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La Hybris di Mourinho (ovvero, la Mou-bris)

di ghinetto (01/05/2010 - 17:23)

Ύβρις

Ci sono alcune parole che costituiscono l’identità degli studenti del liceo classico, parole che li distinguono dagli altri e li uniscono tra loro. Hýbris è forse quella più caratteristica, sicuramente la più ripetuta nel corso dei cinque anni di liceo. O meglio, non è che chi fa un’altra scuola la debba necessariamente ignorare: solo, gli studenti del liceo classico se la sentono ripetere tante volte che diventa per loro inevitabile cercare le tracce del peccato di hybris nel presente, nei comportamenti dei loro contemporanei.
Hybris è un termine specifico della letteratura e soprattutto della tragedia greca. Letteralmente significa "tracotanza", "eccesso", "superbia", “orgoglio”, "prevaricazione". Di solito indica un peccato di orgoglio accaduto nel passato le cui conseguenze si scontano nel presente. È una violazione delle leggi divine a causa della quale, anche a distanza di molti anni, i colpevoli o i loro discendenti subiscono la "némesis", la vendetta degli dèi.
L’atto di hybris più noto è forse quello di Prometeo che, secondo il mito, rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini e che per questo fu fatto incatenare da Zeus alle rocce del Caucaso, dove ogni giorno un’aquila gli mangiava il fegato che puntualmente gli ricresceva di notte.
Nel mito, in effetti, il peccato hybris è spesso legato all’acquisizione di una qualche forma di conoscenza (il fuoco), che gli dei greci – che a differenza del Dio giudeo-cristiano sono gelosi e invidiosi dell’uomo – non vogliono condividere con i mortali.
Prima ancora di entrare nel lessico della tragedia, hybris era un termine giuridico con cui si indicava un delitto compiuto allo scopo di umiliare, di provare compiacimento nella propria superiorità sulla vittima.
È evidente che di hybris peccano ancora oggi molti potenti, e che agli studenti del liceo classico viene piuttosto naturale costruire piccole storie sulla “tracotanza compiaciuta” di molti politici contemporanei.
Ma se c’è un personaggio pubblico che più di ogni altro incarna oggi quello che i Greci indicavano con il termine hybris, è sicuramente Mourinho. "Tracotante", "eccessivo", "superbo", “orgoglioso”, "prevaricatore": Mourinho è tutto questo. Lo è con i colleghi allenatori, a cui rinfaccia la scarsa dimestichezza con le lingue straniere (“Ranieri dopo cinque anni in Inghilterra aveva difficoltà a dire 'good morning' e 'good afternoon'”), la bassa autostima (“Barnetta [che era poi Beretta] deve lavorare sulla sua personalità”), ma a cui soprattutto ricorda sprezzantemente di aver conquistato “zero tituli”.
Lo è con i dirigenti delle squadre avversarie come quando si riferì all’amministratore delegato del Catania Lo Monaco così: “Lo Monaco chi? – la reazione – non conosco, io conosco monaco del Tibet, Monaco di Montecarlo, il Bayern Monaco, il Gran Prix di Monaco… Se qualche Monaco vuole farsi pubblicità parlando di me deve pagarmi”. Lo è con i giornalisti davanti ai quali sbatte in faccia i miliardi guadagnati: “Non guadagno 9 milioni, ma 11, che diventano 14 con gli sponsor”.
La sua “tracotanza” – in senso tecnico, non moralistico – lo ha portato a “volere” il Manchester come avversario di Champions League ("Il Manchester? Ben venga. Anzi volevo proprio il Manchester perché voglio affrontare i migliori").
Mourinho si macchia di hybris quando corre per il Camp Nou con il dito alzato, per ricordare ai 98.000 tifosi del Barcellona che lui è lo Special One.
E, come Prometeo, la sua hybris scatenerà la nemesi, la vendetta degli dei. A Madrid, il 22 maggio prossimo, l’invidia degli dei e degli uomini gioirà della caduta di Mourinho, colui che ha portato all’Inter una nuova conoscenza delle proprie potenzialità, il sacro furore della vittoria, il fuoco della scienza calcistica. Mourinho-Prometeo. Hybris-Nemesis.

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