Le tragiche conseguenze dell’autodeterminazione
Le tragiche conseguenze dell’autodeterminazione
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 28 novembre 2008
Dei miei tre critici, ha risposto il solo dottor Giordano. Peccato. Peccato, perché in Italia si perdono spesso le occasioni di dibattito etico e si arriva sempre a confronti che sono esclusivamente ideologici e a decisioni politiche figlie dell’emergenza. Peccato. Ma non mi arrendo. Provo a continuare il dibattito almeno con Giordano, sollecitando ulteriormente i miei interlocutori.
Anzitutto, vorrei chiarire i termini del problema. La compravendita di organi, nota Giordano, è proibita dalla legge; per quanto invece riguarda le ultime fasi della vita di una persona, siamo in un vuoto legislativo, non abbiamo una regolamentazione del testamento biologico.
Non sono d’accordo su questa visione esclusivamente giuridica del problema. È una visione parziale, riduttiva. Non credo che tutto debba essere discusso solo a livello giuridico: c’è la legge, non c’è la legge. È importante, invece, che ne prendiamo coscienza e ne discutiamo anche noi, noi persone comuni che di legge non sappiamo quasi nulla. Senza aspettarci soluzioni miracolose dai legislatori.
La questione non riguarda solo l’eutanasia, il testamento biologico, e la compravendita di organi. La questione riguarda molto più in generale la considerazione o meno di BENI INDISPONIBILI da parte della persona. L’eutanasia tocca un bene che, fino ad ora, è stato considerato in Italia «indisponibile», la vita. La compravendita di organi riguarda un altro bene anch’esso considerato ancor oggi «indisponibile», l’integrità della persona. Le leggi mettono per iscritto questa considerazione. La Costituzione elenca questi beni, le leggi li difendono.
Prendiamo un caso ulteriore, la libertà personale. La Costituzione lo considera anch’essa come un bene a cui «non si può rinunciare», un bene che non è disposizione del singolo. Se io stipulassi un
«contratto di schiavitù» con il mio vicino di casa, se cioè volessi «cedergli» la mia libertà e volessi diventare suo schiavo, questo mi sarebbe impedito. Perché? Perché non ho «piena disponibilità» di tutti i miei «beni». Perché, con atteggiamento «paternalistico», lo Stato ha stabilito che alcuni beni non sono soggetti alla mia libera disponibilità. Quando si parla di AUTODETERMINAZIONE in senso pieno, si dovrebbe dire che questo implica non solo la possibilità di stabilire che, sotto una determinata «soglia di dignità», posso interrompere l’alimentazione, posso decidere per l’eutanasia. Bisognerebbe aggiungere che l’autodeterminazione in senso pieno mi dovrebbe permettere di riformare la legge sulla donazione di organi. La legge che vieta la compravendita di organi, infatti, è contro la piena autodeterminazione della persona.
Ma contro l’autodeterminazione è anche la legge che mi impedisce di stipulare un contratto di schiavitù col mio vicino di casa. Oppure un contratto in cui autorizzo un carnefice a farmi del male. E se poi, quando mi fa male davvero, lo imploro di smetterla, chi è a favore dell’autodeterminazione dovrebbe sostenere le parti del carnefice, dovrebbe dire: «Ah no, tu ormai hai deciso. Leggi il contratto!».
Non sto ancora dichiarando che, personalmente, sono contrario a questa impostazione. Sto semplicemente portando alle sue logiche conseguenze la tesi dell’autodeterminazione. Non è un caso che alcuni medici americani discutano di compravendita di organi.
Non è un caso che, per ora solo dal punto di vista teorico, alcuni dei più radicali assertori dell’autodeterminazione discutano della possibilità di un «contratto di schiavitù».
Perché no? Se la scelta è quella dell’autodeterminazione, perché non si dovrebbe potere?
Dall’autodeterminazione viene l’eutanasia, come la compravendita di organi, così come il contratto di schiavitù. Perché dovrei accettare la prima e rifiutare le altre due? Se rifiuto il contratto di schiavitù, in realtà, lo faccio perché introduco nella legislazione un principio diverso da quello dell’autodeterminazione. Il principio dell’indisponibilità di alcuni beni.
C’è un punto ulteriore. Vorrei che chi legge cercasse di immaginare una società in cui vige l’autodeterminazione in senso pieno, con libertà di eutanasia, compravendita di organi, contratti vittima-carnefice, contratti di schiavitù ecc. Vorrei che immaginasse la povertà umana, la disperazione di questa libertà di autodeterminarsi. Mi colpisce però soprattutto che tra i sostenitori dell’autodeterminazione e dell’eutanasia ci siano dei «compagni», ci siano quelli che una volta votavano PCI, quelli che credevano davvero nella solidarietà sociale, quelli che si prendevano le ferie per montare gli stand al Festival dell’Unità. Che ci siano i radicali, i solitari, quelli privi di legami, quelli che vogliono morire da soli, in fretta, quando la vita non gli dice più niente, posso ancora capirlo.
Ma quelli che un tempo hanno creduto nella SOLIDARIETA’ tra i lavoratori, nel sostegno del compagno di fabbrica, questi davvero si riconoscono nella società frantumata e individualistica che sognano i radicali? Dove l’hanno messo il sostegno da uomo a uomo, da lavoratore a lavoratore? Non sono più vicine al cuore di questi “compagni” le suore di Lecco che sostengono Eluana, i tanti operatori degli hospice in cui si accompagnano con rispetto e amore le persone in quel passaggio, a volte lungo, che ci conduce alla morte?
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