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Gennaio 1918: finisce la democrazia in Russia

di ghinetto (31/05/2009 - 18:16)

Gennaio 1918: finisce la democrazia in  Russia
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 21 gennaio 2008

Era il gennaio 1918, precisamente il 5/18 gennaio 1918 (il 5 secondo il calendario giuliano allora in vigore in Russia e il 18 secondo il calendario gregoriano del resto dell’Europa; pochi giorni più tardi Lenin avrebbe annullato per decreto i 13 giorni di ritardo e la Russia avrebbe adeguato le sue date alla maggioranza delle nazioni progredite; di conseguenza, a partire dal 1918 l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre sarebbe stato celebrato il 6 di novembre).
Il Governo Bolscevico aveva già emanato i primi decreti: quello sulla pace unilaterale con cui si era cavato dal grande impiccio della I Guerra Mondiale e aveva sconfessato il debito estero del governo, estraniandosi così dall’economia del mondo occidentale; il decreto in cui sposava strumentalmente le tesi dei socialisti rivoluzionari sulla terra ai contadini, sfruttando la popolarità di questa posizione demagogica presso i soldati-contadini che disertavano ormai a centinaia di migliaia; quello sul monopolio della stampa con cui si assicurò l’esclusiva dell’informazione chiudendo quasi 150 giornali dell’opposizione;  infine, il decreto con cui sanciva la legittimità della lotta ai controrivoluzionari, istituendo su espressa iniziativa di Lenin, già nel dicembre del 1917 il primo organo addetto alla repressione politica, la Commissione straordinaria panrussa (la famosa Ceka) con a capo Feliks Dzerzhinskij.
I Bolscevichi non avevato però osato annullare le elezioni dell’Assemblea Costituente, la cosiddetta IV Duma che avrebbe dovuto disegnare il progetto della Russia democratica post-zarista. La situazione che si venne a creare dopo le elezioni superava la più sfrenata immaginazione politica: il Governo Bolscevico che aveva realizzato il Rivolgimento dell’Ottobre – come ora viene chiamata la Rivoluzione nei manuali russi di storia– aveva ottenuto una sonora sconfitta: dei 707 eletti, ben 410 appartenevano ai Socialisti Rivoluzionari (un partito assai più moderato dei Bolscevichi, nonostante il nome), oltre 100 ai partiti nazionalisti e moderati, una ventina ai menscevichi e ai bolscevichi solo 175.
Gli oltre 40 milioni di Russi che avevano avuto la possibilità di votare avevano pertanto sconfessato il partito di Lenin. Ma, come sarebbe poi accaduto molte altre volte, la sinistra comunista non si arrese alla realtà, non prese atto della sconfessione da parte del paese: al contrario, si costruì una legittimità alternativa, non più fondata sul consenso democratico, ma su di una presunta “verità rivoluzionaria”.
Non solo. Come spiegano gli storici – da ultimo Andrea Graziosi, nel suo informatissimo L’Urss di Lenin e di Stalin. Storia dell’Unione Sovietica, 1914-1945, Bologna, Il Mulino, 2007 – i bolscevichi erano caratterizzati dalla “pochezza della visione della società futura ereditata dal marxismo” e dal “primitivismo della concezione marxista dello stato”; la loro teoria faceva acqua dal punto di visto economico, dato che sognavano semplicemente una società senza mercato e senza moneta. E tuttavia vinsero.
Vinsero grazie alla loro aggressività, alla loro spregiudicatezza morale, ad una spietata disciplina di partito. Come scrive nuovamente Graziosi, “al contrario dei loro nemici, essi furono pronti a utilizzare tutti i materiali disponibili e a cogliere la maggior parte delle possibilità offerte dagli eventi. […] Malgrado la loro forza elettorale, i partiti della sinistra antibolscevica e i liberali scontarono anche la loro incapacità di usare la forza, vale a dire di costruire e mettere in campo eserciti e organi repressivi efficaci anche perché spietati. Nella guerra civile i loro pregi – l’umanesimo, il rispetto per i diritti e la libertà si rivelarono altrettanti limiti, e socialisti rivoluzionari di ‘destra’, menscevichi e cadetti si trovarono inadatti alle circostanza, cadendo vittima delle repressioni di gruppi più piccoli e feroci”.
Questi gruppi piccoli e feroci, cioè i gruppi dei bolscevichi, agirono instancabilmente nella repressione feroce di ogni libertà, di ogni residuo di democrazia. I contadini che avevano creduto nella distribuzione della terra e nel pane, si videro nuovamente spossessati di entrambi in favore del monopolio statale sulla terra e sui cereali. La struttura stessa dello stato abbandonò la forma semi-anarchica dei “soviet dei contadini e degli operai” per approdare ad una forma paramilitare, retta con disciplina marziale dai Commissariati del Popolo. Il partito-stato dichiarò guerra al popolo contadino, al popolo russo, ucraino, alle libere comunità cosacche, alla nobiltà, ai commercianti, al piccolo nucleo di borghesia delle città, ai sacerdoti e ai monaci.
Ma tutto cominciò, appunto, il 5/18 gennaio 1918, quando l’Assemblea Costituente – che Lenin aveva già definito come composta di “elementi tutti senza eccezione controrivoluzionari” – si riunì per la prima volta nel Palazzo di Tauride di Pietrogrado sfidando il potere dei Bolscevichi incarnato nel Comitato esecutivo centrale panrusso (VCIK). Preceduta dall’arresto dei suoi leader antibolscevichi più rappresentativi, la direzione dell’Assemblea fu immediatamente presa in mano dal braccio destro di Lenin, Sverdlov, che dichiarò aperta la riunione e chiese ai rappresentanti del popolo di adottare la Dichiarazione dei Diritti già approvata dal VCIK. Per dodici inutili ore i padri costituenti della Russia discussero di socialismo, di universalità e uguaglianza del suffragio. A mezzanotte la Dichiarazione dei Diritti bolscevica fu respinta in favore di una mozione della destra in cui si chiedeva di discutere gli affari di ordinaria amministrazione. Alle prime ore del mattino i bolscevichi abbandonarono la seduta, lamentando il fatto che era in mano ad una “maggioranza controrivoluzionaria”.
Alle cinque del 6/19 gennaio 1918, il Comitato centrale del partito bolscevico, che era in seduta in un altro locale dell’edificio, entrò nell’aula dell’Assemblea Costituente e dichiarò conclusa la riunione “perché la guardia è stanca”. Un’Assemblea Costituente regolarmente eletta dovette aspettare il 1993, il crollo dell’Unione Sovietica e la fine del comunismo per riunirsi nuovamente.

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