La sfida delle 100 cose. Povertà volontaria e anticonsumista
Povertà volontaria e anticonsumista
Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 4 settembre 2009
Tra un paio di mesi finirà la scommessa che Dave Bruno ha fatto pubblicamente tramite il suo blog, la “Sfida delle 100 cose”. La cosa è nota, dopo che anche Repubblica ne ha scritto qualche mese fa. Così l’ha presentata il giornale fondato da Scalfari: «365 giorni da trascorrere con solo cento oggetti a disposizione, dal 12 novembre 2008 al 12 novembre 2009. 100 Thing Challenge, letteralmente la sfida delle cento cose, si chiama così l'impresa che Dave Bruno, 37 anni, imprenditore di San Diego ha deciso di compiere».
L’articolo di Repubblica si sofferma brevemente sulla filosofia anticonsumista di Dave Bruno, ricorda i precedenti dei monaci buddisti e di Albert Einstein, per passare direttamente alle cento cose scelte dall’imprenditore (una Bibbia, un MacBook Pro, una penna a sfera, un paio di occhiali da sole, un portafoglio, ecc.). Una scelta dura e anticonformista trasformata in curiosità da questionario da spiaggia, nella nuova moda che viene dagli Stati Uniti. Del tipo: “Se potessi portarti su un’isola deserta 5 libri quali prenderesti? Se dovessi vivere con 100 cose, cosa sceglieresti?”. 
Che Dave Bruno sia fondatore della ChristianAudio, che la sua scelta anticonsumista venga da una radicata convinzione cristiana, che insegni alla Point Loma Nazarene University di San Diego, una Università Cristiana di Arti Liberali (come si autodefinisce nel sito web): tutto questo è ininfluente per Repubblica.
Ma non vale neanche la pena di farsi il sangue cattivo con certi giornali, e dunque veniamo a noi.
Dave Bruno e la sua cristiana “Sfida delle 100 cose” è solo un esempio di un largo movimento di protesta contro il consumismo e a favore del «vivere semplicemente» (Simple living), della «semplicità volontaria» (Voluntary simplicity): una vita che si oppone al “more is better» (Di più è meglio) e abbraccia invece una filosofia che valorizza la famiglia, le relazioni amicali, la frugalità, la spiritualità.
Non a caso tra i suoi ispiratori viene segnalato E.F. Schumacher, quello di «piccolo è bello» (un libro e uno slogan vincente, almeno negli anni Settanta): «Ogni pazzo intelligente è capace di rendere le cose più grandi, più complicate e più violente. – Scriveva Schumacher. – Ci vuole un tocco di genio e un grande coraggio per andare nella direzione opposta».
“Semplicità volontaria” è quella di un ex-avvocato lautamente pagato che gliel’ha data su a una vita di benessere materiale ed ha abbracciato la bellezza e la libertà della semplice felicità, come recita il blog “Avventure nella Semplicità volontaria”. Naturalmente, possiamo liquidare questo ex-avvocato come uno scoppiato che non ce la faceva più a reggere lo stress di una professione che i romanzi di Grisham ci hanno fatto conoscere a dovere.
E tuttavia, se andiamo fino in fondo, abbiamo il dovere di capire come il rappresentante della categoria professionale meglio pagata della società più schifosamente benestante abbia potuto mettere in discussione una
«casa grande, un lavoro ormai privo di senso, un sacco di cose che si accumulavano, un mutuo che determinava la mia vita, la necessità di soldi extra di cui non avevo reale bisogno».
Dobbiamo cercare di capire come dalla messa in discussione dei “nemici” materiali, l’avvocato che ora si avventura nella Semplicità volontaria sia potuto giungere a combattere i “demoni interni” e a rivalutare il matrimonio e la cura dei figli.
No, mi spiace. C’è molto più qui di 100 cose da portarsi dietro. C’è forse la riscoperta di una nuova “sorella povertà”. Forse, dietro qualche ex-avvocato americano, c’è un nuovo san Francesco.
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