Se la sinistra dice no alla cultura popolare
Scuola: il pensiero unico degli intellettuali snob
Se la sinistra dice no alla cultura popolare
Giuseppe Ghini, La Voce di Romagna, 18 settembre 2009
È bastato che l’idea la tirasse fuori la Lega e subito il Centro Sinistra è saltato su come un gatto quando gli butti l’acqua addosso. «Esami di dialetto per i professori» – ha detto Bossi a metà estate. E subito si è alzata la cagnara. Mariangela Bastico, responsabile scuola del Partito Democratico, ha commentato che quella sul era una «boutade». Mariapia Garavaglia, la senatrice del PD, ha aggiunto che in questo modo «la Lega vuole sospingere indietro il Paese, innalzando continui steccati che, in un mondo aperto come quello attuale, finiscono per svolgere una sola funzione: quella di allontanare i nostri ragazzi dall'Europa, dall'innovazione e dunque dal futuro». Il Pd di Milano e della Lombardia, tramite i suoi responsabili della Formazione e della Scuola Marco Campione e Sara Valmaggi, ha espresso «sdegno e preoccupazione» e si è augurata «un sussulto d'orgoglio da parte del Parlamento che ha il dovere di dare l'unica risposta possibile di fronte a tanta abiezione». Addirittura…
Naturalmente non poteva mancare un riferimento alla Costituzione, la nuova Tavola della Legge della sinistra. Così la capogruppo del PD nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, ha tuonato che la proposta «è l'ennesimo tentativo di inserire nel nostro ordinamento norme incostituzionali che discriminano sulla base del territorio di provenienza».
La Gelmini ha provato a chiarire che, senza circoscrivere la questione al dialetto «la scuola deve occuparsi di trasmettere ai ragazzi la conoscenza dell'identità, della storia dei luoghi, della cultura di un determinato territorio».
Niente da fare. In odio alla Lega, la Sinistra ha perso anche quest’altro pezzo della sua storia, la difesa del dialetto e degli umili che quel dialetto parlavano.
D’altronde, che ci azzecca l’elettore odierno del PD con il cinema neorealista di Zavattini e Lizzani che promosse contemporaneamente gli “sciuscià” e il dialetto?
Cosa ne sa il lettore di Repubblica di Pasolini, della sua difesa del dialetto come lingua della cultura popolare, della scuola di poesia in italiano e dialetto che egli aprì nel 1943, dell’«Academiuta di Lenga Furlana» da lui fondata nel 1945, del suo lavoro di dialettologo, del suo progetto, una volta trasferitosi a Roma, dei romanzi “di borgata”, «Ragazzi di vita», «Una vita violenta» e «Accattone»?
Qualcuno potrebbe pensare che l’intellettuale di Sinistra sia almeno sulle posizioni di Antonello Trombadori, accademico e poeta in romanesco, ma a sentire la Garavaglia e la Bastico – neanche questo: sono semplicemente contro il dialetto in tutte le sue forme.
D’altronde Pasolini, proprio per i suoi interessi “dialettali” si avvicinò alle posizioni dell’autonomia friulana, un’autonomia approvata dalla Democrazia Cristiana, ma avversata dal Partito Comunista. E se si iscrisse al PCI proprio per l’ideale della giustizia nei confronti degli “ultimi”, fu prontamente cacciato dai dirigenti del PCI di Udine per il suo non-conformismo (non solo sessuale). 
E Trombadori, se militò tra le file del PCI fin dalla Resistenza, ne uscì negli anni Novanta dichiarandosi «non più comunista».
A guardar bene, forse hanno ragione la Garavaglia e la Bastico: dato il suo statalismo, la sinistra di derivazione comunista non ha nulla a che fare con il dialetto e la cultura popolare. Quello di Pasolini e di Trombadori è stato un equivoco: i sostenitori della Scuola Unica Statale non possono che sostenere una Lingua Unica Statale, senza inflessioni localistiche.
Mito della Costituzione, Scuola Unica Statale, Lingua Unica: questa la triade dello statalismo che caratterizza la Sinistra di cultura comunista.
Con questa triade, è il desiderio dei sostenitori della cultura unica, saremo finalmente tutti uguali, impareremo tutti le stesse cose da educatori apparentemente oggettivi e parleremo tutti la stessa lingua.
Sono questi intellettuali snob della sinistra statalista i più acerrimi avversari della cultura popolare, delle tradizioni locali di questo popolo reale, del dialetto in cui questo popolo continua a parlare nonostante l’imposizione illuminista della Lingua Unica.
Sono i “sacerdoti” e i “seguaci” di Repubblica i veri nemici del popolo.
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