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Contro la pena di morte

di ghinetto (13/11/2008 - 16:03)

Contro la pena di morte
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 13 novembre 2008

Oggi sospendo le “pillole” sul Sessantotto. C’è Eluana.
Che è stata condannata a morte. A morte per fame e sete. E bisogna fare qualcosa. Domani sarebbe troppo tardi. Domani, forse, bisognerà far uscire i giornali listati a lutto.
Come avviene nel nostro mondo dove anche il male è banale e burocratico, Eluana Englaro sarà forse condannata a morte da un certo numero di persone, tutte probabilmente buone, e nessuna delle quali singolarmente si può considerare il suo carnefice: il padre che ha fatto la richiesta di sospensione dell’alimentazione, i giudici della Corte d’Appello di Milano che hanno accolto la richiesta del padre, i giudici della Corte di Cassazione se rigetteranno il ricorso mosso dalla Procura di Milano. Il motivo addotto dal Procuratore Generale presso la Cassazione per chiedere questo ultimo rigetto è di quelli che noi persone semplici non capiamo, è un motivo procedurale sbrigato in una ventina di minuti: nel caso di Eluana non si tratterebbe di «un interesse generale e pubblico ma di una tutela soggettiva e individuale». La vita di Eluana non è un bene di interesse generale. È la sua singola vita. Grazie.
Se la Corte accetterà la richiesta del Procuratore, Eluana potrà essere uccisa legalmente. La condannata a morte potrà percorrere il suo “miglio verde”, il suo “ultimo miglio” verso la morte. Lo farà restando a letto, dopo che, su richiesta del padre e con l’approvazione della magistratura, qualcuno le staccherà il sondino. Una condanna a morte per fame. Come quella che applicavano – ma raramente – i nazisti ad Auschwitz, quella di padre Kolbe. Come definire altrimenti quello che sta succedendo?
Eluana è entrata in coma sedici anni fa, dopo un incidente stradale. Da allora pur respirando da sola e godendo di ottima salute – solo qualche giorno fa ha avuto un’emorragia dalla quale si è rimessa autonomamente – viene nutrita attraverso un sondino naso-gastrico. Suo babbo non vuole. Non vuole che la figlia continui a vivere. Dice di farlo per il suo bene (lo dicono tutti i genitori per ogni cosa dei figli). Dice che la figlia, quando ancora era cosciente, avrebbe affermato vedendo un amico in coma: «Non vorrei mai vivere in quel modo». Tutto qui.
Una frase e la condanna morte.
Eluana vive in un istituto di suore di Lecco. Le suore la accudiscono e la nutrono. Non le danno medicine, non ne ha bisogno. Non c’è nessuna terapia, dunque non c’è nessun «accanimento terapeutico». Semplicemente viene nutrita a spese delle suore che la considerano una di casa. Ma no, il babbo non vuole. Conduce la sua “battaglia di libertà”. La sua battaglia di morte.
L’avvocato del padre, un’altra rotella in questo meccanismo che avanza verso la morte di Eluana, ha affermato che «i medici non possono disporre all’infinito della vita altrui». I medici no, il
babbo sì. Il babbo può intimare alla suore di smettere di nutrire sua figlia. Paternità alla rovescia in un mondo alla rovescia.
E io, come il profeta Daniele davanti alla condanna a morte di Susanna, urlo: «Io sono innocente del sangue di lei!». Urlatelo con me. Voi che vi siete commossi davanti al condannato del film «Il miglio verde», fatelo davanti a questa persona in carne ed ossa. È innocente. Astenetevi da questa condanna a morte per fame e sete. Non costa nulla. Solo la dignità del nostro essere uomini. Firmate l’appello: http://www.firmiamo.it/eluanaenglaro, forse siamo ancora in tempo per lei, per noi, per non essere anche noi colpevoli della sua morte per fame. «Io voglio essere innocente del sangue di lei». E voi?

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