La monaca in Galleria
La monaca in Galleria
Giuseppe Ghini
"La Voce di Romagna", 2 gennaio 2010
Nelle sale delle Icone della Galleria Tret’jakovskaja di Mosca
incrociamo una giovane monaca ortodossa. Ha il vestito lungo e nero, il fazzoletto in testa sui capelli raccolti, e l’atteggiamento umile delle monache. Ma soprattutto, davanti ad ogni icona della Galleria, si fa ripetuti segni della croce, si inchina e mormora una serie di preghiere come se fosse in una chiesa ortodossa.
Siamo nel cuore di Mosca, nel quartiere dell’Oltrevolga, una parte della città nominata nei documenti già all’inizio del 1500. I nomi delle strade ricordano ancora i debiti che la città di Mosca nella sua ascesa contrasse con i Tatari: la via Ordynka, ad esempio, richiama l’Orda d’Oro dei Tatari che, dopo aver devastato la Russia, si stabilì nel Sud della Slavia orientale continuando ad esercitare sui principati di quelle terre un dominio di natura economica.
Periodicamente il Gran Principe di Mosca percorreva appunto questa strada per andare a depositare ai piedi del Khan tataro il prezzo della “pace”. Avendo elevato il parassitismo a sistema di vita i Tatari vivevano sui soldi estorti ai popoli che terrorizzavano con la minaccia di ritorsioni sanguinose: insomma, un “pizzo” ante litteram in grandissime proporzioni. Mosca si liberò di questo “pizzo” solo due secoli dopo la comparsa dei Tatari alle mura della città, e se ne liberò assoggettando gli altri principati russi: dal Cinquecento, appunto, le libere città-stato della Rus’ Kieviana vennero unificate nell’unico Regno della Zar di Mosca.
Qui, dunque, in questa parte di città che ha per lo più conservato le case a due-tre piani della Mosca pre-rivoluzionaria, si trova la principale collezione di arte russa, la straordinaria raccolta di quadri (oltre 1300) che il ricchissimo commerciante Pavel Tret’jakov 
(1832-1894) mise insieme e patrocinò durante tutta la sua vita e, nel 1892, donò infine alla città. Chissà, forse i ricchi borghesi non si occupavano solo di affamare il popolo russo, ma svolgevano una funzione socialmente utile, se è vero che l’intenzione di Tret’jakov, era - sono parole sue – “porre le basi di un deposito di belle arti pubblico accessibile a tutti, dato che i quadri appartengono a tutto il popolo”.
Se Tret’jakov si era dedicato a raccogliere e finanziare il meglio dell’arte russa non accademica, fu soprattutto dopo la sua morte che il curatore della Galleria – lo studioso dell’arte Il’ja Grabar’ – si preoccupò di salvare e restaurare il patrimonio artistico dell’arte russa antica, le icone, soprattutto. Riscoperte grazie ad altri grandi collezionisti privati e mecenati all’inizio del ‘900 – dunque dopo la morte di Tret’jakov – le icone furono qui collocate a partire dagli anni Dieci del XX secolo e qui sono rimaste quasi una sull’altra in un ridottissimo spazio della Galleria durante tutto il periodo sovietico.
Dopo la perestrojka e la ristrutturazione della Tret’jakovskaja, le icone hanno riottenuto lo spazio che loro spettava: ora si possono ammirare in tutto il loro splendore quelle bizantino-slave dell’XI-XII secolo, le icone dello straordinario Quattrocento moscovita – Teofane il Greco, Daniil, Andrei Rublev – le opere del grande maestro Dionisij del primo Cinquecento, i prodotti delle scuole di Novgorod, Pskov, e di quelle delle province più attardate rispetto ai centri principali.
E davanti a ognuna di queste icone – strappate alla furia distruttrice degli atei sovietici, ma strappate anche dalla loro sede naturale, l’iconostasi della chiesa russo-ortodossa – la giovane monaca si segnava, si inchinava e pregava. L’icona – a cui la ricollocazione museale aveva strappato il cordone ombelicale della vita liturgica – riacquistava la sua funzione naturale, quasi ricevesse nuovamente linfa vitale.
Una vita che, per riprendere la lezione del sociologo bolognese Pier Paolo Donati – è relazionale. E le relazioni di un’icona con il suo ambiente originario – il monaco iconografo, la chiesa e l’iconostasi, la comunità riunita in preghiera – è davvero unica e imprescindibile e non può essere in nessun modo sostituita dal custode, il museo, la parete bianca, il pubblico pagante.
Verrà un giorno, in parte è già venuto, in cui le icone russe verranno restituite nuovamente ai loro ambienti naturali, in cui si porrà fine alla violenza culturale di cui sono state e sono tuttora oggetto. Verrà un giorno in cui la giovane monaca ortodossa potrà nuovamente pregare senza destare stupore dinanzi all’icona della Trinità del monaco iconografo Andrei Rublev.

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