “Like a rolling stone” di Bob Dylan e meno qualunquista di “I can't get no satisfaction” dei Rolling Stones. Come le altre due, “Dio è morto” fu scritta nel 1965; incisa nel 1967 dai Nomadi, fu la prima canzone depositata alla SIAE da Francesco Guccini.
Meglio delle altre due canzoni, a me pare, testimonia l’insoddisfazione radicale degli anni Sessanta, quell’essere inappagati, esistenzialmente irrequieti che probabilmente fu il più autentico e diffuso sentimento del tempo.
Guccini stesso ha ammesso che, com’è ovvio, il titolo riprende lo stolto aforisma tratto dalla “Gaia scienza” di Nietzsche (del quale sarebbe interessante conoscere le brillanti giustificazioni quando si è incontrato faccia a faccia con quel Dio che sosteneva morto…), ed ha aggiunto che il testo è ispirato altresì alla poesia l’”Urlo” (“Howl”) di Allen Ginsberg. In realtà va ben oltre quell’aforisma e quella poesia: anzitutto, perché l’ultimo ritornello “supera” quelli precedenti e Nietzsche affermando che “se Dio muore è per tre giorni e poi risorge”. In secondo luogo, perché se Ginsberg intravede il superamento dell’insoddisfazione negli allucinogeni e si limita ad una critica generica nei confronti dello stato americano, Guccini dimostra la vanità della fuga nella droga (“dentro alle stanze da pastiglie trasformate … è un Dio che è morto”) e soprattutto va più fondo nell’analisi dell’inappagamento esistenziale, dell’incontentabilità dell’uomo: 
“Dio è morto” – afferma Guccini – “nelle auto prese a rate,/ nei miti dell'estate/ nei campi di sterminio/nei miti della razza/ con gli odi di partito” e aggiunge che la sua “generazione ormai non crede/ in ciò che spesso ha mascherato con la fede,/ nei miti eterni della patria o dell' eroe/ in tutto ciò che è falsità,/ le fedi fatte di abitudine e paura,/ una politica che è solo far carriera,/ il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto,/ l' ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto.
La canzone suona viva, vibrante, genuina. “Ho visto”, dlang, dlang, “la gente della mia età andare via…”. Quante volte l’abbiamo cantata percependo tutta la sua verità, la giusta indignazione contro le stanche convenzioni sociali, i miti indotti dal consumismo, dall’ideologia… E quanti, ancora più in profondità, hanno avvertito che quella giusta indignazione era in definitiva da rivolgere contro i falsi fini che il materialismo impone a tutti noi (“le auto prese a rate”), contro il carrierismo che si cela negli ideali (“gli odi di partito”), perfino contro una fede resa inautentica dall’abitudine o dalla paura. L’alienazione – parola chiave del Sessantotto – non è nello Stato e nelle Multinazionali, ma è in agguato dentro di noi, è qualcosa che produciamo noi.
E tuttavia, come è spietata nell’analisi, questa canzone vive ancora della speranza precedente al Sessantotto. Non è l’utopia che prevale, non è la violenza: “Io penso” – dlang, dlang – “che questa mia generazione è preparata/ a un mondo nuovo e a una speranza appena nata,/ ad un futuro che ha già in mano,/ a una rivolta senza armi”. Quello che prevale ancora, ma sarà per poco, è la certezza che qualcun altro, anzi Qualcun Altro, ha rimediato alla precarietà esistenziale dell’uomo: “Perchè noi tutti ormai sappiamo/ che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge,/ in ciò che noi crediamo Dio è risorto,/ in ciò che noi vogliamo Dio è risorto,/ nel mondo che faremo Dio è risorto...”.
Censurata dalla Rai ipocrita e bacchettona specchio della società del tempo, la prima versione cantata dai Nomadi venne mandata in onda dalla Radio Vaticana, i cui responsabili non potevano che condividere la speranza di Guccini: “In ciò che noi crediamo Dio è risorto/ …Dio è risorto/ …Dio è risorto”.
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