Elogio della Modestia
Elogio della Modestia, virtù della tolleranza
di Giuseppe Ghini
La Voce di Romagna, 12.8.2005
“Molte donne giocano con il fuoco nel modo di vestirsi. Vestirsi come una prostituta è un modo per dire al mondo
‘Guardami, vienimi dietro, desiderami. Sono una donna facile e mi puoi avere’. Esporre parti intime del corpo è una forma di pubblicità sessuale. Se vi vestite per attirare attenzioni di tipo sessuale, poi è difficile che possiate biasimare qualcun altro se vi viene riservata quel tipo di attenzione. Vestire con modestia è come proclamare al mondo: ‘Io mi rispetto e pretendo di essere trattata con rispetto’”.
Chi dice così non è, come qualcuno può immaginare, un anziano eremita ritiratosi in cima a un monte, e neppure una zitella invidiosa ormai passata d’età, né, tanto meno, un maniaco sessuale in cerca di un facile alibi. No, chi proclama questa verità semplice e cruda è la signora che occhieggia dalla copertina di Vogue riprodotta a fianco e che è comparsa su oltre 500 copertine di riviste di moda. Il suo nome, Kim Alexis, forse non dirà molto ai nostri lettori. Il suo viso, tuttavia, è assai noto e ancor più lo era prima che si ritirasse dalla lucrosa attività di top model. Oggi, a quarantacinque anni, Kim Alexis scrive libri e dispensa collaborazioni su come mantenersi belle e ammirate con cinque figli e un marito ex star dell’hockey su ghiaccio.
Da notare che la bella Kim non proviene dall’America che si è soliti considerare arretrata e bacchettona, non è stata Miss Iowa e non è cresciuta nella cosiddetta Bible belt, la “fascia della Bibbia”, gli stati meridionali e centrali dove fiorisce un certo fondamentalismo cristiano. No, Kim proviene dallo Stato di New York e, dopo essere stata selezionata a diciott’anni dalla famosa agenzia Elite, si trasferì nella città della Grande Mela.
Certo, in tanti anni di servizi fotografici, qualche sua immagine non propriamente “modesta” è pure uscita sui giornali. Ma niente a confronto dei quotidiani ombelichi, tanga, glutei, seni (con contorno obbligato di cellulite, larderelli e smagliature varie) che vanno in onda in spiaggia e in città nell’Italia di questi tempi. La cosa non stupisca. Un rapido confronto con un qualunque “motore di ricerca” mostra che su Internet la voce “dress modestly” batte la voce “vestire con modestia” 28.200 a 14.
E allora permettimi, lettore, al seguito di Kim Alexis di elevare proprio in questa settimana di ferragosto, settimana forse di massima esibizione corporea, maschile e femminile, un elogio alla “modestia nell’abbigliamento”.
Tradizionalmente la modestia ha due finalità. La prima è indicata chiaramente dalla nostra top model. Maggie, la ventenne editorialista della rivista americana per adolescenti “Seventeen”, ha puntualizzato ulteriormente questo punto di vista nel numero di giugno:
“Non è facile costringere i ragazzi a prestare attenzione ai tuoi valori e a ciò in cui credi. Ma se io non permetto loro di vedere molto di quello ch’è “fuori”, sono “costretti” a prestare attenzione a quello ch’è dentro di me. Questo è il motivo per cui io mi vesto con modestia: indosso sottane al ginocchio e camicette abbottonate perché voglio comunicare il messaggio che io sono molto di più del mio corpo”. La prima finalità, dunque, è insita nel linguaggio del corpo e dei vestiti: con la modestia o con l’esibizione, io comunico quello che sono, i miei valori, il mio ethos.
Paradosso: nella società della comunicazione, in pieno fiorire di studi semiologici dove tutto viene interpretato come “segno”, si rimuove costantemente il messaggio insito in vestiti attillati, trasparenti, corti e inesistenti: “Io sono il mio corpo”. Poi, come dice Kim Alexis, è difficile spiegare che si è qualcosa di completamente diverso da ciò che si è comunicato, che c’è stato un errore di interpretazione!
Il secondo fine della modestia è ancor più legato alla convivenza sociale e dovrebbe essere preso in considerazione da chi, come tanti occidentali, vive concentrato narcisisticamente su di sé, da chi afferma “Io mi vesto così perché mi piace!”. Viviamo in una società in cui la presenza di altre culture e sensibilità è sempre più evidente. Ora, se seguiamo i suggerimenti dei tour operator che ci invitano a vestirci con modestia in Tailandia, in Egitto, nei paesi sub-sahariani, possiamo permetterci di offendere e provocare con il nostro modo di vestire e di atteggiarci i tailandesi, gli egiziani e i nigeriani che calcano le nostre spiagge e le nostre strade? Dobbiamo imporre giacca e cravatta ai musulmani, obbligare gli africani ad adeguarsi al tanga, oppure la tolleranza sociale, cioè il rispetto della cultura altrui, impone di rivalutare la virtù della modestia? Senza cadere, ovviamente, negli eccessi antiumani e ipocriti del Vittorianesimo, è forse necessario tornare a ragionare serenamente, senza preclusioni ideologiche, sui vantaggi della modestia.
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