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La moglie femminista

di ghinetto (08/01/2008 - 09:54)

di Giuseppe Ghini

In Italia le caratteristiche autentiche della “seconda donna”, la donna femminista, sono state a lungo oscurate da una sua versione mitigata, “all’acqua di rose” (come spesso avviene da noi, forse per l’incapacità di attuare un programma fino in fondo, forse per un rigurgito finale di buon senso). Il risultato è che il femminismo italiano, non quello teorico ma quello praticato, ha dovuto fare i conti con quel tanto di materno che il “mammismo” nostrano riserva al partner e si è spesso limitato ad una rivendicazione di parità. Jutta Burggraf, studiosa del fenomeno femminista nelle sue varianti continentali ed americana, sostiene invece che il «movimento femminista contemporaneo non è affatto il legittimo erede del Movimento di Liberazione della Donna, [quello che] ebbe inizio intorno al 1789 come un’estensione delle richieste dei diritti civili, il cui obiettivo era “uguali diritti per uomini e donne”. […]. Le femministe non hanno per fine l’emancipazione legale e sociale delle donne, bensì la completa uguaglianza  dei sessi. Esse richiedono la completa abolizione di ciò che definiscono la tradizionale divisione dei ruoli tra uomini e donne, e rigettano in modo veemente la maternità, il matrimonio e la famiglia. […] Una donna che ha un bambino è “legata” e non può competere con gli uomini nella carriera professionale. Conseguentemente le femministe richiedono alle donne di staccarsi dalle “catene della loro natura”. Il loro comportamento si dovrebbe basare sulla cosiddetta “nuova etica” […] dove ogni cosa è permessa, la tradizione è costantemente messa in discussione, perfino le più intime relazioni interpersonali, il matrimonio e la famiglia. I valori più stimati dalle femministe sono l’autonomia e l’indipendenza, [nonché] una radicale “autorealizzazione della donna”» (Women and evangelization, Chicago, Midwest Theological Forum, 1990, p.16).
Questa donna femminista, insofferente ai legami ma intrappolata dalla mentalità carrieristica non meno del frustrato uomo contemporaneo, si nutre di un risentimento maturato nel corso di secoli, sfugge allo sguardo amoroso, diffida del marito come di ogni altro rappresentante del genere maschile. Non si dona, non si può donare, perché donarsi vorrebbe dire arrendersi al nemico, abbandonare il sospetto nei confronti del maschio, deporre le armi di un’indipendenza assoluta che vuole affermare anche a costo di cambiare la natura. Così facendo nega a se stessa la possibilità dell’amicizia che esige proprio il salto nel buio della fiducia.

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