«Di’ pure, cara, ti sto ascoltando…»
«Di’ pure, cara, ti sto ascoltando…»
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 26 giugno 2009
La scena è piuttosto abituale nelle nostre case. La moglie parla, racconta cose della giornata, se mai dei figli, cercando l’attenzione del marito.
Il quale, mentre ascolta, sfoglia il giornale, oppure guarda la televisione. Lei, dubbiosa, gli chiede “Ma mi stai ascoltando?”. Lui pensando di rassicurarla, risponde. “Di’ pure, cara, ti sto ascoltando…”.
E lei si arrabbia.
Oppure, lui cerca di leggerle un articolo interessante che ha appena trovato sul giornale. Lei continua a girare per la cucina, a preparare questo, spostare quest’altro, fa rumore di stoviglie, lui prova ad alzare il tono di voce, poi si ferma e lei, precedendolo: “Di’ pure, caro, ti sto ascoltando…”. E lui si arrabbia.
Già, che fatica ascoltare!
In un fantastico libro che compie vent’anni proprio in questo 2009, Stephen Covey sviscerava il problema dell’ascolto tra le persone. Il libro, intitolato in inglese The Seven Habits of Highly Effective People, e malamente tradotto in italiano I sette pilastri del successo o Le sette regole per avere successo
è un manuale obbligatorio per tutti i consulenti aziendali, quelli a cui i manager si rivolgono per acquisire o migliorare le loro competenze. Libro di grande successo, ha venduto in questi vent’anni oltre 15 milioni di copie, pur essendo snobbato dai programmi universitari che puntano a informare non a formare.
E siccome puntano a informare, nessuno in università insegna il Quinto comportamento abituale di Covey, il quinto abito-competenza che contribuisce alla formazione del leader, del manager: «Cerca prima di capire e poi di essere capito».
Ora, nota Covey, molto spesso noi ascoltiamo una persona non perché siamo desiderosi di sentire cosa ci dice, ma con un 
atteggiamento che varia dall’ignorare, al fingere di ascoltarla, fino a quello che si chiama ascolto selettivo. Il marito che ascolta facendo il Sudoku, probabilmente, si colloca tra la finzione e l’ascolto selettivo. E così pure tutti i nostri “Di’ pure, che ti ascolto”, con un orecchio rivolto all’interlocutore e la mente a tutt’altro. Siccome capita anche a noi di essere ascoltati in questa maniera, sappiamo bene quanto sia irritante, quanto ci faccia arrabbiare questo “ascolto-non ascolto”, questa comunicazione a metà.
Sappiamo anche quanto sia poco soddisfacente l’ascolto di chi, in realtà, sta già pensando a cosa risponderci.
Non ci capisce pienamente, non ci sta neanche ad ascoltare, sta semplicemente aspettando il momento di intervenire nel nostro discorso con la sua argomentazione. È un ascolto molto vicino al monologo. Odioso!
L’unico vero modo di ascoltare – dice Covey, - è l’ascolto attento di chi vuole ascoltare, di chi vuole comprendere. È l’ascolto empatico di chi cerca di mettersi realmente nei nostri panni. Invece di prestare attenzione con un orecchio solo, quando ascoltiamo così siamo coinvolti con tutta la nostra persona, intelletto e volontà, mente e corpo: parole, sguardi, atteggiamento del corpo, se mai contatto fisico con le mani a comunicare la nostra vicinanza, la nostra partecipazione. L’altro sente che siamo vicini emotivamente, che seguiamo la logica del suo ragionamento, che teniamo a lui.
Covey aggiunge anche alcuni comportamenti tipici dei questo tipo di ascolto, il ripetere le parole di chi ascoltiamo se mai riformulandole, oppure l’esprimere ciò che l’altro prova: tutti atteggiamenti che richiedono, di partenza, la volontà di uscire dal nostro “io” e di immergerci almeno temporaneamente nella persona del nostro interlocutore. Altro che il distratto, lontano e irritante “Di’ pure, cara, ti sto ascoltando…”!
Solo a questo punto, sostiene Covey, il manager, il leader, il marito, la moglie, possono cercare di farsi capire. E, di nuovo, possono farlo guardandosi dal punto di vista altrui, deautomatizzando la percezione di ciò che propongono. Perché, anche qui, siamo talmente immersi nel nostro “io” che diamo per scontato che gli altri sappiano tutto ciò che noi sappiamo. Conseguentemente, capita spesso che non ci facciamo capire.
E invece, sarebbe semplice, per farsi capire, cominciare dal soggetto, mettere verbo e predicato al posto giusto e poi disporre gli argomenti in modo logico, semplice. Se mai riscoprendo i vecchi pregi della Retorica antica: inventio, dispositio, elocutio. L’arte del cercare gli argomenti, di come disporli e di come presentarli, arti spesso ignote anche a chi della scrittura ha fatto il suo mestiere.
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