«Ho ringraziato di essere la moglie dell'ucciso»
«Ho ringraziato di essere la moglie dell'ucciso»
Il perdono di Gemma Capra, vedova del commissario Calabresi
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 3 ottobre 2008
L’unico applauso c’è stato prima, prima che Gemma Capra parlasse. Dopo, dopo le sue parole dirette e commoventi, ognuna delle duecento persone raccolte nella sala della Fondazione ha trovato più naturale e opportuno rimanere in silenzio. Un applauso sarebbe stato troppo superficiale e chiassoso. Come tutto ciò che comunica la vita profonda di una persona, anche le parole di Gemma Capra avevano bisogno di silenzio, di spazio interiore.
La vedova del commissario Calabresi è stata invitata a Forlì dall’Associazione La Nave ad un incontro a cui ha partecipato anche Mario Dupuis. Martedì sera, Auditorium della Fondazione Cassa dei Risparmi, presente il sindaco Nadia Masini: la quale nel saluto iniziale aveva annunciato che se ne sarebbe dovuta andare presto, ma poi è restata fino all’ultimo. Tema della serata, “Cosa lasciamo ai nostri figli”. 
“Avevo sempre vissuto in un ambiente religioso, nella mia famiglia siamo venuti su a latte e religione – ha detto la vedova del Commissario Calabresi -. Ma la fede l’ho ricevuta come un dono quando hanno ucciso Gigi. Ricordo benissimo quel momento: ero lì sul divano, subito dopo che mi avevano detto che mio marito era stato ucciso e mi sono sentita avvolgere da un caldo abbraccio, da un grande calore. Vedevo la gente che si agitava intorno a me e io sentivo invece una grande pace. In quel momento ho ricevuto la fede come un dono. E ho ringraziato di essere la moglie dell’ucciso e non la moglie dell’assassino”.
La signora Gemma va dritto al cuore, senza giri di parole, senza sovrastrutture retoriche. Ascoltiamo con un brivido. “Non ho mai neanche pensato alla vendetta. La vendetta è rancore, mancanza di pace, la vendetta avrebbe avvelenato la vita mia e dei miei figli”. E dunque il perdono. “Sì, il perdono. Ma il perdono è un cammino. Sul necrologio di Gigi mia mamma ha fatto mettere le parole del Vangelo di Luca: ‘Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno’. Io allora non ero in grado di comprendere questa frase. Poi, però, ci ho pensato a lungo, ho pensato a cos’è il perdono di Cristo.
Cristo perdona attraverso il Padre. Cristo passa dal Padre per perdonare. Mi sono chiesta perché e la risposta che ho trovato è questa. Cristo soffre in croce, soffre tutto ciò che soffriamo noi. Il perdono che viene dal Padre è immediato. Ma poi c’è tutta la nostra fatica di uomini di aderire a quel perdono voluto da Dio Padre. Così, per essere sincero, il perdono non deve essere un ragionamento, ma deve sgorgare dal cuore. E perché sgorghi questo perdono dal cuore ci vuole tempo. Il tempo degli uomini”.
Altro brivido, altro silenzio.
“Già è difficile perdonare chi ti chiede perdono e desidera questo tuo perdono. Come Leonardo Marino, l’unico che ha confessato di aver ucciso mio marito. Ma perdonare chi non ti chiede perdono, chi non vuole il tuo perdono è ancora più difficile”. Il riferimento, naturalmente, è per Sofri e per gli altri imputato del delitto Calabresi condannati definitivamente in ogni ordine e grado di tribunale, ma che tutt’oggi si rifiutano di ammettere l’omicidio. Conseguentemente, ritenendosi innocenti, non possono chiedere né la grazia al Capo delle Stato, né domandare perdono alla signora Gemma. Non so neanche se hanno chiesto perdono per l’immonda campagna accusatoria che strillarono dal giornale Lotta Continua, per i macabri brindisi con cui festeggiarono l’annuncio dell’omicidio.
Interessante cosa scrisse Giovanni Papini sul perdono di Cristo dalla croce. “Perché non sanno quello che fanno. La motivazione limita l’ampiezza del perdono ma è postulata dalla necessità di non assolvere, senza la guarentigia del pentimento, il male pienamente voluto”. Già, il perdono richiede il pentimento del colpevole.
Senza non si può fare, anche se spesso il “non sapere quello che si fa” costituisce un’attenuante. Come scrive ancora Papini, nella sua ricca lingua toscana. “L’ignoranza degli uomini è così smisurata che i meno son quelli che sanno veramente quello che fanno. La pravità originale, l’imitazione, l’abitudine, le passioni che nascono e si soddisfano nell’oscurità del sangue, danno le mosse all’azioni nostre. La volontà ubbidisce anche nella finzione del comando; la coscienza appare all’ultimo, quando non restano che ceneri e vergogne”.
La signora Gemma, però, va oltre la lettura di Papini.
Non si ferma a considerare se chi ha ucciso era vittima di una ignoranza invincibile, se non sapeva quello che faceva. Lei fa leva sul perdono di Dio Padre. E come meta del suo cammino pone il perdono anche per chi non si è pentito.
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