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Se la scimmia è una persona come noi

di ghinetto (01/07/2007 - 11:42)


Se la scimmia è una persona come noi
di Giuseppe Ghini
Libero, 6.V.2007


La rivista Science ha pubblicato uno studio dal quale risulta che il genoma del macaco è per il 97,5% uguale a quello umano. E in questi giorni, in Austria, gli animalisti hanno lanciato una causa legale per far dichiarare “una persona” lo scimpanzè Hiasl diretto a un laboratorio scientifico come cavia. La motivazione: il suo DNA è uguale a quello dell’uomo per il 99.4%.

La straordinaria collaborazione di 170 scienziati di 35 istituzioni ha finalmente consentito di appurare che il 97.5% del genoma del macaco è identico a quello dell’uomo. La notizia sarebbe in sé interessante soprattutto per le conseguenze di tipo medico e farmacologico, se non venisse letta con la consueta chiave ideologica animalista e anti-umana. Già, cosa significa che abbiamo il 97.5% in comune con un macaco o il 99% con uno scimpanzè? Per restare nell’ambito puramente quantitativo, i testicoli di un uomo adulto pesano 30 grammi l’uno: in un uomo di 80 kg costituiscono meno dello 0.1%. Eppure nessuno dubita che avere o non avere questi 60 gr. faccia una certa differenza! (90 gr. nel caso di Bartolomeo Colleoni...)

Il peso del cervello umano (ca. 1400 gr.) rappresenta meno del 2% del corpo: ciò significa che un uomo decerebrato è più simile ad un uomo normale di quanto lo sia un macaco.
E poi, chiediamoci, come viene calcolato questa percentuale? Il genoma umano, cioè il patrimonio genetico, è costituito da un numero non ancora stabilito di geni (da 25.000 a 37.000) presenti nel nucleo di ciascuna cellula. Ne consegue che la “piccola” differenza dell’1% faccia sì che ogni cellula umana sia differente da ogni cellula del macaco. Per tirare le somme in altro modo: percentuale delle cellule differenti = 100%. Siamo sicuri che i titoli dei giornali che annunciano la sensazionale somiglianza tra uomo e macaco siano davvero neutrali?

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Ma c’è un’altra differenza, più sottile e sfuggente, quella qualitativa. Qualche tifoso ricorderà Hugo Maradona, detto “el Turco”, uno dei più colossali bidoni che sia stato mai rifilato ad una squadra di calcio italiana.
A metà degli anni Ottanta fu acquistato dall’Ascoli, pare dietro forti pressioni del fratello Diego Armando. Giocò una dozzina di partite, poi fu ceduto ad una squadra austriaca: concluse la sua carriera di calciatore in Giappone, campionato di brocchi e giocatori spompati. Il pibe de oro, in verità, ha anche un altro fratello, Lalo Maradona, ex giocatore di calcio indoor in Canada, quella che si dice una carriera non propriamente prestigiosa. A differenza del grandissimo Diego Armando,
Lalo sembra il fratello con la testa a posto: niente alcool, né droga, vita tranquilla, sposato con tre figli, gestisce una scuola di football per ragazzini di strada a Buenos Aires.
Ora, la parentela genetica tra Diego, Hugo e Lalo è acclarata, in ogni caso assai maggiore del 97.5% che unisce uomini e macachi. Eppure nessun tifoso del Napoli avrebbe fatto cambio, negli anni Ottanta, tra Diego e Hugo e la moglie e i figli di Lalo probabilmente non farebbero cambio, oggi. Dunque? Cosa significa realmente che il 97.5% del macaco è uguale a quello dell’uomo?
I geni di un uomo normale e dello stesso uomo lobotomizzato sono identici, quelli di una moglie depressa e della stessa moglie allegra e
soddisfatta pure, tra un padre presente e lo stesso padre assenteista non corre nessuna differenza genetica. Dunque?
L’ideologia anti-umana implicita nell’equiparazione quantitativa tra macaco e uomo è oggi straordinariamente pervasiva.

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In un libro di qualche anno fa dedicato ai Fratelli Karamazov , Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale, è riuscito ad iscrivere nei ranghi degli animalisti anche il grande romanziere russo Fedor Dostoevskij. “Nel preparare il terreno per l’esposizione della “Leggenda” – scrive Zagrebelsky  nella Leggenda del Grande Inquisitore, Morcelliana 2003 – appare lo scoglio contro il quale naufraga lo spirito di Ivan: per l’appunto il male ingiustificato. Gli esempi che vengono portati, per mezzo di un’esposizione di grande forza drammatica, riguardano il dolore inferto consapevolmente agli innocenti. Sono innocenti i bimbi e gli animali. Essi sono completamente innocenti perché non conoscono il bene e il male. Gli esseri umani adulti, no. A me non interessa il male fatto agli adulti – dice Ivan. Essi hanno mangiato il frutto maledetto che li rende colpevoli. In fondo, se lo meritano. Ma i bimbi e gli animali, no”. In realtà, se andiamo a leggere i Fratelli Karamazov, troveremo che l’argomentazione di Ivan si riferisce solo ai bambini: “Intorno ai bambini – afferma Ivan – ho ancora di meglio, Alesha, riguardo ai bambini russi ho raccolto molte, moltissime cose. Una piccola bimbetta di cinque anni era stata presa in odio da padre e madre, ‘persone stimatissime del ceto burocratico, istruite e bene educate’. Vedi […] esiste in molti uomini un’inclinazione speciale: l’amore delle torture inflitte ai bambini, ma ai bambini soltanto […] Quegli istruiti genitori sottoponevano dunque la povera bimba di cinque anni a tutte le torture possibili. La battevano, la frustavano […] Tutta la scienza del mondo non vale le lacrime di quella bimba. […] Non parlo delle sofferenze dei grandi, essi hanno mangiato il frutto proibito e vadano al diavolo, che il diavolo li porti tutti quanti, ma i bambini, i bambini!”.
L’argomentazione di Dostoevskij è chiara: come Giobbe nell’Antico Testamento, i bambini che appaiono nei quadretti che Ivan desume dalla cronaca del tempo sono i “giusti sofferenti” che mettono in crisi la tesi di un Dio buono e provvidente. Se esistono degli innocenti che soffrono – questo afferma il secondogenito dei Karamazov – com’è possibile che esista un Dio che ama l’uomo? Domanda che Alesha “risolverà” additando lo spettacolo scandaloso del Dio-uomo che, perfetto innocente, muore in croce.
E gli animali di cui parla Zagrebelsky che c’entrano? All’inizio dell’ampia introduzione alla Leggenda del grande Inquisitore, effettivamente Ivan Karamazov cita una scena del poeta Nekrasov in cui compare un contadino russo che con la frusta percuote un cavallo sui “miti occhi”. E afferma che il lasciarsi prendere dalla furia insensata fino a picchiare alla morte il proprio cavallo è un tipico tratto russo. “Ma non si tratta che di un cavallo – conclude Ivan – e i cavalli Dio ce li ha dati per frustarli. Così ci hanno spiegato i tartari, e come ricordo ci hanno regalato il knut, la frusta del vetturale. Ma si possono frustare anche gli uomini”. Di qui parte l’argomentazione che ha per centro i bambini innocenti e il Dio provvidente.


Dunque, nei Fratelli Karamazov la crudeltà contro gli animali non entra affatto nell’argomentazione di Ivan sul male ingiustificato, ne è semplicemente un’introduzione. Ci voleva un giudice della Corte Costituzionale italiana per stabilire che bambini e animali sono la stessa cosa e trasformare Dostoevskij in un animalista.

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