Quel legame di sangue che abbiamo con Dio
Quel legame di sangue che abbiamo con Dio
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 21 marzo 2008
Emile Benveniste è un grandissimo studioso delle nostre origini più antiche, in particolare di ciò che ci accomuna agli altri popoli indoeuropei. Ora, nella sua poderosa ricerca sulle Istituzioni indoeuropee, egli cerca di giungere alla radice del termine “religione”. Che cos’è – egli si chiede – la religione per il popolo latino, greco, per le tribù germaniche, slave, celtiche, per le genti dell’India e dell’Europa?
In latino, una delle lingue che più ha conservato traccia delle origini indoeuropee, “religio” viene dal verbo “religere”: in principio non sta ad indicare un insieme di riti e di pratiche religiose, quello che poi sarà il culto dei Romani; no, all’inizio segnala piuttosto una disposizione soggettiva, un atteggiamento individuale della persona religiosa che si “mette degli scrupoli”. È solo con gli scrittori cristiani di lingua latina che la parola “religio” viene riferita al verbo “religare” per sottolineare il “legame” che Dio istituisce con i suoi fedeli. Dio, affermano questi scrittori cristiani, ha scelto di “legare” il suo destino con il nostro, e lo ha fatto con “vincoli” di sangue e di eternità. Noi, instabili e ballerini, facciamo patti che sciogliamo dopo un minuto, un giorno, un anno: Lui, si è legato per sempre.
Quel vicolo eterno che gli Ebrei indicavano con il termine “alleanza”, la lingua latina reinterpretata dagli scrittori cristiani ha reso con il termine “religione”. 
E, dietro al latino, le altre lingue indoeuropee hanno registrato questo nuovo termine: inglese, francese, spagnolo, tedesco, russo ecc. hanno tutte preso in prestito questo termine dal latino e ne hanno mutuato il significato.
Lattanzio è uno dei primi scrittori cristiani che, a cavallo del 300 d.C., presenta questa nuova etimologia del termine “religione”. Oggi, in questo Venerdì Santo, vale la pena di ascoltare cosa dice questo nobile romano convertito: “So che molti – si riferisce ai suoi amici romani - aborrendo il nome stesso della croce, si allontanano dalla verità; eppure vi è in essa un significato profondo e una grande potenza. Cristo fu mandato per spalancare la via della salvezza agli uomini più umili; perciò si fece umile per liberarli. Accettò il genere di morte riservato di solito ai più umili, perché a tutti fosse dato di imitarlo. A ciò si aggiunga che, accettando la passione e la morte, doveva essere innalzato. E la croce lo innalzò realmente e simbolicamente, perché con la sua passione a tutti si rivelasse chiara la sua potenza e la sua maestà. Estendendo sul patibolo le mani, dilatò anche le ali verso Oriente e verso Occidente, affinché sotto di esse si raccogliessero tutte le genti da ogni parte del mondo a trovar pace”.
La croce. Il legame di Dio con ogni singolo uomo. Non con l’astratta umanità, non con il genere umano, il quale di per sé non esiste se non nei vocabolari e nei testi di antropologia, ma con ogni uomo e ogni donna che calpesta questa nostra terra. 
La croce, legame di sangue, perché non c’è vincolo più forte di quello di chi dà la sua vita per un amico. E per quello che amico ancora non è. E per quello che crede di non essere amico. Dio non si è vergognato di legarsi con tutti, anche con quelli che noi giudichiamo “i peggiori” e con cui non vorremmo avere niente a che fare: pedofili, torturatori, Hitler, Stalin, i traditori degli amici… Per ognuno di loro Cristo è morto oggi. Per ognuno di loro Cristo ha dato tutto il suo sangue. Se la terra fosse stata popolata di una sola persona e questa persona fosse stata un essere spregevole, Cristo avrebbe fatto lo stesso quello che ha fatto. Perché Lui è capace davvero di un’apertura infinita di credito, non si rimangia la sua promessa. Vincoli, vincoli, sanciti con il sangue di Dio.
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